sabato 17 luglio 2010

DONNE IN GUERRA di Dacia Maraini

Un romanzo che non conoscevo, questo Donna in guerrra di Dacia Maraini, uscito nel 1975 per Einaudi e ambientato nel 1970, agli albori di quella stagione che sarebbe stata definita più tardi degli anni di piombo.

E' un romanzo duro, per linguaggio, situazioni, personaggi e analisi sociale. La forma scelta è quella del diario della protagonista, Vannina, insegnante in una scuola elementare nella periferia romana, in vacanza col marito Giacinto, in un'isoletta siciliana.

Il racconto che ne esce è fluido, avvincente, niente affatto frammentato dalla sua forma, la scrittura viva e immaginosa e il ritmo sempre teso.

In alcuni momenti, quando il linguaggio impastato di superstizioni delle donne dell'isola, la coinvolgono nelle storie inquietanti di quella terra, sembra di scorrere un testo di antropologia.

Poi l'incontro e il coinvolgimento con un gruppo di extraparlamentari che, in qualche modo, trascinano la sempre disponibile Vannina, nelle loro attività.

Chi ha vissuto gli anni '70, ne riconosce il linguaggio, non come ricostruito ma veritiero, nella rappresentazione dei nodi e dei problemi che agitano la vita civile nell'Italia degli anni 70: non soltanto la condizione della donna, le tensioni sociali, i ritardi nella scuola, la degradazione di Napoli e delle borgate romane, il lavoro a domicilio, la violenza delle istituzioni, la rivolta dei giovani.

Un romanzo che ha la forza e la profondità di un documento sociologico, ma che scorre con il ritmo avvincente di un thriller.

domenica 11 luglio 2010

IERI di Agota Kristof (1996) I coralli Einaudi


Quando si frequenta con una certa assiduità una libreria, avviene che qualcuno ti consigli una lettura, presumendo di conoscere i tuoi gusti e le tue sensibilità dai libri acquistati in precedenza. La libreria in questione era una piccola libreria tradizionale, vicino il mio ufficio, in Prati, gestita da una cortese signorina di mezz'età.

E' possibile che abbia acquistato il libro suggerito solo per gentilezza e riposto in libreria senza leggerlo, magari dopo averlo sfogliato, distrattamente, o anche iniziato a leggere, ma non trovando motivi di particolare interesse per finire la lettura, abbandonarlo tra Krishnamurti e Kundera.



Così, giorni fà capitatomi tra le mani, lo sfoglio e lo leggo velocemente, sono solo una novantina di pagine. E' una scrittura intensa, fantasiosa: qualcuno sembra l'abbia giudicato tra i migliori romanzi del novecento, mi sembra decisamente esagerato e poi non credo nelle hit parate, utili solo a chi vende.

L'autrice è ungherese, scappata dal suo paese nel 1956 durante l'occupazione sovietica, naturalizzata svizzera, scrive in francese.

domenica 20 giugno 2010

Lalla Romano - L'OSPITE - Einaudi, 1973 - £ 2.000 di Lalla Romano


Confesso che devo la scoperta di questo dimenticato romanzo di Lalla Romano (1906-2001) al fatto che, per ragioni di spazio, l'incombrante biblioteca del mio fratello più grande è stata ridimensionata, e una parte con grande dispiacere chiusa in scatoloni e affidatimi per una conservazione, la cui durata non è stata precisata.

Ogni tanto cerco di dare un ordine a questa mole di libri, catalogarli; ma più spesso apro a caso le scatole alla ricerca di qualche stimolante o semplicemente nuova lettura.

Così è capitata questa Lalla Romano del 1973, in un romanzo  forse minore rispetto alla sua più nota e importante produzione, ma che a quella si ricollega per il linguaggio, semplice, lineare, asciutto, pervaso da una ironia affettuosa, scevra da ogni sentimentalismo.

Un romanzo con una trama quasi inesistente, senza colpi di scena, che si regge sulla capacità della parola di rendere vivo il racconto del quotidiano, con rimandi, allusioni, riferimenti  alla cultura classica della sua autrice, insegnante di storia dell'arte, ma anche alla capacità propria del poeta di  togliere anzichè aggiungere, per arrivare all'essenziale.

Questo l'incipit:

La notte lo potevo guardare dall'orlo del mio letto, affondato nel suo, dalle sponde altissime: il capo rotondo piumoso rilevato di profilo, il suo profilo così tenue, i piccoli pugni ai lati, e il resto come una enorme chiocciola, sollevato sui ginocchi piegati sotto, avvolto nel vecchio scialle.
Intorno era il mio solito mondo non più mio. Le pile frananti, le torri pendenti dei libri, dei fogli; l'instabile proliferazione delle immagini appuntate dappertutto sui muri e scaffali, con chiodi, con spilli, con puntine da disegno.
Ma chi è L'Ospite:
L'ospite è soprattutto apportatore di gioia; ma essendo la sua presenza - transitoria - intimamente legata alle ultime radici, sommuove il senso della vita, crea nuovi legami fra le cose, le persone, i pensieri.

