sabato 25 aprile 2015
Luis Sepúlveda - IL MONDO ALLA FINE DEL MONDO - Guanda 1994 - £ 18.000
giovedì 23 aprile 2015
Sandro Pertini - SEI CONDANNE DUE EVASIONI - Oscar Mondadori 1974 - £ 900
Di Sandro Pertini (1896-1990) ho sempre ammirato la dirittura morale e il forte carattere, simili a quelli di un altro grande italiano, suo coetaneo anch'egli ligure: Umberto Terracini (1895-1983).
Nel panorama della letteratura antifascista questo libro è uno dei più forti e singolari, e, nello stesso tempo, uno dei più originali contributi alla conoscenza della storia d'Italia nel periodo fascista.
Costituito, oltre che dai documenti dei tribunali che si sono occupati del pericoloso sovversivo Alessandro Pertini detto Sandro, da telegrammi, rapporti, verbali delle prefetture, del Ministero dell'Interno, da informative delle questure e dalle anonime soffiate degli informatori dell'OVRA, ma anche da lettere a famigliari e amici, dove emerge con chiarezza l'impazienza, l'intransigenza e l'ansia d'azione di Pertini e dei suoi compagni di lotta.
Il libro mette in luce un aspetto forse poco conosciuto dei provvedimenti repressivi e della tecnica dell'inquisizione fascista, che aveva a disposizione - è bene ricordarlo - non solo la struttura del partito, ma tutto l'apparato statale.
Sembra quali di sentirla la sua voce fiera e squillante con la quale dichiara con orgoglio la militanza nel partito socialista e l'assunzione - ci mancherebbe altro - della piena responsabilità del reato. Come quando accusato ingiustamente da un secondino di averlo offeso con parole oltraggiose, anziché consentire di essere giudicato dal direttore del penitenziario, che era forse disposto a chiudere l'incidente bonariamente, esige ed ottiene di essere giudicato da un tribunale, nella speranza di poter accusare pubblicamente il regime: il processo si svolgerà a porte chiuse e sarà di nuovo condannato.
Si legge come un libro di avventure ed è uno spaccato di storia italiana; patetico ma soprattutto impotente l'accanimento del regime fascista nei confronti di uomo forte dei suoi ideali di libertà, che nessuna repressione potrà piegare. Il Presidente più amato dagli italiani, lo è meritatamente!
Costituito, oltre che dai documenti dei tribunali che si sono occupati del pericoloso sovversivo Alessandro Pertini detto Sandro, da telegrammi, rapporti, verbali delle prefetture, del Ministero dell'Interno, da informative delle questure e dalle anonime soffiate degli informatori dell'OVRA, ma anche da lettere a famigliari e amici, dove emerge con chiarezza l'impazienza, l'intransigenza e l'ansia d'azione di Pertini e dei suoi compagni di lotta.
Il libro mette in luce un aspetto forse poco conosciuto dei provvedimenti repressivi e della tecnica dell'inquisizione fascista, che aveva a disposizione - è bene ricordarlo - non solo la struttura del partito, ma tutto l'apparato statale.
Dal verbale di interrogatorio del 23 maggio del 1925.
Contestatogli i reati come in atti specificati invitato a presentare le sue discolpe e diffidato che se anche non risponde si procederà oltre nella istruttoria.
Risponde: "Confesso pienamente di avere io stesso e da solo compilato fatto stampare e quindi distribuito il foglio a stampa rammostratomi dalla S.V. intitolato Sotto il barbaro dominio fascista e del quale un rilevante numero di copie venne trovato nel mio domicilio da parte della polizia giudiziaria e posto in sequestro. Escludo che qualsiasi altra persona abbia preso parte alla compilazione e alla distribuzione del foglio, quale io scrissi colla piena consapevolezza delle mie azioni, in corrispondenza della profonda fede politica che io professo, quale iscritto al partito socialista unitario.
