lunedì 21 settembre 2015

William Faulkner - MENTRE MORIVO - Mondadori 1958 - £ 1.200


  Questo fondamentale testo di William Faulkner (1897-1962) è stato scritto in meno di un mese, dal 15 ottobre all'11 novembre del 1929, quando a 32 anni l'autore lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell'Università del Mississipi. Secondo il racconto che ne fa Fernanda Pivano nel saggio Mostri degli anni venti (Il Formichiere, 1976 pag.310): «vi si dedicava nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta».

  Mentre morivo, pubblicato nel 1930, come il romanzo precedente  L'urlo e il furore del 1929, non ebbe alcun successo alla sua uscita: entrambi risultano infatti una lettura molto impegnativa.  La storia prende forma attraverso monologhi, come in un contrappunto polifonico, dove le voci dei  personaggi, alternandosi, sostituiscono la neutrale voce narrante. Assistiamo così ai fatti, drammatici o tragicomici, nel momento stesso che questi avvengono; e attraverso il flusso di coscienza, ricostruiamo i difficili rapporti che legano tra loro i componenti la famiglia Bundren, gli odii e i segreti inconfessabili, ma non tutto emerge ad una prima lettura, e una seconda è quasi indispensabile.

  Il romanzo è diviso in 59 capitoli-monologhi, le voci dialoganti sono 7 della famiglia Bundren e 8 di persone che sono con loro in contatto.

  Un unico struggente monologo è riservato  alla protagonista,  mamma Addie, che sa tutto il dolore della vita e dell'inganno delle parole:

Mi ricordo che mio padre diceva sempre che lo scopo della vita era quello di prepararsi a restare morti per molto tempo. (.....)

Fu allora che imparai che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondon mai neppure a quello che cercano di dire. Quando nacque (Cash) ho capito che la parola maternità era stata inventata da qualcuno che aveva bisogno di una parola per questo perché quelli che avevano dei bambini non si preoccupavano se c'è una parola o se non c'è. Ho capito che la parola paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura: orgoglio, da chi non aveva mai avuto orgoglio. (.....)

Non sapeva di essere morto, allora. Certe volte, stesa accanto a lui al buio, ascoltavo la campagna che ora faceva parte del mio sangue e della mia carne e pensavo: «Anse. Perché Anse? Perché Anse?». Pensavo al suo nome finché non arrivavo a veder la parola prender forma, quella di un recipiente. E poi lo vedevo liquefarsi e colarci dentro come della melassa fredda che colasse dalle tenebre dentro il recipiente, finché l'orciolo fosse pieno e immobile: una forma significativa, profondamente inanimata, come il vuoto del vano di una porta; e poi mi accorgevo di essermi dimenticata del nome dell'orciolo.

Come L'urlo e il furore anche questo romanzo rimane impresso a lungo nella mente, per il quadro di umanità umile e dolorante che rappresenta, per il tono della narrazione accesa e poetica e per la sua forma innovativa.


giovedì 3 settembre 2015

John Steinbeck - LA VALLE DELL'EDEN n.49-50-51 della collana I Libri del Pavone - Mondadori 1955 - £ 250 x 3



Nel 1952, nel pieno della maturità, John Steinbeck tornò al successo con il romanzo-epopea La valle dell'Eden, ancora una volta un richiamo biblico fin dal titolo, ancora una volta il bene e il male in lotta nella coscienza dei suoi protagonisti.

Nel XXXIV capitolo,  Steinbeck chiarisce con una ditidezza abbagliante la sua visione della vita:
Gli esseri umani sono presi - nella loro vita, nei loro pensieri, nelle loro bramosie e ambizioni, nella loro avidità e crudeltà e anche nella loro gentilezza e generosità - dentro una rete di bene e di male. Credo che questa sia la sola storia che abbiamo e che si svolge su tutti i piani della sensibilità e dell'intelligenza. La virtù e il vizio furono la trama e l'ordito della nostra prima consapevolezza, e saranno il tessuto dell'ultima e questo a onta di qualsiasi cambiamento che noi possiamo imporre ai campi, ai fiumi, e ai monti, all'economia e ai costumi. Non c'è altra storia che questa. A un uomo, dopo che si è spazzato via di dosso la polvere e i detriti della sua vita, rimaranno solo le dure, nitide domande: Era bene o era male? Ho fatto bene o male?

