venerdì 31 gennaio 2014

NUVOLA ROSSA - Fumetti & Altre Cose - MORTI D'ORDINE PUBBLICO... - Edizioni Ottaviano - Milano - 1975 - £ 800















Negli anni '70 il panorama editoriale delle riviste di controinformazione di orientamento marxista era in pieno fermento, un brulicare continuo di nuove testate che apparivano e scomparivano velocemente, magari riuscendo a comporre e distribuire un solo numero, come questo edito del Collettivo Nuvola Rossa di Milano nel giugno 1975 .

La distribuzione di questi giornali e riviste avveniva prevalentemente nei circoli culturali, in alcune librerie Feltrinelli, e nelle manifestazioni organizzate dall'unico partito in grado di portare in piazza decine e centinaia di migliaia di cittadini: il P.C.I., contro il quale quelle riviste abitualmente si scagliavano. 

Nel caso delle Edizioni Ottaviano, queste venivano distribuite anche da Messaggerie italiane.






















Nel presentare questo numero unico, anziché riassumerne i contenuti, come di solito faccio, ho scelto di scannerizzare tutte le 40 pagine - copertine comprese - per dare un quadro preciso della rivista  e del linguaggio usato, che sono entrambi immagine speculare della società dei famosi anni di piombo.






































Per i più giovani può essere utile dare qualche indicazione su questo personaggio: si tratta di Amintore Fanfani (1908-1999), cinque volte Presidente del Consiglio, Presidente del Senato,  nell'Assemblea Costituente, fu l'autore della formulazione del primo articolo della Costituzione, fu Ministro del Lavoro, dell'Agricoltura e degli Interni e degli esteri, e segretario della D.C.

















































F I N E

giovedì 30 gennaio 2014

Oscar Wilde - SALOME' - Illustrato da Aubrey Beardsley - Rizzoli 1974 - £ 16.000


Oscar Wilde (1854-1900) scrisse questa tragedia in un atto in francese, tra il 1893 e il 1895 per Sarah Bernhardt (che tuttavia si rifiutò di interpretarla) ma non riuscì ad assistere alla prima rappresentazione pubblica nel Regno Unito, perché, a causa della censura e della prudenza degli attori, questa avvenne solo trentun'anni dopo la sua morte.

Il volume di grande formato (24x30) adatto ad ospitare, a piena pagina, le squisitissime  e originali illustrazioni di Aubrey Beardsley (1872-1898)  si avvale di una spumeggiante introduzione di Alberto Arbasino, che inquadra storicamente l'opera:

(.....) Wilde aveva davanti e didietro lo sterminato groviglio del decadentismo fin-de-siécle; una madornale attrezzeria di sfingi, Meduse, fruste, grifoni, Cleopatre, clisteri, vampiri, lapislazzuli, pittura di Moreau, e di Redon, vice anglais, divin marchesi, madamigelle di Maupin, giardini dei supplizi, e specchi delle mie brame. Basta consultare quell'incomparabile catalogo di Fiori del Male e Belles Dames Sans Mercì che è sempre La Carne la Morte e il Diavolo del sommo Praz .                                                                                                                        
Dove la mettiamo, oggi questa Salomè? La domanda è preoccupante, in un momento di sfrenato godimento del Kitsch, di alta valutazione per i documenti del Gusto e delle Mode, di insistenti recuperi dell'arte anche più svergognata e pompiera da parte delle più spericolate avanguardie. Comunque, non può non apparire bizzarro che risultino francamente sublimi le commedie mondane scritte da Wilde con aperti intenti commerciali e bottegai mentre operine come Salomè o Il ritratto di Dorian Gray chiaramente volute come summa o climax dello Spirito di (quel) Tempo siano invece riuscite delle grosse ghiottonerie camp (1), soprattutto.
Dal dramma di Wilde derivarono, nel 1905 la Salomè musicata da Richard Strauss (1864-1949)  su libretto della scrittrice Hedwig Lachmann, che corrisponde quasi integralmente all'originale di Wilde, e nel 1964 uno spettacolo teatrale  di Carmelo Bene (1937-2002), in una rialaborazione che tende a restituire il significato metafisico del teatro, secondo i principii teorizzati da Klossowski.

