lunedì 3 ottobre 2011

HASSELBLAD HOUSE MAGAZINE - Goteborg Svezia




L'Hasselblad House Magazine è la prestigiosa rivista fotografica della nota casa svedese si Goteborg - quattro numeri ogni anno, fuori commercio e destinata a fotografi, grafici e operatori del settore per abbonamento, edita in quattro lingue: svedese, tedesco e giapponese, cioè i tre paesi leader nel settore fotografico e inglese per tutti gli altri.


Fin dal primo impatto visivo richiama la caratteristica fondamentale della camera fotografica Hasselblad e cioè il formato quadrato, quello che meglio sfrutta le caratteristiche dell'ottica fotografica.




Ogni numero della rivista è dedicata a tre-quattro fotografi di livello internazionale, di solito con specializzazioni diverse, ma tutti rigorosamente devoti al culto del formato 6x6, e naturalmente utilizzatori del sistema Hasselblad.

AA.VV. - 40 volumi - IL CASTORO CINEMA - l'Unità/Il Castoro - 1995

C'è stato un tempo felice nel quale Walter Veltroni dirigeva l'Unità, non si inventava partiti e non spaccava coalizioni, cioè faceva una cosa che sapeva fare bene e, infatti, nell'intento di dare maggiore spazio alla cultura nel giornale che dirigeva, creò l'Unità 2, tutto dedicato alla cultura.
Finalmente! Volendo, si poteva buttare la prima parte del giornale e concentrarsi su l'Unità 2, senza politica e politichese.

Com'è noto la passione di Veltroni è il cinema, e ne scriveva ovunque fosse possibile, ricordo in particolare le sue recensioni su una rivista.



















Nel 1995, da direttore dell'Unità, fece un accordo con l'Editrice Castoro di Milano per pubblicare, fuori commercio e destinato ai soli lettori dell'Unità, la collana Il Castoro cinema, prestigiosa collana diretta da Fernando di Giammatteo.

In totale 40 agili volumetti dedicati ai più grandi registi del cinema di tutti i tempi, curati dai maggiori esperti di cinema, volumi ben strutturati, con in apertura una serie di dichiarazioni dell'autore, riprese da intervuste, un'analisi dell'opera complessiva, biografia, filmografia completa con il cast di ogni film diretto.

Un utile strumento di informazione per gli appassionati della settima arte.

giovedì 29 settembre 2011

LINUS - Rivista di fumetti e illustrazione - Anno I N.1 - Aprile 1965 - £ 300


Questo primo numero di LINUS, datato aprile 1965, apre con una storica intervista di Umberto Eco a Elio Vittorini e Oreste del Buono che vale la pena di trascrivere integralmente per gli amanti di questo intramontabile mito.

Eco
Oggi stiamo discutendo di una cosa che riteniamo molto importante e seria, anche se apparentemente frivola: i fumetti di Charlie Brown. Vittorini: com'è che hai conosciuto Charlie Brown?

Vittorini
Io mi sono sempre interessato di fumetti da tempi lontanissimi, da quando ero ragazzo. Me ne occupavo anche ai tempi di "Politecnico" e ricordo che una volta ho pregato il nostro amico Del Buono di intervenire su certi fumetti americani parlandone non soltanto sotto il profilo sociologico, come succede di solito, ma anche sotto il profilo storico.

Eco
Di che cosa avete parlato a quell'epoca?

Del Buono
Un po' di tutto, facemmo persino dei fumetti dai Promessi Sposi.

Vittorini
Si, avevamo anche cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi: Del resto uno "spirito di fumetto" c'era nel tipo di impaginazioneche usavo per il "Politecnico" dove poi c'era un'appendice interamente dedicata ai fumetti: Trevisani vi curò la pubblicazione di Li'l Abner e di Barnaby, il ragazzo afflitto dalla psicanalisi. Le storie di Barnaby erano uscite durante la guerra e noi su "Politecnico" ne riportammo due o tre.

Eco
E Charlie Brown?

Vittorini
Charlie Brown è venuto per un accidente. Io mi facevo mandare dall'America, da amici che ho li, i supplementi domenicali dove ci sono i fumetti, però questo non l'avevo notato perché quelle persone non mi mandavano mai la pagina giusta. Finalmente una volta ho visto in mano a una ragazza della Mondadori, nel '58-59, un album ancora di quelli formato "forze di liberazione": Incuriosito, melo sono fatto dare e ricordo che passai il resto del pomeriggio mondadoriano a guardarmeli. Da allora li ho cercati sempre.

Eco
Tu che ti sei occupato tra i primi in Italia della tradizione narrativa americana, come collochi Charlie Brown nella letteratura americana?