Difficile sottrarsi al fascino di questa scrittura. 

martedì 15 giugno 2010

LE LETTERE DA CAPRI di Mario Soldati

Che le ri-letture, rispetto alle prime letture, siano più interessanti, più profonde, credo di averlo scritto più volte, aggiungo che anche le sorprese spesso non mancano, sopratutto quando vengono a correggere un ricordo  diverso di quel libro.

E' il caso di questo bel romanzo di Mario Soldati, che gli valse nel 1954 il Premio Strega. Lo ricordavo diverso, un banale fatto di corna, la scoperta, attraverso il ritrovamento di alcune lettere, del tradimento di una moglie. Forse ero troppo giovane alla prima lettura e proiettavo sul romanzo la mia banalità esistenziale.

Innanzi tutto la forma. L'autore, che scrive in prima persona,  è se stesso:  un affermato regista cinematografico. Ma la storia non riguarda lui, bensì un amico americano, che gli sottopone una storia, la sua storia, come soggetto cinematografico.

I due piani narrativi si alternano e i personaggi  disvelano se stessi attraverso lo sbalordimento e l'attrazione di fronte alla mentalità mediterranea, verso un modo di vivere del tutto naturale, quasi pagano.

Non racconterò, ovviamente la storia, che lascio alla gioiosa scoperta di chi vorrà incontrare questo romanzo,
che, dopo l'inflazione neorealista degli anni del dopo-guerrra, rappresentò l'inizio di un ritorno al romanzo d'invenzione, di struttura ben congegnata e incalzante.

sabato 5 giugno 2010

L'ATTENZIONE di Alberto Moravia

E' uno strano romanzo, questo. 

Nel Prologo, che è parte integrante del Romanzo, è lo stesso protagonista, che scrive in prima persona, a spiegarcene il meccanismo narrativo. Un giornalista, alla ricerca dell'autenticità, decide di tenere un diario nel quale annotare quanto accade nella sua vita di tutti i giorni, una raccolta di materiale con l'intenzione di utilizzarlo  in un  romanzo.

Nel diario entra un po' tutto, dalla cronaca giornaliera, a fantasiose evoluzioni di fatti già accaduti, quindi bugie, sogni, considerazioni, ma ogni volta è l'autore stesso a riportare la verità, analizzando i motivi che lo hanno portano a scrivere delle falsità.

Centrale nel Diario, che è propedeutico al Romanzo, il rapporto tra il protagonista e Baba, figlia adolescente di sua moglie, tra tentazioni incestuose e tentativi di creare un rapporto normale all'interno di una famiglia che di normale non ha niente.

Qualcuno ha ritenuto che questo romanzo, per concisione di linguaggio, per asciuttezza morale e artistica, sia il più riuscito di tutta l'opera di Moravia.






martedì 25 maggio 2010

Ennio Flaiano - TEMPO DI UCCIDER E - Longanesi, 1947

Di Ennio Flaiano anche il più distratto spettatore di talk-show, conosce i memorabili aforismi, citati a proposito e a sproposito dai vari conduttori televisivi, per dare quel tòcco di cultura che fa la differenza. Molto meno sono quelli che hanno letto qualcosa di Flaiano. Consiglio di iniziare con l'unico romanzo che scrisse, Tempo di uccidere, che nel 1947 riuscì ad imporsi al Premio Strega, gareggiando, si fa per dire, con La Romana di Moravia, Cronaca di poveri amanti di Pratolini, Il compagno di Pavere e via elencando tra i massimi narratori italiani.

Lo sto rileggendo in questi giorni e lo trovo avvincente come un triller, pieno di colpi di scena, scritto con mano leggera. Come nei film di Hitchcock il dramma, la tragedia e l'orrore convive con la normalità, ne è parte integrante. La voce narrante è quella del protagonista, un tenente dell'esercito italiano in Eritrea.

