sabato 12 novembre 2011

Ennio Flaiano - UN BEL GIORNO DI LIBERTA' - Rizzoli 1979 - £ 16.000




L'allusivo titolo di questo bel libro di Flaiano è una raccolta di articoli scritti per Risorgimento liberale (1944-1945), che raccontano, con l'occhio del grande giornalista, le macerie materiali e morali lasciate dalla fine della guerra. Ma il volume raccoglie anche altri articoli pubblicati su quotidiani e riviste dal 1941 al 1948.

Nella prefazione di Emma Giammattei, indispensabile lettura per inquadrare filologicamente questi scritti nell'opera complessiva di Flaiano, viene espressa una verità tautologica che sembra attualissima:

...l'eccessiva speranza è già disperazione: quanto più verticale e metastorica è l'immagine della libertà, così come Flaiano la elabora, tanto più ridotta sarà per forza la sua proiezione sull'accidentato terreno della storia.....


Una lettura istruttiva per tutti noi, proprio oggi che, liberati da un regime volgare, desideriamo essere traghettati nel radioso futuro cui crediamo di aver diritto, senza pagare l'obolo.

mercoledì 2 novembre 2011

Alfredo Panzini SANTIPPE - BMM 1954 - £ 250









Alfredo Panzini: ecco un altro autore dimenticato, anzi vittima di una vera e propria epurazione culturale, su cui ancora pesano i giudizi negativi di Croce, Gramsci, Piero Gobetti e altri; per contro ci sono giudizi positivi e alcuni decisamente entusiastici per la figura e l'opera di Panzini.

Qualche dato biografico per inquadrarlo storicamente: nato l'ultimo giorno del 1863 a Senigallia, ma riminese per origine familiare e scelta, fu allievo del Carducci all'Università di Bologna, ebbe la sfortuna di essere contemporaneo dei tre grandi poeti dell'epoca: Carducci, Pascoli, e D'Annunzio, e per questo, nella storia della letteratura italiana tra '800 e '900, viene definito minore.

Croce sostiene che Panzini, per compiacere il grosso pubblico ignorante, ha rinunziato alla sua vena di poeta e artista genuino degli affetti domestici, per adottare uno stile ripetitivo e artificioso.

Gramsci sprezzante, relega Panzini tra i nipotini di padre Bresciani, con riferimento alla corrente letteraria antidemocratica e reazionaria che prende il nome dal gesuita Giovanni Bresciani, che si distingue per il paternalismo ipocrita verso le masse e la devozione verso l'ordine costituito.

Piero Gobetti accusa addirittura Panzini di aver contribuito con le sue opere scritte dopo il 1918 - complice il suo editore Treves e i compiacenti critici - al decadimento morale e civile della letteratura italiana, attraverso un lento e inesorabile assorbimento della letteratura alle leggi di mercato.

Bella e articolata l'analisi che Carlo Bo traccia di Panzini, sviluppandola in comparazione con il coetaneo D'Annunzio, che rappresenta le aspirazioni più alte, mentre Panzini finisce per apparire come un dio più umile ma anche più adatto alla nostra misura. Inoltre Panzini ha aiutato molti giovani a non perdere il senso delle proporzioni e sopratutto a non disprezzare il metro della realtà e delle cose.

Per Emilio Cecchi Panzini rappresenta la risposta, seppure rassegnata e disincantata dell'antico ideale umanistico, oramai preso d'assalto dalla prepotenza e dalla volgarità della corrente dannunziana.

Per Giuseppe Prezzolini la più grande virtù di Panzini è l'identità tra opera e vita, per cui alla incessante tensione stilistica ne corrisponde una morale che lo fa tendere verso un'esistenza seria, serena, alta.

Interessante il pensiero di Panzini, Accademico d'Italia, sul problema dei neologismi, imposti dal regime fascista, in sostituzione di parole straniere entrate nell'uso comune. Scrive Panzini in una relazione all'Accademia d'Italia:


Si tratta di vedere fino dove e come si può dare cittadinanza italiana a quelle parole che non possono essere spulse. Per esempio: taxi. Ojetti in un suo scritto propose di scrivere tassì, due ss e l'accento. E va bene! Sport, tram, stop auto, film ecc. possono essere accolte ed è inutile usare il corsivo e l's per farne il plurale. Queste parolette brevi faranno per lo meno da contrappeso a certi neologismi orrendamente lunghi e aspri di nostra speciale produzione.
Ma torniamo alla nostra Santippe. Questa la premessa di Panzini al romanzo, con la sua prosa classica:


A CHI LEGGERA'
Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benché parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto per i filosofi.

Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna vituperata nei secoli; e si potrebbe pensare che l'autore avesse avuto in mente di servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di dir male della donna che è l'anfora della vita?

No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo.

La sua prima pubblicazione è stata nella Nuova Antologia (1914). Ed è, come si vede, un piccolo, modesto libro.

Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà di lui la brutta lode, si legge tutto d'un fiato: se molte cose che comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio.


Il Socrate che disegna Panzini non è quello della tradizione classica, ma un uomo anziano che alle prese con le difficoltà della vita - e un rapporto familiare faticoso - risponde con bonaria ironia, quasi un alter-ego dell'ironico e bonario Panzini.

martedì 1 novembre 2011

Oreste del Buono - DELITTI PER UN ANNO - Rizzoli 1975 - £ 3.500


La forte immagine di copertina, carica di ironia, è di John Alcorn, un graphic designer newyorkese stabilitosi negli anni '70 a Firenze, molto noto per aver lavorato per l'editoria, la pubblicità e il cinema, ricordiamo il manifesto per l'Amarcord di Fellini.

In questi venti brevi racconti noire, che Oreste del Buono dedica a Vittorio De Sica, il linguaggio è quello brusco della narrativa poliziesca americana, mentre l'ambientazione ruota nel mondo del cinema italiano. Storie atroci e struggenti, dove tutti i personaggi sono vittime e assassini.

Libro insolito, disperato per il panorama umano che rappresenta, dove non c'è spazio per la pietas.

Ma la maggior desolazione era quella della nudità. Mai la nudità è la nudità della prima volta, le prime esitazioni, i primi stupori, le prime incertezze non possono tornare con la stessa intensità, perché mai quanto si desidera risulta come lo si desiderava, l'amore, la conquista, la resa, la perdizione, e si passa da una delusione a un'altra, dalla speranza allo sceticismo, dall'attesa allo sconforto, e si comincia a sospettare che la speranza sia stata lo sbaglio, l'attesa sia stata l'errore, che a non andare sia stato proprio il desiderio in sé e per sé, così intenso da far soffrire. Soffrire chi? Soffrire perché? Soffrire che? Sul fatto che non la desiderava per niente, al punto in cui erano arrivati, lui non aveva dubbi, non il minimo, infimo dubbio, non la desiderava per niente. E niente ancora.

Non un libro leggero, di storie gialle, ma un libro duro, costruito con un linguaggio intenso, che si legge tutto d'un fiato.

giovedì 27 ottobre 2011

Alfredo Oriani - LA DISFATTA - BMM 1953 - £ 300






Alfredo Oriani, chi era costui? E' questa una domanda legittima per uno scrittore nato nel 1852 e vissuto fino al 1909. Nato da una famiglia della piccola aristocrazia di campagna, frequentò a Roma la facoltà di Legge, poi visse l'intera esistenza nella Villa del Cardello - di proprietà della famiglia - a Casolia Valsenio, in provincia di Ravenna.

La sua attività letteraria, pur spaziando dal romanzo al saggio di carattere storico e politico, da testi teatrali ad articoli di giornale, non ebbe grande considerazione dalla critica dell'epoca, fino a quando, a fascismo solidamente consolidato, Mussolini non curò personalmente la pubblicazione dell'opera omnia in 30 volumi, trasformando la sua figura in un precursore dell'ideale fascista e inventandosi nel 1924 una marcia sul Cardello per onorarne la memoria.

Scrive Benedetto Croce nel 3° vol. di Letteratura della Nuova Italia: (pag.238)
Gran parte dei suoi sogni e dei suoi ideali, di quel che v'ha di più nobile, di delicato, di tenero, l'Oriani ha messo nel romanzo La disfatta, forse il più ricco d'idee che abbia la contemporanea letteratura italiana

Mentre dai quaderni del carcere Gramsci scrive:

Alfredo Oriani. Occorre studiarlo come il rappresentante più onesto e appassionato per la grandezza nazionale-popolare italiana fra gli intellettuali italiani della vecchia generazione.
e, riferendosi all'appropriazione del fascismo della figura dell'Oriani, argutamente annota:

La fortuna di Oriani in questi ultimi tempi è più un'imbalsamazione funeraria che un'esaltazione di nuova vita del suo pensiero.
Il romanzo ha accenti di verismo impressionante, come nella descrizione dell'agonia che precede la morte del bambino, figlio tardivo dell'anziano professore De Nittis e di Bice, sua allieva e in seguito moglie.

