venerdì 20 luglio 2012

Francesca de Carolis - I GIOCHI DELLA COMETA - il Ventaglio-1986 - £ 16.000


Ripescato in uno scatolone che indicava genericamente narrativa varia, insieme ad un altro dello stesso editore - e di cui parlerò in un prossimo post, questo libricino ha attirato la mia attenzione per l'intrigante coincidenza della cometa di Halley, presente anche nel libro di Augusto Roa Bastos Figlio di uomo, presentato la settimana scorsa. 

La cometa di Halley raccontata da Francesca De Carolis, viene a gettare lo scompiglio nella Roma del 1456, provocando alterazioni e turbamento nei quattro protagonisti, che ne vivono le fasi osservandola da un torrione abbandonato fuori le mure aureliane: sono Cosimo medico e astronomo dilettante, Jacopo commerciante di spezie e foriero di sventure, Genodora puttana sensibile e caritatevole e infine Lisalda, fascinosa strega e un gatto, Arthur, naturalmente nero.

Lo scenario nel quale si svolge l'azione è Roma, mirabilmente descritta che sembra di esserci:

Fino oltre la metà del mese la vita della città era andata avanti nel brusio confuso di sempre. Roma che ancora conservava un aspetto medievale, con ancora evidenti i segni del recente abbandono dei papi, con le sue chiese spogliate, le mura in rovina, le cupe fortificazioni dei palazzi oscurati dietro muraglie e acute feritoie. Ma era una Roma che già stava passando. Qua e là i ritocchi che papa Nicolò V aveva iniziato a dare negli anni del suo breve pontificato. Le ferite delle mura dilaniate dai continui assalti dei barbari erano ancora fresche di cure; nel tevere si specchiava la nuova fortificazione di Castel Sant'Angelo; e nuovi palazzi e palazzi vecchi restaurati. Persino intorno alla Basilica di S.Pietro erano state avviate grandiose opere di rinnovamento, impreziosite da marmi del Colosseo, blocchi delle mura serviane, travertini del Circo Massimo. Papa Parentucelli non si era fatto alcuno scrupolo di spogliare gli antichi monumenti di tutto quello che ritenesse degno della citta leonina, nonostante le lamentele degli umanisti che a Roma erano pur affluiti sotto le generose ali del suo mecenatismo.
I personaggi, perfettamente integrati nel quadro generale, sono ricchi di personalità, vivono di vita propria; particolarmente felice il personaggio di Genodora che sotto l'influsso della cometa, rievoca l'unica passione della sua vita, un uomo, un poeta, che l'ha amata e spezzato il cuore:

Come poteva dimenticare le feste improvviste alla fine dei banchetti più generosi, quando Villon, guardandola negli ochi, iniziava a cantare per lei. Poemi inventati lì per lì, frizzanti come il vino appena bevuto. Fra le tavole e le panche schiodate di osterie e pagliai. 
Quando incontrò Genodora per la prima volta, l'aveva intenerita con la storia di un suo vecchio amore che pare l'avesse portato alla rovina. Una villotère del sobborgo parigino, una donna pubblica che pur aveva tanto amato, ma che una sera d'inverno l'aveva buttato fuori di casa. Senza un soldo.
Subito un dubbio su quel  nome: Villon, ma François Villon? Non è precisato, ma i versi che Genodora recita per noi, non lasciano dubbi:


Qu’est devenu ce front poly
ces cheveux blonds sourcilz
ce beau nez, ne grand ne petitz 
ces petites joinctes oreillesses
menton fourchu, cler vistractis
et ces belles lèvres vermeilles ?

Geniale, nevvero?

Non voglio raccontare altro, per non togliere a chi deciderà di leggerlo il gusto della scoperta.

