giovedì 26 luglio 2012

Eugenio Montale - OSSI DI SEPPIA - Oscar Mondadori 2004 - € 6,20



Il 1925, l'anno di pubblicazione di Ossi di seppia è un anno gravido di funesti presagi per l'Italia: Mussolini si assume la responsabilità politica dell'uccisione di Giacomo Matteotti e impone una svolta decisiva al regime dittatoriale; nel paese si verificano arresti di massa, giornali come la Stampa e il Popolo subiscono continui sequestri e sospensioni; viene pubblicato il Manifesto degli intellettuali fascisti (firmato da nomi che è imbarazzante oggi rileggere); nello stesso anno viene pubblicato il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce su sollecitazione di Giovanni Amendola, firmato da persone che oggi sarebbe giusto onorare, tra questi il giovane Eugenio Montale.

Ossi di seppia viene pubblicato, non a caso, nelle edizioni di Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti, in un momento cruciale della vita politica e civile italiana, elemento da considerare leggendo questi versi, che affermano l'impossibilità del poeta di trasmettere certezze, ma anche l'intrensigenza etica che fu peculiare dell'ambiente gobettiano e dell'antifascismo.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Di Ossi di seppia prediligo, ma è difficile affermarlo per un così intenso libro di poesia, la sezione Mediterraneo, dove il poeta dialogando direttamente con il mare  rimpiange la pochezza del suo linguaggio, che dispone solo di parole.
 
 
 Potessi almeno costringer 
 in questo mio ritmo stento 
 qualche poco del tuo vaneggiamento;
 dato mi fosse accordare
 alle tue voci il mio balbo parlare: -
 io che sognava rapirti
 le salmastre parole
 in cui natura ed arte si confondono,
 per gridare meglio la mia malinconia
 di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
 Ed invece non ho che le lettere fruste
 dei dizionari, e l'oscura
 voce che amore detta s'affioca,
 si fa lamentosa letteratura.
 Non ho che queste parole
 che come donne pubblicate
 s'offrono a chi le richiede:
 non ho che queste frasi stancate
 che potranno rubarmi anche domani
 gli studenti canaglie in versi veri.
 Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
 azzurra l'ombra nuova.
 M'abbandonano a prova i miei pensieri.
 Sensi non ho; né senso. Non ho limite.


 


     
    

La precarietà della vita, la casualità degli accadimenti, l'insensatezza dell'esistenza è espressa in questa  angosciante lirica, dove l'orrenda discesa fino al vallo estremo prefigura la perdita del ricordo del mattino, della memoria del sole e il tintinnare delle rime che cadono dalla mente. L'unica salvezza indicata sembra essere un'ideale osmosi con il linguaggio del mare, da condividere con fraterno cuore in grado di capire.


Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
fiorse ci accoglieranno: smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s'esprime
la nostra vita, repente
ci cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
 che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un'eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l'erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.





Consiglio la lettura assidua di questo libro, farne il proprio livre de chevet, perché i significati possano disvelarsi compiutamente  e rivelare tutto il loro potenziale filosofico e poetico.


In questo link è possibile prendere visione dei due Manifesti, quello fascista di Giovanni Gentile e quello antifascista di Benetto Croce, con l'elenco degli intellettuali firmatari:
                                       
                                      http://www.maat.it/livello2/fascismo-manifesto.htm

domenica 22 luglio 2012

IL VALORE DELLE STATISTICHE

Solo da poco tempo Blogger fornisce  statistiche complete dei visitatori dei blog, così oggi è possibile sapere quali post vengano maggiormente letti e in un certo senso conoscere il proprio pubblico. Su un totale di 27.440 visite da quando ho iniziato questo blog, non sono mancate le sorprese.

Per avere un dato omogeneo ho diviso il numero totale delle visite per il numero di mesi di presenza nel blog, e questo è quanto ne è risultato.

Il Post più letto è risultato essere Italo Calvino consiglia: Imparare delle poesia a memoria pubblicato il 23/6/2011 con 1.407 visite e una media di 108 visite al mese.