A conferma del carattere destabilizzante dell'opera, a distanza di quasi cent'anni, Salomè riesce ancora a scandalizzare, così nel 1972 Carmelo Bene, che  ripropone il testo sia in versione teatrale che filmica, con Franco Citti nelle vesti di Giovanni Battista, scatena l'indignazione di tutti i fascisti-clericali intolleranti e ignoranti. Questo il velenoso  commento della rivista Il Borghese:

 "Dinanzi a personaggi come Carmelo Bene e come Franco Citti nulla può la critica teatrale. Debbono intervenire i carabinieri. E non bisogna aspettare che vilipendano la Religione o prendano a calci i lavoratori, per procedere al loro arresto; bisogna soltanto accertarsi della loro identità e metterli in galera, perché oltraggiano il buon gusto, nuocciono all'igiene pubblica, deturpano il paesaggio".

Chissà quanto ne avrebbe riso Oscar Wilde di un commento così astioso, e di quanti divertenti aforismi avrebbero arricchito la sua già esorbitante collezione!



(1) - Per il significato di Camp rimando al link di Vogue che lo spiega in modo esauriente:

http://www.vogue.it/encyclo/manie/c/camp

venerdì 24 gennaio 2014

Arthur Schopenhauer - L'ARTE DI ESSERE FELICI Esposta in 50 massime - Adelphi 1999 - £ 12.000



Domanda: è' credibile Arthur Schopenhauer (1788-1860), filoso del pessimismo quando si propone come qualificato ad erudire su l'arte di essere felici? Che ne sa lui di felicità, se considera lo stesso concetto, un semplice eufemismo? 

Per realizzare questo agile libretto, sono stati raggruppati per la prima volta, dallo sterminato fascio di carte che costituiscono gli scritti postumi di Schopenhauer, queste cinquanta massime che, secondo l'indicazione dell'autore, avrebbero dovuto costituire un abbozzo di eudemonologia - cioé l'arte di essere felici; e nella massima n. 44 ne spiega uno dei fondamenti:


La verità principale dell'eudemonologia rimane che tutto dipende molto meno da ciò che si ha, o da ciò che si rappresenta, che da ciò che si è. In ogni possibile occasione si gode propriamente solo di se stessi: se il proprio non vale molto, allora tutti i piaceri sono come vini eccellenti in una bocca tinta di bile. (.....)

Apprendiamo, dalla esauriente introduzione di Franco Volpi, che il progetto dell'opera nasce dalla scoperta dell' Oràculo manual e l'arte della prudenza (1647) del gesuita spagnolo Baltasar Graciàn (1601-1658), che Schopenhauer tradusse e cercò, senza successo, di far pubblicare dall'editore Brockhaus. Qui sotto la copertina della prima edizione, il prologo e l'inizio  dell'opera di Graciàn.




















La validità e attualità delle oltre trecento massime del gesuita spagnolo, vissuto nel Siglo de Oro, viene attestato dal successo ottenuto dalla recente versione inglese dell'opera, con il titolo The Art of Worldly Wisdom: A Pocket Oracle (New York, Currency and Doubleday, 1992), che ha venduto più di cinquantamila copie tra dirigenti e uomini d'affari.

Questo vademecum di Schopenhauer per vivere felici, è, chiaramente, un compendio di principii già enunciati nei secoli passati dai grandi pensatori, da Aristotele, Sofocle, Epicuro, Seneca, Orazio, e quant'altri si sono occupati della saggezza del vivere; perché, non c'è dubbio, l'uomo, nonostante le molteplici invenzioni tecnologiche, rimane sempre lo stesso primate che deve fare i conti con i suoi tarli mentali: l'invidia, l'egoismo, l'avarizia, la brama di potere e di possesso.

