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giovedì 17 maggio 2012

Umberto Eco - SUGLI SPECCHI e altri saggi - Bompiani 1985 - £ 18.500


Gli specchi sono l'argomento del primo saggio di questo volume, che raccoglie scritti su diversi argomenti ed elaborati in periodi diversi. Ma in qualche modo la metafora dello specchio suggerisce alcuni dei temi che tutti questi saggi affrontano: il segno, la rappresentazione, l'illusione, l'immagine.

Di qualunque tema Eco scriva, è sempre presente un fondo di divertita ironia, all'interno di una narrazione che spazia senza limiti, trovando naturali relazioni tra argomenti solo apparentemente lontani; queste connessioni rendono la lettura particolarmente stimolante.

Singolare, in una  conferenza dal titolo Il segno della poesia e il segno della prosa, la definizione usata da Eco per distinguere l'una dall'altra:

"la poesia è quella cosa che va a capo prima che la pagina sia finita, e la prosa quella che continua sino a che si può sfruttare una porzione di carta, riducendo al massimo i margini, perché la carta costa, anche in senso ecologico, e piuttosto che andare a capo troppo in fretta si accetta anche di spezzare una parola in due, ciò che la poesia di solito non fa, salvo nei deliri della più estrema avanguardia, e guardate quanto tira lunghi i suoi versi, l'avanguardista Sanguinetti, da buon genovese, pur di non comprare un altro quaderno".

E partendo da questa definizione solo apparentemente  faceta, prosegue lambendo le teorie della semiotica su poesia e prosa, citando e confrontando i maestri di questa disciplina.

Che Umberto Eco ami il paradosso  non c'è alcun dubbio, anche perché lo utilizza a fini didattici. In "Elogio del Montecristo", ci provoca così:

Il Conte di Montecristo è senz'altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e d'altra parte è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature.
Dopo aver analizzato nel testo, le ripetizioni, le lungaggini, le divagazioni sentenziose con difettosa  sintassi, la goffaggine nel disegnare i sentimenti, Eco ci avverte che Dumas era pagato un tanto a riga e doveva allungare per ragioni di denaro, ma nonostante questo limite riesce in un sol colpo a mettere assieme tre situazioni archetipe capaci di torcere le viscere: l'innocenza tradita, il colpo di fortuna e la strategia della vendetta, che ne fanno - con tutti i suoi difetti formali - un'opera omerica.

L'altra grande  rivelazione, (quella che ha  colpito un lettore dilettante come me), che era lì sotto gli occhi di tutti e che Eco puntualmente ci svela, è il punto di vista del narratore dei Promessi Sposi nella prima pagina:

Egli (Manzoni) ha deciso che la sua descrizione dell'ambiente non sta partendo da decisioni verbali ma da decisioni epistemologiche. Egli ha deciso che la sua descrizione dell'ambiente deve procedere anzitutto per un movimento che un tecnico cinematografico chiamerebbe di zoom e come se la ripresa fosse fatta da un aereo, cioè la descrizione parte come fatta dagli occhi di Dio, non dagli occhi degli abitanti. Questa prima opposizione tra alto vs basso, ovvero questo primo movimento continuo dall'alto al basso, individua prima il lago e il suo ramo, poi scende lentamente a individuare (come non si potrebbe da una altezza"geografica") il ponte e le rive. La decisione geografica è rinforzata dalla decisione, sempre epistemologica, di procedere da nord verso sud, seguendo appunto il corso di generazione del fiume; e di conseguenza il movimento descrittivo parte dall'ampio verso lo stretto, dal lago al fiume, ai torrenti, dai monti ai pendii e poi ai valloncelli, sino all'arredamento minimo delle strade e dei viottoli, ghiaia e ciottoli.  La visione geografica, man mano che procede dall'alto verso il basso, diventa visione topografica e include potenzialmente gli osservatori umani. E come ciò avviene, la pagina compie un altro movimento, questa volta non di discesa dall'alto geografico al basso topografico, ma dalla profondità alla lateralità: sino ad arrivare a dimensioni umane, dove la carta si annulla nel paesaggio concreto, la visione scende dall'alto al basso; a questo punto l'ottica si ribalta, e i monti vengono visti di profilo, come se finalmente li guardasse un essere umano a piedi.
Se gli insegnanti a scuola riuscissero a dare di queste istruzioni sull'uso, indicazioni, suggerimenti di modalità di lettura, certo la familiarità con Manzoni ne trarrebbe un grande vantaggio.

Nelle 376 pagine del libro, diviso in cinque corposi capitoli:
  1. MODI DI RAPPRESENTAZIONE
  2. TRA ESPERIMENTO E CONSUMO
  3. CONGETTURE SU MONDI
  4. TRA POESIA E PROSA
  5. DISCORSI SULLE SCENZE UMANE
trovano posto tutti gli argomenti cari a Eco, semiotica, estetica, teorie delle comunicazioni di massa e qualche incursione nel medievale, con la prosa precisa ma accessibile che ne ha fatto uno degli autori più letti nel nostro paese e nel mondo.

Per conclude, un libro utile, necessario per chi nella lettura  non  cerca verità superficiali, ma aspira alla comprensiote totale del testo.

martedì 4 gennaio 2011

CHARLES ELIOT NORTON MEMORIAL LECTURES


Charles Eliot Norton, (1827-1908) professore di Storia dell'Arte a Harvard, traduttore di Dante: Vita Nova e Divina Commedia, uomo di profonda cultura umanistica, si interessò anche di problemi sociali, pedagogia liberale e persino medicina, per esempio difendendo l'eutanasia, fece parte di un movimento per la dignità della morte assistita in Ohio e Iowa.

