sabato 29 dicembre 2012

Pier Paolo Pasolini - SCRITTI CORSARI - Garzanti 1977 - £ 2.000



Questo è il classico libro da comodino, da sfogliare con assiduità, e a cui tornare per approfondire concetti complessi: i nostri rapporti con la politica, in che tipo di società viviamo, la presenza della chiesa in Italia, il fascismo vecchio e nuovo, i partiti della sinistra, le lotte, le rivendicazioni, il sesso e la società dei  consumi.

La lettura di Scritti corsari (1975), che furono pubblicati postumi, ma di cui Pasolini aveva già curato le bozze, ci riconfermano la gravità dell'assenza di quest'uomo  scomodo, e delle lucide analisi che  avrebbe certamente formulato sulla nostra squallida realtà odierna.

Troppo complicato analizzare o semplicemente citare tutti gli argomenti trattati, mi limiterò a ricordarnee un solo, quello dei Jesus.

Indimenticabile per le polemiche che suscitò all'epoca, l'articolo del 17 maggio 1973 sul Corriere della sera dal titolo Il folle slogan dei jeans Jesus, mentre nel volume il titolo è Analisi linguistica di uno slogan. 

Per i giovani che non hanno vissuto quegli anni e visto i manifesti, ricordiamo che la campagna pubblicitaria dei Jesus, primo jean italiano prodotto  dal Maglificio Calzificio Torinese (MCT),  era stata affidata ai pubblicitari Oliviero Toscani e Emanuele Pirella.



Scriveva Pasolini:

Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre dei "jeans Jesus": "Non avrai altro jeans all'infuori di me", si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità - subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte - faceva troppo ragionevolmente prevedere.
Si veda la reazione dell'"Osservatore romano" a questo slogan: con il suo italianuccio antiquato, spiritualistico e un po' fatuo, l'articolista dell' "Osservatore" intona un treno, non certo biblico, per fare del vittimismo da povero, indifeso innocente. E' lo stesso tono con cui sono redatte, per esempio, le lamentazioni contro la dilagante immoralità della letteratura o del cinema. Ma in tal caso quel tono piagnucoloso e perbenistico nascone la volontà minacciosa del potere: mentre l'articolista, infatti facendo l'agnello, si lamenta nel suo ben compitato italiano, alle sue spalle il potere lavora per sopprimere, cancellare, schiacciare i reprobi che di quel patimento son causa. I magistrati e i poliziotti sono all'erta; l'apparato statale si mette subito diligentemente al servizio dello spirito. Alla geremiade dell'"Osservatore" seguono i procedimenti legali del potere: il letterato o cineasta blasfemo è subito colpito e messo a tacere.

E dopo aver analizzato il doppio legame di malafede che lega Chiesa e Stato borghese, sia durante il fascismo che dopo con i governi democristiani, prosegue profeticamente:

La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioé con lo Stato borghese. Non c'è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest'ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all'interno la Chiesa. perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il Neocapitalismo la distrugge. L'accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l'accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l'ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un  errore strategico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino.

Mi domando, chi - nel panorama politico- culturale italiano -  oggi, possiede il coraggio civile l'integrità morale, la coerenza politica per parlare in questi termini di Santa Romana Chiesa?

Ma l'interesse di questo slogan non è solo negativo, non rappresenta solo il modo nuovo in cui la Chiesa viene ridimensionata brutalmente a ciò che essa realmente rappresenta: c'è in esso  un interesse  anche positivo, cioè la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, quello dell'intero mondo tecnologico. Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività. Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui modello è l'anglosassone "Cristo super-star"): al contrario, esso si presta a un'interpretazione, che non può essere che infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e estetici dell'espressività. Vuol dire- forse - che anche il futuro che a noi - religiosi e umanisti - appare come fissazione e morte, sarà in un modo nuovo, storia; che l'esigenza di pura comunicatività della produzione sarà in qualche modo contraddetta. Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi - sia pur incoscientre - che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. L'articolista dell' "Osservatore" questa volta sì è davvero indifeso e impotente: anche se magari magistratura e poliziotti, messi subito cristianamente in moto, riusciranno a strappare dai muri della nazione questo manifesto e questo slogan, ormai si tratta di un fatto irreversibile anche se forse molto anticipato: il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori.


