giovedì 26 agosto 2010

LA MORTE DEL CIGNO di Klaus Mann





Questo delizioso volumetto di Franco Maria Ricci della collana
La Biblioteca Blu del 1973, stampato con bellissimi caratteri bodoni su carta Fabriano tirata a mano, al ridicolo prezzo di Lire 6.000 seimila, tratta dell'infelice fine di Re Ludwig II di Baviera.

Ludwig, un uomo che del potere faceva uso per realizzare ideali, fantasie, spesso capricci o stravaganze. Come la costruzione di castelli. Ecco i più famosi:

Neuschwanstein




Linderhof




Hohenschwangau



















Questo re sensibile e infelice, immortalato da Luchino Visconti, fu mecenate di Wagner che ne sfruttò a piene mani la generosa dedizione, famose e degne di approfondimento le lettere appassionate del loro carteggio, finanziò la costruzione del Festspielhaus a Bayeruth dove ancora oggi si rappresentano le opere di Wagner.

La morte del cigno non tratta tutto questo, ma la drammatica deposizione del re per demenza e il suo confinamento nel castello di Berg e la sua misteriosa morte insieme al medico curante il dottor Gudden, responsabile della diagnosi di demenza.

L'autore, Klaus Mann, figlio di Thomas Mann, morì suicida a Cannes nel 1949.

lunedì 23 agosto 2010

DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI di Jorge Amado


Dopo le ambigue e oscure atmosfere picaresche di Il Cieco e la Bellona, un salutare tuffo nell'atmosfera incantata di Bahia con sole, musica, sesso, cucina esotica e Candoblé.

La lettura di questo straordinario romanzo è un divertimento che mi regalo per la terza volta dopo molti anni e che trovo ancora irresistibile, per il succedersi allegro dei personaggi , ritratti con la felice ironia, così naturale nella prosa di Amado, che ruotano intorno alla figura sensuale di Dona Flor.

Fin dall'inizio, con la lettera che Dona Flor scrive al caro amico Jorge Amado con cui accompagna la torta di puba (specie di torta fatta con polpettine di tapioca), si intuisce la natura particolare di questo romanzo, che mescola al racconto della vedovanza di Dona Flor, ricette di cucina bahiana e culto degli Orixas (divinità sincretiche di origine africana e cristianesimo).

E' tutto un susseguirsi di situazioni, raccontate con humor e sentimento, dalla morte di Vadinho durante il carnevale e, attraverso un susseguirsi di flash back, si ripercorre la storia dell'amore dello sfrontato Vadinho con la giovane Flor, le gioie e le sofferenze di quest'ultima, gli scontri con la tremenda suocera Rozilda, il secondo matrimonio di Dona Flor e tutto quel che segue.

E' senz'altro uno dei più bei romanzi di Jorge Amado, per ricchezza verbale e un' architettura perfetta, diviso in cinque parti e un intervallo.

Nel 1976 a seguito del successo del romanzo viene portato sullo schermo con la bellissima Sonia Braga, bello anche il film seppure parziale rispetto alle cose raccontate nelle 523 pagine del romanzo. La colonna sonora del film era O que serà (A flor da terra) di Chico Barque de Hollanda.

L'incontro con Jorge Amado, e questo libro in particolare, è di quelli che rimangono impressi a lungo e che a distanza di tempo, ancora sollecitano fantasia, interesse e nostalgia per i personaggi a cui ci si affeziona, così come accade a tutti i grandi capolavori della letteratura.

giovedì 19 agosto 2010

IL CIECO E LA BELLONA di Arturo Loria - Mondandori (1959)













Arturo Loria nel panorama letterario del '900 è veramente un illustre sconosciuto. Nacque a Carpi nel 1902 da famiglia di industriali e salvo alcuni soggiorni negli Stati Uniti, in Francia e Inghilterra, visse sempre a Firenze, dove mori nel 1957.


Fece parte del movimento letterario che si raccolse intorno alla rivista "Solaria",
centro letterario e artistico teso a svecchiare il panorama strapaesano e conformista dell'Italia fascista e aprire una prospettiva europeista nella cultura del nostro paese. L'elenco degli intellettuali che collaborarono a vario titolo e in periodi diversi alla rivista vanno da Riccardo Bacchelli a Eugenio Montale, da Sergio Solmi a Leone Ginzburg, a Giacome De Benedetti , a Carlo Emilio Gadda; Il Garofano rosso di Vittorini usci a puntate sulla rivista nel 1933.

