domenica 25 agosto 2013

Andrea Camilleri - IL TAILLEUR GRIGIO - Mondadori 2008 - € 10,50


Il linguaggio che Camilleri ha adottato in questo romanzo di  sentimenti e di corna, è la consueta fusione controllata di italiano e siculo, del resto appropriata al racconto della lenta parabola di  Febo Germosino, funzionario di Banca, dal giorno del suo pensionamento alla sua dipartita. La scoperta, anzi la conferma, delle sfrenatezze sessuali che la giovane moglie dispensa a occasionali compagni,  non lo turba più di tanto,   venendo a riempire il vuoto esistenziale determinato dal suo pensionamento. 

Mi ha ricordato non so più quale romanzo di George Simenon,  quelli che Simenon definiva romanzi-romanzi, (cioé senza il Commissario Maigret). Tra le molte affinità che assimilano i due scrittori c'è anche quella di alimentare con il successo di un commissario famoso, la produzione non poliziesca. Certo dal punto di vista della quantità prodotta, tra i due c'è un abisso: lo scrittore belga ha al suo attivo la bellezza di 450 romanzi (compresi quelli scritti con uno dei 37 pseudonomi usati) più i 107 romanzi di Maigret . Da questo punto di vista, certamente, il più prolifico tra gli scrittori di tutti i tempi. Camilleri lo segue con risultati più modesti: 40 Montalbano e oltre 60 romanzi non polizieschi.

Qui sotto un link particolarmente interessante: Camilleri racconta Simenon  nel volume n.21 di Il Caffè Letterario, iniziativa di La Repubblica.

http://www.youtube.com/watch?v=PSsI3wpOFBE

La sublime semplicità di linguaggio che Camilleri attribuisce a Simenon, è in un certo senso anche suo patrimonio.  

Georges Simenon - PIANO INCLINATO - Mondadori 1965 - Edizione fuori commercio


Quasi tutti i libri che possiedo hanno una storia, naturalmente oltre quella raccontata nelle loro pagine. Di alcuni  la storia è la più semplice, il naturale incontro nello scaffale in libreria,  altri invece mi ricordano gli amici che me ne hanno fatto dono, altri ancora recuperati da cessazioni di biblioteche private.

Di questa Medusa n. 498, Piano inclinato di Georges Simenon (1903-1989) ricordo che  nell'ottobre del 1965 uscirono due versioni: la prima, quella destinata alla vendita, aveva la copertina rigida di cartone e sovracopertina, come tutti i volumi della Medusa, l'altra rilegata in pelle - con una tiratura più contenuta - venne regalata a tutti i dipendenti Mondadori, per festeggiare non ricordo più quale anniversario dell'editore, ed è questa qui riprodotta.

Non si capisce cosa abbia spinto la redazione della collana - allora sotto la direzione di Vittorini - a cambiare il titolo a quest'opera del 1953, che in originale si chiama con il nome dei due protagonisti: Antoine e Julie. 




Antoine è un affermato prestigiatore di cinquantacinque anni, e con le sue due valige colme di trucchi percorre Parigi e la provincia in teatri, scuole, parrocchie e in tutti quei luoghi dove è chiamato  ad eseguire uno spettacolo di prestidigitazione. E' molto bravo nel suo lavoro, e molto scrupoloso nel preparare e nell'eseguire i suoi numeri. Vive in una bella casa  borghese, in centro, con sua moglie Julie, di cui si dice innamorato ma non compreso. Julie non comprende il bisogno di alcol che, dopo lo spettacolo, Antoine può decidere di assumere  per eliminare la tensione accumulata. E questo bisogno si manifesta improvvisamente, e può avere una evoluzione rovinosa.

Questo l'incipit:

Quella volta la molla scattò quando, senza un motivo speciale e senza attribuirvi alcuna importanza, inserì il numero dell'orologio magico tra gli anelli del fachiro e il ditale viaggiatore. Non l'aveva incluso nel programma, ma anche per una serata poco importante come quella aveva l'abitudine di preparare qualche gioco di riserva: così poteva operare dei cambiamenti, a seconda delle reazioni del pubblico. 