Vittorini
Bisognerebbe prima stabilire a che tipo di letteratura appartiene Schulz, ma comunque senza andare nel difficile, io lo avvicinerei a Salinger, però con un interesse molto più ampio e secondo me molto più profondo.

Eco
Allora secondo te è più artista Schulz?

Vittorini
Certamente. Salinger, resta, se vogliamo, poeta: però non riesce ad essere il poeta di una società, rimane un prodotto in fondo molto letterario(da questo punto di vista Ring Lardner, l'effettivo creatore del racconto "hot", o meglio "hard-boiled", soddisfa meglio certe esigenze di impegno). Salinger è un "patetico" che evade nel mondo dell'infanzia la quale non è, per lui, rappresentativa del mondo degli adulti, della maturità come loè per Schulz dove l'infanzia è il "signifiant", il veicolo di questo mondo completo che è l'uomo maturo, un po' come Johnny Hart (quello di B.C.) che rappresenta il mondo moderno attraverso l'età della pietra.

Eco
E tu Del Buono come vedi Charlie Brown?

Del Buono
Io sono un convertito a Charlie Brown. All'inizio non mi piaceva affatto. Intanto il mio interesse per i fumetti era diretto al genere avventuroso e Charlie Brown non mi divertiva. Trovavo persone che ridevano, leggendo Charlie Brown, e cercavo questa parte di comico senza trovarla. Però a un certo punto è avvenuta proprio una specie di rivelazione: ho scoperto che i fumetti di Charlie Brown sono assolutamente realistici. E' avvenuta addirittura una identificazione: Charlie Brown sono io. Da quewsto punto di vista ho cominciato a capirlo. Altro che comico,era tragico, una tragedia continua. Ed ecco finalmente ne ho cominciato a ridere. Un fumetto come diagnosi, prognosi ed esorcismo.

Vittorini
E qui vorrei fare un'osservazione di carattere strutturale rispetto a quello che dice Del Buono: lui denuncia un'incomprensione rispetto ai primi contatti con le strips di Carlie Brown. Il primo contatto in effetti non soddisfa: una singola striscia di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però nella quantità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po' come le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l'una,di quattro invariabili e una variabili l'altra, si ha allora un "continuo" che approfondisce non solo numericamente il significato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

(Questa è solo la prima parte dell'intervista, la seconda parte la pubblicherò prossimamente).


Elio Vittorini - IL GAROFANO ROSSO -Oscar Mondadori XI ristampa 1981- £ 3.500


La censura fascista ha condizionato fortemente la stesura di questo intenso romanzo di Vittorini. Scritto tra il 1933 e il '35 uscito a puntate sulla rivista Solaria tra il '33 e il '36, ma il sequesttro della rivista dove appariva la sesta puntata, costrinse Vittorini a tagliare e riaggiustare molte pagine. Ma neanche dopo le numerose modifiche apportate al testo, il Ministero fascista nel '38 consentì la pubblicazione in volume, che avvenne infatti solo nel '48.

Scrive Giansiro Ferrata nella bella introduzione:

Non si può immaginare che cosa sarebbe diventato il romanzo -al quale Vittorini lavorava ancora per esteso mentre uscivano le varie puntate - senza gli interventi del funzionario fiorentino, e le loro ripercussioni nello scrittore.
(Gli effetti di quel "supplizio a puntate"furono certamente profondi in lui, e contribuirono a fargli risolvere un po' dall'esterno gli ultimi capitoli).
Nonostante i pregi del Garofano rosso anche nel più stretto senso letterario, credo sia giusto andargli incontro come ad un'opera che non è maturata per intiero. D'altra parte le opposizioni rinnovate dalla censura fascista in modi singolarmente toruosi e ostinati, sono una traccia utile per chi voglia ambientare il carattere e il valore del libro nelle circostanze di quel periodo.
Non leggo mai le prefazioni prima di aver letto il testo, perché credo di non dover essere influenzato da quanto viene detto dagli addetti ai lavori, e così è stato anche in questo caso.

Ho dunque letto Il garofano rosso trovandolo coinvolgente, i personaggi vivi e vitali, la narrazione densa, le descrizione dei luoghi che il protagonista attraversa in treno tornando a casa pezzi da antologia, i suoi ricordi infantili toccanti eccetera, poi, da un certo punto in avanti - da quando Mainardi rientra nella città dove studia - ho provato una certa stanchezza nella lettura, come se l'interesse in me fosse scemato. Ed è stato così fino alla fine del libro.