In questo panorama di fervore, teso a collegare le grandi esperienze letterarie europee, notevole è il contributo, insieme a Nino Frank e Leo Ferrero, di Arturo Loria per far conoscere autori inglesi (Joyce, Eliot, Virginia Woolf), statunitensi (Hemingwey, Faulkner), i russi (Majakowskij, Pasternak, Esenin), gli europeri (Rilke, Kafka, Mann, Zweig). La rivista cessò le pubblicazioni nel 1936 per le sempre maggiori difficoltà frapposte dalla censura fascista.

Ma torniamo a Il cieco e la bellona (1928). Si tratta di una raccolta di racconti che furono definiti sbrigativamente picareschi e lo sono nel senso che i personaggi sono i malandrini e avventurieri che popolano la narrativa picaresca, ma a differenza di questa, nei racconti del Loria, il tempo della narrazione è indefinito: dal contesto si immagina un periodo pre-industriale, il luogo un'indistinta periferia del mondo. I protagonisti che popolano questi otto racconti, possono essere riassunti nelle parole di Alessandro Bonsanti nella belle prefazione:

Una creatura solitaria, condannata alla solitudine per una straordinaria ricchezza dell'animo spesso complicata da una stortura del fisico, si dibatte in conseguenza di quella incomunicabilità con gli altri esseri umani; tenta di venirne a capo tra cedimenti e ribellioni. Il mezzo da usare è l'amore; ma esso è perseguito invano, e si fa raggiungere solo per lasciare al più presto nuovamente abbandonato il protagonista d'una contesa che, per quanto si svolga in sordina, è di proporzioni amletiche. Per bene che vada, il racconto si chiude su una nota di malinconia, non rassegnata sibbene atroce.

Una lettura insolita, per chi ha curiosità letterarie da soddisfare, che non si esauriscano nelle ultimissime novità & bestseller da vetrina.

giovedì 12 agosto 2010

L'IMMORALE TESTAMENTO DI MIO ZIO GUSTAVO DI Tom Antongini ( BMM -1951)

Sarà ormai chiaro ai lettori di questo blog che pur amando enormemente curiosare tra gli scaffali delle librerie, ormai prediligo le bancarelle di libri usati, essendo le librerie diventate dei supermercati per soli best-seller.

Fortunatamente di libri vecchi, in casa, ne ho moltissimi e razzolo tra quelli.


Da bambino trovavo attraente la copertina di questo libro, da adolescente ero attratto da quella promessa implicita nel titolo di contenuto immorale, da adulto avevo altro da leggere e il volume non era nella mia disponibilità, ora me lo ritrovo insieme al suo compagno di scaffale (I codicilli di mio zio Gustavo BMM - 1954) in uno scatolone di libri avuto in deposito permanente.

Zio Gustavo, nell'effige di copertina, col suo monocolo, sembra ammiccare al fatto che ormai essendo coetanei, nulla impedisce che io possa iniziare quella lettura così a lungo procrastinata.

Il primo elemento che si evidenzia nella lettura, è la grande leggerezza di scrittura e di pensiero, in seguito si delineano, ma senza mai assumere toni pedanti, i principi della filosofia epicurea: in tono scherzoso e paradossale ripropone giudizi e temi cari a l'Orazio delle satire.

ELOGIO DELLO STUPIDO

Gli stupidi, checché ne dica la gente, sono una tra le grandi istituzioni umane. Il commercio intellettuale con gli stupidi è la cosa più riposante che esista al mondo. Io, diceva mio zio, dopo aver parlato un'ora con uno stupido, mi sento sollevato, fresco, lieto come se avessi fatto una bella passeggiata. E quante passeggiate di questo genere ho fatto nella vita! Lo stupido è una valvola di sicurezza: è sempre a vostra disposizione, come un bar pronto, ad ogni angolo di strada, a ristorarvi gratuitamente. Se un uomo intelligente ed erudito con la sua pesante conversazione vi ha ridotto in fin di vita, lo stupido con quattro considerazioni cretine, vi rimette in piedi in un batter d'occhio. Amare gli stupidi vuol dire amare il genere umano perché essi ne costituiscono l'enorme maggioranza e ne assicurano quindi la continuità. (I)

(I) Huxley: "I governi dittatoriali considerano l'intelligenza come il loro peggior nemico.
Una lettura amena, divertita e divertente, intelligente e arguta, in alcuni momenti ricorda Jerome K.Jerome, in altri a Wodehouse, quello di Jeeves per intenderci.