Di notevole interesse, oltre che il linguaggio colto, la descrizione di ambienti, situazioni, rapporti umani, legati ad un mondo, idealizzato dall'Oriani sopratutto nelle figure femminili, ma che sucita in noi "moderni" un senso di nostalgia, come per un paradiso perduto.

mercoledì 19 ottobre 2011

Oreste Del Buono - UN INTERO MINUTO - Feltrinelli 1959 - £ 300


Oreste Del Buono (1923-2003) è stato un intellettuale poliedrico, che si è occupato di molti generi della comunicazione: giornalismo, fumetti, narrativa, pubblicità, direzione di collane editoriali, critica letteraria, autore radiofonico e televisivo, traduttore, sopratutto dal francese; come editor di numerose case editrici, ha fatto conoscere autori italiani e stranieri.

Queste molteplici attività non possono far dimenticare che Oreste Del Buono, nel panorama letterario del novecento, è stato un riferimento importante, facendo parte, anche se marginalmente, del Gruppo 63, che si poneva l'obiettivo di sperimentare nuove forme espressive, che facessero uscire la narrativa italiana dai logori schemi neorealistici.

In questo romanzo del 1959, Oreste Del Buono sceglie di far raccontare la storia della relazione tra Dino e Grazia allo stesso protagonista che, in un continuo serrato e acceso dialogo con se stesso, alterna il tempo presente che sta vivendo, con avvenimenti accaduti nel passato.

Interessanti le considerazioni che se ne ricavano sul mestiere di scrivere:

(...) La narrazione è tutta convenzioni: i personaggi, a esempio, già, i personaggi: si sa perfettamente, sappiamo tutti che l'unico personaggio che conti è l'autore (...)
In alcuni momenti la narrazione ricorda - punteggiatura a parte - il soliloquio di Molly Bloom nell'Ulisse di Joyce, questo è un esempio di un "lunghissimo" periodo:

Un uomo può vivere senza abbandono, mi dissi, certo, dovremmo intenderci sul significato di questa parola: vivere, ma lo sai benissimo, lo sai da sempre che un uomo può vivere anche senza abbandono, da sempre?, beh, da quando ho cominciato a guardare e ad ascoltare, a capire, a capire cosa? non si capisce nulla, io, almeno, non capisco nulla, e gli altri?, sono faccende loro, ma perché dovrebbero capire qualcosa?, tranne che tutto è incomprensibile, beh, questo lo capisco anch'io, io che non sono capace di abbandono, io che mi guardo, io che mi ascolto e non mi capisco, e, in definitiva, non sono neppure capace di prendermela, per questo: m'era restata quest'illusione, la più pericolosa: quello di poter essere, nonostante tutto, felice un giorno o l'altro, senza diritti e senza meriti: sotto la cenere, tanta cenere, covava la scintilla, così possono passare anni e anni, ma, se è restata sotto una scintilla, questa continua a palpitare, è pronta a divampare, attende solo il suo attimo, e l'ho lasciata finalmente divampare, l'ho fatta divampare: fatta, capito?, so perfettamente che questa storia non si regge troppo in piedi, che non può reggersi troppo in piedi: il mio personaggio inventato, il marito e padre infedele, il suo personaggio inventato, la ragazza scervellata e impulsiva, la nostra storia inventata, (.....)

L'impressione amara che se ne ricava, è una visione della vita pessimistica, dove nenche l'amore riscatta dalla solitudine a cui l'uomo è condannato, perché l'amore che fingiamo di provare per gli altri, serve solo a rafforzare l'amore per noi stessi.

martedì 18 ottobre 2011

Edmond Rostand - CIRANO DI BERGERAC Casa Editrice Bietti Milano - 1949


Il mio incontro con il "Cyrano de Bergerac" è avvenuto nella lontana adolescenza, nella classica versione di Mario Giobbe, i cui versi martelliani, ancora si aggirano nella memoria a rammentarmene la bellezza.