Sembra quali di sentirla la sua voce fiera e squillante con la quale dichiara con orgoglio la militanza nel partito socialista e l'assunzione - ci mancherebbe altro - della piena responsabilità del reato. Come quando accusato ingiustamente da un secondino di averlo offeso con parole oltraggiose, anziché consentire di essere giudicato dal direttore del penitenziario, che era forse disposto a chiudere l'incidente bonariamente, esige ed ottiene di essere giudicato da un tribunale, nella speranza di poter accusare pubblicamente il regime: il processo si svolgerà a porte chiuse e sarà di nuovo condannato.
Si legge come un libro di avventure ed è uno spaccato di storia italiana; patetico ma soprattutto impotente l'accanimento del regime fascista nei confronti di uomo forte dei suoi ideali di libertà, che nessuna repressione potrà piegare. Il Presidente più amato dagli italiani, lo è meritatamente!
Lettura adatta in occasione del 70° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo.
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venerdì 17 aprile 2015
Milan Kundera - L'IMMORTALITA' - Adelphi 1990 - £ 26.000
L'arte del romanzo in quest'opera di Milan Kundera, pur essendo modernissimo nella struttura, raggiunge livelli di perfezione, di completezza e di bellezza formale riscontrabili solo nei grandi classici.
Come tutti i suoi romanzi, anche L'immortalità è diviso in sette parti, di cui solo la terza contiene venti capitoli, mentre le altre sei parti sono costituite da un unico capitolo. Kundera ha spiegato come i suoi romanzi siano concepiti come una composizione musicale, dove ogni parte rappresenta un movimento e ogni capitolo un tempo.
L'autore, che è per sua esplicita ammissione l'io narrante, fin dal primo capitolo ci rende partecipi del processo creativo: la protagonista, Agnes, nasce sotto i nostri occhi dall'osservazione di un gesto colto nella quotidianità intorno al quale l'autore sviluppa l'intreccio.
Questo il magistrale incipit, che val la pena di includere con tutto il primo paragrafo:
Questo il magistrale incipit, che val la pena di includere con tutto il primo paragrafo:
La signora avrà avuto sessanta, sessantacinque anni. La guardavo, steso su una sdraio di fronte alla piscina di un circolo sportivo all'ultimo piano di un moderno edificio da dove, attraverso grandi finestre, si vede tutta Parigi. Aspettavo il professor Avenarius, con il quale mi incontro lì di tanto in tanto per fare due chiacchiere. Ma il professor Avenarius non arrivava e io osservavo la signora. Era sola nella piscina, immersa nell'acqua fino alla vita, lo sguardo rivolto in su verso il giovane maestro di nuoto in tuta che le stava insegnando a nuotare. Ora lei ascoltava le sue istruzioni: doveva aggrapparsi con le mani al bordo della piscina e inspirare ed espirare profondamente. Lo faceva con serietà, con impegno, ed era come se dal fondo delle acque risuonasse la voce di una vecchia locomotiva a vapore (quel suono idillico, oggi ormai dimenticato, che per coloro che non l'hanno conosciuto può essere descritto soltanto come il respiro di un'anziana signora che inspira ed espira forte vicino al bordo di una piscina). La guardavo affascinato. Ero attratto dalla sua comicità commovente (anche il maestro l'aveva notata, perché ad ogni istante gli si contraeva un angolo della bocca), ma poi qualcuno mi rivolse la parola distogliendo la mia attenzione. Poco dopo, quando volevo tornare a guardarla, l'allenamento era finito. La donna si allontanava in costume da bagno facendo il giro della piscina. Superò il maestro di nuoto e quando si trovò a quattro o cinque passi di distanza, girò la testa verso di lui, sorrise e lo salutò con la mano. E in quel momento mi si strinse il cuore! Quel sorriso e quel gesto appartenevano a una donna di vent'anni! La sua mano si era sollevata con una leggerezza incantevole. Era come se avesse lanciato in aria una palla colorata per giocare con il suo amante. Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più. Era il fascino di un gesto annegato nel non-fascino del corpo. Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l'aveva dimenticato. Come una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori del tempo. Forse è solo in momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo dei senza-età. In ogni caso, nell'attimo in cui si girò, sorrise e salutò con la mano il giovane maestro di nuoto (che non resse e scoppiò a ridere), lei ignorava la propria età. In quel gesto una qualche essenza del suo fascino, indipendentemente dal tempo, si rivelò per un istante e mi abbagliò. Ero stranamente commosso. E mi venne in mente la parola Agnes. Agnes. Non ho mai conosciuto una donna con questo nome.