Scritti corsari è una miniera inesauribile di argomenti, analisi e provocazioni, polemiche e invettive come solo un uomo veramente libero poteva onestamente fare.


giovedì 27 dicembre 2012

Jorge Amado - JUBIABA' - Einaudi 1976 - £ 3.500



Di tutti i grandi autori si dovrebbero leggere le  opere nell'ordine cronologico in cui sono state scritte, ma questo non è sempre possibile, specialmente per gli autori che leggiamo in traduzione. Questo Jubiabà di Amado che è del 1935 è stato tradotto e edito in Italia nel 1952.

Dico questo perché dopo aver letto  Dona Flor e i suoi due mariti (1966) e Tocaia grande (1984), questo Jubiabà mi ha coinvolto meno dei precedenti. Troppe ripetizioni che rallentano il ritmo e situazioni che ricordano in modo esasperante i romanzi d'appendice ottocenteschi.

Come la storia della bella e ricca Lindinalva - il grande amore di Antonio Balduino -  che da giovane e altera ereditiera è costretta dopo la morte del padre, per una serie di disgrazie indipendenti dalla sua volontà, a prostituirsi, e,  sul letto di morte, affidare al suo amico d'infanzia Balduino il figlio del peccato. Qui siamo nelle atmosfere care alla nostra Carolina Invernizio.

La colpa è mia, avrei dovuto leggere Jubiabà prima e non dopo Dona Flor e Tocaia grande.

Comunque, sia chiaro, a me piace moltissimo Jorge Amado e per quanto lo legga in traduzione percepisco la bellezza della sua prosa, rimango affascinato come dalle sue storie emerga prepotente l'essenza stessa del Brasile, specialmente Baía de Todos os Santos con le sue favelas, con la sua cultura e i suoi riti sincretici.

Il romanzo, ricordiamo che è del 1935, ha evidentemente anche un valore didattico nella  denuncia delle terribili condizioni economiche delle classi lavoratrici.

Al centro del pensiero di Amado, che ha militato per anni nel partito comunista, c'è la speranza nel riscatto sociale del suo popolo e infatti Antonio Balduino, che  rifiuta la schiavitù del lavoro e sogna di diventare  cangaço come il grande Lampeão, si salverà scoprendo attraverso un grande  sciopero, la lotta di classe.

sabato 22 dicembre 2012

Dino Buzzati - UN CASO CLINICO - La Medusa degli Italiani - Mondadori 1953 - £ 600



 Ho comprato questo libro il 16/IX/1960 (così ho annotato all'interno), dopo aver già letto di Buzzati i Sessanta Racconti,  che per me rimangono le sue cose migliori, perché la forma del racconto è quella che meglio si adatta alle sue tematiche.


Un caso clinico è una commedia in due tempi e 13 quadri del 1953, che Buzzati sviluppò dal racconto Sette piani (1937), pubblicato poi nella raccolta I sette messaggeri (1942) e infine nei Sessanta racconti (1958). Nel 1967 Tognazzi lo porta sullo schermo con il titolo Il fischio al naso di cui è interprete e regista.


                                      




E' la storia di un uomo ricoverato al settimo piano di una clinica per una malattia ritenuta leggerissima il quale si vede via via trasportato, come per forza di incomprensibili errori, nei piani inferiori destinati progressivamente ai malati più gravi, finché giungerà al piano terreno dove lo attenderà la morte.

Ovviamente la storia è identica sia nel racconto che nella pièce, quello che cambia è il maggiore approfondimento, nella versione teatrale, della personalità del protagonista, l'industriale Giovanni Corte.