La storia dei Trusk, dal Connecticut e degli Hamilton, dall'Irlanda, si incrociano nella California settentrionale, nella valle del Salinas, che, come  canalone lungo e stretto tra due file di monti, e il fiume Salinas si snoda e si contorce lungo la valle fino a sfociare nella baia di Monterey. Samuel Hamilton, personaggio centrale della storia, patriarca di una famiglia che lo venera,  padre di quattro maschi e tre femmine, tra le quali Olive, madre dell'autore, che sposerà John Ernst Steinbeck.

La voce narrante in un paio di occasioni si identifica apertamente con l'autore e, in un'altra, racconta di se in terza persona, come un qualunque personaggio della storia.
 


Nel 1955 Elia Kazan porterà sullo schermo non tutta la storia, ma solo la parte finale del romanzo quella dei due fratelli Trask: Cal, interpretato da uno strepitoso James Dean per la prima volta sullo schermo, preferito a Paul Newman.

Il film fu un successo mondiale, vinse molti premi, lanciò James Dean come icona giovanile, ma credo non fece bene al romanzo; come spesso accade ai film tratti da romanzi di successo, per la facilità di fruizione del film rispetto al romanzo, in questo caso lungo romanzo, dissuase molti potenziali lettori che, visto il film e rinunciando a leggerlo non conobbero la storia intera, l'antefatto che è fondamentale per la comprensione dei personaggi.



Leggendo accade a volte di incontrare termini che non ci suonano bene, parole  che stonano, fuori posto, soprattutto nei libri tradotti. Per esempio, per me rimane un mistero perché De Angelis tradusse the green acres  (verdi acri)  in iugeri verdi, e per tutto il romanzo usò solo questa antica unità di misura dei Romani, lo jugerum. Mentre l'acro è la corretta unità di misura negli Stati Uniti per quanto riguarda i terreni, ed pari a 4.046 mq., lo iugero, che indicava l'estenzione di terra che si può arare in un giorno con una coppia di buoi,  è pari ad una superficie di 2.500 mq, quindi neanche come valore coincidenti.  Poi, leggere iugeri anziché acro, da l'impressione di stare in un romanzo russo, nella steppa e non in California.

L'altra cosa, questa veramente insopportabile, in questa traduzione è sentir ripetere decine di volte giorno del Rendimento di Grazie invece che il più semplice e corretto Giorno del Ringraziamento; impensabile lasciare l'originale  Thanksgiving Day, come si farebbe tranquillamente al giorno d'oggi.

Sono passati quasi settanta anni da questa traduzione e, com'è normale, sono venute alla luce tutti gli errori, le sviste, le travisazioni, le semplificazioni, le omissioni, le aggiunte e tutti i difetti comuni alle traduzioni degli anni '50,  che trovano una giustificazione nel nobile tentativo di rendere comprensibile, al lettore italiano di quegli anni, la realtà americana, che forse lo stesso traduttore non conosceva.

Qui di seguito l'intervista ad Anna Tavaglini, che ha curato nel 2014, con Maria Baiocchi, la nuova  traduzione della La valle dell'Eden.

http://www.letteratura.rai.it/articoli/la-valle-delleden-di-steinbeck-secondo-anna-tagliavini/28522/default.aspx


lunedì 24 agosto 2015

Heinrich Böll - E NON DISSE NEMMENO UNA PAROLA - Mondadori 1956 - £ 850



Quando questa vecchia Medusa entrò in casa, nel febbraio 1956, non suscitò in me alcuna curiosità preso com'ero, in quel periodo, da una passione esclusiva per gli scrittori americani, e in particolare per le  invenzioni narrative della trilogia USA di Dos Passos.

