domenica 15 luglio 2012

Augusto Roa Bastos - FIGLIO DI UOMO - Feltrinelli 1977 - £ 2.000


La notizia - apparsa giorni fa su internet - che un Presidente (Fernando Lugo) era stato destituito con un voto del Senato, mi ha rammentato che esiste un paese chiamato Paraguay di cui, colpevolmente, conosco solo, per aver letto molti anni fà, questo sconvolgente libro: Figlio di Uomo. D'altronde è noto come di alcuni paesi, qui in occidente, si parli solo in occasione di calamità naturali o rivoluzioni.

Nove capitoli, nove drammatici episodi che rispecchiano la tormentata storia del Paraguay, dolorosamente scisso tra dittatura e rivolta, resistenza e oppressione, carnefici e martiri, e la misteriosa suggestione della cometa di Halley.

Fu in quel tempo che la cometa apparve nel cielo e avvicinò minacciosamente la sua immensa coda di fuoco alla terra. Il panico dilagò. Era l'annuncio risplendente della fine del mondo. La notizia terribile del castigo si ingigantiva nella chiesa, tra i lamenti e le preghiere. Me lo ricordo bene. Ci dimenticammo di Gaspar Mora, solo nel monte. Poi cominciò la siccità, come se l'infuocato respiro del mostro avesse prosciugato l'acqua del cielo e della terra.
Maria Rosa cercò di raggiungere il crepaccio della montagna con il suo piccolo peso di acqua e di provviste. Ma non vi riuscì. Si smarrì, accecata, sviata dal malefico yvaga-rata (fuoco del cielo), che finì per bruciarle l'anima. Dopo molti giorni riapparve gesticolando.

Il linguaggio narrativo di Augusto Roa Bastos e' - come si vede -  quello del cosidetto realismo magico, comune a Garcia Marques, Borges, Bulgakov, Calvino. Affascina, rapisce, inframmezzato com'è di espressioni Guaranì, la seconda lingua ufficiale del Paraguay.

Figlio di uomo è il nuovo testamento di un popolo che per secoli ha oscillato senza pausa tra l'infamia dei suoi carnefici e le profezie dei suoi martiri. Il Cristo cui si rivolgono i personaggi di Roa Bastos è figlio dell'uomo, una vittima da vendicare e non un Dio che aveva voluto  morire per gli uomini.

VICTOR HASSEBLAD - Guller International AB - Edizione Fuori Commercio


 Ho avuto il privilegio di lavorare per un'azienda che distribuiva in Italia i prodotti creati da quest'uomo eccezionale che ha inventato un sistema fotografico  semplice ma di altissimo livello tecnico: Victor Hasseblad. Questo libro è dedicato alla sua vita e alla sua opera.

L'attività della famiglia Hasseblad è iniziata nel 1841 come import-export di prodotti vari, tra i quali i primi thermos, (bottiglie isolante per caldo e freddo, come recita un catalogo d'epoca), album e cartoline illustrate della Svezia, che il fondatore Fritz Victor faceva stampare in Germania. In seguito suo figlio Arvid Viktor (preferiva scrivere il nome con la k anziché la c) si appassionò di fotografia e acquistava e distribuiva apparecchi fotografici e accessori, pur confessando ai suoi collaboratori "non credo che ci guadagneremo molto, ma almeno potremo produrre in proprio le nostre foto".

Il passo più importante nella storia dello sviluppo della Hasseblad è costituito dall'acquisizione, intorno al 1890, della rappresentanza generale per la Svezia della Eastman Kodak. Il contratto venne stipulato da una stretta di mano fra Arvid Viktor Hasseblad e George Eastman, e non fu mai formalizzato con documenti ufficiali, pur risultando vincolante dalla elevata rispettabilità dei contraenti! Cose d'altri tempi!


La grande passione di Franz Victor Hasseblad (1906-1978), figlio di Arvid Viktor, era, neanche a dirlo, la fotografia e l'osservazione degli uccelli. Già a sedici anni aveva pensato a come perfezionare le sue macchine fotografiche. Non finì gli studi regolari, preferendo perfezionarsi a Parigi presso la Kodak Pathé e infine alla Eastman Kodak a Rochester, NY.

Il giovane Victor si sentiva stretto nell'ambito della società paterna e così nel 1937, con la moglie Erna che aveva sposato nel 1934, aprì un negozio di articoli fotogrtafici Victor Foto con annesso laboratorio di sviluppo e stampa, che ebbe subito un discreto successo.

