mercoledì 11 gennaio 2012

Cesare Pascarella - STORIA NOSTRA - Mondadori - 1958 - £ 350 -


I

Quelli? Ma quelli, amico, ereno gente
Che prima de fa' un passo ce pensaveno.
Dunque, si er posto nun era eccellente,
Che te credi che ce la fabbricaveno?

A queli tempi li nun c'era gnente;
Dunque, me capirai, la cominciaveno:
Qualunque posto j'era indifferente,
La poteveno fa' dovunque annaveno.

La poteveno fa' pure a Milano,
O in qualunq'antro sito de li intorno,
Magara più vicino o più lontano.

Poteveno; ma intanto la morale
Fu che Roma, si te la fabbricorno,
La fabbricorno qui. Ma è naturale.


II

Qui ci avevano tutto: la pianura,
Li monti, la campagna, l'acqua, er vino...
Tutto! Volevi annà in villeggiatura?
Ecchete Arbano, Tivoli, Marino.

Te piace er mare? Sòrti da le mura,
Co' du' zompi te trovi a Fiumicino.
Te piace de sfoggià in architettura?
Ecco la puzzolana e er travertino.

Qui er fiume pe' potécce fa' li ponti,
Qui l'acqua pe' poté' fa' le fontane,
Qui ripetta, Trastevere, li Monti...

Tutte località predestinate
A diventà' nell'epoche lontane
Tutto quello che poi so' diventate.

Questi i primi due sonetti del primo capitolo di STORIA NOSTRA - La fondazione di Roma a cui seguono tutti gli altri episodi della storia di Roma, per proseguire poi con il Medioevo, Napoleone, il quarantotto, l'assedio di Roma, Garibaldi, fino al congresso di Parigi, in totale 44 capitoli, ognuno strutturato in sette sonetti, per un totale di poco meno che 300 sonetti!

Un'opera importante, considerando la vastità dell'argomento, ed anche molto attesa, dopo la pubblicazione e il successo di Villa Gloria - che suscitò l'entusiasmo di Carducci - e di La scoperta de l'America, di cui persino Croce trova parole di apprezzamento, così nel capitolo a lui dedicato in La Letteratura della Nuova Italia:


Questo scrittore di sonetti romaneschi è uno dei più coscienziosi, scrupolosi e tormentati artisti, che ora siano in Italia: un artista che raggiunge sempre la spontaneità della forma, e tuttavia (caso raro) è cosciente di ogni procedimento ch'egli adopera, di ogni più piccolo accento della sua arte, e vi ragiona sopra con sottilissime osservazioni psicologiche ed estetiche. (1911)

A proposito di poeti dialettali, Natalino Sapegno evidenzia in Pascarella le esperienze maturate in ambito verista, e riferendosi ai suoi primi lavori sottolinea come si avverte subito quella volontà di rappresentazione ferma, quel taglio sicuro, quell'evidenza di scorci drammatici; e prosegue:

Ma c'è anche fin d'ora, nella tecnica densa del sonetto, nel modo d'attaccare e chiudere e circoscrivere il racconto, fino in certi giri di frasi, una scoperta bravura, un sovrappiù di abilità letteraria, che si accentua e domina nelle scritture posteriori, di maggior lena e di più ambiziosi propositi: sia nell'epica intenzionale, ma non sorretta da una deguata ampiezza di respiro, di Villa Gloria, o peggio della postuma e incompiuta Storia nostra; sia nel comico abilissimo e frizzante, ricco di trovate e di arguzie, spassoso e pungente della Scoperta dell'America; componimenti tutti in cui appunto campeggia la bravura dell'artista, e il genuino istinto poetico non si ritrova più con quell'impeto e quella pienezza dei primi sonetti.