Rossana
Io vi parlo di fatti, da vera altezza!
Cirano
Certo, e mi uccidereste, se da codesta altura sul mio cor vi sfuggisse una parola dura!

Mario Giobbe, napoletano, a cui dobbiamo questa musicale traduzione del 1898, è stato giornalista, poeta, traduttore di classici, drammaturgo, notevole il suo Mefistofele da Goethe, in cinque atti ancora in versi martelliani, con prefazione di B.Croce.


Mario Giobbe soffriva di depressione, il suo rapporto con la realtà divenne sempre più incerta tanto da fargli prospettare la morte come unica soluzione alla sua sofferenza. Si tolse infatti la vita il 12 ottobre 1906.

Ma torniamo a Cyrano, eroe romantico e moderno insieme, nemico giurato della mediocrità e della convenienza, pronto a battersi contro cento avversari per difendere la sua libertà di giudizio ... e il suo pennacchio.

Il cinema si è spesso occupato di questo eroe. Io sono rimasto fedele alla versione di Michael Gordon del 1950, con uno strepitoso Josè Ferrer che per questa interpretazione vinse un Oscar. Altri che si sono cimentati con questa figura sono Gino Cervi, in teatro e in cinema, Modugno con una brillante commedia musicale, e poi in una canzone di Guccini e in una di Vecchioni, torna l'eroe a dimostrazione della sua attualità.

Certo, il testo teatrale in versi non è, non può essere, poesia tout court, condizionato com'è dalla sua stessa struttura narrativa, ma assicuro che la lettura, che ancora mi commuove e che consiglio vivamente, procura un grandissimo piacere.



giovedì 13 ottobre 2011

Natalia Ginzburg - LESSICO FAMIGLIARE - Einaudi 1963
















Natalia Ginzburg (1916-1991)




- Non fate malagrazie!
- Voialtri non sapete stare a tavola. Non siete gente da portare
nei loghi.
- Non fate brodegazzi! Non fate potacci!
- Sempiezze!
- Non fate negrigure!

Questi i coloriti rimbrotti che l'austero prof. Giuseppe Levi
rivolgeva ai suoi cunque turbolenti figli, quando questi si
comportavano in modo giudicato inadeguato.

La periodica rilettura di questo splendido romanzo- ma anche
biografia di una grande famiglia italiana -divertendomi, mi riempie ogni volta anche di una grande malinconia, per quel mondo scomparso.

Nella casa di Torino dove viveva la famiglia Levi, la figura del professore, scienziato e direttore dell'Istituto di Anatomia Umana, giganteggiava e si imponeva in tutti i sensi, con austera severità, con il suo lessico estroso e colorito.

- Cos'ha Terni con Mario e Paola da ciuciottare? - diceva mio padre a mia madre. - Stanno sempre li in un angolo a ciuciottare. Cosa sono tutti questi fufignezzi?
I fufignezzi erano, per mio padre, i segreti: e non tollerava veder la gente assorta a parlare, e non sapere cosa si dicevano.
- Parleranno di Proust, - gli diceva mia madre.
Mia madre aveva letto Proust, e lei pure, come Terni e la Paola, lo amava moltissimo; e raccontò a mio padre che era, questo Proust, uno che voleva tanto bene alla sua mamma e alla sua nonna; e aveva l'asma, e non poteva mai dormire; e siccome non sopportava i rumori, aveva foderato di sughero le pareti della sua stanza.
Disse mio padre:
- Doveva essere un tanghero.
Antifascisti più per inclinazione morale che per scelta politica, ospitarono Filippo Turati - di cui erano buoni amici - in transito clandestino a Torino, prima della fuga a Parigi.

Natalia Levi con il marito Leone Ginzburg


Natalia Ginzburg - che ha adottato il nome del marito Leone Ginzburg (1909-1944), (morto a Regina Coeli nel 1944, torturato dai nazisti), racconta con leggerezza e ironia, ma anche estremo pudore, gli anni difficili del periodo fascista e delle leggi raziali, dando maggiore spazio alle belle frequentazioni della famiglia con i maggiori intellettuali italiani, che alle difficoltà che la famiglia dovette subire a causa del fascismo.

Un libro che si legge avidamente, e che lascia al termine, come tutti i grandi romanzi, un senso di nostalgia per quei personaggi a cui così facilmente ci si affeziona.

Premio Strega 1963.