Franz Victor Hasseblad nel 1927, durante una spedizione in Lapponia, con apparecchio Graflex.

Nell'aprile del 1940, in piena guerra, ebbe l'incarico dal quartier generale delle forze aeree di costruire un apparecchio adatto alla ricognizione aerea e, a questo scopo affittò un capannone a Göteborg ed iniziò, con l'aiuto di due meccanici, a produrre una macchina fotografica ad ottica intercambiabile, la HK7. Il formato di ripresa era 7x9cm su pellicola perforata di 80 mm per 30 pose, l'apparecchio senza ottica pesava 3,8 kg, disponeva di due obiettivi: uno Zeiss Biotessar 2,8/135 mm e uno Schneider Tele-Xenar 4,5/240mm. Otturatore Compur con tempi di 1/50, 1/250 e 1/400.

Nel 1941 furono assunti altri 20 operai. Si consideri che dal 1940 al 1943, furono costruiti ben 240 apparecchi HK7 e circa 70 SKA 4 di formato più grande: 12x12 cm, con l'intercambiabilità del magazzino portapellicola e di un motorino per il trascinamento, mirino con ingrandimento e un dispositivo che registrava automaticamente sul bordo del fotogramma ora e minuto di ripresa.



Fotocamera HK7 per la ricognizione aerea, su bombardiere SAAB B-17

In seguito la Reale Aeronautica Militare Svedese ordinò alla Hasseblad una fotocamera da ricognizione di formato 18x24 cm, con motore, forse la più grande fotocamera mai costruita. Di queste ne furono prodotti 30 esemplari.

Ma a un certo punto, si era ormai alla fine della guerra, Victor Hasseblad, anche per il suo convinto pacifismo, oppose un cortese ma fermo rifiuto a continuare la produzione di apparecchi fotografici per usi militari:

"No, io non credo sia opportuno, non costruiremo più alcuna fotocamera per riprse aeree. L'areonautica militare ne dovrebbe già avere a sufficienza. Presto la guerra finirà e allora si dovranno poter comprare apparecchi ben più moderni di quelli che io ho costruito fino ad oggi."

E da quel giorno iniziò l'avventura di un prodotto prestigioso, che i professionisti di tutto il mondo hanno usato e usano, dividendosi il mercato del grande formato con l'altro colosso tedesco della fotografia Rolleiflex.





                                                           
Viktor Hasseblad nel 1975, mentre prova la nuova 2000 FC, particolarmente adatta alla ripresa dei veloci uccelli marini delle isole Nidingen.

I  grandi padri della fotografia, universalmente riconosciuti sono Oskar Barnack, l'inventore della Leica, Reinhold Heidecke, inventore della reflex  binoculare Rolleiflex, George Eastman, inventore della pellicola in rullo e realizzatore della prima camera a cassetta Kodak, e naturalmente Victor Hasselblad, inventore di un sistema professionale modulare e integrato, in grado di effettuare la documentazione in un incredibile numero di settori tecnici scientifici, tra questi l'esplorazione spaziale.

I pionieri della reflex si fotografano a vicenda: E.R.Heideche con la sua Rolleiflex e Victor Hasseblad con la sua 500 C.


E poi l'avventura spaziale di cui fu protagonista  la 500 EL con motorino elettrico incorporato che, opportunamente modificata, divenne la Hasseblad- Data-Camera che ripresero le prime foto sulla luna.


Victor Hasselblad e l'austronauta John Gleen.






Foto Lennart Nilsson, inizio anni '70 durante una gita a Bäckhammar


Durante tutta la sua vita avventurosa, Victor Hasselblad trovò le sue ore più belle quando poteva stare a tu per tu con la natura, fotografandone gli alati abitanti.




Civetta minore (Glaucidium passerinum) con la sua preda, una cincia (giugno1968)



Un libro davvero illuminante,  sulla figura di un uomo geniale, semplice e profondamente umano, che ha realizzato, con la sua intuizione, passione e capacità tecnico-organizzative, un impero economico destinato, con i suoi prodotti, ha cambiare la rappresentazione del mondo.



Astronauta con auto lunare. Apollo 17

domenica 8 luglio 2012

Céleste Albaret - MONSIEUR PROUST - SE 2004 - €30.00 - (Remainders 50%)


Che si tratti di un testo agiografico ?  il dubbio sorge fin dall'inizio della lettura di questo poderoso - oltre 380 pagine - tardivo racconto degli ultimi dieci anni della vita Marcel Proust, da parte di quella Céleste,




Céleste Albaret
  
governante, segretaria, ma sopratutto confidente, che gli fu accanto durante gli anni della stesura della sua opera. Ma chere Céleste, come la chiamava Proust.