Di Heinrich Böll ho letto solo recentemente lo splendido romanzo L'onore perduto di Katharina Blum del 1974, (vedi):

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2013/10/heinrich-boll-lonore-perduto-di.html

mentre questo, E non disse nemmeno una parola, è del lontano 1953, e, come ci ricordano le macerie che incontriamo insieme  ai due protagonisti nelle loro lunghe peregrinazioni, la guerra è finita da poco e le rovine materiali della città sono il naturale scenario di quelle altrettanto dolorose dei sopravvissuti.

Il romanzo ha struttura lineare, narrato in prima persona, alternativamente, da Fred e Käte Bogner,  coniugi in crisi che vivono in miseria, separati fisicamente e moralmente, e attorniati da una umanità preoccupata di ripristinare quel benessere materiale che la guerra ha spazzato via. 

Spesso, leggendo, si ha l'impressione che l'essere cresciuto in ambiente cattolico abbia in qualche modo condizionato l'autore, che racconta un asfisiante ambiente di cattolici bigotti, con un eccesso  di vescovi, preti, sacrestie, confessionali, e  processioni che sembrano scene del profondo sud d'Italia.

   Rivestito della porpora dei martire, il vescovo incedeva, solo e isolato, tra il gruppo del Santissimo e la società corale. Le facce accaldate dei cantori avevano un aspetto smarrito, quasi stolido, come se ascoltassero mentalmente l'urlo dolce e melodioso che avevano appena interrotto.
   Il vescovo era alto e slanciato e i suoi folti capelli bianchi uscivano a sboffi di sotto il piccollo zucchetto paonazzo. Camminava dritto, a mani giunte, ma io mi accorsi che non prgava, benché avesse le mani giunte e lo sguardo fisso in avanti. La croce d'oro, sul suo petto, dondolava leggermente di qua e di là, al ritmo dei passi. Il vescovo aveva un incedere regale: le sue gambe si alternavano in un movimento largo e misurato, e a ogni passo alzava un tantito i piedi, chiusi in pantofole di marocchino rosso, sicché pareva una variazione blanda del passo da parata Era stato ufficiale. La sua faccia d'asceta era fotogenica. Si adattava benissimo per le copertine delle riviste religiose.
   A breve distanza seguivano i canonici. Due soli avevano la fortuna di possedere un viso ascetico; tutti gli altri erano grassi, o pallidissimi o rubicondi, e le loro fisionomie avevano un'aria di indignazione di cui non si riusciva a capire la causa.
   Quattro uomini in smoking reggevano il baldacchino barocco guarnito di preziosi ricami, e sotto di esso avanzava il vescovo suffraganeo, con l'ostensorio. L'ostia, benché fosse assai grande, non riuscivo a vederla bene. M'inginocchiai, feci il segno della croce, ed ebbi, per un istante, la sensazione di essere un ipocrita. Ma poi pensai che Dio era innocente e che non è ipocrisia inginocchiarsi dinanzi a lui. Quasi tutti, lungo i due marciapiedi, s'inginocchiavano. Solo un giovane col basco e con una giacca sportiva verde rimase in piedi senza togliersi il beretto dal capo né le mani dalle tasche. Mi fece piacere che almeno non fumasse. Un uomo dai capelli bianchi gli si accostò per didietro, gli bisbigliò qualcosa, e l'altro, facendo spallucce, si tolse il berretto e se lo tenne sul ventre, ma senza inginocchiarsi.
Beh, intolleranza per intolleranza, almeno quel giovane non lo hanno picchiato, come sarebbe accaduto qualche anno prima se non avesse mostrato il rispetto dovuto a una sfilata di svastiche!  Un'ultima cosa, ma che il vescovo fosse  suffraganeo o metropolita, perché precisarlo, visto che ai fini della narrazione è assolutamente irrilevante?  Mah!