Dal nome della protagonista, dal suo semplice gesto del braccio alzato per salutare, si sviluppa una storia avvincente, con escursioni in epoche diverse e il coinvolgimento di personaggi della letteratura come Goethe e Hemingway, chiamati nel loro ruolo di "immortali", in una partitura che ha tutte le caratteristiche della polifonia romanzesca, già teorizzata da Kundera nel saggio L'arte del romanzo (Adelphi, 1986).
La lettura è piacevole e avvincente, pervasa da quel sottile humour che è la cifra caratteristica di questo grande narratore contemporaneo.
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mercoledì 15 aprile 2015
Salvatore Satta - IL GIORNO DEL GIUDIZIO - Adelphi 2011 (IX Edizione) - € 22,00
Devo ad un felice suggerimento di Natalino Piras la conoscenza di questo capolavoro della letteratura italiana del Novecento, che ho letto lentamente, traendone quel piacere che ci riservano solo quei testi che non si vorrebbe mai finire. Un tesoro inaspettato.
Non sappiamo se Salvatore Satta (1902-1975), illustre giurista, autore di fondamentali testi di diritto, avesse intenzione di pubblicare questo suo romanzo, Il giorno del giudizio, che uscì postumo nel 1977, presso l'editore delle sue opere giuridiche, dopo il ritrovamento del manoscritto da parte dei famigliari. Il dubbio è legittimato da quanto Satta fa dire all'io narrante, all'inizio del III capitolo:
Fortunatamente il drastico proposito non ebbe modo di realizzarsi, posto che l'autore avesse realmente quell'intenzione, così il manoscritto fu ritrovato e pubblicato con grande soddisfazione di tutti gli amanti delle buone letture.
Passato sotto silenzio alla sua uscita nel 1977, forse a causa della specificità dell'editore, noto soprattutto nel settore giuridico, venne riproposto nel 1979 da Adelphi, e questa volta il romanzo si impose subito all'attenzione della critica, divenendo ben presto un clamoroso caso letterario.
Se somiglianza c'è, come qualcuno ha scritto, tra quest'opera e Spoon River, non è tanto nella rievocazione dei morti, nel groviglio inestricabile dei loro destini in vita, quanto nel senso di tragedia che li accomuna tutti, nella consapevolezza di scontare l'imperdonabile colpa di essere stati vivi.
Non sappiamo se Salvatore Satta (1902-1975), illustre giurista, autore di fondamentali testi di diritto, avesse intenzione di pubblicare questo suo romanzo, Il giorno del giudizio, che uscì postumo nel 1977, presso l'editore delle sue opere giuridiche, dopo il ritrovamento del manoscritto da parte dei famigliari. Il dubbio è legittimato da quanto Satta fa dire all'io narrante, all'inizio del III capitolo:
Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte, nella loggetta della casa che mi sono costruito nei lunghi anni della mia laboriosa esistenza.
Fortunatamente il drastico proposito non ebbe modo di realizzarsi, posto che l'autore avesse realmente quell'intenzione, così il manoscritto fu ritrovato e pubblicato con grande soddisfazione di tutti gli amanti delle buone letture.
Passato sotto silenzio alla sua uscita nel 1977, forse a causa della specificità dell'editore, noto soprattutto nel settore giuridico, venne riproposto nel 1979 da Adelphi, e questa volta il romanzo si impose subito all'attenzione della critica, divenendo ben presto un clamoroso caso letterario.
Se somiglianza c'è, come qualcuno ha scritto, tra quest'opera e Spoon River, non è tanto nella rievocazione dei morti, nel groviglio inestricabile dei loro destini in vita, quanto nel senso di tragedia che li accomuna tutti, nella consapevolezza di scontare l'imperdonabile colpa di essere stati vivi.