Dieci anni non sono poi tanti. Ma era Marcel Proust, e quei dieci anni da lui, con lui, sono tutta una vita, e ringrazio la sorte d'avermela data, perché una vita più bella non avrei potuto desiderarla. Ma fino a che punto lo fosse, di questo non mi rendevo conto allora. Vivevo come sempre ed ero contenta di essere lì. Quando glielo dicevo, mi puntava addosso quel suo sguardo scrutatore, punzecchiante e gentile al tempo stesso, e replicava: "Su, su, cara Celeste, star sempre qui, la notte, con un malato, deve essere molto triste". E io protestavo. Lui si divertiva, ma assai prima di me aveva capito cosa rappresentasse per me quell'esistenza. Difficile spiegarlo. Erano il suo fascino, il suo sorriso, il suo modo di parlare, con la sua piccola mano contro la guancia. Dava il tono di una canzone. Quando la vita s'è fermata per lui, s'è fermata anche per me. Ma la canzone è rimasta.

I toni, come si vede, sono quelli del culto della personalità. Che Céleste fosse una giovane donna, affascinata dalla personalità di Marcel Proust, è abbastanza verosimile e comprensibile: lei una contadinotta, appena sposata, mai uscita dal suo paese, si ritrova ad essere nell'elegante Parigi, tra intellettuali e nobildonne, la guardiana della tranquillità di questo affabile signore, elegante, sensibile, delicato, erudito ma semplice, comprensivo, bisognoso di cure e attenzioni. Quanto basta per  far emergere nella giovane donna quell'istinto materno, di protezione del cucciolo, quella forma di innamoramento che,  escludendo la sfera sessuale, si palesa con la dedizione assoluta.

Il problema che si pone è però un altro: quanto la dedizione a Monsieur Proust possa averne influenzato il ritratto che Céleste compone in questo interessante libro di memorie.

Céleste Albaret fin dai primi giorni, dopo la morte di Proust nel 1922, fu assediata da giornalisti e studiosi, che cercavano di ottenere da lei notizie, testimonianze, ricordi. Céleste oppose sempre un netto rifiuto, considerando una forma di tradimento svelare gli aspetti privati dell'uomo che l'aveva  eletta sua confidente privilegiata.

Nell'introduzione al volume, Georges Belmont, che ha raccolto la testimonianza di Céleste, chiarisce:

Se ora, a ottantadue anni, ha mutato parere è perché ha ritenuto che altri, meno scrupolosi, avessero tradito Marcel Proust, sia perché non disponevano delle sue fonti di verità, sia per eccesso di fantasia o per la tentazione di erigere a tesi le loro piccole, "interessanti" (o interessate) ipotesi.
Quanto a me, affermo che non avrei accettato di farmi l'eco di Madame Alberet se dopo alcune settimane - sui cinque mesi che durarono le nostre conversazioni - non mi fossi convinto della sua assoluta sincerità.
Di tutti i fatti narrati da Céleste - molti già noti perché a queste memorie, che sono del 1973, hanno attinto tutti coloro che hanno scritto biografie di Proust, a cominciare dal nostro Pietro Citati in La colomba pugnalata - l'unica notizia sarebbe quella riguardanti le abitudini sessuali di Proust.

In un capitolo pudicamente  intitolato Altri amori, Cèleste nega decisamente la presunta omosessualità di Marcel Proust, né lei né Odilon - suo marito, l'autista che lo portava in giro per Parigi - ne hanno mai  avuto il sospetto. Degli amici che frequentava, Céleste scrive:

Uno solo era diverso: un giovane inglese, amico di un certo Goldsmith o Goldschmidt, il quale era ricchissimo e perseguitava Monsieur Proust con inviti a pranzo. A Monsieur Proust non piaceva andarci: mi diceva che era noioso e che perdeva tempo a frequentarlo. D'altra parte, però - ed è appunto la prova che non si faceva scrupolo a parlarmene - non mi nascondeva che Monsieur era "dalla parte di Sodoma".