Voglio chiudere questa presentazione con un sonetto che racconta la morte di Anita Garibaldi, a Mandriole di Ravenna il 4 agosto del 1849:

CCIX

La morte, che da l'ora de quer giorno

Fatale da che lei, povera Annita,
Assieme cor marito, era sortita
Da Roma, j'era stata sempre intorno;

E che in qualunque sito se fermorno,
Notte e giorno l'aveva circuita;
Che all'urtimo perfino era salita
Dentro la barca appena s'imbarcorno;

Adesso che la védde in agonia
E che capì ch'era venuta l'ora
Che ormai se la poteva portà' via,

Nun se mosse; ma appena che l'intese
A l'urtimo respiro sortì fora,
Je s'accostò, la strinse, e se la prese.



sabato 7 gennaio 2012

Elias Canetti - IL CUORE SEGRETO DELL'OROLOGIO - Adelphi 1987 - £ 20.000


Elias Canetti. Già definirne l'identità è impresa ardua: bulgaro, nazionalizzato inglese, di lingua tedesca, figlio di un ebreo sefardita di origine spagnola e di madre ebrea sefardita bulgara di origine italiana. Vissuto a Zurigo, Francoforte, Manchester, Parigi e Londra. Tanto basta per farne un cittadino del mondo, e uno degli ultimi esponenti della cultura mitteleuropea.

Nel 1981 gli accademici svedesi si ricordarono di Canetti e gli assegnarono il Premio Nobel per la Letteratura "per i suoi lavori caratterizzati da un'ampia prospettiva, ricchezza di idee e potere artistico".

L'autore di Massa e potere e Autodafé in questo quaderno di appunti (1973-1985) è particolarmente incisivo, aspro, tagliente e essenziale, ne consegue un vero esercizio di libertà, in grado di trasformare certezze acquisite in paradossi, senza alcun limite, anche contro se stesso:

Chi obbedisce a se stesso soffoca non meno di chi obbedisce ad altri. Soltanto l'incoerente non soffoca, colui che si dà ordini ai quali si sottrae. Talvolta, in circostanze particolari, è giusto soffocare.
Alcuni appunti sembrano destinati ad essere ampliati, altri sono caratteri in grado di definire un personaggio:

Una settimana di solitudine assoluta si alternava con una settimana tutta tra la gente. Fu così che imparò a odiare entrambe le cose: la gente e se stesso.

Una storiografia secondo la quale i perdenti avessero sempre avuto ragione.

Venne il tempo in cui tutto ciò che egli era stato crollò in pezzi. Lui stava a guardare e batteva le mani.

Chi ha troppe parole non può che essere solo.

Bonificare la palude dell'autocompiacimento.

Uno che ha il dono di essere dimenticato da tutti.



Si potrebbe continuare così, citandolo, ma è più utile sfogliare direttamente il volume e leggerlo con calma, senza voler arrivare alla fine, lasciando vagare la fantasia intorno alle immagini che le parole suscitano, meditando su ogni frase.

domenica 1 gennaio 2012

TRE FANCIULLE MARTIRI DELLA BARBARIE NAZISTA - Einaudi, Adelphi, l'Unità

Tre fanciulle, tre donne, tre brevi percorsi di vita interrotti dall'orrore di un destino comune, tragicamente consumatisi ad Auschwitz quelli di Etty e Louise, a Bergen Belsen quello di Anna.





Anna è tedesca, rifugiata in Olanda con la famiglia dopo la presa del potere di Hitler, Etty è olandese di Amsterdam, Louise è francese, parigina, studentessa del liceo del Cours de Vincennes. Il libri di Anna e Etty riguardano i loro diari, mentre quello di Louise sono lettere ai suoi familiari e alle amiche.

Anna scrive il suo diario nascosta con la famiglia in un alloggio segreto, ricavato nella casa dove il padre di Anna ha il suo lavoro. Etty scrive le sue lettere (in appendice al Diario) da una cella a Westerbork, un campo di smistamento in attesa di essere tradotta ad Auschwitz.