Per chi volesse approfondire la conoscenza con questa scrittrice - giornalista questo è il suo sito:
                                                   http://www.laltrariva.net/

domenica 15 luglio 2012

Ugo Tognazzi - IL RIGETTARIO : Fatti, Misfatti & Menù disegnati al pennarello - Fabbri Editori -1978



Devo alla cortesia della mia amica Gianna la conoscenza di questo insolito libro di cucina, che il poliedrico Ugo Tognazzi ha intitolato il RIGETTARIO (e non ricettario), una sorta di Manifesto del rifiuto di tutto ciò che è convenzionale nell'arte culinaria, secondo le sue precise indicazioni, con l'avvertenza:

Chi fa dieta per dimagrire mi fa tanto pensare alla gioia liberatrice di chi si toglie un paio di scarpe strette dopo averle portate, solo per ragioni estetiche, un'intera giornata. Durante la dieta, chi la fa, ha un solo pensiero fisso: il giorno in cui potrà ricominciare a mangiare ciò che vuole e quanto vuole.
Indubbiamente, in questo libro l'invito a mangiare e a mangiare  bene c'è, come c'è lo stimolo alla golosità; ma siccome nessuno è mai riuscito a imporre a un altro determinate cose, non mi si rimproveri di aver presentato dei piatti magari pesantucci. Le persone che io generalmente invito sono tutte maggiorenni e non si fanno scrupolo, proprio per quella "filosofia del rigetto" di cui ho parlato, di rifiutare questo o quel piatto oppure l'intero menù, perché "rigettario" vuole anche dire rigetto del pregiudizio secondo il quale "il padrone di case si offende se non si mangia".

Nel libro ci sono ricostruzioni, agrodolci secondo il suo stile, delle traversie vissute per trasformare la casa con terreno a Velletri, vicino Roma, in una vera e propria azienda agricola, dove, tra l'altro si produce il suo bianco denominato la tognazza, inimitabile aperitivo e vanto della sua vigna.

I menù, disegnati veramente al pennarello e qui riprodotti, riguardano cene effettivamente svolte e spesso c'è il racconto spassoso della serata e degli ospiti presenti, che, come si può intuire, sono spesso personaggi noti del cinema.

Leggendo le ricette, dai dosaggi alle esecuzioni, ci si rende subito conto che Tognazzi era veramente esperto in cucina, un autodidatta con altissime competenze professionali che, sommate alla sua esuberante personalità, ne dovevano fare un anfitrione perfetto.

Scrive Tognazzi:

Non che voglia lamentarmi, sarebbe abbastanza spudorato (come la polenta di cui dirò), ma non è tutto rosa e fiori nella mia vita. Da quando ho avuto la malsana idea di divulgare tramite i vari mas media (radio, TV, giornali) la mia smodata passione per la cucina, mi capita in continuazione di essere fermato, intervistato, interrogato sui piatti e sulle ricette; mi si chiedono consigli su come utilizzare gli avanzi, o su come fare bella figura con poco, e più nessuno che si degni di chiedermi che film sto girando, quale regista stimo e quale detesto (beh, in fondo è importante per un attore, no?), quali sono i miei gusti letterari, se ho ancora intenzione di fare il regista o se desisto.... Niente, un tempo si accanivano con le donne ed era tutta una fuga da quelli di Novella 2000 e simili e adesso è tutta un'orgia di gastronomia....

Un libro piacevole da leggere, con ricette e abbinamenti curiosi, sfiziosi, fuori dagli schemi,  imprevedibili, proprio come Tognazzi promette nella prefazione.

Credo lo si trovi solo nel mercato dell'usato.

Augusto Roa Bastos - FIGLIO DI UOMO - Feltrinelli 1977 - £ 2.000


La notizia - apparsa giorni fa su internet - che un Presidente (Fernando Lugo) era stato destituito con un voto del Senato, mi ha rammentato che esiste un paese chiamato Paraguay di cui, colpevolmente, conosco solo, per aver letto molti anni fà, questo sconvolgente libro: Figlio di Uomo. D'altronde è noto come di alcuni paesi, qui in occidente, si parli solo in occasione di calamità naturali o rivoluzioni.

Nove capitoli, nove drammatici episodi che rispecchiano la tormentata storia del Paraguay, dolorosamente scisso tra dittatura e rivolta, resistenza e oppressione, carnefici e martiri, e la misteriosa suggestione della cometa di Halley.

Fu in quel tempo che la cometa apparve nel cielo e avvicinò minacciosamente la sua immensa coda di fuoco alla terra. Il panico dilagò. Era l'annuncio risplendente della fine del mondo. La notizia terribile del castigo si ingigantiva nella chiesa, tra i lamenti e le preghiere. Me lo ricordo bene. Ci dimenticammo di Gaspar Mora, solo nel monte. Poi cominciò la siccità, come se l'infuocato respiro del mostro avesse prosciugato l'acqua del cielo e della terra.
Maria Rosa cercò di raggiungere il crepaccio della montagna con il suo piccolo peso di acqua e di provviste. Ma non vi riuscì. Si smarrì, accecata, sviata dal malefico yvaga-rata (fuoco del cielo), che finì per bruciarle l'anima. Dopo molti giorni riapparve gesticolando.