Come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della mia gente. Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. Parole di preghiera o d'ira sibilano col vento tra i cespugli di timo. Una corona di ferro dondola su una croce disfatta. E forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccontare nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria.
Cercando in internet notizie su Salvatore Satta, ho trovato questo interessante commento del Prof. Massimo Pittau, linguista e glottologo, studioso di lingua sarda nonché nuorese come Satta, che chiarisce alcuni termini e modi di dire utilizzati nel romanzo.
http://www.pittau.it/comune/satta.html
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venerdì 20 marzo 2015
Vladimir Nabokov - RISATA NEL BUIO - Mondadori 1961 - £ 300
Questo romanzo di Vladimir Nabokov (1899-1977), che Mondadori stampa nella gloriosa collana del Pavone nel 1961, nella speranza di replicare il clamoroso successo di due anni prima con Lolita, è in realtà un romanzo scritto in russo nel 1932 dal titolo Kamera Obskura, e tradotto da Winifred Roy nel 1938 col titolo Laughter in the dark.
Com'è noto Lolita ha la struttura narrativa di un manoscritto-confessione, redatto dal protagonista Humbert Humbert, in carcere in attesa di un processo che non si celebrerà per l'avvenuta morte - trombosi delle coronarie - dell'imputato. Nella finzione narrativa la pubblicazione, sotto forma di romanzo, avviene su disposizione dell'avvocato, a cura di un John Ray Junior che nella premessa, al di là dei pregi letterari dell'opera, ne esalta il significato etico.
In Risata nel buio, che è raccontato in terza persona, il dramma viene anticipato fin dall'incipit:
A differenza di Lolita, che è un romanzo ricco di osservazioni interessanti sulla società americana, descrizioni colorite sul paesaggio, profonde analisi sui comportamenti umani, questo, in confronto, è spoglio, essenziale, addirittura povero nel linguaggio, racconta direttamente il fatto, e i personaggi non sembrano vivere di vita propria, un po' burattini nelle mani di uno scaltro autore, intenzionato a bissare il successo di Lolita.
Nella seconda di copertina l'editore conclude la presentazione del romanzo con queste parole:
Com'è noto Lolita ha la struttura narrativa di un manoscritto-confessione, redatto dal protagonista Humbert Humbert, in carcere in attesa di un processo che non si celebrerà per l'avvenuta morte - trombosi delle coronarie - dell'imputato. Nella finzione narrativa la pubblicazione, sotto forma di romanzo, avviene su disposizione dell'avvocato, a cura di un John Ray Junior che nella premessa, al di là dei pregi letterari dell'opera, ne esalta il significato etico.
In Risata nel buio, che è raccontato in terza persona, il dramma viene anticipato fin dall'incipit:
Viveva un tempo a Berlino un uomo che si chiamava Albinus. Era ricco, rispettabile, felice: un giorno lasciò la moglie per amore di una giovane amante: amava, non riamato, e la sua vita finì in una catastrofe.
La storia è tutta qui e avremmo potuto fermarci a questo punto se il raccontarla non fosse stato utile e piacevole: quantunque sulla pietra tombale di ognuno vi sia spazio sufficiente per contenere, incorniciato di muschio, il compendio di una vita umana, i particolari sono sempre graditi.
A differenza di Lolita, che è un romanzo ricco di osservazioni interessanti sulla società americana, descrizioni colorite sul paesaggio, profonde analisi sui comportamenti umani, questo, in confronto, è spoglio, essenziale, addirittura povero nel linguaggio, racconta direttamente il fatto, e i personaggi non sembrano vivere di vita propria, un po' burattini nelle mani di uno scaltro autore, intenzionato a bissare il successo di Lolita.
Nella seconda di copertina l'editore conclude la presentazione del romanzo con queste parole:
Lolita è un caso limite che il pubblico ha universalmente acclamato, Margot (la protagonista di Risata nel buio) è una figura concreta, prodotto di una determinata società (?), che il pubblico può riconoscere nella vita quotidiana. Più drammatica e disperata di Lolita, Risata nel buio è un'opera che senza dubbio contenderà alla prima la palma del successo.Non credo che l'auspicio dell'editore si sia realizzato.