In appendice al volume c'è il saggio che Vittorini scrisse come prefazione all'edizione del 1948 nella "Medusa degli Italiani", nel quale spiega le traversie occorse al romanzo con la censura , le correzioni apportate, i sequestri subiti della rivista Solaria che lo pubblicava a puntate e infine, fatto fondamentale, l'asserzione secondo cui la seconda metà del romanzo non era più quello che pensava dovesse essere. Era cambiato lui nel frattempo:

Ma era dall'autunno del '35 che io non avrei potuto riconoscere più come mia, e insomma come vera, nessuna delle ragioni per le quali avevo scritto il Garofano rosso...
e ancora:

...voglio solo precisare che io m'ero accorto di non avere più nel Garofano rosso un libro "mio" nell'atto stesso in cui lo ritoccavo per la censura.

e ancora:

Si scrivono romanzi che sono buone opere, e che hanno un'efficacia, che toccano un segno o un altro, anche nel linguaggio che io non ho saputo parlare con coerenza, con serietà, con sincerità o almeno con pieno piacere di parlarlo, attraverso le pagine (specie la seconda metà) di Garofano rosso.

Questa prefazione del '48 è un proprio e vero saggio sul romanzo, con una carellata sulla letteratura europea e americana del dopoguerra, ma anche stimolanti riflessioni sul linguaggio nella narrativa, anche in rapporto con l'opera lirica e il melodramma. Insomma, un testo interessante da leggere e studiare, indipendentemente dal romanzo di cui è prefazione.

mercoledì 28 settembre 2011

Ernesto "Che" Guevara - LA GUERRA PER BANDE - Oscar Mondadori 1967 - £ 350

Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Che Guevara veniva catturato ferito durante un combattimento e successivamente ucciso a La Higuera, provincia di Villegrande in Bolivia, da reparti antiguerriglia boliviani assistiti da agenti speciali della Cia. Moriva un uomo e nasceva anzi si consolidava un mito.

Poi, dopo la resa senza condizioni del comunismo reale, la caduta del muro di Berlino, la vittoria su tutti i fronti del consumismo edonistico e la riscrittura revisionistica della storia, giornalisti camuffati da storici (vedi Alvaro Vargas LLosa), si dilettarono ad esprimere giudizi assai negativi sull'opera politica e militare del Che, dimenticando di contestualizzarne le azioni.

E' accaduto a tutte le figure storicamente significative, da Nerone a Mao Tze Dung e questo conferma la tesi che la storia la scrivono i vincitori.

Come dice Marc'Antonio Il male che gli uomini fanno, vive dopo di loro; il bene è sovente sotterato con le loro ossa: lasciamo che sia così anche per Cesare.

Questo manuale del perfetto guerrigliero è stato molto in voga alla fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, quando sembrava che la scelta rivoluzionaria fosse la sola possibile per uscire - in occidente - dalla stagnante melma conservatrice e reazionaria e, nell'America latina, come l'unico possibile riscatto di un proletariato contadino oppresso e miserabile.

Non è stato così. Le rivoluzioni non si esportano e i popoli antepongono il burro ai grandi ideali di libertà e, dalle nostre parti, la cosiddetta scelta armata - deviata e contaminata - fece danni irreparabili a quella parte in nome del quale diceva di operare.

Certo, nella palude nella quale si dibatte attualmente tutto il mondo capitalistico, con la speculazione finanziaria mondiale che sta strangolando paesi interi, la scelta rivoluzionaria potrebbe tornare d'attualità e allora ecco pronto il vademecum per gli aspiranti guerriglieri.

domenica 18 settembre 2011

Luigi Pintor - SERVABO - Bollati Boringhieri 1991 - £ 14.000



Il ricordo che ho di Luigi Pintor risale ai tempi che partecipava, come giornalista de l'Unità, alle tribune politiche in televisione. Ne apprezzavo la chiarezza espressiva, la logica stringente, l'ironia dissacrante, la capacità di riportare sempre il politico intervistato al nocciolo, al centro del problema posto. A me dava l'impressione che insieme a questa sua grande capacità dialettica, senza prolissità e lungaggini, sobrio e asciutto, esprimesse anche una qualche forma di ritrosia, una innata riservatezza del carattere - forse dovuta al suo essere sardo - che lo rendeva simpatico, caratteristica inconsueta nei giornalisti d'assalto che frequentavano le tribune elettorali dell'epoca.

Poi, coerente al suo essere comunista, quando nell'estate 1968 le truppe sovietiche entrano a Praga per stroncare la primavera di Dubĉek, assume, insieme al gruppo che poi fonderà il manifesto, una posizione di dura critica, in aperto contrasto con la maggioranza del PCI, da cui verrà radiato insieme a Natoli, Rossanda, Magri e altri. Ma questa è un'altra storia.