Che dire, il nocciolo delle molte erudite massime del filosofo, ispirate dai grandi pensatori della cultura occidentale, sembrano, com'è giusto che sia, i bonari modi di dire di mia nonna Elvira che usava tutto il suo buonsenso per indicarmi la via della saggezza.








sabato 18 gennaio 2014

Marcello Venturi - L'ULTIMO VELIERO - Einaudi 1962 - Lire mille -



Quando nei primi anni '60 uscì questo romanzo di Marcello Venturi (1925-2008), il mio interesse di lettore era ancora in formazione, uscivo da una ubriacatura da letteratura americana, Faulkner, Dos Passos, Steinbeck, Hemingway, London, Caldwell: affascinato dalla lontananza di quei personaggi  e da quei  linguaggi per me nuovi, mi avvicinavo ai narratori italiani  con una sorta di immotivata diffidenza. 

Era stato il clamore che aveva accompagnato l'uscita di Lo Scialo di Vasco Pratolini - all'epoca lavoravo al magazzino di Roma della Mondadori - ad iniziarmi agli incanti e alle emozioni dei narratori italiani contemporanei: a Pratolini seguì Buzzati con i Sessanta racconti,  poi  Calvino con Il sentiero dei nidi ragno,  Cassola di La ragazza di Bube, e Pavese, Fenoglio, Pasolini de I ragazzi di vita, Loria, e tutti gli altri a seguire.

Il mio novello interesse per la narrativa italiana era però legato ad argomenti di carattere sociale o politico, e difettavo di quella sensibilità necessaria ad apprezzare pienamente quelle opere di narrativa, propriamente letterarie e confinanti con la poesia, come L'ultimo veliero di Venturi.

A distanza di tanti anni, lógoro di vita quel tanto che basta per riconoscermi nelle ansie del Capitano Maestrelli Bernardo e al suo disperato desiderio di libertà, la rilettura del romanzo ha completamente capovolto il mio giudizio, catturandomi interamente, a riprova del fatto che  ci sono libri che solo con la maturità si riescono ad apprezzare compiutamente.

Questo l'incipit di L'ultimo veliero:

Questa è la storia di Maestrelli Bernardo, ex comandante di velieri, in pensione; soprannominato il Capitano. Un uomo che, a bordo dell'Eliseo, del Levantino, del Santa Maria, - e di cento altri barchi - aveva navigato tutti gli oceani. Il cui nome era diventato famoso.
Di quegli anni portava ancora i segni sul volto. Un volto asciutto, bruciato dal sole, su cui spiccava il naso a becco d'uccello e in cui scintillavano due occhi azzurri, di un azzurro chiaro, come slavati dalla salsedine. Ed era altissimo, sulle gambe da trampoliere; con spalle strette, cui stavano attaccate le braccia che parevano pale da mulino. Questo era Maestrelli Bernardo, fu Giovanni Battista.
Aveva spesso da un pezzo di navigare, ma quell'andatura stracca da marinaio gli era rimasta, quel dondolare da una parte all'altra come camminasse sulla coperta di una nave. Soprattutto gli era rimasta la passione del mare, perché, come diceva lui, il mare è peggio di una donna, non si dimentica: di mare ce n'è uno solo.
Così diceva. E se ne stava a ore là fermo, nelle giornate d'inverno, in piedi davanti all'orizzonte; come se dal mare si aspettasse, da un momento all'altro, qualcosa. 



In questo link c'è la testimonianza di Andrea Camilleri su Marcello Venturi. Mi hanno colpito la esattezza dei termini che Camilleri usa per parlare di L'ultimo veliero - che ha proposto per la ristampa a Sellerio - fatato, favola e realtà, leggerezza, felicità della scrittura, che descrivono magistralmente l'atmosfera che avvolge il romanzo.

 http://www.youtube.com/watch?v=nf6X717A7zk

La malinconia indefinita che mi coglie concludendo la lettura, è forse causata dal pensiero che, pur essendo coetaneo del Capitano Maestrelli Bernardo, non mi aspetto dal mare nessun salvifico veliero.

mercoledì 15 gennaio 2014

Antonio Gramsci - LETTERATURA E VITA NAZIONALE - Editori Riuniti 1971 - £ 700


Nella collana Le idee degli Editori Riuniti, nel lontano 1971 uscirono in sei volumi i Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci (1891-1937), così suddivisi: Materialismo storico, Gli intellettuali, Il Risorgimento, Note sul Macchiavelli, Letteratura e Vita nazionale, Passato e Presente.

