mercoledì 18 agosto 2010

GESUALDO BUFALINO " L'amaro miele "








Quanti di noi si ricordano di Gesualdo Bufalino? Poeta, scrittore, personaggio pubblico, grande polemista, amico di Sciasca e della Sellerio, scomparsa anch'essa recentemente, cultore della sicilianità che, a proposito della mafia, in una intervista a Chiambretti nel 1995 ebbe a dire: "Sono i maestri elementari la nostra arma segreta contro la mafia".

Questo libricino, della bellissima e completa collezione di poesia della Einaudi, acquistato d'impulso tanti anni fa, sta spesso sul mio comodino a scandire occasionali momenti di malinconia.


Nella Nota a fine volume, Bufalino giustifica così questa pubblicazione:


"Questi versi, scritti si carta da macero con un pennino Perry moltissimi anni fa; sopravissuti quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l'autorer fu solito un tempo condannare il superfluo e l'odioso dei suoi cassetti; divenuti invecchiando, patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questo versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce, se non quello, privato, per fare un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventù. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d'amor perdute in riva al Mediterraneo, le memorie di una lunga attesa e persuasioni di morte all'ombra grave della guerra; e le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud"
C'è una poesia d'amore, di una bellezza assoluta, a cui torno spesso:

A chi lo sa

S'io sapessi cantare
come il sole di giugno nel ventre della spiga,
l'obliquo invincibile sole;
s'io sapessi gridare
gridare gridare gridare come il mare
quando s'impenna nel ludibrio d'aquilone;
s'io sapessi, s'io potessi
usurpare il linguaggio della pioggia
che insegna all'erba crudeli dolcezze...
oh allora ogni mattino,
e non con questa voce roca d'uomo,
vorrei dirti che t'amo
e sui muri del mio cieco cammino
scrivere la letizia del tuo nome,
le tre sillabe sante e misteriose,
il mio sigillo di nuova speranza,
il mio pane, il mio vino,
il mio viatico buono.
Un incontro felice quello con questo malpensante, come amava definirsi, e l'impegno a conoscerlo anche attraverso i suoi romanzi, da Le menzogne della notte (premio Strega 1988) a
Diceria dell'untore, suo primo tormentato romanzo (iniziato nel 1950 e pubblicato nel 1981) che gli valse il Premio Campiello.

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