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mercoledì 15 aprile 2015

Salvatore Satta - IL GIORNO DEL GIUDIZIO - Adelphi 2011 (IX Edizione) - € 22,00






Devo ad un felice suggerimento di Natalino Piras la conoscenza di questo capolavoro della letteratura italiana del Novecento, che  ho letto lentamente,  traendone quel piacere che ci riservano solo quei testi che non si vorrebbe mai finire. Un tesoro inaspettato.

Non sappiamo se Salvatore Satta (1902-1975), illustre giurista, autore di fondamentali testi di diritto, avesse intenzione di pubblicare questo suo romanzo, Il giorno del giudizio, che uscì postumo nel 1977, presso l'editore delle sue opere giuridiche, dopo il ritrovamento del manoscritto da parte dei famigliari. Il dubbio è legittimato da quanto Satta fa dire all'io narrante, all'inizio del III capitolo:


Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte, nella loggetta della casa che mi sono costruito nei lunghi anni della mia laboriosa esistenza.

Fortunatamente il drastico proposito non ebbe modo di realizzarsi, posto che l'autore avesse realmente quell'intenzione, così il manoscritto fu ritrovato e pubblicato con grande soddisfazione di tutti gli amanti delle buone letture.

Passato sotto silenzio alla sua uscita nel 1977, forse a causa della specificità dell'editore, noto soprattutto nel settore giuridico, venne riproposto nel 1979 da Adelphi, e questa volta il romanzo si impose subito all'attenzione della critica, divenendo ben presto un clamoroso caso letterario.

Se somiglianza c'è, come qualcuno ha scritto, tra quest'opera e Spoon River, non è tanto nella rievocazione dei morti, nel groviglio inestricabile dei loro destini in vita, quanto nel senso di tragedia che li accomuna tutti, nella  consapevolezza di scontare l'imperdonabile colpa di essere stati vivi.

Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d'ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccontare nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria.
Cercando in internet notizie su Salvatore Satta, ho trovato questo interessante commento del Prof. Massimo Pittau, linguista e glottologo, studioso di lingua sarda nonché nuorese come Satta, che chiarisce alcuni termini e modi di dire utilizzati nel romanzo.

http://www.pittau.it/comune/satta.html

domenica 3 febbraio 2013

Michelangelo Pira - SOS SINNOS - La Biblioteca della Nuova Sardegna - 1983


Devo la conoscenza di questo straordinario libro, inspiegabilmente scomparso dal mondo editoriale, alla cortesia di Natalino Piras, curatore della traduzione dal sardo all'italiano con testo a fronte, che me ne ha donato un esemplare fotocopiato; uscito postumo nel 1983 e  mai più ristampato.

Il suo autore, Michelangelo Pira (1928-1980), prematuramente scomparso a soli 52 anni, è stato un apprezzato giornalista, scrittore, docente di antropologia culturale e storia del giornalismo presso l'Università di Cagliari, nonché uno dei maggiori esperti di lingua sarda. La sua opera più famosa è La rivolta dell'oggetto - Antropologia della Sardegna (1978).

Di letteratura in lingua sarda esiste una centenaria tradizione poetica che è base della cultura popolare, la stessa cosa non è avvenuta per la narrativa, e Sos Sinnos  a buon diritto può essere considerato  il primo romanzo scritto in lingua sarda. 

Una ricerca fatta sul web mi ha confermato che, ancora oggi, dei molti libri in lingua sarda editi, la maggior parte sono traduzioni di classici, ovvero opere poetiche, ma non ancora  narrativa. Si consideri che la lingua sarda è stata per anni considerata un dialetto e negli anni cinquanta-sessanta, con la diffusione dei mezzi di comunicazione e la scolarizzazione diffusa, è stata completamente sostituita dall'italiano, tanto da essere classificata dall'Unesco a rischio di estinzione. 

D'altronde, in quale poca considerazione venga tenuta oggi la limba sarda dallo Stato nazionale, lo dimostra la spending review del governo Monti (luglio 2012), che ha escluso la regione dalle aree caratterizzate da specificità linguistiche, quelle cioè con minoranze di lingua madre straniera, (come francese, tedesco o sloveno), e di conseguenza  tagliando finanziamenti  per la scuola di lingua e cultura sarda,  retrocedendola cioé  a semplice dialetto. Un passo avanti e due indietro secondo  specifico italiota.

Sono un lettore paziente, ostinato e curioso (oltreché impenitente) e con questo insolito libro mi sono regolato in questo modo: prima l'ho letto in italiano, poi in sardo, aiutandomi ovviamente con la traduzione a fronte.

 M'è sembrato che nella necessaria,  indispensabile versione in italiano  l'oscura terribilità del racconto venga in qualche modo rischiarata da una modernità che stride, un po' come se La terra del rimorso di De Martino, fosse illustrato anziché dai raffinati B/N di Franco Pinna, da foto digitali a colori. Questo credo dipenda dal suono arcaico della limba sarda ad un orecchio non allenato. Ho deto arcaico ma penso anche ad arcano, dal quale sembrano emergere quegli aspetti di una società che - a differenza della nostra - non ha rimosso il suo rapporto con la morte.

 I cinque capitoli in cui è strutturato il racconto sono:

  1. Su tempus de su parpu e de s'arrastu (Il tempo del tastare e del fiutare)
  2. Su deinu ((L'indovino)
  3. Milianu (Milianu)
  4. Sa cramata de sos mortos (La chiamata dei morti)
  5. A sa Libra (A sa Libra) 

Questo l'incipit:


Li achia' cumpanzia tumbu; e la ninnaia' tumbu-tumbu. It unu sinnu de su cuminzu, de coment'aia' cuminzatu isse a essere viu e de comente i' galu viu, i' biu. Tumbu-tumbu, tumbu-tumbu, tumbu-tumbu e gai li enia' su sonnu e chene si nd'abizzare si dormiata.
Gli faceva compagnia tumbu; e lo ninnava tumbu-tumbu. Era un segno dell'inizio, di come aveva iniziato lui a essere vivo e di come era ancora vivo. Tumbu-tumbu, tumbu-tumbu, tumbu-tumbu e così gli veniva il sonno e senza accorgersene si addormentava.
E' un libro impegnativo, una scoperta sorprendente, una epifania destinata a lettori curiosi,  quei lettori che non si accontentano dei bestseller in  mostra nelle libreria, ma cercano l'inedito e il favoloso.