Louise scrive le sue prima da Fresnes, dove è stata portata dai poliziotti di Vichy, che l'arrestano per essere stata trovata senza la stella di David cucita sul cappotto, quindi dal campo di raccolta di Drancy, vicino Parigi.

Quando Anna Frank inizia a scrivere il suo diario ha solo 13 anni, Louise 18, Etty è gia una donna, nel 1941 quando inizia il suo diario ha 27 anni.

Scrive Anna il 24 dicembre 1943:

(....) Credimi, quando sei stata rinchiusa per un anno e mezzo, ti càpitano dei giorni in cui non ne puoi più. Sarò forse ingiusta e ingrata, ma i sentimenti non si possono reprimere. Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiare, guardare il mondo. sentirmi giovane, sapere che sono libera, eppure non devo farlo notare perché, pensa un po', se tutti e otto ci mettessimo a lagnarci e a fare la faccia scontenta, dove andremmo a finire? A volte mi domando: "Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzotta con un gran bisogno di divertirmi e stare allegra?" Non lo so, e non potrei parlarne con nessuno, perché sono certa che mi metterei a piangere. Piangere può recare tanto sollievo. (.......) Ed ora basta. La mia "tristezza mortale" scrivendo è un poco passata.
Le lettere di Louise sono piene di fiducia, allegria, ottimismo; non crede che il suo arresto possa davvero preludere all'internamento in un lager, e se lo crede non lo dice, per amore dei suoi famigliari, a cui il 1° ottobre 1942 tra l'altro scrive:

(.....) Voi non avete idee di quanto valga lo spirito limpido, la mentalità sana, la chiarezza morale del nostro ambiente. Per riuscire ad apprezzarlo fino in fondo bisognerebbe venire a contatto di gente come quella che io ho incontrato qui e comincio a conoscere sul serio, vivendoci insieme dal mattino alla sera. Se fossi sicura di non lasciare troppe penne in questo guaio assurdo e che anche la mamma ne venisse fuori indenne, non mi dispiacerebbe neppure troppo passarci in mezzo proprio nel momento in cui il mio carattere sta assumendo una forma definitiva.
Etty è una giovane donna, colta, intelligente, una scrittrice sensibile che sa scavare al suo interno con una lucidità e intensità che fa star male. Scrive il 22 settembre:

Una volta ho scritto in uno dei miei diari: vorrei poter tastare i contorni di questo tempo con la punta delle dita. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita perché non l'avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d'un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano - su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l'Europa. E là - sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate - su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo. Avevo imparato a leggere in me stessa e così ero in grado di leggere anche negli altri. Era proprio come se le mie dita sensibili sfiorassero i contorni di questo tempo, e di questa vita. Com'è possibile che quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato, dove si riversava e scorreva tanto dolore umano, sia diventato un ricordo così dolce? Che il mio spirito non sia diventato più tetro in quel luogo, ma più luminoso e sereno? A Westerborg ho letto un tratto del nostro tempo che non mi sembra privo di significato. Ho amato tanto la vita quando ero seduta a questa scrivania ed ero circondata dai miei scrittori, dai miei poeti e dai miei fiori. E là, tra le baracche popolate da uomini scacciati e perseguitati, ho trovato la conferma di questo amore.
Queste tre giovani donne - tra le innumerevoli altre coetanee - che l'ottusa razionalità di un sistema crimanale ha pianificato di distruggere, non scrivono una sola parola di odio contro i loro carnecifi né una parola di maledizione per la mostruosità del loro destino. Solo la consapevole accettazione dell'inevitabilità del male, come necessaria antitesi del bene, perché, come scrive Etty: "vita e morte sono significatamente legate tra loro, anche se la fine può essere triste e persino orribile, nella sua forma esteriore".