Il secondo Post più letto - incredibile ancora poesia - Giorgio Caproni Poesie pubblicato il 13/1/2012 con 421 visite e una media di 70 visite al mese.

Segue Tom Antongini con L'immorale testamento di mio zio Gustavo pubblicato il 12/8/2010 con 1.426 visite e una media di 57 visite al mese.

Poi, senza neanche sorprendere troppo, visto la diffusione che ha avuto nel mondo quel libricino rosso, Citazioni dalle opere del Presidente Mao Tse-Tung, pubblicato il 16/5/2011 ha avuto 533 visite con una media di  41 visite al mese.

Segue ancora un'opera di poesia, Gesualdo Bufalino con L'amaro miele, pubblicato il 18/8/2010 ha avuto 784 visite con una media di 39 visite mensili.

Potrei continuare con Eros a Pompei, la raccolta di cartoline di Lungo le strade di Unidad popular eccetera eccetera eccetera, ma non credo che abbia molto senso.

Importante è sapere, ad esempio che c'è interesse per la poesia, quando sappiamo che in libreria se ne vende poca ed è sempre più emarginata negli scaffali periferici.

Cercheremo di assecondare questa implicita richiesta.


venerdì 20 luglio 2012

Francesca de Carolis - I GIOCHI DELLA COMETA - il Ventaglio -


Ripescato in uno scatolone che indicava genericamente narrativa varia, insieme ad un altro dello stesso editore - e di cui parlerò in un prossimo post, questo libricino ha attirato la mia attenzione per l'intrigante coincidenza della cometa di Halley, presente anche nel libro di Augusto Roa Bastos Figlio di uomo, presentato la settimana scorsa. 

La cometa di Halley raccontata da Francesca De Carolis, viene a gettare lo scompiglio nella Roma del 1456, provocando alterazioni e turbamento nei quattro protagonisti, che ne vivono le fasi osservandola da un torrione abbandonato fuori le mure aureliane: sono Cosimo medico e astronomo dilettante, Jacopo commerciante di spezie e foriero di sventure, Genodora puttana sensibile e caritatevole e infine Lisalda, fascinosa strega e un gatto, Arthur, naturalmente nero.

Lo scenario nel quale si svolge l'azione è Roma, mirabilmente descritta che sembra di esserci:

Fino oltre la metà del mese la vita della città era andata avanti nel brusio confuso di sempre. Roma che ancora conservava un aspetto medievale, con ancora evidenti i segni del recente abbandono dei papi, con le sue chiese spogliate, le mura in rovina, le cupe fortificazioni dei palazzi oscurati dietro muraglie e acute feritoie. Ma era una Roma che già stava passando. Qua e là i ritocchi che papa Nicolò V aveva iniziato a dare negli anni del suo breve pontificato. Le ferite delle mura dilaniate dai continui assalti dei barbari erano ancora fresche di cure; nel tevere si specchiava la nuova fortificazione di Castel Sant'Angelo; e nuovi palazzi e palazzi vecchi restaurati. Persino intorno alla Basilica di S,pietro erano state avviate grandiose opere di rinnovamento, impreziosite da marmi del Colosseo, blocchi delle mura serviane, travertini del del Circo Massimo. Papa Parentucelli non si era fatto alcuno scrupolo di spogliare gli antichi monumenti di tutto quello che ritenesse degno della citta leonina, nonostante le lamentele degli umanisti che a Roma erano pur affluiti sotto le generose ali del suo mecenatismo.
I personaggi, perfettamente integrati nel quadro generale, sono ricchi di personalità, vivono di vita propria; particolarmente felice il personaggio di Genodora che sotto l'influsso della cometa, rievoca l'unica passione della sua vita, un uomo, un poeta, che l'ha amata e spezzato il cuore:

Come poteva dimenticare le feste improvviste alla fine dei banchetti più generosi, quando Villon, guardandola negli ochi, iniziava a cantare per lei. Poemi inventati lì per lì, frizzanti come il vino appena bevuto. Fra le tavole e le panche schiodate di osterie e pagliai. 
Quando incontrò Genodora per la prima volta, l'aveva intenerita con la storia di un suo vecchio amore che pare l'avesse portato alla rovina. Una villotère del sobborgo parigino, una donna pubblica che pur aveva tanto amato, ma che una sera d'inverno l'aveva buttato fuori di casa. Senza un soldo.
Subito un dubbio su quel  nome: Villon, ma François Villon? Non è precisato, ma i versi che Genodora recita per noi, non lasciano dubbi:


Qu’est devenu ce front poly
ces cheveux blonds sourcilz
ce beau nez, ne grand ne petitz 
ces petites joinctes oreillesses
menton fourchu, cler vistractis
et ces belles lèvres vermeilles ?

Geniale, nevvero?

Non voglio raccontare nient'altro, per non togliere a chi deciderà di leggerlo il gusto della scoperta.

Per chi volesse approfondire la conoscenza con questa scrittrice - giornalista questo è il suo sito:
                                                   http://www.laltrariva.net/

domenica 15 luglio 2012

Ugo Tognazzi - IL RIGETTARIO : Fatti, Misfatti & Menù disegnati al pennarello - Fabbri Editori -1978



Devo alla cortesia della mia amica Gianna la conoscenza di questo insolito libro di cucina, che il poliedrico Ugo Tognazzi ha intitolato il RIGETTARIO (e non ricettario), una sorta di Manifesto del rifiuto di tutto ciò che è convenzionale nell'arte culinaria, secondo le sue precise indicazioni, con l'avvertenza:

Chi fa dieta per dimagrire mi fa tanto pensare alla gioia liberatrice di chi si toglie un paio di scarpe strette dopo averle portate, solo per ragioni estetiche, un'intera giornata. Durante la dieta, chi la fa, ha un solo pensiero fisso: il giorno in cui potrà ricominciare a mangiare ciò che vuole e quanto vuole.
Indubbiamente, in questo libro l'invito a mangiare e a mangiare  bene c'è, come c'è lo stimolo alla golosità; ma siccome nessuno è mai riuscito a imporre a un altro determinate cose, non mi si rimproveri di aver presentato dei piatti magari pesantucci. Le persone che io generalmente invito sono tutte maggiorenni e non si fanno scrupolo, proprio per quella "filosofia del rigetto" di cui ho parlato, di rifiutare questo o quel piatto oppure l'intero menù, perché "rigettario" vuole anche dire rigetto del pregiudizio secondo il quale "il padrone di case si offende se non si mangia".

Nel libro ci sono ricostruzioni, agrodolci secondo il suo stile, delle traversie vissute per trasformare la casa con terreno a Velletri, vicino Roma, in una vera e propria azienda agricola, dove, tra l'altro si produce il suo bianco denominato la tognazza, inimitabile aperitivo e vanto della sua vigna.

I menù, disegnati veramente al pennarello e qui riprodotti, riguardano cene effettivamente svolte e spesso c'è il racconto spassoso della serata e degli ospiti presenti, che, come si può intuire, sono spesso personaggi noti del cinema.

Leggendo le ricette, dai dosaggi alle esecuzioni, ci si rende subito conto che Tognazzi era veramente esperto in cucina, un autodidatta con altissime competenze professionali che, sommate alla sua esuberante personalità, ne dovevano fare un anfitrione perfetto.

Scrive Tognazzi:

Non che voglia lamentarmi, sarebbe abbastanza spudorato (come la polenta di cui dirò), ma non è tutto rosa e fiori nella mia vita. Da quando ho avuto la malsana idea di divulgare tramite i vari mas media (radio, TV, giornali) la mia smodata passione per la cucina, mi capita in continuazione di essere fermato, intervistato, interrogato sui piatti e sulle ricette; mi si chiedono consigli su come utilizzare gli avanzi, o su come fare bella figura con poco, e più nessuno che si degni di chiedermi che film sto girando, quale regista stimo e quale detesto (beh, in fondo è importante per un attore, no?), quali sono i miei gusti letterari, se ho ancora intenzione di fare il regista o se desisto.... Niente, un tempo si accanivano con le donne ed era tutta una fuga da quelli di Novella 2000 e simili e adesso è tutta un'orgia di gastronomia....