Il linguaggio narrativo di Augusto Roa Bastos e' - come si vede -  quello del cosidetto realismo magico, comune a Garcia Marques, Borges, Bulgakov, Calvino. Affascina, rapisce, inframmezzato com'è di espressioni Guaranì, la seconda lingua ufficiale del Paraguay.

Figlio di uomo è il nuovo testamento di un popolo che per secoli ha oscillato senza pausa tra l'infamia dei suoi carnefici e le profezie dei suoi martiri. Il Cristo cui si rivolgono i personaggi di Roa Bastos è figlio dell'uomo, una vittima da vendicare e non un Dio che aveva voluto  morire per gli uomini.

VICTOR HASSEBLAD - Guller International AB - Edizione Fuori Commercio


 Ho avuto il privilegio di lavorare per un'azienda che distribuiva in Italia i prodotti creati da quest'uomo eccezionale che ha inventato un sistema fotografico  semplice ma di altissimo livello tecnico: Victor Hasseblad. Questo libro è dedicato alla sua vita e alla sua opera.

L'attività della famiglia Hasseblad è iniziata nel 1841 come import-export di prodotti vari, tra i quali i primi thermos, (bottiglie isolante per caldo e freddo, come recita un catalogo d'epoca), album e cartoline illustrate della Svezia, che il fondatore Fritz Victor faceva stampare in Germania. In seguito suo figlio Arvid Viktor (preferiva scrivere il nome con la k anziché la c) si appassionò di fotografia e acquistava e distribuiva apparecchi fotografici e accessori, pur confessando ai suoi collaboratori "non credo che ci guadagneremo molto, ma almeno potremo produrre in proprio le nostre foto".

Il passo più importante nella storia dello sviluppo della Hasseblad è costituito dall'acquisizione, intorno al 1890, della rappresentanza generale per la Svezia della Eastman Kodak. Il contratto venne stipulato da una stretta di mano fra Arvid Viktor Hasseblad e George Eastman, e non fu mai formalizzato con documenti ufficiali, pur risultando vincolante dalla elevata rispettabilità dei contraenti! Cose d'altri tempi!


La grande passione di Franz Victor Hasseblad (1906-1978), figlio di Arvid Viktor, era, neanche a dirlo, la fotografia e l'osservazione degli uccelli. Già a sedici anni aveva pensato a come perfezionare le sue macchine fotografiche. Non finì gli studi regolari, preferendo perfezionarsi a Parigi presso la Kodak Pathé e infine alla Eastman Kodak a Rochester, NY.

Il giovane Victor si sentiva stretto nell'ambito della società paterna e così nel 1937, con la moglie Erna che aveva sposato nel 1934, aprì un negozio di articoli fotogrtafici Victor Foto con annesso laboratorio di sviluppo e stampa, che ebbe subito un discreto successo.

Franz Victor Hasseblad nel 1927, durante una spedizione in Lapponia, con apparecchio Graflex.

Nell'aprile del 1940, in piena guerra, ebbe l'incarico dal quartier generale delle forze aeree di costruire un apparecchio adatto alla ricognizione aerea e, a questo scopo affittò un capannone a Göteborg ed iniziò, con l'aiuto di due meccanici, a produrre una macchina fotografica ad ottica intercambiabile, la HK7. Il formato di ripresa era 7x9cm su pellicola perforata di 80 mm per 30 pose, l'apparecchio senza ottica pesava 3,8 kg, disponeva di due obiettivi: uno Zeiss Biotessar 2,8/135 mm e uno Schneider Tele-Xenar 4,5/240mm. Otturatore Compur con tempi di 1/50, 1/250 e 1/400.

Nel 1941 furono assunti altri 20 operai. Si consideri che dal 1940 al 1943, furono costruiti ben 240 apparecchi HK7 e circa 70 SKA 4 di formato più grande: 12x12 cm, con l'intercambiabilità del magazzino portapellicola e di un motorino per il trascinamento, mirino con ingrandimento e un dispositivo che registrava automaticamente sul bordo del fotogramma ora e minuto di ripresa.