A proposito di Alfred Agostinelli, scrive:

Romanzi d'ogni specie si sono imbastiti sul dolore di Monsieur Proust  per quella morte e sui sentimenti che aveva, o avrebbe avuto, per Agostinelli. Alcuni cervelli, grandi o piccoli, non so dirlo, hanno perfino sentenziato che era lui, Agostinelli, almeno in parte, l'Albertine di cui il Narratore era innamorato. Il che, a mio avviso, è ridicolo. Anzitutto, Albertine esisteva molto prima di Agostinelli, sia nella mente che nei quaderni di Monsieur Proust; e poi, dal modo in cui Monsieur Proust mi parlava di lui, sono convinta che con Agostinelli le cose andarono, in seguito, come con Henri Rochat.
E così per ogni personaggio che è stato accreditato di una relazione con Monsieur Proust, la fedele Céleste trova le motivazioni per confutarne le implicazioni  immorali.

Tornerò su questo argomento quanto prima, quando parlerò del libro di Pietro Citati La colomba pugnalata, dove ho trovato, a fianco di approfondite analisi dei rapporti famigliari, delle enfatizzazioni di alcuni fatti e personaggi che non sembrano molto verosimili.

Interessante  l'aneddoto - già conosciuto - riguardante l'esibizione del quartetto Poulet nella casa di rue Hamelin, dove,  solo per lui, fu eseguito il quartetto per archi di César Frank, che servivà a Proust per approfondire il personaggio e la musica di Vinteuil.

 La prima parte del quartetto si può ascoltare a questo indirizzo:

 http://www.youtube.com/watch?v=B6ZUl9COvUU

Sono state scritte migliaia di pagine su Marcel Proust, molte inessenziali ai fini dell'approfondimento  della sua opera,  che è, e rimane, una delle più grandi costruzioni letterarie dei tempi moderni;  queste di Céleste le ho trovate semplici e accativanti e danno dell'uomo  Proust un'immagine più vicina a quella che se ne  ricava con la lettura di A la recherche du temps perdu.


domenica 24 giugno 2012

GLI SCRITTORI E LA FOTOGRAFIA - A cura di Diego Mormorio - Prefazione di Leonardo Sciascia - Editori Riuniti-Albatros 1988 - £ 30.000



Leonardo Sciascia, nella prefazione a questo intrigante libro, definisce in modo suggestivo la funzione della fotografia:

Per abolirlo o per fermarlo, per abolirlo fermandolo, la fotografia si può dunque dirla una guerra contro il tempo, non illustre, umile e quotidiana piuttosto, ma appunto nel suo essere umile, nel suo essere quotidiana, nel suo essere oggi ovunque in agguato e invadente, in un certo senso violenta, raggiunge e sorpassa - anche nei suoi risultati più grezzi, più brutali o banali - le altre forme già illustri, di guerra contro il tempo: la storia, il romanzo.
Non solo:

Contemporaneamente, la macchina fotografica, con la sua possibilità di fissare ogni attivo del divenire, forniva al nascente positivismo il più grande archivio di fatti, creando il mito della verità fotografica....

Attraverso la raccolta di scritti di autori diversi, Diego Mormorio, storico della fotografia, ha costruito la storia del fecondo rapporto tra fotografia e scrittori, dalla nascita della fotografia ai nostri giorni diviso, in tre capitoli: Linguaggi e tecniche, Fotografi e fotografie, Racconti e istantanee.

Gli autori i più eterogenei,  da Apollinaire a Steimbeck, da Barthes a Evtušenko, da Shaw a Kundera, da Bufalino a Sartre, a Moravia, a Flaiano, a Calvino, a Vittorini, a Majakowskij, alla Sontag, a Lewis Carroll e a decine di altri di tutte le nazionalità e periodi storici, un panorama completo su quanto è stato scritto intorno alla dodicesima (?) musa.

Questo l'incipit dello scritto di Evtušenko, La Musa della fotografia:
Le strade sono percorse da milioni di uomini i cui ritratti non saranno dipinti mai da grandi pittori. I grandi pittori non bastano per tutti. Nel volto di ciascun uomo è celato il mistero dell'unicità della sua vita. Il volto umano è un documento della storia. Ecco una donna anziana e stanca, carica di fagotti. Il suo volto sembra riflettere una totale indifferenza per la vita. Improvvisamente questa donna si ferma perché trova la strada sbarrata da bambine che saltano la corda. Invece di arrabbiarsi, il suo volto comincia a illuminarsi per qualche lontano ricordo che la riporta alla gioia della sua infanzia quasi dimenticata e che oggi appartiene ad altri. Un giorno, anche queste bambine invecchieranno e anch'esse guarderanno con tristezza l'arcobaleno della corda di altre bambine che sbarrerà loro la strada. La musa della pittura sarebbe stata troppo lenta per fissare l'attimo di luce apparso sul viso di questa donna.


