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sabato 3 marzo 2012

Attilio Bertolucci - ARITMIE - Garzanti - 1991 - £ 36.000


Chi conosce Bertolucci e ne apprezza l'opera, sa bene come la sua poetica - opposta all'ermetismo - sia spontanea e ricca di spunti biografici.

La sua opera maggiore, infatti, La camera da letto, è un romanzo in versi che racconta tutti gli aspetti della sua vita, un'opera grandiosa, che lo ha impegnato dal 1984 al 1988.

Questo bellissimo, curioso e, per certi aspetti, divertente libro raccoglie scritti saggistici del poeta, che è stato molto attivo come commentatore e critico d'arte, cinematografico e letterario.

Suggestivo il racconto dei molti incontri avuti con uomini di cultura di tutto il mondo, ma anche dei luoghi simbolici intimamente legati a personaggi come Proust, Verdi, Jane Austen, Thomas Hardy.

Attilio Bertolucci nella sua lunga vita professionale, si è occupato di letteratura, arti figurative, teatro, musica, cinema, ma anche di fumetti; ed è ai personaggi storici di questa, che Will Eisner definì arte sequenziale, che è dedicata la parte finale del libro.
L'approccio di questo grande poeta al mondo della rappresentazione teatrale, avviene precocemente, per mezzo dei burattini: questo è il racconto di quell' incontro:

Prima vennero i burattini. Dico vennero non metaforicamente, arrivarono nel nostro fienile, bastevole per teatrino e pubblico (tanto più facinoroso, cioè partecipe, quanto più candido, bambinaglia rurale con nonni di guance accese e occhi nuovamente infantili); vennero quando era primavera ormai, e le scorte del mangime già quasi esaurite, e s'apriva un bello spazio di mattoni convenientemente scopati, tiepidi di sole obliquo.

Quella prima
fiction mista di botte e di polke, di dialetto cavernoso e di celestiale italiano (in bocca di principesse), di scure selve dipinte e fiammei cunicoli infernali, quelle persone fisse nel volto e così mobili nel corpo furono il primo spettacolo per me e rimangono lo spettacolo supremo, lo dico senza snobismo. Devo aggiungere: assieme al cinema, per quel che, in esso, della lanterna magica. Ma i burattini, e le marionette si capisce, cioè il teatro, sono un fatto collettivo, religioso, la lanterna magica e il cinema no, un prolungamento o un supplemento, dei sogni, dunque un fatto terribilmente individuale, irreligioso, forse empio. Un vizio solitario di gruppo.

Un sorprendente libro che senza essere un romanzo è pieno di storie intriganti, fascinose, coinvolgenti, con personaggi visti e descritti con l'occhio benevolo e la mano leggera del poeta.


venerdì 13 gennaio 2012

Giorgio Caproni - POESIE 1932-1986 - Garzanti 1989 - £. 28.000


Sabato scorso, 7 gennaio 2012, ricorrevano i cento anni della nascita di Giorgio Caproni (1912-1990), poeta, maestro elementare, critico letterario, traduttore, partigiano.

Brezze e vele sul mare:
dei pensieri da nulla.

Ma che spinta imparare
cos'è mai una fanciulla.


Di un poeta si può solo dire la sua biografia, raccontare i fatti della sua vita, mettere delle date alle pubblicazioni dei suoi lavori, come per ogni artista in continua evoluzione, si può dire il suo periodo rosa - se pittore - il suo periodo ermetico - se poeta, ma non si dice nulla su la cosa essenziale, su l'oggetto: la poesia. Sentite cosa risponde Giorgio Caproni alla domanda cos'è la poesia:


http://www.youtube.com/watch?v=DDtNG9qKcN8&feature=player_embedded


Non sono in grado di parlare della poetica di Caproni, mi limito qui a suggerire, a stuzzicare la curiosità degli amici che visitano il blog, perché sfoglino questo Garzanti del 1989, che raccoglie tutta la produzione di Caproni, (l'opera completa per i Meridiani di Mondadori è uscita solo nel 2010). Per esempio la musicalità sensuale di questi versi:

Come dev'esser dolce
della tua carnagione
il fiore, alle prim'ore
d'alba colto in stagione
chiara, quando di nuove
cose commuove l'aria
pudicissimo odore,
e il petto tocca e tenta
lo svegliarsi del mare.

Oppure lo struggimento nei Versi livornesi dedicati alla madre morta, Annina.

Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d'una
che fu viva e fu vera.

E ancora, nella luminosa rievocazione di lei:


Livorno, quando lei passava
d'aria e di barche odorava.
Che voglia di lavorare
nasceva, al suo ancheggiare!

Sull'uscio dello Sbolci,
un giovane dagli occhi rossi
restava col bicchiere
in mano, smesso di bere.


Come dev'essere scritta la poesia per lei


Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime con suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.


Così nell' Epilogo:


Annina è nella tomba,
Annina, ormai, è un'ombra:
E chi potrà appoggiare
l'orecchio al suo petto, e ascoltare
come una volta il cuore,
timido, tumultuare?

Qualcuno a scritto che nei Versi livornesi, Caproni sia giunto all'apice, per rarefarsi pian piano e, alla fine, lavorare col niente:




" Un'idea mi frulla,
scema come una rosa:
Dopo di noi non c'è nulla.
Nemmeno il nulla,
che già sarebbe qualcosa".

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos'è, nella sua essenza, una rosa.


L'Asceta sconfitto.
Il mistico che non ce l'ha fatta
a sfondare il soffitto.


Pensiero da mettere all'asta,
Tutto è qui, e ora.
La speranza è rimasta
nel vaso di Pandora.


Dio non c'è,
ma non si vede.
non è una battuta, è
una professione di fede.
Lettura irrinunciabile per gli amanti della poesia.