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sabato 7 marzo 2015
Antonio Caprarica - IL ROMANZO DI LONDRA - Sperling & Kupfer 2014 - € 18,50
Questo è uno di quei libri di cui non si programma l'acquisto, salvo essere un grande ammiratore di Antonio Caprarica; ma può accadere che essendo in libreria, magari per ordinare un libro, è facile che ci si lasci tentare dalla bella edizione esposta, dal titolo accattivante, dall'immagine allusiva: così improvvisamente senti il bisogno di conoscere queste storie, segreti e misfatti di una capitale leggendaria.
Se poi sfogli il volume e cominci a leggere l'amabile, lunga introduzione, è abbastanza prevedibile che ti convinca all'acquisto:
Scrivo queste righe con la melanconia di un marianio che sbarca dopo un lungo periplo. Solo quando affida al foglio la memoria delle meraviglie che ha incontrato si rende conto del tempo trascorso e dei mutamenti che intanto hanno cambiato, oltre alla sua, anche la faccia del soggetto del suo racconto. Sono stato così a lungo «imbarcato» sulla nave di Sua Maestà «Londra»che comandanti ed equipaggi, mozzi, macchinisti, calafati e passeggeri si sono avvicendati a più riprese. E ogni volta sono cambiate abitudini sociali, galateo e covenzioni, mode e linguaggi.Non intendo aggiungere l'ennesima metafora alle tante usate per Londra. Un albero, un corpo umano, un gigante, un giovinetto baldanzoso ma evidentemente macrocefalo. Non sono mai riuscito a riconoscerla in nessuna di queste immagini. E se proprio tirato per i capelli, l'ho semmai paragonata a una vecchia pantofola per la comodità della vita che offre a confronto di quella scarpina a punta come Parigi. (E Roma, dite?....rumorosa come uno zoccolo?)Parlo di Londra come una nave solo perché il lungo tempo che ho trascorso a «bordo» coincide con gran parte del mio viaggio verso la maturità. Perciò non ho mai avuto di lei un'immagine statica ma perennemente in movimento. Con quel moto lento e incessante che solo le lunghe crociere possono offrire. E' la ragione per cui questo libro che vuole raccontarla non può che offrirne istantanee. A studiarle ognuna un po' più da vicino, lo sfondo si sgrana ma dalla folla dei visi, dal labirinto dei gesti, una faccia si stacca, una vita si anima, un segreto si svela. E' questo il momento che Londra racconta la sua storia. E che io ho cercato di raccogliere per voi. (......)
In dodici capitoli densi di fatti storici, tutti legati ai luoghi simbolo di Londra, con salti temporali che rendono la narrazione fluida e piacevole, Antonio Caprarica ci racconta storie antiche e moderne che nascono dalle strade e dalle pietre, dai luoghi più gloriosi, paurosi e incantevoli della metropoli leggendaria.
Intervenne direttamente il Re, Carlo II, che navigando con la chiatta reale sul Tamigi, raggiunse il luogo dell'incendio e diede ordine di abbattere tutte le case sulla strada dell'incendio.
Drammatica come una cronaca giornalistica la descrizione del Grande Incendio di Londra del 1666:
... gli incendi, in quella Londra di legno, erano all'ordine del giorno, e questo non sembrava niente di straordinario, Samuel Pepys scosse le spalle e se ne tornò tranquillo a letto.Purtroppo era quello che aveva fatto anche il Lord Major della City quando gli avevano portato le prime notizie. La panetteria di Thomas Farriner si trovava più o meno alla metà di Pudding Lane, giusto dietro lo Star Inn di Fish Street, che è il principale accesso da nord al London Bridge. (.....)Mentre il fuoco muoveva ormai dal forno carbonizzato alle case vicine, i pompieri suggerirono di non perdere tempo e di fargli il vuoto attorno demolendo le abitazioni ancora intatte. Ma Bludworth era un pusillanime che non osava toccare gli edifici senza il consenso dei proprietari: e dove trovarli? Il Lor Major si rifugiò in una fanfaronata. Dopotutto, disse, il fuoco non gli sembrava così serio, «una donna può spegnerlo facendoci la pipì». E con questa battuta che lo consegnò alla storia, se ne tornò a letto.Mentre lui dormiva il fuoco dilagava. Da Cheapside scese giù verso il Tamigi, lungo Cornhill, Tower Street, Fenchurch Street fino a Baynard's Castle.