L'incontro degli scrittori con la fotografia ha prodotto pagine bellissime, fatti singolari e divertenti, qui sono riunite in un unico disegno armonico, che interesserà certamente gli amanti della fotografia.






giovedì 21 giugno 2012

Pellegrino Artusi - LA SCIENZA IN CUCINA E L'ARTE DI MANGIAR BENE - Bemporad Marzocco Firenze 1967 - £ 1.200


Apprendo dalla rivistina della Coop Nuovo Consumo che dal 16 al 24 giugno  Forlimpopoli rende omaggio al suo concittadino più illustre, quel Pellegrino Artusi che nel 1891, a proprie spese, diede alle stampe il primo e più diffuso libro della cucina italiana. Una settimana di iniziative che trasformerà Forlimpopoli in "città da assaggiare, dove le strade, i vicoli e le piazze diventano veri e propri percorsi gastronomici. Ci saranno oltre 150 appuntamenti fra laboratori e degustazioni, una ventina di incontri imperniati sulla cultura del cibo, più di 50 spettacoli di vario genere (teatro,cabaret,concerti, performance di strada), oltre 30 ristoranti appositamente allestiti. Inoltre, come ogni anno, s'incorona il miglior cuoco o cuoca dilettanti, assegnando il Premio Marietta."

 Marietta è stata la cuoca del maestro, la persona cioé che materialemnte realizzava le ricette che Artusi andava raccogliendo, con la passione dell'antropologo culturale, in giro per l'Italia. Ed è a lei che Artusi lascia in eredità i diritti del suo libro, divenuto nel corso degli anni un vero best-seller.

Il libro, è bene ricordarlo, non è un semplice ricettario, ma, come correttamente recita il titolo, La Scienza in cucina e l'Arte di mangiare bene, dove vengono dispensati consigli di ogni genere e, in anticipo di quasi un secolo, di informazioni sui fattori nutritivi dei vari alimenti.

In questo brano, parlando dei Tortellini alla bolognese, anticipa un concetto che profeticamente si realizzerà solo nei tempi moderni.
"Bologna è un gran castelazzo dove si fanno continue magnazze", diceva un tale che a quando a quando colà si recava a banchettare cogli amici. Nell'iperbole di questa sentenza c'è un fondo di vero, del quale, un filantropo che vagheggiasse di legare il suo nome a un'opera di beneficienza nuova in Italia, potrebbe giovarsi. Parlo di un Istituto culinario, ossia scuola di cucina a cui Bologna si presterebbe più di qualunque altra città pel suo grande consumo, per l'eccellenza dei cibi e pel modo di cucinarli.

La descrizione della ricetta il più delle volte viene arricchita da notizie che riguardano i luoghi dove sono state raccolte, case private, osterie ecc., ma anche gustosi ritratti di persone. Questa spassosa descrizione anticipa la ricetta della Zuppa alla Stefani:

L'illustre poeta dott. Olindo Guerrini, essendo bibliotecario dell'Università di Bologna, ha modo di prendersi il gusto istruttivo, a quanto pare, di andare scavando le ossa dei Paladini dell'arte culinaria antica per trarne forse delle illazioni strabilianti a far ridere i cuochi moderni. Si è compiaciuto perciò di favorirmi la seguente ricetta tolta da un libricino a stampa, intitolato: L'arte di ben cucinare, del signor Bartolomeo Stefani bolognese, cuoco del Serenissimo Duca di Mantova alla metà del 1600, epoca nella quale si faceva in cucina grande uso ed abuso di tutti gli odori e sapori, e lo zucchero e la cannella si mettevano nel brodo, nel lesso e nell'arrosto. Derogando per questa zuppa dai suoi precettiio mi limiterò, in quanto a odori, a un poco di prezzemolo e di basilico; e se l'antico cuoco bolognese, incontrandomi all'altro mondo, me ne facesse rimprovero, mi difenderò col dirgli che i gusti sono cambiati in meglio; ma che, come avviene in tutte le cose, si passa da un estremo all'altro e si comincia anche in questa ad esagerare fino al punto di voler escludere gli aromi e gli odori anche dove sarebbero più opportuni e necessari. E gli dirò altresì che delle signore alla mia tavola, per un poco di odore di noce moscata, facevano boccacce da spaventare.