Comunque, nel complesso, il romanzo mi è piaciuto.   Heinrich Böll, ricordiamo che ha meritato il premio Nobel nel 1972, ha una capacità descrittiva notevole, i protagonisti si muovono  nella città ancora devastata, osservando ogni piccola cosa, come se avessero una cinepresa che ci trasmette l'immagine di una Germania anno zero.

Il titolo è ripreso dal canto gospel He Never Said a Mumbling Word che Käte ascolta in chiesa, e chiaramente fa riferimento a Cristo che fu crocifisso e non disse nemmeno una parola. Qui sotto il link per poterlo ascoltare.

https://www.youtube.com/watch?v=7SE-In7Wf80



giovedì 20 agosto 2015

John Steinbeck - I PASCOLI DEL CIELO - I Libri del Pavone - Mondadori 1953 - £ 250


«Questa nuova iniziativa editoriale che ha il suo corrispondente nei celebri poket books americani venduti a milioni di esemplari, integra e completa, nel campo della narrativa, la Biblioteca Moderna Mondadori, con il ristampare i migliori romanzi contemporanei. A una rigorosa scelta di opere da molto tempo assenti nelle librerie e insistentemente richieste dal pubblico, la nuova collana "I libri del Pavone" unisce una elegante presentazione editoriale e tecnica. I volumi, stampati su buona carta con copertina a quattro colori verniciata, sono soprattutto destinati a penetrare dignitosamente nella rete vastissima della classe media che è sempre la più volenterosa e attenta acquirente di libri non appena il prezzo divenga accessibile. »
Con queste parole viene presentato nel Maggio del 1953 il primo numero della collana I libri del Pavone, con il romanzo I pascoli del cielo di Steinbeck, già presente dal 1940 nel catalogo Mondadori nella collana La Medusa.

Riesumando I pascoli del cielo mi chiedevo perché il mio blog  parli solo di questi vecchi libri, con i dorsi ingialliti e polverosi e le ridicole copertine illustrate come dei fumetti, poi l'ho capito: è perché parlando di questi vecchi romanzi che mi hanno appassionato quand'ero ragazzo, è come se parlassi un po' di me, come se rievocassi la mia fanciullezza e adolescenza. Di questo romanzo di Steinbeck, che entrò in casa nel dicembre 1953, mi ha sempre colpito la scena illustrata dalla copertina e l'occhiello - selvaggio amore in California - che non hanno niente, ma proprio niente a che vedere con il romanzo, né l'immagine né la scritta. Poco male, un espediente per richiamare quei potenziali lettori che potevano essere respinti dal titolo dal sapore biblico.

Questa rilettura un po' nostalgica, se devo dirla tutta, in fondo non mi ha dato quella gioia che mi aspettavo, quella che avevo provato da adolescente leggendolo la prima volta. Non certo per colpa dei personaggi che popolano la bella valle californiana,  con le loro storie, alcune molto belle, come quella delle sorelle Lopez, Rosa e Maria, che per dare impulso alla loro attività di vendita di tortillas y enchiladas, si concedono gratuitamente, ma solo a quei clienti che ne consumano in gran numero.  Più semplicemente, invecchiando, anche il piacere della lettura perde l'entusiasmo giovanile della scoperta, e si trasforma  in una pratica quotidiana di cui però non si può fare a meno.

Il romanzo è tradotto niente meno che da Elio Vittorini. Ma di Vittorini traduttore sarà bene ricordare che, non solo non capiva bene l'inglese parlato, ma neanche l'inglese scritto, secondo le dichiarazioni della moglie, Rosa Quasimodo, sorella del poeta, che aveva sposato dopo una fuitina d'amore.