Uno dei suoi studenti James Loeb nel 1925, divenuto filantropo, creerà in suo onore le Charles Eliot Norton Memorial Lectures, conferenze annuali, aperte ad un pubblico eterogeneo, tenute da studiosi di fama internazionale con lezioni su ogni forma di comunicazione estetica: poetica, letteraria, musicale o figurativa.

Tra le personalità invitate, dal lontano anno accademico 1925-26 ad oggi , ci sono il poeta T.S.Eliot, i compositori Stravinsky e Copland, il pittore americano Ben Shahn, l'architetto Pier Luigi Nervi, lo scrittore e poeta messicano Octavio Paz, il poeta argentino J.L.Borges, i musicisti Leonard Bernstein e Daniel Barenboim, gli scrittori Nadine Gordimer e Orhan Pamuk.

Per l'anno accademico 1985-86 fu invitato Italo Calvino ed era la prima volta che la scelta cadeva su uno scrittore italiano. Calvino scelse di trattare alcuni valori da conservare nel prossimo millennio (quello attuale) e li individuò in leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. La sesta lezione consistenza, aveva intenzione di scriverla ad Harvard e, secondo gli appunti lasciati, si sarebbe riferito a Bartleby lo scrivano di Herman Melville. Un ictus se lo portò via per sempre nel settembre del 1985 e gli impedì di tenere quelle le lezioni che furono pubblicate, quindi, postume.

Accade talvolta che il libro più significativo d'uno scrittore sia l'ultimo e addirittura postumo, poichè soltanto in esso egli raggiunge il culmine dell'opera sua, la pienezza dei suoi mezzi espressivi e si rivela compiutamente a se stesso Leggendo le Lezioni americane di Calvino( ... ) la sensazione è che al termine della vita, Calvino abbia prodotto il suo capolavoro, superiore di gran lunga alle molte opere di saggistica e di narrativa che pure ne avevano fatto lo scrittore europeo forse di maggior spicco degli ultimi trent'anni...

Così scriveva Eugenio Scalfari su Repubblica il 2 giugno 1988, in occasione della pubblicazione delle "lezioni" per Garzanti, e concludeva:

Noi abbiamo avuto il privilegio o il caso d'essergli stati compagni mentre il seme di quel suo prezioso Dna cominciava a trasformarsi nell'albero che poi è cresciuto, svelto e nodoso dalle aeree verdi fronde e dalle profonde radici.

Nell'anno accademico 1992-93 l'invito a tenere le Norton lectures fu rivolto ad Umberto Eco, semiologo oltrechè romanziere di successo, e in questa veste l'illustre linguista, accompagna gli affascinati lettori attraverso Sei passeggiate nei boschi narrativi, così articolate:

1) Entrare nel bosco, è un dichiarato omaggio a Calvino
e l'esposizione di due concetti centrali di Eco: Lettore Modello e Autore Modello;

2) I boschi di Loisy, attraversano la novella Sylvie di Nerval (insieme a Joyce,Proust,Poe) vengono analizzati i tempi della narrazione.

3) Indugiare nel bosco
(e nel racconto): il tempo della fabula, tempo del discorso e tempo di lettura (Manzoni, Flaubert, Mickey Spillane, Dumas, Dante);

4) I boschi possibili, tratta del patto finzionale (Coleridge, Kafka, Stout,Stendhal), ma sopratutto afferma: "...leggere racconti significa fare un gioco attraverso il quale si impara a dar senso alla immensità delle cose che sono accadute e accadono e accadranno nel mondo reale. Leggendo romanzi sfuggiamo all'angoscia che ci coglie quando cerchiamo di dire qualcosa di vero sul mondo reale. Questa è la ragione terapeutica della narrativa e la ragione per cui gli uomini, dagli inizi dell'umanità, raccontano storie. Che è poi la funzione dei miti: dar forma al disordine dell'esperienza".

5) Lo strano caso di via Servandoni, qui Eco si diverte a scoprire come, nel romanzo I Tre Moschettieri, Dumas commetta un errore, facendo incontrare a d'Artagnan Madame Bonacieux, di cui è innamorato e geloso, in Rue Servandoni, abitazione di Aramis. Ma nel 1625, anno in cui si svolgono i fatti narrati, non poteva esistere tale via, perchè "l'architetto fiorentino Giovanni Nicolò Servandoni è nato nel 1695, nel 1733 ha disegnato la facciata della chiesa di Saint-Sulpice, e quella via gli è stata dedicata solo nel 1806". (...) "Ma la cosa è più complicata di così. Dov'era Rue des Fossoyeurs in cui abitava d'Artagnan? Ora, questa via esisteva nel XVII secolo e oggi non c'è più per un fatto semplicissimo: la vecchia Rue des Fossoyeurs era quella che oggi si chiama Rue Servandoni".

6) Protocolli fittizi, che conclude le lezioni, riguarda i casi in cui il lettore è portato a leggere il mondo reale come se fosse un romanzo e viceversa, cioè mescolare finzione e realtà. L'esempio più tragico di questa mescolanza tra finzione e realtà è rappresentato da i Protocolli dei Savi Anziani di Sion di cui Eco ricostruisce minuziosamente l'evoluzione: da i templari al romanzo d'appendice I Misteri di Parigi di Eugène Sue, al libello antiebreo di Rachovskij, le successive manipolazioni di Sergej Nilus, "dopo di che il testo viaggia attraversa l'Europa sino a pervenire nelle mani di Hitler". (...) Riflettere sui complessi rapporti tra lettore e storia, finzione e realtà, può costituire una forma di terapia contro ogni sonno della ragione, che genera mostri".