Un libro piacevole da leggere, con ricette e abbinamenti curiosi, sfiziosi, fuori dagli schemi,  imprevedibili, proprio come Tognazzi promette nella prefazione.

Credo lo si trovi solo nel mercato dell'usato.

Augusto Roa Bastos - FIGLIO DI UOMO - Feltrinelli 1977 - £ 2.000


La notizia - apparsa giorni fa su internet - che un Presidente (Fernando Lugo) era stato destituito con un voto del Senato, mi ha rammentato che esiste un paese chiamato Paraguay di cui, colpevolmente, conosco solo, per aver letto molti anni fà, questo sconvolgente libro: Figlio di Uomo. D'altronde è noto come di alcuni paesi, qui in occidente, si parli solo in occasione di calamità naturali o rivoluzioni.

Nove capitoli, nove drammatici episodi che rispecchiano la tormentata storia del Paraguay, dolorosamente scisso tra dittatura e rivolta, resistenza e oppressione, carnefici e martiri, e la misteriosa suggestione della cometa di Halley.

Fu in quel tempo che la cometa apparve nel cielo e avvicinò minacciosamente la sua immensa coda di fuoco alla terra. Il panico dilagò. Era l'annuncio risplendente della fine del mondo. La notizia terribile del castigo si ingigantiva nella chiesa, tra i lamenti e le preghiere. Me lo ricordo bene. Ci dimenticammo di Gaspar Mora, solo nel monte. Poi cominciò la siccità, come se l'infuocato respiro del mostro avesse prosciugato l'acqua del cielo e della terra.
Maria Rosa cercò di raggiungere il crepaccio della montagna con il suo piccolo peso di acqua e di provviste. Ma non vi riuscì. Si smarrì, accecata, sviata dal malefico yvaga-rata (fuoco del cielo), che finì per bruciarle l'anima. Dopo molti giorni riapparve gesticolando.

Il linguaggio narrativo di Augusto Roa Bastos e' - come si vede -  quello del cosidetto realismo magico, comune a Garcia Marques, Borges, Bulgakov, Calvino. Affascina, rapisce, inframmezzato com'è di espressioni Guaranì, la seconda lingua ufficiale del Paraguay.

Figlio di uomo è il nuovo testamento di un popolo che per secoli ha oscillato senza pausa tra l'infamia dei suoi carnefici e le profezie dei suoi martiri. Il Cristo cui si rivolgono i personaggi di Roa Bastos è figlio dell'uomo, una vittima da vendicare e non un Dio che aveva voluto  morire per gli uomini.

VICTOR HASSEBLAD - Guller International AB - Edizione Fuori Commercio


 Ho avuto il privilegio di lavorare per un'azienda che distribuiva in Italia i prodotti creati da quest'uomo eccezionale che ha inventato un sistema fotografico  semplice ma di altissimo livello tecnico: Victor Hasseblad. Questo libro è dedicato alla sua vita e alla sua opera.

L'attività della famiglia Hasseblad è iniziata nel 1841 come import-export di prodotti vari, tra i quali i primi thermos, (bottiglie isolante per caldo e freddo, come recita un catalogo d'epoca), album e cartoline illustrate della Svezia, che il fondatore Fritz Victor faceva stampare in Germania. In seguito suo figlio Arvid Viktor (preferiva scrivere il nome con la k anziché la c) si appassionò di fotografia e acquistava e distribuiva apparecchi fotografici e accessori, pur confessando ai suoi collaboratori "non credo che ci guadagneremo molto, ma almeno potremo produrre in proprio le nostre foto".