 La particolarità di questo ormai squinternato quinto volume, è la presenza, in appendice, delle Cronache teatrali, compilate da Gramsci tra il 1916 e il 1920 per i giornali  Il grido del Popolo e L'Avanti, e qui molto intelligentemente inserite per dare una visione complessiva della sua opera.

Le Cronache teatrali, ci raccontano  una Torino che, nonostante la guerra in corso, ha un numero sorprendente di teatri attivi - gli storici Carigliano e Alfieri, ma anche Balbo, Regio, Chiarella, Scribe e un Teatro del Popolo - che mandano in scena lavori, anche importanti, con compagnie teatrali formate da attori memorabili: dal mitico Ruggeri Ruggeri (ricordate?, la voce del Crocifisso che dialogava con di Don Camillo), Ermete Zacconi, Emma Grammatica, Angelo Musco, Lyda Borelli, Dina Galli .... 

Dalla lettura delle Cronache teatrali emerge la visione che Gramsci - ricordiamolo, allora poco più che ventenne - aveva del teatro, e della sua insostituibile funzione culturale e morale, anche in rapporto al nascente cinematografo - allora ancora muto - considerato, grosso modo,  con lo scarzo apprezzamento che noi oggi riserviamo alla televisione.


Si dice che il cinematografo sta ammazzando il teatro. Si dice che a Torino le imprese teatrali hanno tenuti chiusi i loro locali nel periodo estivo perché il pubblico diserta il teatro, per addensarsi nei cinematografi.    ...........   La ragione della fortuna del cinematografo e dell'assorbimento che esso fa del pubblico, che prima frequentava i teatri, è puramente economica. Il cinematografo offre le stesse, stessissime sensazioni che il teatro volgare, a migliori condizioni, senza apparati coreografici di falsa intellettualità, senza promettere troppo mantenendo poco.    ..........    Prendersela col cinematografo è semplicemente buffo. Parlare di volgarità, di banalità, ecc., è retorica bolsa. Quelli che credono veramente a una funzione artistica del teatro, dovrebbero invece essere lieti di questa concorrenza. Perché essa serve a far precipitare le cose, a ricondurre il teatro al suo vero carattere.     (26 agosto 1916)    

Nei giudizi espressi, nelle molte stroncature, spesso Gramsci usava un'ironia sferzante:
"Cavour" di G.B.Ferrero allo Scribe.
Non sono poche le disgrazie che hanno afflitto la memoria e il nome dello statista piemontese. Da quelle procurategli dai suoi sedicenti continuatori in politica, alle più recenti che hanno tratto la figura di Cavour a calcare le scene nelle truccature degli attori degni e indegni a seconda del caso. G.B.Ferrero nei suoi cinque atti, ha recato l'estremo oltraggio allo statista; l'ha rimpicciolito a macchietta regionale, a macchietta dialettale, e Mario Casaleggio ne ha assunto la parte, con quella serietà di intendimenti che poteva aspettarsi da un istrione della sua fatta. Cinque atti, un autore dialettale, Mario Casaleggio! E non esiste nessun nume che preservi le figure storiche rispettabili da questi oltraggi degli ammiratori da strapazzo!    (20 dicembre 1916)


Le Cronache teatrali di Gramsci coincidono, per periodo storico, con alcune prime rappresentazioni di molte opere di Pirandello (1867-1936),questo quanto scrive a proposito di Liolà:

I tre atti nuovi di Luigi Pirandello non hanno avuto successo all'Alfieri. Non hanno avuto almeno quel successo necessario perché una commedia diventi redditizia. Ma Liolà ciò nonostante rimane una bella commedia, forse la migliore delle commedie che il teatro dialettale siciliano sia riuscito a creare. L'insuccesso del terzo atto, che ha determinato il ritiro momentaneo del lavoro dalle scene, è dovuto a ragioni estrinseche: Liolà non finisce secondo gli schemi tradizionali, con una buona coltellata, o con un matrimonio, e perciò non è stata accolta con entusiasmo: ma non poteva che finire così come è, e pertanto finirà con l'imporsi.  (4 aprile 1917)

A differenza di Benedetto Croce, che non stimava il Pirandello romanziere o drammaturgo, Gramsci aveva visto con chiarezza la novità rappresentata dal teatro pirandelliano, e così si esprimeva a proposito de Il piacere dell'onestà, che ebbe il suo esordio al Carignano, il 29 novembre 1917:
Luigi Pirandello è un "ardito" del teatro. Le sue commedie sono tante bombe che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero. Luigi Pirandello ha il merito grande di far, per lo meno, balenare delle immagini di vita che escono fuori dagli schemi soliti della tradizione, non possono essere imitate, non possono determinare il cliché di moda. C'è nelle sue commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretizzarsi sempre in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro italiano, d'una plasticità e d'una evidenza fantastica mirabile.

E' bene ricordarlo: quello di cui si sta parlando è solo l'Appendice; il resto del volume, ordinati per argomenti, sono: Arte e Cultura, Carattere non nazionale-popolare della letteratura italiana, Letteratura popolare, I nipotini di padre Bresciani, Lingua nazionale e grammatica, Osservazioni sul folclore.

Un libro, anzi un'opera che non dovrebbe mancare in ogni biblioteca. 


sabato 11 gennaio 2014

Lillian Smith - GLI ASSASSINI DEL SOGNO - Biblioteca Moderna Mondadori 1957 - £ 350


Lillian Eugenia Smith (1897 - 1966), fu scrittrice, saggista e poetessa; ottava di dieci figli di una famiglia benestante originaria della Florida, ma in seguito stabilitasi nella Georgia segregazionista. 

Finanziariamente indipendente, di intelligenza aperta, non ebbe difficoltà a dedicarsi alle sue passioni: la musica e l'nsegnamento, che la portò tra l'altro ad insegnare  musica in un collegio femminile in Cina, ma soprattutto dedicarsi all'affermazione dei diritti civili. Alla morte del padre  diresse la  Laurel Falls Camp di Clayton (Georgia), prestigioso istituto di educazione, di impostazione innovativa, di arte, musica, teatro e psicologia moderna.

Deve la sua notorieta al fatto di essere stata all'epoca - anni '30-'40 - l'unica donna bianca meridionale che utilizzò tutta la sua intelligenza, cultura e mezzi finanziari per combattere apertamente la segregazione raziale e  di genere, in un ambiente apertamente e violentemente ostile. 



Lillian Smith, nonostante professasse profondi principi cristiani, non frequentava la chiesa e non si riteneva religiosa, fortemente critica per la intollerabile passività delle varie confessioni cristiane nei confronti delle tante  ingiustizie sociali e raziali di cui era testimone.

Nel 1944 pubblicò la sua opera più famosa, Strange Fruit, (pubblicato in italia da Mondadori nel 1956 nella mitica collana I Libri del Pavone col titolo Frutto proibito) un romanzo molto coraggioso; considerato che all'epoca la mescolanza razziale era un reato punito dalla cosiddetta legge di Jim Crow,  il romanzo della Smith andava ben oltre: raccontando  la storia di una relazione d'amore tra un bianco e una ragazza nera che rimane incinta, e finisce tragicamente con il linciaggio di un negro innocente. 

La vendita del libro fu proibita in molte città come Boston e Detroit, e boicottato dalle poste degli Stati Uniti  che si rifiutavano di far transitare il romanzo, tanto che dovette intervenire il presidente Roosevelt, su pressione di sua moglie Eleanor, per ripristinare la legalità.