In genere le ricette guardano la cucina borghese dell'epoca, dove abbondano i pasticci di pernici, dove per farcire pollastre vengono impiegati due-tre etti di tartufo bianco, non certo la cucina contadina e operaia, impegnata com'era più a conciliare il pranzo con la cena che  occuparsi di gastronomia.

Ma lentamente, con le varie edizioni che si susseguono, riesce infine a far breccia anche in quel mondo contadino, che finisce per riconoscersi in quei sapori e quelle pratiche culinarie, per diventare il libro di cucina di tutti gli italiani.

martedì 12 giugno 2012

Carnacina - Buonassisi - ROMA IN CUCINA - Aldo Martello Editore - 1972 - £ 2.400


Luigi Carnacina a soli dodici anni inizia a lavorare come sguattero e cameriere in una osteria. A quattordici lascia l'Italia è inizia il suo percorso nel mondo alberghiero e della ristorazione, dove a modo di conoscere e lavorare per il grande maestro Auguste Escoffier al Savoy Hotel di Londra e in seguito dirigendo grandi hotels e ristoranti in Europa e in America.

Vincenzo Buonassisi è stato un apprezzato giornalista, scrittore e gastronomo, autore di libri di cucina e di programmi televisivi.

Di questo libro che è riduttivo definire di cucina, piuttosto di cultura storico-gastronomica, preciso ed esauriente, ho sempre molto apprezzato (ricette a parte che essendo romano conosco abbastanza bene) l'introduzione che è un vero e proprio saggio  sulle caratteristiche della cucina romana.

C'è una sorprendente continuità nella cucina delle fettuccine, dell'abbacchio, della pajata, della testina, della coda alla vaccinara, del pecorino con le fave, dell''anguilla, delle frappe, delle cime di rape, di tanti altri piatti: una continuità che ciene, si, dalle materie impiegate, ma anche ancor più dal modo costante di sfruttarle, legarle, condirle.
 Un romano di mille o duemila anni fa sbalzato da una macchina del tempo nel mondo di oggi non subirebbe a tavola, propabilmente, uno choc troppo grave: mancherebbero tante cose, ma ci sarebbero anche piatti noti, un certo carattere familiare in questa cucina dell'olio e del guanciale, del latte, della ricotta, delle erbe, dei legumi.

Viene analizzato come l'introduzione in alcuni prodotti provenienti dalle Americhe, non abbia, come in quasi tutta Europa, rivoluzionato la cucina romana. La patata, il pomodoro,  infatti entrano nella cucina romana come un accessorio, danno colore, sfumature di gusto, ma non incidono profondamente, non rivoluzionano il modo di concepire la preparazione del cibo.

Poi estendendosi il potere di Roma repubblicana, a questi cibi se ne unirono altri suggeriti dalle risorse e dalla civiltà agricola delle terre vicine, conquistate. Comparve il pane, intanto, senza eliminare le pultes; il pane che si mangiava col formaggio, oppure con l'aglio, con le cipolle, primo sostegno degli stessi legionari romani (donde, per secoli, il motto:"Ubi Roma, ibi allium", che si può tradurre liberamente: dove arriva Roma, lì si sente l'aglio). 

Divennero elementi base dell'alimentazione le olive, l'olio, il vino, considerato come un cibo vero e proprio, oltre che una bevanda; il maiale e gli insaccati; gli ortaggi di ogni specie e i frutti: primo fra tutti il fico, per cui i romani avevano una vera passione; lo ritroviamo in tutte le descrizioni di pasti, in molte ricette. Con erbe e verdure si facevano piatti misti, vere insalate.

Racconta poi come le stravanze di Lucullo e di Eliogabalo, e quanto di eccessivo c'è nella letteratura latina (vedi L'Asino d'oro o Satiricon) riguardava una ristretta cerchia di gaudenti che ruotava intorno agli imperatori, senza nessun legame col popolo romano.

Troviamo l'autorevole conferma di Orazio quando (seconda satira secondo libro) elogia la sobrietà:

La salute anzitutto, che è quel che più conta:
per convincerti che i piatti troppo elaborati
fanno male, basterà che ricordi
come hai ben digerito le pietanze più semplici: ma se vuoi
mescolare l'arrosto col lesso, le ostriche e i tordi,
tutte queste dolcezze si convertono in fiele, e il catarro
ti sconvolge lo stomaco. Non vedi come, da un banchetto
sontuoso, escono tutti pallidi e stanchi? E l'indomani
il corpo, dalla crapula oppresso, l'anima aggrava
e a terra costringe anche la parte divina che è in te.
E ancora:
Lui racconta: "Ho avuto giudizio: nei giorni feriali bastava
al mio pasto un po' di verdura e uno zampetto di porco.
E se veniva a trovarmi un amico dopo tanto tempo,
o un caro vicino in un giorno di pioggia, ci davamo riposo
facendo gran festa, non coi pesci mandati a comprare
in città, ma con un pollo o un capretto nostrani; e alle frutta,
un po' di una passa, due noci con i fichi secchi.