Il lento progresso verso la morte avviene con l'inesorabilità che hanno gli incubi, piano dopo piano, in una angosciosa discesa che niente e nessuno può fermare.

domenica 16 dicembre 2012

Gabriel Garcia Màrquez - UN GIORNALISTA FELICE E SCONOSCIUTO - Feltrinelli -1974 - £ 8.000


Ci sono scrittori famosi che sono stati, all'inizio della loro carriera di narratori, giornalisti affermati, ma i cui articoli e corrispondenze, da subito lasciavano presagire la futura evoluzione, cioé prefiguravano in qualche modo il romanziere che era in loro.  Credo che Dino Buzzati e Garcia Marquez siano due autori esemplari per avvalorare questa tesi.

Diceva Buzzati, storico giornalista del Corriere, inviato sperciale e corrispondente di guerra,  che "dal punto di vista della tecnica letteraria il giornalismo è una scuola esemplare".

A me sembra che le opere di Buzzati e di Marquez siano come pervase da un'alchimia, una chiave narrativa particolarmente congeniale ad entrambi, che è la fusione di fantastico e cronistico.

Questo libro edito nel '74 raccoglie solo alcuni degli articoli che nel 2001 saranno pubblicati integralmente da Mondadori con il titolo  Dall'Europa e dall'America 1966-1960, corrispondenze dell'inviato speciale Garcia Màrquez del quotidiano colombiano El Espectador.

Il primo di questa ineffabile collezione di dodici articoli è intitolato L'anno più famoso del mondo, ed è una panoramica dei fatti accaduti in quel lontano anno; letti oggi sembrano  tanto lontani da sembrare cronache da un altro mondo. L'articolo è costruito come se l'intera storia dell'umanità, anche nei suoi aspetti più marginali, ruoti intorno alla data del 1957, ed inizia così:

L'anno internazionale 1957 non cominciò il primo gennaio, cominciò il 9, mercoledì, alle sei di sera, a Londra. In quell'ora, il primo ministro inglese, il bambino prodigio della politica internazionale, Sir Antony Eden, l'uomo che veste meglio nel mondo, aprì la porta del 10, Downing Street, sua residenza ufficiale, e fu quella l'ultima volta che l'aprì in qualità di primo ministro. Col cappotto nero dal bavero di peluche, con in mano la tuba delle occasioni solenni, Sir Antony Eden aveva appena partecipato a un burrascoso consiglio di governo, l'ultimo del suo mandato, l'ultimo della sua carriera politica. Quella sera, in meno di due ore, Sir Antony Eden fece la maggior quantità di cose definitive che un uomo della sua importanza, della sua statura, della sua educazione, può permettersi in due ore: ruppe coi suoi ministri, andò a visitare la regina Elisabetta per l'ultima volta, presentò le dimissioni, fece le valigie, lasciò libera la casa e si ritirò a vita privata.

Il secondo articolo, Kelly esce dalla penombra, ricostruisce l'avventurosa evasione da una prigione cilena di Patricio Kelly, capo della Alianza Revolucionaria Argentina, avvenuta con la complicità della poetessa uruguayana Blanca Luz.  Ricercato in tutta l'America latina, Patricio Kelly dimostrò  come il rifugio più sicuro per un evaso non potesse essere altro che la vita normale, utilizzando il proprio nome e frequentando grandi alberghi.

Il clero in lotta, è la cronaca della caduta del regime  dittatoriale di Carlos Pérez Jimenez, avvenuto anche per la partecipazione delle gerarchie ecclesiastiche che facevano capo a Monsignor Carrillo, che fu ferito nella chiesa, piena di fedeli che vi si erano rifuggiati, assediata e attaccata militarmente.

Addio Venezuela racconta con dovizia di particolari e cifre, come dopo la cacciata di Jimenez nel Venezuela gli stranieri, ad iniziare dagli italiani, abbandonavano il paese essendo sgraditi ai venezuelani, che ritenevano fossero stati favoriti dalla dittatura. 