Una necessaria lettura in tutti i sensi dirompente.

martedì 27 dicembre 2011

Bertolt Brecht - GLI AFFARI DEL SIGNOR GIULIO CESARE - Einaudi 1975 - £ 2.000


In questo romanzo storico, purtroppo incompleto e pubblicato postumo nel 1956, per la traduzione di Roberto Bazien, Brecht dimostra come affari e politica siano attività affini e concordanti, intrinsecamente legate e coincidenti. Da sempre.

Solo in un'altra occasione Brecht si era cimentato nella narrativa, Romanzo da tre soldi, una trasposizione dalla più nota opera teatrale. Questo romanzo, invece, tratta un personaggio ed un periodo mai affrontati da Brecht sulla scena: Giulio Cesare.

Certo, non l'apologia del geniale condottiero, l'eroico conquistatore delle Gallie, il legislatore, l'amante di Cleopatra, nè il grande oratore o il brillante storico e narratore, che si guadagnò l'ammirazione di Cicerone e Svetonio, ma l'uomo che per raggiungere i suoi scopi non si faceva scrupolo di ricorrere a intrighi e corruzione, come d'altronde accadeva normalmente nel senato e in tutto il mondo politico-affaristico romano.

Il libro è bene articolato. Uno storico di età imperiale, intenzionato a scrivere una biografia di Giulio Cesare, acquista da Mumlio Spicro, ex ufficiale giudiziario e banchiere, che era stato amico di Cesare, i diari di Raro che al servizio di Cesare, si occupava delle sue questioni finanziarie, (sopratutto tenere a bada i numerosi creditori!).

Il ritratto che ne esce è quello di una Roma più complensibile di quella che si studia sui banchi di scuola, più vicina al mondo reale, dove i rapporti di forza esprimono le autentiche differenze sociali che la determinano. Ad esempio, la nostra conoscenza di Catilina attraverso le orazioni di Cicerone, non ci fanno chiarezza sulla situazione economica del periodo, sulle istanze populiste che Catilina esprimeva, sulla presa che queste avevano sul popolo, sulle difficoltà economiche che il popolo romano incontrava a causa della massiccia presenza di schiavi, mano d'opera a costo zero in mano a latifondisti che strangolavano i piccoli produttori. In questo contesto, C. (come viene sempre definito Cesare nei diari di Raro) può scegliere la sua politica più comveniente.

19.8
Per evitare di dare inutilmente nell'occhio, gli schiavi che Pompeo manda dall'Asia, vengono condotti di solito in città nelle prime ore del mattino per la vendita all'asta. Oggi ho visto una processione di questa gente. Circa 2000 scendevano zoccolando dalla Suburra, in uno stato pietoso, con calzature troppo leggere per il nostro pessimo selciato. Malgrado l'ora mattutina mi trovai circondato da piccoli bottegai e da disoccupati (i primi si mettono al lavoro molto presto per risprmiare la luce, i secondi vanno al mercato molto prsto in cerca di rifiuti a buon prezzo). Tutti guardavano cupi la lunga processione: Sapevano che ognuno di questi schiavi significava un posto di meno o un cliente di meno.

2.9
Gia da due settimane avevo inteso parlare qua e là di Catilina, ma ora improvvisamente non si parla d'altro. Vengo a sapere che ha tenuto un comizio nel terzo distretto, dove pare abbia parlato tra applausi entusiastici, contro i profittatori e gli speculatori. Egli esige che non soltanto il Senato e la city, ma anche il più infimo cittadino romano abbia la sua parte del bottino fatto in Asia. (.....)

10.9
La fuga di capitali assume proporzioni sempre maggiori. Il tasso d'interesse è salito dal 6 per cento al 10 per cento. Dunque nella city hanno già paura di Catilina! Pomponio Celere "pellami e cuoi", disse però qualcosa di molto notevole: "Forse la city fa sparire i capitali perché si abbia paura di Catilina".
Abbiamo discusso un'ora intera su questa frase.