 Si chiedono gli autori:

Avevano già i romani le lasagne, antenate delle moderne fettuccine? Pare proprio di si, sebbene i pareri non siano unanimi: Si usava a Roma un cibo chiamato laganum che era fatto con farina e acqua mescolati: l'impasto veniva schiacciato e tagliato a pezzi, poi cotto. Non sappiamo altro, ma è chiaro per incominciare, che questo laganum era stato preso dalla cucina greca, diffusa nel sud d'Italia.
Poi le notizie che abbiamo sono sempre incomplete, citazioni casuali. Per esempio certi versi di Orazio dicono "inde domum me ad porri et ciceris refero, laganique catinum"; dunque se ne andava a casa per mangiarsi una scodella di porri, ceci e legano. Cicerone, a sua volta, se ne confessa ghiotto.

Che si tratti delle antenate delle fettuccine si può ricavare dalla terminologia napoletana moderna che chiama ancora laganelle i taglierini, e laganaturo il mattarello.

Poteva mancare qualche esempio di poesia romanesca dedicata al cibo? Questa che proponiamo e firmata solo "er Patocco":

Benché l'anni so' tanti, nun me scordo
'na via che me pareva un coridore
indove, sur cantone, er friggitore
venneva li pezzetti a cinque un sòrdo.
U' misto d'ojo fritto un po' balordo...
se spanneva dar dentro l'ore e l'ore,
ma 'sti pezzetti avevano un sapore
che là pe là ce doventavi ingordo.
Broccoli, gobbi, baccalà, patate...
co' poco se faceva pranzo o cena;
la gente li comprava a cartocciat.
Ah, come li risogno 'sti pezzetti,
che, assieme ar mezzolitro su' la vena,
era er mejo scialà da poveretti!


Un libro prezioso, da leggere, da consultare, da tenere sempre a portata di mano per scoprire i mille semplici segreti (e la loro storie) della vera cucina romana.

sabato 9 giugno 2012

Artur London - LA CONFESSIONE - Nell'ingranaggio del processo di Praga - Garzanti 1969 - £ 3.000



Ai miei compagni di sventura, giustiziati innocenti, o morti in prigione,
A tutte le vittime innocenti dei processi,
A tutti i compagni di battaglie, conosciuti e sconosciuti, che hanno sacrificato la vita per l'avvento di un mondo migliore,
A tutti quelli che continuano la lotta per restituire al socialismo il suo volto umano.
Artur London nasce nel 1915 a Ostrava (Cecoslovacchia), a 14 anni entra nella gioventù comunista, a 16 subisce il primo arresto e altri negli anni successivi; finché nel 1934 si rifugia a Mosca dove lavora nell'organizzazione giovanile del Comintern. Nel 1936, arruolatosi nelle Brigate internazionali, parte per la Spagna e qui combatte fino alla caduta della Catalogna. Riparato in Francia, milita nel PC francese e, nell'agosto del 1940, entra nella resistenza. Nel 1942, a Parigi, viene arrestato dai nazisti e deportato a Mauthausen dove, celando la sua origine ebrea, riesce a sopravvivere, ma contrae una grave tubercolosi. Nel 1949 insistentemente richiesto in patria dal PC cecoslovacco, raggiunge Praga e viene nominato vice ministro degli Esteri a fianco di Clementis. Questo il passato del "traditore" London. Il 28 gennaio 1951, pur ricoprendo ancora la carica di vicemistro degli Esteri, viene arrestato. Il libro comincia a questo punto.