Soltanto 12 ore per salvarlo è il drammatico racconto della corsa contro il tempo per salvare una vita, qui la bravura  consiste nel giusto dosaggio tra  informazione e pathos: 
A questo bambino di 18 mesi, condannato a morte per la leggera morsicatura di un cane, restava un solo sabato di vita. L'unico farmaco che poteva derogare la sentenza si trovava a 5.000 Km.

In Mio fratello Fidel, Marquez intervista la sorella del giovane rivoluzionario da poco sbarcato a Cuba col Gramna:


"Io non ammiro Fidel come fratello," dice. "Lo ammiro come cubana." Ma nel corso della sua conversazione placida e discreta, in uno spagnolo scorrevole e deciso, senza accento cubano, Emma Castro rievoca un'immagine di Fidel del tutto diversa, più umana dell'immagine creata dalla pubblicità. (........)
Emma Castro vide Fidel per l'ultima volta due ore prima dell'imbarco sulle navi della spediziome verso Cuba. Abitava nella casa di una famiglia amica - la casa della sua vecchia e fraterna conoscente Orquìdea Pino Gutiérrez - ed era informata dei progetti dei fratelli. Il 25 novembre 1956, dopo cena, Fidel e Raul andarono a concedarsi da lei. Allora non avevano l'aspetto guerrigliero che mostrano ora i loro ritratti. Fidel indossava un vestito blu scuro, impeccabile, con cravatta a righe. Come annuncio incipiente della sua barba messianica, esisteva soltanto il paio di baffetti lineari e un po' affettati degli innamorati antigliani. Fidel spalancò le braccia e le disse: "Bene, l'ora è arrivata."
Una lettura piacevole, arguta e nel complesso un'opera che esalta l'abilità di Marquez di trasformare anche  i fatti quotidiani in eventi straordinari.   

giovedì 13 dicembre 2012

Richard Hough - LA VERA STORIA DELL'AMMUTINAMENTO DELLA "POTËMKIN" - Club degli Editori - 1974 - Riservato agli aderenti al C.d.E.



Quella fucina in ebollizione che fu Arnoldo Mondadori, nel 1960, per promuovere i libri e la lettura, dopo aver portato con gli Oscar settimanali i libri nelle edicole - fino ad allora riservate esclusivamente a giornali e riviste -  partorì una nuova idea: il Club degli Editori, che doveva portare i libri, quasi sempre già pubblicati,  direttamente nelle case degli italiani, per corrispondenza.

Il successo dell'iniziativa fu immediato, vuoi per le condizioni particolarmente vantaggiose al momento dell'iscrizione, vuoi per i prezzi convenienti rispetto alle edizioni destinate alle librerie, ma sopratutto per il subdolo meccanismo del silenzio-assenso. Infatti, mensilmente arrivava a casa la Rivista del club che proponeva un certo libro, se entro il breve lasso di tempo stabilito non si provvedeva alla disdetta - e normalmente accadeva proprio così - puntualmente la posta te lo  recapitava! 

Questo che presento oggi fa parte della collana storica IERI OGGI, riservata agli aderenti il Club; gli altri titoli della collana in mio possesso sono: il Giornale di Bordo di Cristoforo Colombo, la Storia della Rivoluzione Francese di Alessandro Manzoni  e le Memorie di un Italiano Terribile di Felice Orsini.

L'autore è Richard Hough (1922-1999) scrittore e storico navale, con numerose pubblicazioni al suo attivo e autore di romanzi per ragazzi, sotto lo pseudonimo di Bruce Carter.



Della Corazzata Potëmkin più o meno tutti conosciamo la storia, per aver visto il capolavoro di Ejzenstejn, o magari per averne solo sentito parlare grazie alla sequenza di un film comico, dove Fantozzi pronuncia la famosa frase, che riscatta l'italiano medio da un frustrante senso di inferiorità nei confronti della cultura.