 "La signora Rodocanachi faceva a Elio la traduzione letterale, parola per parola che a leggerla non si capiva niente. Lui, poi, a quelle parole dava forma. Sua era la costruzione, l'invenzione; non si legava a quelle parole fredde. Lui raccomandava sempre a lei di fare la traduzione letterale, precisa, parola per parola, articolo per articolo, frase per frase. E poi lui la trasformava in un romanzo. Erano romanzi suoi che traduceva."

Adesso si capisce perché in una traduzione di Faulkner (il Borgo?) la tasca posteriore dei pantaloni da uomo viene chiamata da Vittorini con molta inventiva, tasca deretana.



 Fu Montale a chiedere a Lucia Morpurgo Rodocanachi  (1901-1978) se fosse disposta ad eseguire per Elio Vittorini una traduzione letterale a tamburo battente da D.H. Lawrence. Ebbe così inizio un' avventura durata parecchio, durante la quale Lucia, battezzata da Montale la negresse inconnue eseguì traduzioni letterali dall' inglese, dal tedesco, dal francese, spesso così ben fatte che vi veniva mutato poco o niente per Vittorini (il quale le prometteva parte dei compensi, ma era pessimo pagatore e da lei definito negriero), per lo stesso Montale, per Sbarbaro, per Gadda (il più generoso di tutti); e tutti, che evidentemente distruggevano le lettere di lei, da cui risultavano le prove del misfatto e chiedevano caldamente il più geloso segreto. 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/09/15/solo-per-te-lucia.html

Questo l'incipit, che chiarisce il titolo del romanzo:

   Quando nel 1776, si costruiva la sede per la Missione Carmelitana dell'Alta California, un gruppo di venti convertiti indiani abbandonavano una notte la religione e le capanne loro. Questo piccolo scisma, oltre a costituire un cattivo precedente, comprometteva il corso dei lavori nelle cave dove veniva preparato l'impasto di argilla per i mattoni.
   Dopo un breve consiglio delle autorità civili e religiose, una squadra di uomini a cavallo, comandata da un caporale spagnolo, partiva per ricondurre quelle smarrite pecorelle nel seno di Madre Chiesa. Fu un difficile viaggio che i soldati fecero su per la valle del Carmelo e poi nelle montagne, ma in capo a una settimana essi trovarono i fuggitivi dissidenti, malgrado la diabolica abilità da essi dimostrata nel nascondere le tracce del loro passaggio, e li trovarono sul fondo di un erboso canyon per il quale scorreva un torrente, occupati a dormirsela in atteggiamenti di eretico abbandono.
   Indignati, i militari li afferrarono e, senza curarsi dei loro ululati di protesta, li legarono l'uno all'altro con una lunga catena. Poi la colonna prese il cammino di ritorno per dare a quei poveri neofiti l'occasione di pentirsi nelle cave d'argilla.
   Nel pomeriggio del secondo giorno un giovane cervo passò di volata dinanzi al caporale e scomparve dietro un ciglione. Il caporale si staccò dalla colonna per inseguirlo. Quando, sullo stremato cavallo, raggiunse la vetta del ciglione, si fermò stupito per lo spettacolo che gli si aprì sotto gli occhi. Una lunga valle si stendeva entro un anello di colline che la proteggevano dalla nebbia e dai venti. Disseminata di querce, era coperta di verde pastura e formicolava di cervi.
   Al cospetto di tanta serena bellezza il caporale si sentì commosso. Lui che aveva frustato tante schiene di indiani, che, maschio rapace, si adoperava per forgiare una nuova razza per la California, lui il selvaggio, barbuto apportatore di civiltà, scese di sella e si tolse il casco d'acciaio.
   «Madre di Dio!» mormorò. «Questi sono i verdi pascoli del Cielo ai quali il Signore ci conduce!»