Il maestro del giallo, padre di Maigret, è anche e sopratutto un fine indagatore della mente umana, col suo stile asciutto racconta  drammi esistenziali di persone in bilico tra la normalità e il dramma incombente, pronto a esplodere senza alcun preavviso; ma è anche un maestro assoluto della tecnica narrativa: per catturarne immediatamente l'attenzione, fin dall'incipit, fa trovare il lettore nel bel mezzo della vicenda senza alcuna spiegazione preliminare.

La ri-lettura di questo piccolo capolavoro mi ha consolidato nell'idea che, al pari del linguaggio cinematografico, il linguaggio narrativo necessita di un montaggio che renda la storia apprezzabile. La storia, il fatto narrato, da solo non è sufficiente ad accendere l'interesse del lettore se non è supportato da quella che chiamiamo tecnica narrativa e che in parte corrisponde all'uso che nel cinema si fa del montaggio.

La semplice storia di un uomo seduto su una panchina ad osservare il volo degli uccelli, può essere una storia avvincente, se la scansione dei pensieri che affollano la sua mente, la raccontiamo col ritmo giusto.

Questo Piano inclinato è senza dubbio un testo fondamentale per capire cosa si intende quando si dice tecnica narrativa. 

Da leggere assolutamente.

venerdì 16 agosto 2013

Miguel Delibes - EL CAMINO - Edìciones Destino Barcelona 2002


Come è già accaduto altre volte, ho trovato questo volumetto - di un autore che non conoscevo - nel reparto Libri abbandonati della Coop di Genzano, dove spesso vado a disfarmi di libri di cui posso fare a meno o addirittura doppioni in edizioni diverse. E' in lingua originale e già questa sfida è molto stimolante: con l'aiuto del mio piccolo dizionario De Agostini ho iniziato l'avventura di leggerlo che, dopo qualche giorno, si è felicemente conclusa, lasciandomi rattristato, come sempre quando i personaggi talmente vivi riescono a coinvolgere emotivamente il lettore.

Daniele, el mochuelo, intuisce a undici anni che il suo percorso di vita - el camino - dovrebbe essere tra i suoi amici, la sua gente, nel suo paese. Però il padre sogna per lui un destino diverso, lo vuole in città, a studiare prima al liceo e poi all'Università. La notte che precede la sua partenza, Daniele insonne, con un nodo alla gola, rievoca le scorrerie con i suoi amici nei campi, alla scoperta della natura, il suo sguardo infantile ci farà conoscere i fatti e gli abitanti del villaggio, una vasta galleria di personaggi disegnati con umana simpatia e umorismo.

Questo l'incipit:
Las cosas podìan haber acaecido de cualquier otra manera y, sin embargo, sucedieron asì. Daniel, el mochuelo, desde el fondo de sus once años, lamentaba el curso de los acontesimientos, aunque lo acatara como una realidad inevitable y fatal. Después de todo, que su padre aspirara a hacer de él algo màs que un quesero era un echo que honoraba a su padre. Pero por él afectaba... 
Le cose sarebbero potuto accadere in qualsiasi altra maniera e, tuttavia, successero così. Daniele, "il barbagianni", dal fondo dei suoi undici anni, lamentava il corso degli avvenimenti, benché li accettasse come una realtà inevitabile e fatale. Dopo tutto, che suo padre aspirasse a fare di lui qualcos'altro che un casaro era un fatto che onorava suo padre. Però per quanto lo riguardava...


C'è un dato nella biografia di Miguel Delibes (1928-2010) - forse uno dei maggiori scrittori contemporanei  spagnoli - che forse può spiegare perché sia così poco conosciuto in Italia e pochissimo tradotto, se delle oltre sessanta opere, solo tre romanzi sono stati  pubblicati da Passigli: Signora in rosso su sfondo grigio, Lettere d'amore di un sessantennte voluttuoso e Diario di un cacciatore. Delibes nella guerra civile spagnola ha militato nelle file franchiste, wikipedia ne da notizia usando per pudore l'eufemismo  dalla parte nazionalista, come se la guerra civile spagnola fosse stato una sorta di Spagna contro il resto del mondo!

giovedì 8 agosto 2013

Alberto Bevilacqua - UNA CITTA' IN AMORE - Rizzoli 1988






Ho trovato questo romanzo di Bevilacqua nello scaffale dei Libri abbandonati presso la Coop di Genzano; è stato acquistato alla libreria The Book di via B.Buozzi 13 - Genzano - da una certa Vera, che ha scritto la dedica Con affetto a una cognata speciale 21.2.99. Per la cronaca: la cognata speciale non ha mai completato la lettura, lo attesta senza ombra di dubbio la vistosa piega a pagina 41, il resto del libro è rimasto intonso.