Il libro di Hough si avvale delle testimonianze degli stessi partecipanti agli eventi: Matuscenko, il marianio che guidò l'ammutinamento e Feldmann, lo studente di Odessa, agitatore socialdemocratico, che salì a bordo e vi svolse attività politica, ma anche della relazione dell'Addetto Navale Francese e degli estratti dal Moniteur de la Flotte francese.

La differenza sostanziale tra La vera storia dell'ammutinamento della Potëmkin e il film di Ejzenstejn è che il primo racconta i fatti accaduti nella loro cruda realtà, mentre l'altro è un film di propaganda, che nel progetto doveva essere il primo episodio di otto film che raccontassero i fatti di quegli anni, una costruzione, insomma,  tesa a trasmettere emozioni allo spettatore, con i criteri della tragedia classica, in cinque atti.




Il libro racconta la situazione socio-economica di Odessa, prima ancora dei drammatici fatti della Potëmkin, così apprendiamo anche che la famosa scalinata, centrale nella rappresentazione del film di  Ejzenstejn, si chiama scalinata Richelieu, dal nome del Governatore di Odessa nel 1803, scampato dalla Rivoluzione francese e  pro-pro-nipote del famoso cardinale Richelieu, al quale risaliva in buona misura il merito dello sviluppo e dell'importanza che la città doveva assumere in seguito.

Il racconto avvincente di uomini che, forse involontariamente, hanno determinato la storia del loro paese.



 Qui il film completo, con sottotitoli in italiano:

http://www.youtube.com/watch?v=ptxoW8z2DL0

mercoledì 12 dicembre 2012

Carlo Levi - CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI - Biblioteca Moderna Mondadori 526 - 1960 - £ 350



Dopo quasi quarant'anni sto rileggendo questo classico della letteratura italiana. E' accaduto per caso: sfogliavo un romanzo poco noto di Pavese Il carcere  del 1948, che racconta in terza persona la sua esperienza nel  soggiorno obbligato a Brancaleone Calabro, dove era stato condannato nel 1935 a tre anni di confino, pensando di scriverne su questo blog. 

Per associazione di idee, mi è venuto in mente Carlo Levi e il suo soggiorno obbligato in Lucania nel 1934 e ho raffrontato le due esperienze:  mentre Pavese sceglie la forma romanzo per raccontare una storia di solitudine individuale, questa di Carlo Levi è un'opera difficilmente inquadrabile nei tradizionali generi letterari, un po' diario, un po' saggio storico, politico, etnografico e antopologico, è, per dirlo con le parole dell'autore, la scoperta di un'altra civiltà, fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore. Me ne sono di nuovo innamorato e ho iniziato a rileggerlo.

Mi chiedo se le nuove generazioni conoscono Carlo Levi? Chissà se la scuola, con l'ambiguità con cui tratta i classici, nella migliore delle ipotesi inserendo qualche brano in una antologia, non contribuisca a estraniarli dal semplice piacere della lettura.

Carlo Levi (1902-1975), nasce in una famiglia ebraica benestante della borghesia torinese,  si laurea in medicina ma la sua vera passione è la pittura; è in contatto con Felice Casorati e gli esponenti dell'avanguardia, espone alla Biennale di Venezia del 1924; frequenta Piero Gobetti e collabora alla rivista Rivoluzione Liberale, conosce Antonio Gramsci e scrive sul suo Ordine Nuovo, a Parigi è in amicizia con Modigliani, frequenta i pittori della corrente fauve e  la sua pittura in qualche modo è influenzata dalla Scuola di Parigi.

In un certo senso il grande successo di Cristo si è fermato a Eboli ha oscurato la pregevole attività pittorica di Carlo Levi, che è stato anche Senatore per due legislature, nel 1963 e 1968, eletto tra gli indipendenti con il PCI.