INUTILITA' DELLA RAZZA UMANA
Mio zio Gustavo era, almeno filosoficamente parlando, contrario alla continuazione della razza umana sulla terra, fonte secondo lui di sofferenze per i suoi componenti e di nessuna utilità per l'universo. Egli sosteneva perciò il programma della progressiva e razionale estinzione della razza umana da iniziarsi con la riduzione delle nascite. Sarebbe già un discreto risultato, diceva, perché eviterebbe a breve scadenza le guerre, col permettere a tutti gli abitanti del globo, ridotti a un quantitativo normale, di cibarsi a sufficienza senza essere obbligati ad ammazzare il prossimo per raggiungere questo elementare scopo (I)

(I) Il famoso spazio vitale (Nota del nipote)
Tom Antongini, forse è qui utile ricordarlo, è stato per quarant'anni segretario di Gabriele D'Annunzio e suo biografo, molto nota la sua Vita segreta di Gabriele d'Annunzio.

giovedì 22 luglio 2010

ARDIENTE PACIENCIA di Antonio Skàrmeta ovvero IL POSTINO DI NERUDA

Un altro dei numerosi motivi per cui amo la letteratura latino -americana, si chiama Antonio Skarmeta e il romanzo che lo ha reso famoso in tutto il mondo, anche grazie al film di Troisi, Il postino di Neruda.

Ho incontrato questo delizioso libricino nel 1989, quando è uscito in Italia per Garzanti, ma è stato scritto nel 1986, durante il lungo esilio di Skàrmeta a seguito del colpo di stato del 1973 contro il governo di Salvator Allende.

La lettura è un divertimento continuo, lo sto rileggendo in questi giorni e rido come alla prima lettura. E' una scrittura spumeggiante, ironica, piena della sensualità delle poesie di Neruda. Il desiderio di Mario per Beatrix, il loro primo, esaltante rapporto sessuale, sono un inno alla gioia; gli orgasmi di Beatrix "apoteosi che decollano verso la notte siderale, con una cadenza che ispirò le coppie sulle dune ("uno così, tesoro", chiese la turista al telegrafista), rese scarlatte e sfolgoranti le orecchie della vedova e ispirò le seguenti parole al parroco nella sua veglia sul campanile: "Magnificat, stabat, pange lingua, dies irae, benedictos, kirieleison, angelica."

Almeno per me l'importante è aver letto prima il libro e solo dopo aver visto l'adattamento cinematografico di Troisi, a cui collaborò lo stesso Skàrmeta.

Laddove nel libro è gioia di vivere, la scoperta della poesia una sfolgorante epifania, il sesso una lussuria infinita, nel film è melanconia, tristezza e dolore.

Anche nel finale del romanzo, con il colpo di stato di Pinochet , la fine del governo Allende, con i militari che presidiano la casa di Neruda a Isla Negra, la stessa morte del poeta, non hanno la cupa atmosfera del film di Troisi.

Un convinto consiglio di lettura.



TRISTE,SOLITARIO Y FINAL di Osvaldo Soriano

Un altro dei motivi per cui amo la letteratura latino-americana è Osvaldo Soriano, argentino.

Il titolo, Triste, solitario y final è una citazione di Philip Marlowe, da Il lungo addio di Raymond Chandler: "Arrivederci amico, non le dico addio. Gliel'ho detto quando aveva un senso.Gliel'ho detto quando ero triste, solitario e alla fine."

In questo pazzo romanzo Osvaldo Soriano, giornalista argentino, è protagonista (ma non voce narrante) insieme a Philip Marlowe, investigatore privato, Los Angeles. Altri personaggi che appaiono sono, Stan Laurel, Van Dick, John Wayne, Charlie Chaplin (fulminante il giudizio di Marlowe:Non gli piaceva quell'ometto arrogante, al quale andava sempre male nei film e bene nella vita.).