Fotocamera HK7 per la ricognizione aerea, su bombardiere SAAB B-17

In seguito la Reale Aeronautica Militare Svedese ordinò alla Hasseblad una fotocamera da ricognizione di formato 18x24 cm, con motore, forse la più grande fotocamera mai costruita. Di queste ne furono prodotti 30 esemplari.

Ma a un certo punto, si era ormai alla fine della guerra, Victor Hasseblad, anche per il suo convinto pacifismo, oppose un cortese ma fermo rifiuto a continuare la produzione di apparecchi fotografici per usi militari:

"No, io non credo sia opportuno, non costruiremo più alcuna fotocamera per riprse aeree. L'areonautica militare ne dovrebbe già avere a sufficienza. Presto la guerra finirà e allora si dovranno poter comprare apparecchi ben più moderni di quelli che io ho costruito fino ad oggi."

E da quel giorno iniziò l'avventura di un prodotto prestigioso, che i professionisti di tutto il mondo hanno usato e usano, dividendosi il mercato del grande formato con l'altro colosso tedesco della fotografia Rolleiflex.





                                                           
Viktor Hasseblad nel 1975, mentre prova la nuova 2000 FC, particolarmente adatta alla ripresa dei veloci uccelli marini delle isole Nidingen.

I  grandi padri della fotografia, universalmente riconosciuti sono Oskar Barnack, l'inventore della Leica, Reinhold Heidecke, inventore della reflex  binoculare Rolleiflex, George Eastman, inventore della pellicola in rullo e realizzatore della prima camera a cassetta Kodak, e naturalmente Victor Hasselblad, inventore di un sistema professionale modulare e integrato, in grado di effettuare la documentazione in un incredibile numero di settori tecnici scientifici, tra questi l'esplorazione spaziale.

I pionieri della reflex si fotografano a vicenda: E.R.Heideche con la sua Rolleiflex e Victor Hasseblad con la sua 500 C.


E poi l'avventura spaziale di cui fu protagonista  la 500 EL con motorino elettrico incorporato che, opportunamente modificata, divenne la Hasseblad- Data-Camera che ripresero le prime foto sulla luna.


Victor Hasselblad e l'austronauta John Gleen.






Foto Lennart Nilsson, inizio anni '70 durante una gita a Bäckhammar


Durante tutta la sua vita avventurosa, Victor Hasselblad trovò le sue ore più belle quando poteva stare a tu per tu con la natura, fotografandone gli alati abitanti.




Civetta minore (Glaucidium passerinum) con la sua preda, una cincia (giugno1968)



Un libro davvero illuminante,  sulla figura di un uomo geniale, semplice e profondamente umano, che ha realizzato, con la sua intuizione, passione e capacità tecnico-organizzative, un impero economico destinato, con i suoi prodotti, ha cambiare la rappresentazione del mondo.



Astronauta con auto lunare. Apollo 17

domenica 8 luglio 2012

Céleste Albaret - MONSIEUR PROUST - SE 2004 - €30.00 - (Remainders 50%)


Che si tratti di un testo agiografico ?  il dubbio sorge fin dall'inizio della lettura di questo poderoso - oltre 380 pagine - tardivo racconto degli ultimi dieci anni della vita Marcel Proust, da parte di quella Céleste,




Céleste Albaret
  
governante, segretaria, ma sopratutto confidente, che gli fu accanto durante gli anni della stesura della sua opera. Ma chere Céleste, come la chiamava Proust.

Dieci anni non sono poi tanti. Ma era Marcel Proust, e quei dieci anni da lui, con lui, sono tutta una vita, e ringrazio la sorte d'avermela data, perché una vita più bella non avrei potuto desiderarla. Ma fino a che punto lo fosse, di questo non mi rendevo conto allora. Vivevo come sempre ed ero contenta di essere lì. Quando glielo dicevo, mi puntava addosso quel suo sguardo scrutatore, punzecchiante e gentile al tempo stesso, e replicava: "Su, su, cara Celeste, star sempre qui, la notte, con un malato, deve essere molto triste". E io protestavo. Lui si divertiva, ma assai prima di me aveva capito cosa rappresentasse per me quell'esistenza. Difficile spiegarlo. Erano il suo fascino, il suo sorriso, il suo modo di parlare, con la sua piccola mano contro la guancia. Dava il tono di una canzone. Quando la vita s'è fermata per lui, s'è fermata anche per me. Ma la canzone è rimasta.