Una lettura istruttiva e divertente. Peccato che Brecht non sia vissuto abbastanza per completare l'opera.


venerdì 23 dicembre 2011

Riccardo Bacchelli - IL DIAVOLO AL PONTELUNGO -Mondadori 1957 - £ 1.600


Questo squinternato volume della collana mondadoriana dei Narratori Italiani n.42 uscì nel 1957, per dare un'idea della lontananza di quella data, basti pensare che in quell'anno iniziarono le trasmissioni di Carosello, sei paesi firmarono il Trattato di Roma per far nascere l'Unione Europea, uscì la prima Fiat 500, Jack Kerouac pubblicò On the road e in Italia Feltrinelli diede alle stampe Il dottor Zivago.

Il diavolo al Pontelungo, naturalmente, non era una novità editoriale, era già stato pubblicato nel 1927, anno particolarmente ricco per la letteratura: nello stesso anno uscirono infatti America di Kafka, Gita al faro della Woolf e il Tempo ritrovato con cui Proust chiudeva la sua recerche.

Il romanzo uscì dunque nel '27 per i tipi dell'editore Ceschina di Milano, ma Bacchelli continuò a metterci le mani, sicché la versione definitiva la si può considerare questa del 1957 a cui seguirà, nel 1965, una edizione economica negli Oscar.


Questo romanzo storico di Bacchelli, definito da molti critici una delle opere più felici e più fortunate del romanziere, tratta dell'amicizia prima e della rottura poi tra l'anarchico rivoluzionario Michail Bakunin (1814-1876) e l'anarchico Carlo Cafiero (1846-1892), nonché del primo tentativo di far scoccare la scintilla della rivoluzione a Bologna per poi estenderla in tutta Italia.

Bakunin è una figura affascinante nel panorama ottocentesco, partecipa nel 1949 all'insurrezione di Dresda - gli fu compagno tra gli altri Wagner - arrestato e condannato a morte, pena commutata in carcere a vita, dopo il trasferimento in Russia la sua pena fu ancora commutata in esilio in Siberia, da dove fuggì nel 1861.

Ecco come magistralmente ce lo descrive Bacchelli:

Michele Alessandrovic Bakùnin sfiorava due metri di statura, e la sagoma dell'uomo era ampia e possente in pari proporzioni. La barba gli scorreva sul petto larga e appuntita, morbida, ondulata e brizzolata come i capelli che gli facevano una raggiera folta dietro la nuca. La fronte era larga e un po' sfuggente, fronte di fantastico e di sensuale; il naso era vivo e la bocca carnale. Lo sguardo era azzurro come l'illusione e trasparente come la logica assurda; le palpebre gravavano un poco, come quelle dei pigri e degli assonnati, sull'occhio. Questo era acuto, interrogativo, pronto sugli oggetti e sull'interlocutore, oppure vago e perso in un lieve sorriso estatico, indirizzato a tutto o a niente. Queste due espressioni di estrema petulanza e di estrema indolenza si inseguivano sul viso di Bakùnin a distanza di momenti, a volte accompagnando e a volte contraddicendo le parole e le azioni di quel che stava facendo e dicendo.
Carlo Cafiero, l'anarchico pugliese, ecco come ce lo presenta Bacchelli:

Carlo Cafiero, di fronte allo slavo rumoroso e massiccio, era tutt'altra figura fisica e morale. Egi era spinto ad agire dalla testa, e la testa esaltata non lascia requie, nè svago, nè sanità. Era di media statura, abbottonato e scialbo nel modo di vestire quanto Bakunin era libero, sciolto e colorito nel suo. Capelli e barba aveva lisci, uniti e ravviati; era un uomo gracile e composto, un'astratta e nervosa figura d'italiano e di meridionale. L'inquietudine che suscitava lo scioperato Bakunin era un elemento di simpatia umana, la stima che destava Cafiero era causa di freddezza. Asciutto, taciturno, severo, aveva nelle dita qualcosa che non voleva mai star fermo. E fregava spesso i gomiti sul fianco, stropicciando fra le dita, come per strapparli, maniche e bavero della giacca. Questi gesti divenivano nella contrarietà veri accessi nervosi, e allora lo sguardo, miope dietro gli spessi occhiali a stanghetta da studioso, cresceva una sua fissità assente e penosa. Il naso era bonario, la bocca arida, la fronte appuntita di testardo e di mistico. Al solo vederlo si scorgeva l'uomo scrupoloso e sottile, e su tutta la persona un segno, un'ombra di destino funesto e smarrito.
L'insurrezione di Bologna, che avrebbe dovuto essere la scintilla capace di scatenare la rivoluzione in Italia, fallì miseramente perché all'appuntamento con la storia si presentarono solo duecento rivoluzionari anziché i mille previsti, male organizzati, peggio armati, senza nessun coordinamento tra i vari gruppi, regolarmente ostili tra loro: caratteristiche queste peculiari sia della sinistra di tutti i tempi, che degli italiani in genere.

Le ali ardenti e temerarie dell'utopia erano cadute come ali da teatro, e Bakùnin si destò sereno e curioso del mondo. Era una curiosità pacifica, di ogni e qualsiasi oggetto. Per quanto gli paresse di aver da apprendere tutto, cioè quel che in sessant'anni aveva ignorato o visto di straforo coll'occhio dell'arbitrio e dell'idea fissa; tutto il vasto mondo, le tantissime cose, ora che di vita gli restavano mesi più che anni, non gli facevan fretta, non erano una ricchezza da dilapidare per timor d'essere tardi a godere. Il mondo era una ricchezza sua e senza fondo, tranquilla, inconsumabile.
A distanza di tempo dalla sua apparizione, il romanzo non ha perso nulla della sua attrattiva e del suo fascino, e si legge con piacere, pervaso com'è da bonaria saggezza e garbata ironia.

venerdì 16 dicembre 2011

COLAZIONE DA TIFFANY di Truman Capote








Devo alla lodevole iniziativa del giornale “La Repubblica”, che nella collana La Biblioteca del Novecento ha edito alcuni romanzi che altrimenti, forse, non avrei mai letto, l’incontro con Colazione da Tiffany di Truman Capote. Certo, la lettura è in parte disturbata dalla continua comparazione che, anche involontariamente, viene da fare con quel vero cult-movie che è il film con Audrey Hepburn, ma il romanzo funziona benissimo da solo, senza l’ingombrante riferimento Avevo conosciuto Truman Capote per un romanzo sconvolgente degli anni ‘60, A sangue freddo, la ricostruzione, niente affatto romanzata, di un fatto di sangue accaduto qualche anno prima, in una provincia americana del middle west.

In Colazione da Tiffany(1959) Capote, come gli altri scrittori della beat-generation, coglie lo spirito del tempo e sembra proporre una filosofia di vita capace di convertire i modelli severi della morale puritana in pura pratica della gioia, della leggerezza, della vitalità.

Il cinema americano, le grandi case di produzione, le major, sembrano non possedere la forza per
presentare una realtà che non sia banalmente consolatoria e ottimistica, e così condanna Colazione da Tiffany ad essere solo una deliziosa commedia brillante dell'american life, cioè il trionfo del conformismo contro lo spirito del romanzo.

domenica 11 dicembre 2011

Riccardo Bacchelli - UNA PASSIONE CONIUGALE - BMM n.483 - 1963- £ 350




Fate una prova: chiedete a un giovane se conosce Bacchelli. Nella migliore delle ipotesi vi dirà che è l'estensore di una legge che porta il suo nome, finalizzata ad aiutare artisti indigenti.

I più informati ricorderanno il suo monumentale Mulino del Po, romanzo scritto alla fine degli anni 30 del secolo scorso e grandioso sceneggiato televisivo del 1963 del maestro del genere Sandro Bolchi.