Questo romanzo è stato definito un'elegia per il romanzo poliziesco e il cinema, un commosso e irriverente ricordo di due miti nordamericani diventati universali.

Il romanzo è stato scritto nella redazione del quotidiano di lusso La Opiniòn di Buenos Aires dove Soriano lavorava, senza tuttavia riuscire a pubblicare un articolo per il clima politico che si era venuto a creare con il governo militare di Videla.

Di Soriano ho letto anche Mai più pene né oblio e L'ora senz'ombra, due romanzi intensi, sulla realtà argentina il primo, classico romanzo on-road il secondo. La scrittura è lineare ed entrambe le storie ti conquistano completamente, anche se senza il divertimento assoluto di questo singolare Triste, solitario y final.



mercoledì 21 luglio 2010

Marcel Proust - SALOTTI PARIGINI - Valentino Bompiani Editore - 1946





Com'è charmant, questo volumetto di Marcel Proust (Bompiani, 1946), conservato gelosamente per almeno 50 anni (non so quando è stato acquistato) che raccoglie poco più di una dozzina di articoli apparsi nei prini anni del '900 su Le Figarò, che esperienza agrèable la sua lettura. Viene in mente quel famoso verso di Baudelaire:



Là, tout n'est qu'ordre et beutè, Luxe, calme et volupté


"Grandi occhi neri, brillanti, dalle palpebre pesanti e piagate in giù ai lati; uno sguardo di una dolcezza estrema, che s'attacca a lungo sull'oggetto che fissa; una voce ancora più dolce, un po' ansante, un po' strascicata, che sfiora l'affettazione schivandola sempre. Lunghi e folti capelli neri, che talvolta coprono la fronte e che non avranno mai un filo biaco. Ma è agli occhi che si torna, immensi occhi cerchiati, stanchi, nostalgici, estremamente mobili, che sembrano spostarsi e seguire il pensiero segreto di colui che parla. Un sorriso continuo, divertito, accogliente, esita e poi si fissa sulle sue labbra. Di un colorito opaco, ma allora fresco e roseo, egli fa pensare, nonostante i sottili baffi neri, a un fanciullone indolente e troppo perspicace."




Questo affettuoso ritratto di Marcel Proust, tracciato da un suo biografo, Lèon Pierre-Quint, all'epoca delle frequentazioni dei solotti parigini di cui parla il volume, ricorda questa famosa foto, che Marcel regalò nel 1915 (o 1916) a Céleste Albaret.

Certo, nessuno dei lettori de Le Figarò avrebbe potuto immaginare che nel giovane e incantato cronista mandano, occupato a celebrare le frivolezze del faubourg St.Germain si celasse un osservatore acutissimo e spietato di quella società, che avrebbe descritto senza compiacenze nell'opera della sua vita.

Qui, descrivendo gli eleganti salotti presso i quali la più bella società europea si incontrava, nelle lunghe e appassionanti descrizioni di genealogie nobiliari, appare ai nostri occhi di smaliziati esegeti iconoclasti, una qualche forma di adulazione, certo involontaria in un uomo fondamentalmente buono e disinteressato.

Pur avendo questi scritti poco in comune con la Recherche per stile e contenuti, Parigi a parte, alcuni elementi sono presenti: l'attesa spasmodica ai Champs-Elysées della bambina di cui era innamorato, (Gilberte, nella finzione narrativa) e la cocente delusione quando ella mancava quei taciti appuntamenti, oppure la promessa di una vacanza a Firenze, (Venezia, in La strada di Swann) cui dovette rinunciare perché malato; o ancora i biancospini...

Marcel Proust
ha qualcosa di magico, che se  cominci a parlarne, ti prende la nostalgia dei suoi luoghi, dei suoi personaggi e ti ritrovi, gioiosamente, a perderti ancora una volta nella sua Recherche du temps perdu.


Il traduttore, Giuseppe Lanza (1900-1988), scrittore, saggista, autore di teatro, vincitore di un premio Bagutta 1956 con il racconto Rosso sul lago, oggi assolutamente dimenticato, con una modestia d'altri tempi, chiude l'introduzione con queste parole:

Il traduttore s'è sforzato di rendere in buon italiano queste prose; ma sa
 di essere stato, più che ardito, temerario.