I toni, come si vede, sono quelli del culto della personalità. Che Céleste fosse una giovane donna, affascinata dalla personalità di Marcel Proust, è abbastanza verosimile e comprensibile: lei una contadinotta, appena sposata, mai uscita dal suo paese, si ritrova ad essere nell'elegante Parigi, tra intellettuali e nobildonne, la guardiana della tranquillità di questo affabile signore, elegante, sensibile, delicato, erudito ma semplice, comprensivo, bisognoso di cure e attenzioni. Quanto basta per  far emergere nella giovane donna quell'istinto materno, di protezione del cucciolo, quella forma di innamoramento che,  escludendo la sfera sessuale, si palesa con la dedizione assoluta.

Il problema che si pone è però un altro: quanto la dedizione a Monsieur Proust possa averne influenzato il ritratto che Céleste compone in questo interessante libro di memorie.

Céleste Albaret fin dai primi giorni, dopo la morte di Proust nel 1922, fu assediata da giornalisti e studiosi, che cercavano di ottenere da lei notizie, testimonianze, ricordi. Céleste oppose sempre un netto rifiuto, considerando una forma di tradimento svelare gli aspetti privati dell'uomo che l'aveva  eletta sua confidente privilegiata.

Nell'introduzione al volume, Georges Belmont, che ha raccolto la testimonianza di Céleste, chiarisce:

Se ora, a ottantadue anni, ha mutato parere è perché ha ritenuto che altri, meno scrupolosi, avessero tradito Marcel Proust, sia perché non disponevano delle sue fonti di verità, sia per eccesso di fantasia o per la tentazione di erigere a tesi le loro piccole, "interessanti" (o interessate) ipotesi.
Quanto a me, affermo che non avrei accettato di farmi l'eco di Madame Alberet se dopo alcune settimane - sui cinque mesi che durarono le nostre conversazioni - non mi fossi convinto della sua assoluta sincerità.
Di tutti i fatti narrati da Céleste - molti già noti perché a queste memorie, che sono del 1973, hanno attinto tutti coloro che hanno scritto biografie di Proust, a cominciare dal nostro Pietro Citati in La colomba pugnalata - l'unica notizia sarebbe quella riguardanti le abitudini sessuali di Proust.

In un capitolo pudicamente  intitolato Altri amori, Cèleste nega decisamente la presunta omosessualità di Marcel Proust, né lei né Odilon - suo marito, l'autista che lo portava in giro per Parigi - ne hanno mai  avuto il sospetto. Degli amici che frequentava, Céleste scrive:

Uno solo era diverso: un giovane inglese, amico di un certo Goldsmith o Goldschmidt, il quale era ricchissimo e perseguitava Monsieur Proust con inviti a pranzo. A Monsieur Proust non piaceva andarci: mi diceva che era noioso e che perdeva tempo a frequentarlo. D'altra parte, però - ed è appunto la prova che non si faceva scrupolo a parlarmene - non mi nascondeva che Monsieur era "dalla parte di Sodoma".

A proposito di Alfred Agostinelli, scrive:

Romanzi d'ogni specie si sono imbastiti sul dolore di Monsieur Proust  per quella morte e sui sentimenti che aveva, o avrebbe avuto, per Agostinelli. Alcuni cervelli, grandi o piccoli, non so dirlo, hanno perfino sentenziato che era lui, Agostinelli, almeno in parte, l'Albertine di cui il Narratore era innamorato. Il che, a mio avviso, è ridicolo. Anzitutto, Albertine esisteva molto prima di Agostinelli, sia nella mente che nei quaderni di Monsieur Proust; e poi, dal modo in cui Monsieur Proust mi parlava di lui, sono convinta che con Agostinelli le cose andarono, in seguito, come con Henri Rochat.
E così per ogni personaggio che è stato accreditato di una relazione con Monsieur Proust, la fedele Céleste trova le motivazioni per confutarne le implicazioni  immorali.

Tornerò su questo argomento quanto prima, quando parlerò del libro di Pietro Citati La colomba pugnalata, dove ho trovato, a fianco di approfondite analisi dei rapporti famigliari, delle enfatizzazioni di alcuni fatti e personaggi che non sembrano molto verosimili.