Ha scritto Luis Aragon:

Dei quattordici imputati, undici furono condannati a morte e impiccati, tre vennero condannati all'ergastolo. Tutti avevano confessato i loro crimini, tutti erano innocenti. La confessione è il resoconto del processo fatto da uno dei tre superstiti, Artur London. Bisogna assolutamente leggere questo libro; è una lettura difficilmente sopportabile, ma bisogna leggerlo.
Quando nel 1969 lessi per la prima volta questo sconvolgente libro ero un iscritto al PCI e, ricordo bene come  all'interno del partito, nonostante fossero passati cinque anni, fosse ancora viva l'impressione suscitata dal Memorale di Yalta che Togliatti lasciò morendo, dove rivendicava la giustezza delle vie nazionali al socialismo e  criticava i limiti nel processo di destalinizzazione dopo la denuncia del XX Congresso dell'URSS.


Questo libro è la dimostrazione della drammatica stupidità di quella degenerazione politica storicamente definita stalinismo. Com'era già accaduto in URSS durante le grandi purghe del 1935-36 che decimò l'Armata Rossa, anche questa serie di processi,  iniziati nei primi anni '50, falcidiarono i dirigenti comunisti di Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Romania e Germania, sopratutto i reduci delle brigate internazionali che combatterono in Spagna contro fascisti, franchisti e nazisti.

La ricerca furiosa  del nemico all'interno del partito, di volta in volta identificato col trotskismo o titoismo non è  solo un pretesto per la lotta di potere all'interno dell'URSS, è sopratutto il mezzo attraverso il quale si afferma il ruolo dominante dell'Unione Sovietica sui paesi a democrazia popolare, con l'allineamento dei loro governi e partiti in nome della solidarietà del campo socialista e dell'internazionalismo proletario.

 Al di fuori di questa visione c'è il deviazionismo nazionalista e per combatterlo non si esita ad utilizzare i peggiori metodi, i più disumani e crudeli, non ultimo quello secondo cui se è vero che sei un buon comunista obbedisci e confessa quello che il partito in questo momento ti chiede.

Con la morte di Stalin nel 1953 e di Klement Gottwald Segretario Generale del PCC nove giorni dopo, inizia un lento processo che porterà alla scarcerazione e riabilitazione dei tre superstiti il processo di Praga, per gli impiccati il percorso sarà più lungo e controverso.

Con le cose dette non vorrei aver dato un'impressione errata di questo libro forte, bello, intenso, che ha tutte le caratteristiche per una lettura avvincente un po' come Il Conte di Montecristo: l'innocente accusato, incarcerato, condannato e poi, dopo tante sofferenze fisiche e psicologiche, finalmente, scarcerato e riabilitato. Nel Libro non ci sono solo analisi politiche o racconti di beghe interne ai vari partiti comunisti europei, c'è la storia di un uomo che tutta la vita ha combattuto contro le ingiustizie, credendo fermamente in un ideale di riscatto umano, la storia di Lisa, sua moglie francese, comunista anch'essa, che rimarrà nonostante tutto al suo fianco.

Nel 1970 Costa Gavras, reduce dal successo di Z l'orgia del potere, sui colonneli greci, girerà un film da questo libro con Yves Montand, Simone Signoret e Gabriele Ferzetti.

http://www.youtube.com/watch?v=Q3CrWuP69oc

Avendo deciso di alleggerire l'argomento del post successivo, scelgo  un libro politicamente neutro, innocuo: Gli scrittori e la fotografia - Editori Riuniti -  1988 - £ 30.000, prefazione di Leonardo Sciascia; una raccolta di scritti intorno all'esperienza della fotografia. Consultando l'indice mi accorgo che è presente anche uno scritto di Milan Kundera intitolato E' rimasto solo il berretto, che riporto integralmente perché riguarda in qualche modo l'argomento de La Confessione, un esempio di quanto è stato tragicamente ridicolo lo stalinismo.

Milan Kundera
E' rimasto solo il berretto.

   Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di migliaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Cecoslovacchia. Un momento fatale, come ce ne sono uno o due in un millennio.
   Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c'era Clementis. Faceva freddo, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald.
   La sezione propaganda diffuse in centinaia di migliaia di esemplari la fotografia del balcone da cui Gottwald, col il berretto di pelo in testa e il compagno al fianco, parlava al popolo. Su quel balcone cominciò la storia della Cecoslovacchia comunista. Dai manifesti, dai libri di scuola e dai musei, ogni bambino conosceva quella foto.
   Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Goyywald, su quel balcone ci sta da solo. Lì dove c'era Clementis c'è solo la nuda parete del palazzo. Di Clementis è rimasto solo il berretto che copre la testa di Gottwald.

Il testo di Kundera citato in Gli scrittori e la fotografia, che mi suonava molto familiare è infatti l'incipit del romanzo Il libro del riso e dell'oblio (Adelphi 1980)