Questo l'incipi del libro:

Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si chiama la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla.  Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell'altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.
- Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli.

Levi analizza i motivi dell'estraneità dei contadini lucani rispetto allo Stato:

Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall'altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c'è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura.

L'enorme interesse di quest'opera, secondo me,  è dato dalla penetrante osservazione che opera del territorio e di uomini prima che l'omologazione consumista, come un gigantesco bulldozer, appiattisse tutto, scompaginando una realtà contadina millenaria, che solo in tre momenti ha trovato la forza di una disperata difesa: contro l'invasione fenicia, contro le legioni romane e contro gli invasori garibaldini, dando vita al brigantaggio.


Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili, nel loro aspetto arcaico essi non avevano nulla dei romani, né dei greci, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgesse uguale nei tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente la più antica, che non si sa donde sia venuta, che forse c'è stata sempre. Humilemque vidimus Italiam: questa era l'umile Italia, come appariva ai conquistatori asiatici, quando sulle navi di Enea doppiavano il capo di Calabria. E pensavo che si dovrebbe scrivere una storia di questa Italia, se è possibile scrivere una storia di quello che non si svolge nel tempo: la sola storia di quello che è eterno e immutabile, una mitologia. Questa Italia si è svolta nel suo nero silenzio, come la terra, in un susseguirsi di stagioni uguali e di uguali sventure, e quello che di eterno è passato su di lei, non ha lasciato traccia, e non conta. Soltanto alcune volte essa si è levata per difendersi da un pericolo mortale, e queste sole, e naturalmente fallite, sono le sue guerre nazionali.



Quando la sorella Caterina, medico anch'essa, va a trovarlo a Gagliano (come Carlo Levi chiama nel libro il paese di Aliano) testimonia con parole indimenticabili la situazione sociale e sanitaria che ha incontrato a Matera: l'abbandono nel quale li vivono le popolazioni, (siamo nel 1935 e in tutta Italia si cantava "Faccetta nera" e si inneggiava all'Impero)  nentre qui...
Ho visto dei bambini seduti sull'uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili e non le scacciavano neppure con le mani. Si, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n'era, quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella miseria, è un'altra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria.

I bambini  gli si affollavano intorno per chiedere l'elemosina di qualche pasticca di chinino!

Carlo Levi durante il confino non avrebbe voluto esercitare la professione medica, anche perché riteneva di non avere l'esperienza necessaria, ma  fu costretto dalle circostante a farlo guadagnandosi la fiducia e l'affetto dei contadini lucani. Quando alle autorità propose un piano igienico-sanitario per combattere la malaria, ricevette in cambio la proibizione ad esercitare la professione medica, che invece continuò a praticare clandestinamente.

Dipinse molto in quel periodo, e quando col bel tempo dipingeva en plein air, era scortato  da un codazzo di bambini che lo aiutavano portando cavalletto, tele e colori. Sui bambini le osservazioni di  Carlo Levi sono precise e benevoli:

Tutti questi bambini avevano qualcosa di singolare; avevano qualcosa dell'animale e qualcosa dell'uomo adulto, come se, con la nascita, avessero raccolto già pronto un fardello di pazienza e di oscura consapevolezza del dolore.  (.....)
Andavano tutti a scuola, l'istruzione è obbligatoria, ma, con quei maestri, ne uscivano analfabeti. Così presero l'abitudine di venire qualche volta la sera a scrivere nella mia cucina. Rimpiango di non aver dato loro, per la mia naturale ripugnanza a tutto ciò che è insegnamento diretto, più tempo e più cura: un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, né più ricca di una quasi incredibile buona volontà.
Come con tutti i grandi libri, ora che è finita la ri-lettura già ne sento la nostalgia.

Qui uno splendido documentario dove si vedono molte opere di Carlo Levi:

 http://www.youtube.com/watch?v=oUv3lgt-eBk