Il passo più importante nella storia dello sviluppo della Hasseblad è costituito dall'acquisizione, intorno al 1890, della rappresentanza generale per la Svezia della Eastman Kodak. Il contratto venne stipulato da una stretta di mano fra Arvid Viktor Hasseblad e George Eastman, e non fu mai formalizzato con documenti ufficiali, pur risultando vincolante dalla elevata rispettabilità dei contraenti! Cose d'altri tempi!


La grande passione di Franz Victor Hasseblad (1906-1978), figlio di Arvid Viktor, era, neanche a dirlo, la fotografia e l'osservazione degli uccelli. Già a sedici anni aveva pensato a come perfezionare le sue macchine fotografiche. Non finì gli studi regolari, preferendo perfezionarsi a Parigi presso la Kodak Pathé e infine alla Eastman Kodak a Rochester, NY.

Il giovane Victor si sentiva stretto nell'ambito della società paterna e così nel 1937, con la moglie Erna che aveva sposato nel 1934, aprì un negozio di articoli fotogrtafici Victor Foto con annesso laboratorio di sviluppo e stampa, che ebbe subito un discreto successo.

Franz Victor Hasseblad nel 1927, durante una spedizione in Lapponia, con apparecchio Graflex.

Nell'aprile del 1940, in piena guerra, ebbe l'incarico dal quartier generale delle forze aeree di costruire un apparecchio adatto alla ricognizione aerea e, a questo scopo affittò un capannone a Göteborg ed iniziò, con l'aiuto di due meccanici, a produrre una macchina fotografica ad ottica intercambiabile, la HK7. Il formato di ripresa era 7x9cm su pellicola perforata di 80 mm per 30 pose, l'apparecchio senza ottica pesava 3,8 kg, disponeva di due obiettivi: uno Zeiss Biotessar 2,8/135 mm e uno Schneider Tele-Xenar 4,5/240mm. Otturatore Compur con tempi di 1/50, 1/250 e 1/400.

Nel 1941 furono assunti altri 20 operai. Si consideri che dal 1940 al 1943, furono costruiti ben 240 apparecchi HK7 e circa 70 SKA 4 di formato più grande: 12x12 cm, con l'intercambiabilità del magazzino portapellicola e di un motorino per il trascinamento, mirino con ingrandimento e un dispositivo che registrava automaticamente sul bordo del fotogramma ora e minuto di ripresa.



Fotocamera HK7 per la ricognizione aerea, su bombardiere SAAB B-17

In seguito la Reale Aeronautica Militare Svedese ordinò alla Hasseblad una fotocamera da ricognizione di formato 18x24 cm, con motore, forse la più grande fotocamera mai costruita. Di queste ne furono prodotti 30 esemplari.

Ma a un certo punto, si era ormai alla fine della guerra, Victor Hasseblad, anche per il suo convinto pacifismo, oppose un cortese ma fermo rifiuto a continuare la produzione di apparecchi fotografici per usi militari:

"No, io non credo sia opportuno, non costruiremo più alcuna fotocamera per riprse aeree. L'areonautica militare ne dovrebbe già avere a sufficienza. Presto la guerra finirà e allora si dovranno poter comprare apparecchi ben più moderni di quelli che io ho costruito fino ad oggi."

E da quel giorno iniziò l'avventura di un prodotto prestigioso, che i professionisti di tutto il mondo hanno usato e usano, dividendosi il mercato del grande formato con l'altro colosso tedesco della fotografia Rolleiflex.





                                                           
Viktor Hasseblad nel 1975, mentre prova la nuova 2000 FC, particolarmente adatta alla ripresa dei veloci uccelli marini delle isole Nidingen.

I  grandi padri della fotografia, universalmente riconosciuti sono Oskar Barnack, l'inventore della Leica, Reinhold Heidecke, inventore della reflex  binoculare Rolleiflex, George Eastman, inventore della pellicola in rullo e realizzatore della prima camera a cassetta Kodak, e naturalmente Victor Hasselblad, inventore di un sistema professionale modulare e integrato, in grado di effettuare la documentazione in un incredibile numero di settori tecnici scientifici, tra questi l'esplorazione spaziale.