In quattro giorni, dal 2 al 6 settembre, il fuoco si era mangiato cinque sesti della City, 460 strade, 13,200 case. Distrutte ottantanove chiese e quattro delle sette porte cittadine. Solo un miracolo aveva consentito che le vittime di una simile catastrofe fossero ufficialmente appena sei.
Nel 1945 ci pensarono i bombardamenti tedeschi a trasformare gran parte della capitale, la City e L'East End soprattutto, in una tabula rasa su cui edificare una nuova Londra, più grande, più bella e più moderna.
La lettura di questo libro equivale a un tour esclusivo, un'escursione sulle tracce dei luoghi, degli eventi e delle personalità che hanno reso Londra una capitale leggendaria.
venerdì 27 febbraio 2015
Francesco Pinto - LA STRADA DRITTA - Mondadori 2014 - € 18,00
Se una cara amica non mi avesse indotto alla lettura di questo libro, portandomelo recentemente in una occasione conviviale, non ne avrei saputo niente, perché è escluso che, anche incrociandolo sui banconi di una libreria, sarei stato indotto all'acquisto.
Pur essendo vissuto e avendo viaggiato in un'epoca in cui per arrivare in auto da Roma a Firenze bisognava percorre la via Cassia, attraversare Sutri, Viterbo e poi affrontare la tremenda salita tutta curva di Radicofani, dove le possibilità di una Fiat 600 erano messe a dura prova, cosa poteva dirmi di emozionante un libro sull'Autostrada del Sole?
Poi ho cominciato a leggerlo e ho capito perché Francesco Pinto, direttore di Rai Tre dal 1998 al 2002, lo ha scritto e perché l'amica Tiziana me lo ha portato in lettura.
Nel panorama di sfiducia nei confronti dello Stato e della Pubblica Amministrazione, che sembra aleggiare come una condanna sui nostri connazionali, questo romanzo dell'Autostrada del Sole di Francesco Pinto potrebbe agire come un balsamo per restituire speranza e orgoglio a un popolo di depressi.
Pur essendo vissuto e avendo viaggiato in un'epoca in cui per arrivare in auto da Roma a Firenze bisognava percorre la via Cassia, attraversare Sutri, Viterbo e poi affrontare la tremenda salita tutta curva di Radicofani, dove le possibilità di una Fiat 600 erano messe a dura prova, cosa poteva dirmi di emozionante un libro sull'Autostrada del Sole?
Poi ho cominciato a leggerlo e ho capito perché Francesco Pinto, direttore di Rai Tre dal 1998 al 2002, lo ha scritto e perché l'amica Tiziana me lo ha portato in lettura.
Nel panorama di sfiducia nei confronti dello Stato e della Pubblica Amministrazione, che sembra aleggiare come una condanna sui nostri connazionali, questo romanzo dell'Autostrada del Sole di Francesco Pinto potrebbe agire come un balsamo per restituire speranza e orgoglio a un popolo di depressi.
Dal 19 maggio del 1956, giorno in cui su uno sterrato di poche centinaia di metri viene dato inizio ai lavori, senza un progetto definitivo, senza le tecnologie, ne le competenze professionali, ma neanche i soldi necessari, al 4 ottobre del 1964, appena otto anni dopo e in anticipo sui tempi previsti, una striscia di asfalto lunga 755 chilometri collega Milano con Napoli, il Nord con il Sud.
Armati di coraggio e di orgoglio, come se il lavoro benfatto avesse dignità e valore, come i costruttori di cattedrali che siamo stati, in otto anni, pagando un prezzo altissimo in vite umane, un esercito di manovali, carpentieri, tecnici, progettisti combatte senza sosta dall'alto dei viadotti e nel buio delle gallerie, nel fango degli inverni e nell'afa delle estati per rispettare la promessa della sua costruzione, in un percorso impossibile, con soluzioni tecniche ardite e record costruttivi mai eguagliati.