Ripresi la corsa e lasciavo che le ganbe si muovessero automaticamente, ma ancora dovetti fermarmi. Tra gli alberi c'era una donna che stava lavandosi. La donna non si accorse della mia presenza. Era nuda e stava lavandosi ad una delle pozze, accosciata come un buon animale domestico. Mentre la osservavo, pensai che mi avrebbe indicato la strada e così non sarei dovuto tornare al ponte. Una donna che si lava è spettacolo comune quaggiù, e indica la vicinanza di un villaggio. "C'è di tutto in questa boscaglia", dissi. E continuai a guardar la donna. Anzi sedetti, mi accorgevo ora di essere veramente stanco dopo l'inutile marcia della mattinata.
La donna alzava le mani pigramente, portandosi l'acqua sul seno e lasciandola cadere, sembrava presa in quel gioco. Forse era la da molto tempo, decisa a lavarsi senza fretta, per il piacere di sentirsi scorrere l'acqua sulla pelle, lasciando che il tempo scorresse egualmente. Non si accorgeva della mia presenza e restai a guardarla. Era uno spettacolo comunissimo, ma migliore degli altri che mi si erano offerti sinora. Poichè il gioco non accennava a finire, accesi una sigaretta, e intanto mi sarei riposato.
Alzava le mani e lasciava cadere l'acqua, ripetendo il gesto con una melanconica monotonia. Era il suo modo di divertirsi e forse di volersi bene. Il suo modo di lavarsi era differente: si strofinava come una massaia, quasi che il corpo non fosse suo. Ma erano brevi parentesi in quella noia.Quando un corvo venne ad una pozza vicina la donna gli tiro un sasso, urlando, e lo colse in pieno. Il corvo annaspò verticalmente e raggiunse l'albero, accoccolandosi tra i rami. La donna seguitò a urlare, poi tacque e riprese a lavarsi con estrema indolenza.
Perchè disturbarla ? Era di pelle molto chiara, ma non badai a questo particolare, sorprendente in quella boscaglia. Soltanto sulle montagne di Gondar avevo incontrato donne di pelle così chiara, dove, suppongo, la dominazione portoghese ha schiarito la pelle e i desideri delle donne che si incontrano. Ricordai quella donna che avevo incontrato su certi meravigliosi prati e che s'era accostata per dirmi una sola parola: "Fratello". E aveva aggiunto il sorriso di una timidezza non ancora perduta, restando poi a guardarmi come se la faccenda non riguardasse anche lei. Mi lasciava intera una rsponsabilità quasi inevitabile.
Per lavarsi la donna aveva raccolto i capelli in una specie di turbante bianco. Ora che ci penso: quel turbante bianco affermava la presenza di lei, che altrimenti avrei considerato un aspetto del paesaggio, da guardare prima che il treno imbocchi la galleria. Quel fazzoletto di cotone definiva ogni cosa, e io non sapevo allora che avrebbe definito tutto.

Una particolarità del romanzo, di cui ci si rende conto a lettura conclusa, è il diverso trattamento che Flaiano riserva ai personaggi, distinguendo tra nativi e italiani: mentre gli africani hanno un nome, la bellissima Mariam, il misterioso Johannes, il giovanissimo Elias, gli italiani sono indicati con il grado o la funzione, il tenente, il maggiore, il dottore.
Non credo che questa diversità di trattamento sia un semplice espediente narrativo, sono portato a credere che voglia marcare l'indice di estraneità dei militari invasori nel contesto africano, e in un certo senso la loro disumanità rispetto alla purezza primitiva dei nativi.

L'intrigo, il thriller, si scioglie da solo quando alla fine, l'ordine del rientro in patria, ristabilisce le giuste distanze tra due mondi incommensurabili.

Nel 1989 Giuliano Montaldo ne fece un film con Nicolas Cage protagonista, tra gli sceneggiatori un giovanissimo Paolo Virzì.


lunedì 17 maggio 2010

LADRO D'AMORE - Cinquanta strofe d'amore XI-XII sec. a cura di Giuliano Boccali Longanesi & C. 1983 - £ 9.000



I
Oggi ancora a lei, che risplende inghirlandata di magnolia d'oro
volto di loto in fiore, tenue la linea della peluria sul ventre,
levata dal sonno, il corpo ardente, turbato dal desiderio,
come a sapienza perduta per follia, ripenso.

La prima delle cinquanta strofe di questo splendido poemetto, in sanscrito dell'XI-XII secolo d.C., vero capolavoro della lirica d'amore indiana. Un'unica, languida e struggente invocazione all'amata e una voluttuosa rievocazione dei giochi amorosi, che un tragico destino pare voler interrompere per sempre.

XXXVII
Oggi ancora fugge il pensiero " Che fare
quando ci sono le amiche?" Nella bella dimora
dov'è diversa danza e riso e vicino il suo corpo amato,
dov'è delizia di giochi d'amore: lì scorra il mio tempo.



Il protagonista, il poeta che ricorda la donna amata, sta per morire: è un precettore, che il re ha condannato scoprendo i suoi amori con la figlia. Ma prima di cadere sotto la scure del boia, chiede l'ultima grazia: parlare: Non si giustifica, non chiede pietà: improvvisa cinquanta strofe dove le immagini dell'amore ormai precluso rivivono come vivide istantanee.

XLIX
Oggi ancora, io, come sopportare altrimenti
la separazione dai favori della mia compagna diletta?
Oh fratelli, solo la morte estinguerà la mia pena:
vi imploro, Signore, tagliate presto.


Attonito e commosso al miracolo della poesia, il sovrano salva al condannato la vita e gli dona in sposa la principessa. Del lieto fine non c'è traccia nel poemetto, il poeta sa soltanto che tra poco sarà ucciso e affida ai suoi versi il ricordo del suo amore felice.