I pionieri della reflex si fotografano a vicenda: E.R.Heideche con la sua Rolleiflex e Victor Hasseblad con la sua 500 C.


E poi l'avventura spaziale di cui fu protagonista  la 500 EL con motorino elettrico incorporato che, opportunamente modificata, divenne la Hasseblad- Data-Camera che ripresero le prime foto sulla luna.


Victor Hasselblad e l'austronauta John Gleen.






Foto Lennart Nilsson, inizio anni '70 durante una gita a Bäckhammar


Durante tutta la sua vita avventurosa, Victor Hasselblad trovò le sue ore più belle quando poteva stare a tu per tu con la natura, fotografandone gli alati abitanti.




Civetta minore (Glaucidium passerinum) con la sua preda, una cincia (giugno1968)



Un libro davvero illuminante,  sulla figura di un uomo geniale, semplice e profondamente umano, che ha realizzato, con la sua intuizione, passione e capacità tecnico-organizzative, un impero economico destinato, con i suoi prodotti, ha cambiare la rappresentazione del mondo.



Astronauta con auto lunare. Apollo 17

domenica 8 luglio 2012

Céleste Albaret - MONSIEUR PROUST - SE 2004 - €30.00 - (Remainders 50%))


Che si tratti di un testo agiografico ?  il dubbio sorge fin dall'inizio della lettura di questo poderoso - oltre 380 pagine - tardivo racconto degli ultimi dieci anni della vita Marcel Proust, da parte di quella Céleste,




Céleste Albaret
  
governante, segretaria, ma sopratutto confidente, che gli fu accanto durante gli anni della stesura della sua opera. Ma chere Céleste, come la chiamava Proust.

Dieci anni non sono poi tanti. Ma era Marcel Proust, e quei dieci anni da lui, con lui, sono tutta una vita, e ringrazio la sorte d'avermela data, perché ua vita più bella non avrei potuto desiderarla. Ma fino a che punto lo fosse, di questo non mi rendevo conto allora. Vivevo come sempre ed ero contenta di essere lì. Quando glielo dicevo, mi puntava addosso quel suo sguardo scrutatore, punzecchiante e gentile al tempo stesso, e replicava: "Su, su, cara Celeste, star sempre qui, la notte, con un malato, deve essere molto triste". E io protestavo. Lui si divertiva, ma assai prima di me aveva capito cosa rappresentasse per me quell'esistenza. Difficile spiegarlo. Erano il suo fascino, il suo sorriso, il suo modo di parlare, con la sua piccola mano contro la guancia. Dava il tono di una canzone. Quando la vita s'è fermata per lui, s'è fermata anche per me. Ma la canzone è rimasta.

I toni, come si vede, sono quelli del culto della personalità. Che Céleste fosse una giovane donna, affascinata dalla personalità di Marcel Proust, è abbastanza verosimile e comprensibile: lei una contadinotta, appena sposata, mai uscita dal suo paese, si ritrova ad essere nell'elegante Parigi, tra intellettuali e nobildonne, la guardiana della tranquillità di questo affabile signore, elegante, sensibile, delicato, erudito ma semplice, comprensivo, bisognoso di cure e attenzioni. Quanto basta per  far emergere nella giovane donna quell'istinto materno, di protezione del cucciolo, quella forma di innamoramento che,  escludendo la sfera sessuale, si palesa con la dedizione assoluta.

Il problema che si pone è però un altro: quanto la dedizione a Monsieur Proust possa averne influenzato il ritratto che Céleste compone in questo interessante libro di memorie.

Céleste Albaret fin dai primi giorni, dopo la morte di Proust nel 1922, fu assediata da giornalisti e studiosi, che cercavano di ottenere da lei notizie, testimonianze, ricordi. Céleste oppose sempre un netto rifiuto, considerando una forma di tradimento svelare gli aspetti privati dell'uomo che l'aveva  eletta sua confidente privilegiata.