Per chi scrive, il termine segregazione razziale è un titolo che incontrava spesso  nelle cronache dall'estero de l'Unità negli anni '50, che raccontavano i tanti episodi di lotta antisegregazionista, come  il boicottaggio degli autobus in Alabama, in risposta alla condanna di Rosa Parks, punita dal tribunale perché si era rifiutata di cedere il suo posto  ad un bianco.
  
 
Gli assassini del sogno (1949) non è un romanzo, ma piuttosto un saggio sui motivi socio-economici che hanno consentito, dopo la guerra civile persa, l'instaurarsi negli stati del Sud di un sistema che lei chiama tradizione meridionale, fatta di discriminazione razziale, di gretto conservatorismo e ignoranza, alimentata da predicatori itineranti, ossessionati dal peccato, dal sesso e dall'alcol, sempre pronti ad evocare le fiamme eterne dell'inferno. Ma il libro è anche la cronaca della sua esperienza di insegnante; la testimonianza del complesso rapporto  con le sue allieve, improntato alla sincerità, e gravato dalla difficoltà di mantenere la coerenza tra i principi cristiani e quella tradizione che si respirava in tutte case dei bianchi, fin dai primi anni di vita. 

Parlando delle Mammy, le nutrici negre che si occupavano dei bambini delle famiglie facoltose del Sud, scrive:

In molte case la bambinaia faceva anche la balia umida. Eravamo bambini di un'epoca precedente a quella della ghiacciaia e il ciucciotto era considerato qualcosa di pericoloso. Se il latte della mamma non andava bene era molto più sicuro passare un bambino malaticcio o denutrito a una nutrice il cui ampio seno poteva sfamare un altro bimbo oltre il suo. Nella mia generazione, si vedeva spesso una negra con un negretto a una mammella e un bimbo bianco all'altra cullarli ambedue sul suo grembo accogliente, addormentarli pian piano con le sue vecchie canzoni. Seguitava a cullarli finché non li deponeva sullo stesso giaciglio sotto un albero e li lasciava là, il nero e il bianco insieme, tranquillamente addormentati. Di queste intimità è piana la nostra memoria ed esse oggi hanno strani effetti sulle nostre vite di adulti dediti alla discriminazione.


La particolarità di questo libro nel panorama degli scritti antisegregazionisti, è la sua visione dall'interno del fenomeno, partendo dalla sua genesi, dal suo formarsi nella contraddizione. 

Scrive la Smith:

Gli psicanalisti ci hanno informato, negli ultimi decenni, del fatto che le ferite profonde inferte alla psiche del fanciullo possono lasciare cicatrici di cui una personalità risente per tutta la vita. Ci siamo abituati a parole che non sempre comprendiamo: il complesso di Edipo, la "fissazione" e le immagini di repulsa che ossessionano la memoria del fanciullo. Ma questo rapporto duale che tanti bianchi hanno intrattenuto con le loro due madri, la bianca e la negra, e ognuna delle due appartenente a una civiltà diversa fondata su diversi valori umani, fa sembrare in confronto il complesso di Edipo un adattamento pressoché semplice.
Questo è uno di quei libri la cui lettura non lascia indifferenti, e anche se oggi il panorama politico in tutti gli Stati Uniti d'America è completamente cambiato, le leggi razziste abrogate, affermata l'assoluta parità di diritti civili e politici di tutti i cittadini, indipendentemente dal colore della pelle,  anche dopo l'elezione del primo Presidente di colore, l'auspicio finale della Smith di quel mondo giusto dove gli esseri umani possano vivere come fratelli, non si è - naturalmente - realizzato:

... gli uomini non possono sottrarsi alle loro responsabilità umane nel campo della scienza, più di quanto possano farlo in quello della politica, degli affari, dell'arte o dei rapporti personali. Io credo che il nostro grande problema morale in questa era atomica consista nel come far nascere negli uomini una coscienza abbastanza matura e comprensiva da venire incontro alle necessità di tutti ....


In questo link le tappe storiche e politiche principali nella conquista dei diritti civili da parte della popolazione nera negli Stati Uniti d'America.