Interessante  l'aneddoto - già conosciuto - riguardante l'esibizione del quartetto Poulet nella casa di rue Hamelin, dove,  solo per lui, fu eseguito il quartetto per archi di César Frank, che servivà a Proust per approfondire il personaggio e la musica di Vinteuil.

 La prima parte del quartetto si può ascoltare a questo indirizzo:

 http://www.youtube.com/watch?v=B6ZUl9COvUU

Sono state scritte migliaia di pagine su Marcel Proust, molte inessenziali ai fini dell'approfondimento  della sua opera,  che è, e rimane, una delle più grandi costruzioni letterarie dei tempi moderni;  queste di Céleste le ho trovate semplici e accativanti e danno dell'uomo  Proust un'immagine più vicina a quella che se ne  ricava con la lettura di A la recherche du temps perdu.


domenica 24 giugno 2012

GLI SCRITTORI E LA FOTOGRAFIA - A cura di Diego Mormorio - Prefazione di Leonardo Sciascia - Editori Riuniti-Albatros 1988 - £ 30.000



Leonardo Sciascia, nella prefazione a questo intrigante libro, definisce in modo suggestivo la funzione della fotografia:

Per abolirlo o per fermarlo, per abolirlo fermandolo, la fotografia si può dunque dirla una guerra contro il tempo, non illustre, umile e quotidiana piuttosto, ma appunto nel suo essere umile, nel suo essere quotidiana, nel suo essere oggi ovunque in agguato e invadente, in un certo senso violenta, raggiunge e sorpassa - anche nei suoi risultati più grezzi, più brutali o banali - le altre forme già illustri, di guerra contro il tempo: la storia, il romanzo.
Non solo:

Contemporaneamente, la macchina fotografica, con la sua possibilità di fissare ogni attivo del divenire, forniva al nascente positivismo il più grande archivio di fatti, creando il mito della verità fotografica....

Attraverso la raccolta di scritti di autori diversi, Diego Mormorio, storico della fotografia, ha costruito la storia del fecondo rapporto tra fotografia e scrittori, dalla nascita della fotografia ai nostri giorni diviso, in tre capitoli: Linguaggi e tecniche, Fotografi e fotografie, Racconti e istantanee.

Gli autori i più eterogenei,  da Apollinaire a Steimbeck, da Barthes a Evtušenko, da Shaw a Kundera, da Bufalino a Sartre, a Moravia, a Flaiano, a Calvino, a Vittorini, a Majakowskij, alla Sontag, a Lewis Carroll e a decine di altri di tutte le nazionalità e periodi storici, un panorama completo su quanto è stato scritto intorno alla dodicesima (?) musa.

Questo l'incipit dello scritto di Evtušenko, La Musa della fotografia:
Le strade sono percorse da milioni di uomini i cui ritratti non saranno dipinti mai da grandi pittori. I grandi pittori non bastano per tutti. Nel volto di ciascun uomo è celato il mistero dell'unicità della sua vita. Il volto umano è un documento della storia. Ecco una donna anziana e stanca, carica di fagotti. Il suo volto sembra riflettere una totale indifferenza per la vita. Improvvisamente questa donna si ferma perché trova la strada sbarrata da bambine che saltano la corda. Invece di arrabbiarsi, il suo volto comincia a illuminarsi per qualche lontano ricordo che la riporta alla gioia della sua infanzia quasi dimenticata e che oggi appartiene ad altri. Un giorno, anche queste bambine invecchieranno e anch'esse guarderanno con tristezza l'arcobaleno della corda di altre bambine che sbarrerà loro la strada. La musa della pittura sarebbe stata troppo lenta per fissare l'attimo di luce apparso sul viso di questa donna.