sabato 15 agosto 2015

John Steinbeck - LA LUNA E' TRAMONTATA - Oscar Mondadori n 5 - 1965 - £ 350


Che questa'opera del 1942 di John Steinbeck (1902-1968) sia stata originariamente pensata  come testo teatrale (con il titolo "The New Order"), è abbastanza evidente perché tutto lo ricorda: le scene di interni, i lunghi dialoghi, il carattere didascalico della parte narrativa.  gli agenti teatrali rifiutarono l'opera perchè, come apprendiamo da Wikipedia, consideravano che la prospettiva di un'invasione e occupazione degli Stati Uniti potesse scoraggiare il morale dei combattenti e dei loro familiari. Decise quindi di trasformarlo in romanzo e di spostare l'ambientazione in Norvegia. Dopo la pubblicazione, ne uscì una versione teatrale, rappresentata per la prima volta a Broadway l'8 aprile 1942 e pubblicata dal "Dramatists Play Service" di New York lo stesso anno.
La morale, l'insegnamento de La luna è tramontata, è l'insopprimibile anelito alla libertà di un popolo che non si lascia asservire dal nemico invasore. Pur essendo stata scritta in giorni di pericolo per la civiltà, quando le armate tedesche avevano già invaso e occupato gran parte dell'Europa e il Giappone era all'offensiva nel Pacifico, il romanzo trascende la cronaca e amplia il discorso sul valore etico dell'uomo.
Centrale è la figura del vecchio sindaco Orden che, al pari  del suo amico dottor Winter, rappresenta il sapiente, cioé colui in grado di riconoscere l'indefinibilità assoluta del bene, possedendo in quanto sindaco da sempre, la scienza di ciò che è utile per la comunità intera. Non è casuale che il romanzo, chiamiamolo così, ma sarebbe interessante leggere anche la versione per il teatro, finisce con il sindaco Orden che si reca alla sua fucilazione recitando, in coppia col dottor Winter, l'Apologia di Socrate.

 Il sindaco Orden spiega al colonnello Lanser, comandante dell'esercito invasore:


«Vedete, signore, nulla può mutare la situazione. Voi sarete disfatti e scacciati.» La sua voce era morbida, sommessa. «I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è cosi, signore.»

lunedì 10 agosto 2015

Sergiusz Piasecki - L'AMANTE DELL'ORSA MAGGIORE - Oscar Mondadori 1965 - £ 350



Quando questo romanzo uscì nel 1937 ebbe immediatamente un grande successo in Polonia e, in seguito, in tutta Europa; in Italia fu pubblicato nel 1942 da Mondadori. Era stato scritto tra 1934 e il 1937 in carcere, da un detenuto che scontava una pena a quindici anni (dopo che gli era stata commutata la precedente pena di morte) per contrabbando. Si deve all'interessamento di Melchior Wańkowicz (1882-1974), popolare scrittore-giornalista polacco, che lo incitò a scrivere sotto forma di romanzo la sua avventura di contrabbandiere tra il confine polacco e quello sovietico, e si interessò per la sua pubblicazione.
Partiamo dalla complessa e, per certi versi, oscura biografia dell'autore: Sergiusc Piasecki (1901-1964) - già sulla tomba, nel cimitero di Hastings UK, la data di nascita segnata è un'altra, 1899; tanto per cominciare con i misteri che riguardano la vita di quest'uomo, diventato scrittore per caso ma anche per necessità, se è vero che la pubblicazione del romanzo gli valse il perdono giudiziario.
Dalla pagina in inglese che Wikipedia  dedica a Piasecki, apprendiamo che il contrabbandiere, acceso anticomunista, non solo ha collaborato come spia del governo polacco, ma ha anche svolto l'oscuro e ripugnante incarico di eseguire delle sentenze di morte.
Cosa c'entra tutto questo con il romanzo? Secondo Charles Augustin de Saint-Beuve (1804-1869) per comprendere a pieno l'opera di un artista non si può prescindere dalla sua biografia. Proust nel Contre Sante-Beuve, ma anche in tutta l'opera posteriore, tende a demolire questa tesi, dimostrando che «Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi». 
Non so quanto il romantico contrabandiere Vladek, protagonista e io narrante del romanzo, i cui valori sono quelli dell'amicizia, della libertà e del vivere pericolosamente, magari anche imponendo la propria legge morale, che è poi la legge del più forte, sia completamente identificabile con l'autore, secondo gli argomenti di Sainte-Beuve, o se abbia arricchito la personalità di Vladek con quell'idealismo romantico che lo ha reso, in quegli anni di acceso anticomunismo, l'eroe positivo che si lascia guidare nelle scorribande lungo i confini sovietico-polacco dall'Orsa Maggiore, in nome di un ideale di libertà.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sergiusz_Piasecki