Il gruppo guidato da Fedele Cova, con il transatlantico Cristoforo Colombo, si reca negli Stati Uniti per incontrare chi le autostrade le conosce per averle fabbricate: il maneging director della New Jersey Turnpike, Louis Tonti:
E quando l'ingegnere Cova rivela all'americano le dimensioni e le caratteristiche dell'autostrada che vogliono costruire:
Mi ha convinto di meno l'utilizzo di personaggi di fantasia, con le loro storie private, i loro amori, gli smarrimenti dell'anima, che inseriti per arricchire la narrazione, di fatto la sviliscono.
Le foto che documentano la complessità dell'opera, non appartengono al volume, ma le ho trovate su internet.
Per non far confusione: la Salerno-Reggio Calabria di competenza dell'Anas (quelli dei parracarri e dei marciapiedi), è stata costruita come una strada statale e non come un'autostrada, finita nel 1972; è dalla fine degli anni '80 che si sta cercando di ammodernarla, anche per l'obbligo imposto dalla Comunità Europea, il finanziamento fino al 2016 è nella legge di stabilità del 2013. Campa cavallo....
Il gruppo guidato da Fedele Cova, con il transatlantico Cristoforo Colombo, si reca negli Stati Uniti per incontrare chi le autostrade le conosce per averle fabbricate: il maneging director della New Jersey Turnpike, Louis Tonti:
Tonti era quasi costretto ad urlare a causa del rotore, per descrivere agli italiani le caratteristiche della sua autostrada.
«Basta guardarla dall'alto per capire la differenza con una strada normale» spiegava Louis «Un'autostrada non va alla ricerca dei paesi, delle città che deve raggiungere, non si piega alla geografia e nemmeno alla storia. Non farà mai una deviazione per raggiungere un villaggio che poi è diventato un grande insediamento urbano: ha un lavoro da svolgere e lo fa in modo razionale. Corre dritta, il più dritta possibile perché la retta è il sistema più veloce per andare da un posto a un altro»
E quando l'ingegnere Cova rivela all'americano le dimensioni e le caratteristiche dell'autostrada che vogliono costruire:
«Settecentocinquanta chilometri? Mille metri d'altezza?» Tonti era colpito: «Ma che razza di autostrada volete fare? Quali città volete unire?»
L'emozione che il romanzo - almeno a me - trasmette, è proprio nei fatti concreti che racconta, sull'ostinazione di un gruppo di uomini visionari, decisi ad andare avanti come i bulldozer che aprivano il tracciato, scontrandosi con la cecità di burocrati e funzionari dell'Anas che, ad esempio, non approvavano i progetti perché troppo innovativi, non prevedendo l'autostrada ne parracarri, ne marciapiedi!
Prima di rispondere, Cova, si prese un attimo di tempo, guardò la sua squadra, poi l'americano, e finalmente si decise, scandendo bene le parole.
«Non si tratta di unire delle città, si tratta di unire il Paese.»
Mi ha convinto di meno l'utilizzo di personaggi di fantasia, con le loro storie private, i loro amori, gli smarrimenti dell'anima, che inseriti per arricchire la narrazione, di fatto la sviliscono.
Le foto che documentano la complessità dell'opera, non appartengono al volume, ma le ho trovate su internet.
Per non far confusione: la Salerno-Reggio Calabria di competenza dell'Anas (quelli dei parracarri e dei marciapiedi), è stata costruita come una strada statale e non come un'autostrada, finita nel 1972; è dalla fine degli anni '80 che si sta cercando di ammodernarla, anche per l'obbligo imposto dalla Comunità Europea, il finanziamento fino al 2016 è nella legge di stabilità del 2013. Campa cavallo....
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| Prova statica sul ponte del Po (progetto Silvano Zorzi) con l'impiego di carri armati Sherman |
http://video.sky.it/news/cronaca/lautostrada_del_sole_compie_50_anni/v215779.vid
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