Questo volumetto di Luigi Pintor mi è capitato per caso tra le mani, mentre girovagavo curioso tra gli scaffali della libreria Arion a Cinecittàdue; tra tanti volumi che gridavano graficamente di essere acquistati, Servabo mi ha colpito per la sua sobrietà ed eleganza, poi il titolo incomprensibile e infine il nome dell'autore, da me molto stimato e che in questo bellissimo libro - dando ancora prova di modestia - inizia con una citazione di Voltaire:

I libri più utili sono quelli dove i lettori fanno essi stessi metà del lavoro: penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le loro riflessioni ciò che appare loro debole.
Concetto questo - della complicità del lettore - espresso anche da J.L.Borges nella dedica di Fervor de Buenos Aires:
A chi mai leggerà. Se le pagine di questo libro consentono qualche verso felice, mi perdoni il lettore la scortesia di averle usurpate io, previamente. I nostri nulla differiscono di poco; è banale e fortuita la circostanza che sia tu il lettore di questi esercizi, ed io il loro estensore.
Servabo è uno di quei libri che è importante leggere, questa Memoria di fine secolo - come recita il sottotitolo - infatti, riguarda tutti noi, quelli che hanno vissuto gli anni della guerra e quelli che per ragioni anagrafiche ne hanno solo sentito parlare.

Con il pudore - che è come una sua seconda natura - Pintor ci racconta in dodici capitoletti, un prologo e un epilogo, cinquant'anni di vita italiana: la morte del fratello Giaime, saltato su una mina tedesca, mentre tentava di raggiungere le formazioni partigiane, ma anche il suo arresto e la prigionia - senza dire una parola delle torture cui fu sottoposto dai fascisti della banda Koch.

Un libro da leggere più volte, per apprendere - senza dissertazioni pedanti - cosa vuol dire dignità e senso etico, quanto mai essenziale in questa fase di vita italiana.

sabato 17 settembre 2011

TROPICI PRIMA DEL MOTORE - Fotografie Renzo Ragazzini - Testi Goffredo Parise e Renzo Ragazzini - Iveco & Touring Culub Torino - 1981

Questo libro fotografico di Renzo Ragazzini è uno dei più belli in assoluto che mi è capitato di sfogliare; qui forma e contenuto sembrano aver raggiunto il massimo della fusione. La forma è il suo stile inconfondibile: la scelta del taglio dell'inquadratura, della luce, la scelta dell'attimo da fissare; il contenuto: una umanità colta in luoghi diversi con l'antico problema del trasporto e del lavoro senza motore.




Così Ragazzini:
"Da quando ho cominciato a fare i primi viaggi nel terzo mondo, la fatica dell'uomo è stato l'elemento costante che più mi ha affascinato, tanto da diventare una delle principali chiavi di lettura di quella realta."



E ancora:
"Ho sempre assistito a questo spettacolo con un misto di curiosità, di pietà, di ammirazione, osservandolo come fosse un film del mio passato, di un modo antico durato centinaia di migliaia di anni: un film sulla fatica della specie umana per sopravvivere..."





"Alla fine di ogni viaggio, se dimenticavo i dettagli esotici, diversi tra loro per geografia e cultura, mi restava la sensazione generale di aver assistito ad una grande fatica. più o meno drammatica, a seconda dei casi, ma sempre tesa alla sopravvivenza , vissuta come legge di vita, una legge per la quale tutto doveva essere trasportato, sollevato, raccolto, macinato, impastato, senza l'aiuto di soluzioni esterne."

Così, nel breve testo che apre il volume, Goffredo Parise:

"Se noi guardiamo attentamente le fotografie contenute in questo libro ci accorgeremo con immenso stupore che le persone fisiche raffigurate, uomini, donne, vecchi e bambini sono tutti belli. Dico tutti, nessuno escluso, quale che sia la loro età. E' mai possibile? Ragazzini ha eseguito un reportage dopo tutto, non un lavoro di fotografo di studio, ha colto sempre dal vero e istantaneamente quello che gli capitava sott'occhio. E' vero che il suo procedimento stilistico personale è stato quello di illuminare secondo appunto il suo stile, in un certo modo paesaggi e persone, ma certamente non ha potuto sceglierle. Ha fotografato quello che c'era, niente di più. E quello che c'era, quello che le vie del mondo senza motore offrivano erano anatomie umane non soltanto belle ma dotate di stile."
Le foto sono state scattate tutte con Hasselblad e con varie focali Distagon 50, Planar 100, Sonnar 150 e 250 e anche Biogon 38 della Super Wide. Pellicola Ektakrome. Per gli amanti della vera fotografia un volume da sfogliare con grandissimo piacere.