Ho preso il volumetto nonostante avessi già il romanzo all'interno del gigantesco volume La mia Parma (800 grammi di buona letteratura, ma scomodo da leggere senza l'ausilio di un leggio adeguato), ma anche perché interessato all'introduzione di Geno Pampaloni, che ne traccia un disegno illuminante.

Kg 0,800
Questa l'introduzione di Geno Pampaloni:
Di recente (28 febbraio '75) Alberto Bevilacqua ha pubblicato sul Corriere della Sera un elzeviro di Ricordi di provincia: commosso come già il Carducci nel suo famoso Traversando la Maremma toscana, dal rapido trascorrere nel finestrino del treno del paesaggio della sua giovinezza, che lo lega a se con "una familiarità mai interrotta, di cui non era immaginabile l'interruzione", egli cerca nella memoria le ragioni profonde (oggettive e nello stesso tempo di natura poetica) del lungo amore per la sua città. Nello sfavillare, alla luce del crepuscolo, dei ponti e dei viali di Parma, gli sembra quasi per miracolo intuire d'improvviso che il segreto di quel rapporto consistesse in una reciproca rivelazione: come se la sua città gli confidasse, in quell'attimo di fuga, il suo antico "potere di scrutarmi e di farsi scrutare in un suo mistero mai penetrato".

E' un articolo tra i migliori che il Bevilacqua abbia mai scritto, e meriterebbe di apparire come prefazione, la vera prefazione, a questa ristampa di Una città in amore; non già per l'amara constatazione che il mondo della giovinezza è lontano ("ho pensato agli occhi di una donna invecchiata che si trova di fronte un amante perduto di vista da molto tempo e misura la parte della sua vita finita dalle reazioni di quel viso anch'esso invecchiato"); ma al contrario per la potenza con cui la realtà del passato impone la sua presenza di vita; per la ricchezza dei motivi che lo scrittore ritrova in quella realtà e che saranno destinati a trasferirsi nei suoi libri come essenziale ragione poetica.

"Per Bevilacqua, Parma è il teatro ideale dove inscenare con la massima evidenza le passioni del nostro secolo, il luogo in cui si riflettono simbolicamente tutti i luoghi della terra in cui l'uomo è ancora uomo, dove ogni accadimento, ogni storia, ogni persona subito si colorano di leggenda e campeggiano in una dimensione epica". Non a caso Parma è la patria del melodramma.



 Il personaggio centrale del romanzo è Guido Picelli, comunista, deputato, fondatore degli Arditi del Popolo, che organizzò e comandò un fronte unico di comunisti, anarchici, repubblicani e popolari che nel 1922 difesero Parma per cinque giorni contro l'attacco di migliaia di fascisti comandati da Italo Balbo. Nella guerra di Spagna nel 1937, comandante del Battaglione Garibaldi della 12a Brigata Internazionale del generale Lukasc, cadde a Mirabueno sul fronte di Guadalajara.



Guido Picelli

Scrive l'Autore, in una breve nota che precede il testo:


La mia è una citta in cui si lavora di fantasia e dove basta poco per far parlare la gente, insinuando l'idea che il mondo d'oggi sia giustamente peccaminoso; l'abilità di costruire il peccato dal nulla è una prerogativa di un popolo ancora troppo sospettoso e orgoglioso per arrendersi all'evidenza delle cose, senza averci prima messo le mani. Ma il gioco della fantasia non è mai tanto in malafede da trasformarsi in arbitrio. Determinati spunti, sfruttati per anni dalle chiacchiere, tardano a tramontare e, alla fine, sono sempre gli stessi: l'arrivo di un prete santamente equivoco, l'amorosa pazzia di un vecchio nelle grazie della sua gente, il melodramma, gli aneddoti di una rivolta (quella del '22, capeggiata da Guido Picelli) ancora attuale e viva, indimenticabili figure femminili, leggendari intrighi, e così via.
 Tutto questo nelle case di cui parla Proust: " Il nome di Parma, una delle città dove più desideravo andare dopo che avevo letto La Chartreuse, m'appariva compatto, liscio, color malva e dolce, se mi parlavano di una qualsiasi casa di Parma dove sarei stato accolto, mi davano il godimento di pensare che avrei abitato una dimora liscia, compatta, color malva e dolce, senz'alcun rapporto con le dimore d'ogni altra città d'Italia, poiché l'immaginavosoltanto in virtù di quewlla pesante sillaba del nome Parma, dove non circola brezza alcuna, edi tutto quel che le avevo fatto assorbire di dolcezza stendhaliana e del riflesso delle violette".
Riporterò il volumetto alla Coop in modo che altri possa leggerlo ed apprezzarlo. Secondo me questo romanzo e gli altri tre che fanno parte del volume La mia Parma: La califfa, Questa specie di amore e La festa parmigiana è quanto di meglio  Bevilacqua abbia scritto. 
Le altre cose sue che ho letto (La donna delle meraviglie, La grande Giò) non sono all'altezza di quelle. Nonostante il perfetto controllo del mezzo narrativo, non c'è coinvolgimento emotivo, almeno con me non ha funzionato.  E' lo stesso appunto che mi sento tranquillamente di rivolgere ad un altro grande della letteratura contemporanea italiana: Alberto Moravia; dopo aver letto i suoi Racconti (anni 1927-28) e Gli indifferenti (1929) tutto quello che è venuto dopo ha solo confermato un grande mestiere.

sabato 3 agosto 2013

Andrea Camilleri - La pensione Eva - Mondadori 2006 - € 14,00



Non accuseremo Andrea Cammilleri per l'esorbitante produzione dei libri che ci regala, in italiano e in  siculitaliano: polizieschi con e senza Montalbano, romanzi e ricostruzioni  di fatti realmente avvenuti, saggi storici, scritti per il teatro, romanzi in forma di dossier composti unicamente da lettere, fonogrammi prefettizi, articoli di giornale e quant'altro utile a costruire una storia avvincente, senza una voce narrante né dialoghi, una sua invenzione narrativa.

Una massa di titoli incredibilmente ricca di personaggi che vivono la loro esistenza nell'immaginaria Vigata, luogo ideale siciliano, come la Montelusa pirandelliana, che Camilleri ha fatto sua: "tanto non può mica protestare".

L'ultimo che ho letto, La pensione Eva, è il classico romanzo di formazione, dove il piccolo protagonista, Nenè,  scopre precocemente, sentendosene subito  attratto prima ancora di capirne la funzione, il casino di Vigata, La pensione Eva appunto.  Ambientato durante gli ultimi anni di guerra, con i bombardamenti che precedono lo sbarco degli americani in Sicilia, il racconto è permeato da quella malinconia dolce-amara che spesso ritroviamo nelle rievocazioni di fatti storici importanti, anche cruenti, che in qualche modo hanno segnato la vita di chi narra. 

Trasire, tanticchia, 'nzemmula, taliava strammo, scole vasce, tra cozzo e cuddraro: abbondano i termini siciliani, nel racconto e naturalmente nei dialoghi, ma inseriti magistralmente in contesti che ne facilitano la comprensione, tanto da rendere superfluo un glossario in calce al volume.

Come al solito si tratta di una lettura piacevole e scorrevole, anche se la domanda  retorica, e tanticchia fuori moda, sorge spontanea, col rischio di  turbare quanto giudiziosamente fin qui sostenuto: ma questa è letteratura o solo scrittura di evasione?  

E ancora, ha un senso fare domande del genere? 

E poi cos'è la letteratura? 

E' ancora quello spazio in cui autore e lettore dialogano a partire dalle proprie concrete esistenze storiche, come scriveva Sartre nel lontano 1947 oppure: la letteratura è un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo) del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni, come sostiene  il docente di Estetica e Retorica all'Università di Bologna Ermanno Cavazzoni (autore, e con Fellini sceneggiatore, di La voce della luna)?

Ci sono libri che a distanza di tempo torno a rileggere e altri che dopo la prima lettura non aprirò mai più, e che alla prima occasione abbandonerò nel reparto apposito della Coop di Genzano, dove esiste un apposito spazio per i libri abbandonati.

 Ecco questo è il mio sistema per distinguere tra letteratura e scrittura di evasione.