Nell'introduzione al volume, Georges Belmont, che ha raccolto la testimonianza di Céleste, chiarisce:

Se ora, a ottantadue anni, ha mutato parere è perché ha ritenuto che altri, meno scrupolosi, avessero tradito Marcel Proust, sia perché non disponevano delle sue fonti di verità, sia per eccesso di fantasia o per la tentazione di erigere a tesi le loro piccole, "interessanti" (o interessate) ipotesi.
Quanto a me, affermo che non avrei accettato di farmi l'eco di Madame Alberet se dopo alcune settimane - sui cinque mesi che durarono le nostre conversazioni - non mi fossi convinto della sua assoluta sincerità.
Di tutti i fatti narrati da Céleste - molti già noti perché a queste memorie, che sono del 1973, hanno attinto tutti coloro che hanno scritto biografie di Proust, a cominciare dal nostro Pietro Citati in La colomba pugnalata - l'unica notizia sarebbe quella riguardanti le abitudini sessuali di Proust.

In un capitolo pudicamente  intitolato Altri amori, Cèleste nega decisamente la presunta omosessualità di Marcel Proust, né lei né Odilon - suo marito, l'autista che lo portava in giro per Parigi - ne hanno mai  avuto il sospetto. Degli amici che frequentava, Céleste scrive:

Uno solo era diverso: un giovane inglese, amico di un certo Goldsmith o Goldschmidt, il quale era ricchissimo e perseguitava Monsieur Proust con inviti a pranzo. A Monsieur Proust non piaceva andarci: mi diceva che era noioso e che perdeva tempo a frequentarlo. D'altra parte, però - ed è appunto la prova che non si faceva scrupolo a parlarmene - non mi nascondeva che Monsieur era "dalla parte di Sodoma".

A proposito di Alfred Agostinelli, scrive:

Romanzi d'ogni specie si sono imbastiti sul dolore di Monsieur Proust  per quella morte e sui sentimenti che aveva, o avrebbe avuto, per Agostinelli. Alcuni cervelli, grandi o piccoli, non so dirlo, hanno perfino sentenziato che era lui, Agostinelli, almeno in parte, l'Albertine di cui il Narratore era innamorato. Il che, a mio avviso, è ridicolo. Anzitutto, Albertine esisteva molto prima di Agostinelli, sia nella mente che nei quaderni di Monsieur Proust; e poi, dal modo in cui Monsieur Proust mi parlava di lui, sono convinta che con Agostinelli le cose andarono, in seguito, come con Henri Rochat.
E così per ogni personaggio che è stato accreditato di una relazione con Monsieur Proust, la fedele Céleste trova le motivazioni per confutarne le implicazioni  immorali.

Tornerò su questo argomento quanto prima, quando parlerò del libro di Pietro Citati La colomba pugnalata, dove ho trovato, a fianco di approfondite analisi dei rapporti famigliari, delle enfatizzazioni di alcuni fatti e personaggi che non sembrano molto verosimili.

Interessante  l'aneddoto - già conosciuto - riguardante l'esibizione del quartetto Poulet nella casa di rue Hamelin, dove,  solo per lui, fu eseguito il quartetto per archi di César Frank, che servivà a Proust per approfondire il personaggio e la musica di Vinteuil.

 La prima parte del quartetto si può ascoltare a questo indirizzo: 

 http://www.youtube.com/watch?v=B6ZUl9COvUU

Sono state scritte migliaia di pagine su Marcel Proust, molte inessenziali ai fini dell'approfondimento  della sua opera,  che è, e rimane, una delle più grandi costruzioni letterarie dei tempi moderni;  queste di Céleste le ho trovate semplici e accativanti e danno dell'uomo  Proust un'immagine più vicina a quella che se ne  ricava con la lettura di A la recherche du temps perdu.