Ho sempre considerato Bacchelli alla stessa stregua di Manzoni, cioé un grande romanziere, come notoriamente non ne abbiamo in Italia, e ho trovato lo stesso giudizio espresso da Montanelli, nella prefazione a una vecchia edizione del Mulino del Po.

In questo intenso romanzo, Una passione coniugale, che ho riletto dopo tanti anni, ho ritrovato tutti gli elementi che me lo fecero amare nel lontano 1963, quando lo lessi in questa terza edizione: l'elegante scrittura, la complessa analisi psicologica dei personaggi, la modernità con la quale l'autore tratta un tema caro alla grande letteratura romantica, il rapporto tra l'amore e la morte.

Per dare un'idea di questo denso romanzo, ecco un brano che, per chi ha qualche dimestichezza con Proust, non faticherà a trovare alcune affinità:


Giulia era arrivata a Olmèdolo assai stanca, e aveva fatto una sana e bella dormita. Più lunga quella di Giorgio, che dormiva ancora quando Giulia appoggiata la testa sul palmo della mano destra, si mise sul fianco a guardarlo, pensando pigramente e contenta alla dolcezza del letto ritrovato dopo quei parecchi giorni di letti d'albergo. Non basta, rifletteva, che un letto sia buono, nè troppo cedevole nè troppo duro, e uguale e di giusta ampiezza. Bisogna, come la camera, che sia diventato nostro e cògnito, foggiato e penetrato di quelle innumerevoli impronte personali, che si fanno percepire dai sensi quando mancano e che lo spirito non degna di riconoscere se non quando, dopo che uno sia partito o sia morto, all'entrare nelle sue stanze intime ci s'accorge con dolore com'erano sue e come restano animate da lui.
L'amore che lega i due sposi si colora, fin dalle prime pagine, di una vena drammatica quando viene diagnosticato a Giulia una leucemia che non lascia alcuna speranza. L'amore, già intenso che li lega, privato della prospettiva del futuro, diviene assoluto, disperato, morboso: gli sposi si isolano completamente per dedicarsi solo al loro rapporto, destinato a interrompersi con la morte.

Giulia controlla le modificazioni che la malattia compie sul suo corpo:

Dimenticando nel timore l'oggetto del suo timore, si buttò com'era fuori del letto, e andò a scostare la tenda davanti a uno di quegli specchi che dal tempo della sua malattia teneva sempre coperti. Lo specchio le rifletteva addosso la luce, approfondendogliela attorno, e facendo splendere i margini e le linee esterne del suo corpo. Com'era bella! Sorta in piedi aveva ritrovato lo splendore fermo della sua gioventù, che il sonno aveva ammollito. Nello specchio molato, dalla luce chiara e profonda, apparivano, quasi in una limpida acqua di gemma, le parti più donnesche del corpo di lei, che gli volgeva le spalle, dalle ombrose ascelle e dal collo, che proteso verso lo specchio spiccava agile e fresco, fino alla dolcezza arrendevole e vigorosa delle ginocchia lucide e rotonde. Lo specchio incastonava il viso come una gemma: Lei non guardava Giorgio nello specchio, nè la propria bellezza, ma levando le braccia graziose, fatte esili dalla malattia tanto da dare una stretta al cuore indicibile, non meno belle, allontanava con una mano i capelli scomposti, ala nera sulla sua fronte ben fatta e nobilmente, e con l'altra scostava fra due dita le labbra e le palpebre in quel gesto di paura puerile che le era diventato abituale da quando spesso s'era data a spiare sulle gengive e dentro le palpebre i progressi del suo funebre pallore.

I personaggi di questo indimenticabile romanzo, sono resi con una vividezza esemplare, il loro travaglio psicologico di fronte all'incombente tragedia è raccontato con la semplicità che è solo dei grandi classici.