L'incontro degli scrittori con la fotografia ha prodotto pagine bellissime, fatti singolari e divertenti, qui sono riunite in un unico disegno armonico, che interesserà certamente gli amanti della fotografia.






giovedì 21 giugno 2012

Pellegrino Artusi - LA SCIENZA IN CUCINA E L'ARTE DI MANGIAR BENE - Bemporad Marzocco Firenze 1967 - £ 1.200


Apprendo dalla rivistina della Coop Nuovo Consumo che dal 16 al 24 giugno  Forlimpopoli rende omaggio al suo concittadino più illustre, quel Pellegrino Artusi che nel 1891, a proprie spese, diede alle stampe il primo e più diffuso libro della cucina italiana. Una settimana di iniziative che trasformerà Forlimpopoli in "città da assaggiare, dove le strade, i vicoli e le piazze diventano veri e propri percorsi gastronomici. Ci saranno oltre 150 appuntamenti fra laboratori e degustazioni, una ventina di incontri imperniati sulla cultura del cibo, più di 50 spettacoli di vario genere (teatro,cabaret,concerti, performance di strada), oltre 30 ristoranti appositamente allestiti. Inoltre, come ogni anno, s'incorona il miglior cuoco o cuoca dilettanti, assegnando il Premio Marietta."

 Marietta è stata la cuoca del maestro, la persona cioé che materialemnte realizzava le ricette che Artusi andava raccogliendo, con la passione dell'antropologo culturale, in giro per l'Italia. Ed è a lei che Artusi lascia in eredità i diritti del suo libro, divenuto nel corso degli anni un vero best-seller.

Il libro, è bene ricordarlo, non è un semplice ricettario, ma, come correttamente recita il titolo, La Scienza in cucina e l'Arte di mangiare bene, dove vengono dispensati consigli di ogni genere e, in anticipo di quasi un secolo, di informazioni sui fattori nutritivi dei vari alimenti.

In questo brano, parlando dei Tortellini alla bolognese, anticipa un concetto che profeticamente si realizzerà solo nei tempi moderni.
"Bologna è un gran castelazzo dove si fanno continue magnazze", diceva un tale che a quando a quando colà si recava a banchettare cogli amici. Nell'iperbole di questa sentenza c'è un fondo di vero, del quale, un filantropo che vagheggiasse di legare il suo nome a un'opera di beneficienza nuova in Italia, potrebbe giovarsi. Parlo di un Istituto culinario, ossia scuola di cucina a cui Bologna si presterebbe più di qualunque altra città pel suo grande consumo, per l'eccellenza dei cibi e pel modo di cucinarli.

La descrizione della ricetta il più delle volte viene arricchita da notizie che riguardano i luoghi dove sono state raccolte, case private, osterie ecc., ma anche gustosi ritratti di persone. Questa spassosa descrizione anticipa la ricetta della Zuppa alla Stefani:

L'illustre poeta dott. Olindo Guerrini, essendo bibliotecario dell'Università di Bologna, ha modo di prendersi il gusto istruttivo, a quanto pare, di andare scavando le ossa dei Paladini dell'arte culinaria antica per trarne forse delle illazioni strabilianti a far ridere i cuochi moderni. Si è compiaciuto perciò di favorirmi la seguente ricetta tolta da un libricino a stampa, intitolato: L'arte di ben cucinare, del signor Bartolomeo Stefani bolognese, cuoco del Serenissimo Duca di Mantova alla metà del 1600, epoca nella quale si faceva in cucina grande uso ed abuso di tutti gli odori e sapori, e lo zucchero e la cannella si mettevano nel brodo, nel lesso e nell'arrosto. Derogando per questa zuppa dai suoi precettiio mi limiterò, in quanto a odori, a un poco di prezzemolo e di basilico; e se l'antico cuoco bolognese, incontrandomi all'altro mondo, me ne facesse rimprovero, mi difenderò col dirgli che i gusti sono cambiati in meglio; ma che, come avviene in tutte le cose, si passa da un estremo all'altro e si comincia anche in questa ad esagerare fino al punto di voler escludere gli aromi e gli odori anche dove sarebbero più opportuni e necessari. E gli dirò altresì che delle signore alla mia tavola, per un poco di odore di noce moscata, facevano boccacce da spaventare.

In genere le ricette guardano la cucina borghese dell'epoca, dove abbondano i pasticci di pernici, dove per farcire pollastre vengono impiegati due-tre etti di tartufo bianco, non certo la cucina contadina e operaia, impegnata com'era più a conciliare il pranzo con la cena che  occuparsi di gastronomia.

Ma lentamente, con le varie edizioni che si susseguono, riesce infine a far breccia anche in quel mondo contadino, che finisce per riconoscersi in quei sapori e quelle pratiche culinarie, per diventare il libro di cucina di tutti gli italiani.