Lo schema del racconto è abbastanza semplice e ripetitivo. I commercianti ebrei mettono a disposizione la merce che le varie bande confezionano in pacchi da 30 a 60 libbre da legarsi sulle spalle come uno zaino; quindi, dopo qualche bevuta di vodka, guidati dal macchinista si parte per il confine dove prima bisogna evitare i verdoni (guardie confinarie polacche) e poi le più pericolose guardie rosse. Superato il confine, con sempre nuove difficoltà dovute al terreno, alla pioggia, alla neve, alla nebbia, bisogna marciare ancora molte ore per raggiungere la tampa, che è il luogo dove si deposita la merce e si viene pagati e spesso è pronta la merce per il viaggio di ritorno. Qui finalmente ci si riposa e si può mangiare: frittata, stufatino con cavolo, frittelle calde, pagnotte e lardo affumicato, ma prima di ogni cosa fiaschi di vodka che tutti bevono come fosse acqua.
La presenza di donne nel racconto è assolutamente marginale, presenze secondarie: mamme e sorelle premurose, o giovani procaci  e disponibili, per il divertimento dei maschi. Anche quelle che fanno lo stesso rischioso mestiere degli uomini, non hanno la medesima dignità, quasi che il loro essere femmine sovrasti e condizioni l'essere contrabbandiere..
La vita di città è caotica e deludente, in confronto alla schiettezza della vita a ridosso del confine:

Oh, come mi annoiava tutto questo! Ero stanco di bagordi cittadini, stanco di quella gente che mentiva e della città in cui si contrabbandava attraverso molte barriere la verità, come da noi la merce. Tutto vi era artificiale, scintillante e molto complicato, ma sotto si nascondevano le solite brutture e il vuoto.... Là respiravo a pieni polmoni. Là gli uomini sono sinceri e sotto la rude scorza delle parole nascondono pensieri d'oro, e nel petto chiudono vivaci sentimenti e un cuore caldo. Qui, non un pensiero schietto, non una parola sincera. Tutti qui, dovunque e sempre, fingono, recitano una parte in una enorme farsa o commedia che sia. Teatro sempre, in casa e fuori... Qui le donne mascherano con le graziose vesti e l'elegante biancheria miseri corpi malaticci. Là, sotto le rozze vesti palpitano corpi vigorosi, caldi, amanti senza inganno, per necessità, non per curiosità o per interesse.
Devo confessare però che, nonostante i limiti qui ricordati, ho riletto con piacere questo romanzo; certo non è Conrad, neanche  Melville, né Stevenson, ma per quel senso dell'avventura che lo pervade, quella specie di magia che, leggendo, ti prende, al di là del suo valore letterario. 
 

Piasecki nel 1939
L'interesse per questo romanzo è confermato anche da un film, di scarso successo, di Valentino Orsini del 1971, con Giuliano Gemma nella parte del protagonista e Senta Berger in quella della glaciale Fela, e uno sceneggiato del 1984 di Anton Giulio Majano in sette puntate.

martedì 21 luglio 2015

Marcel Proust - JEAN SANTEUIL - Einaudi 1976 - £ 8.000

 Ecco il romanzo incompiuto di Marcel Proust, il romanzo abbandonato, il romanzo propedeitico À la recherche du temps perdu, ma pubblicato postumo, nella traduzione di Franco Fortini (1917-1994).   
 C'è una vecchia diatriba tra chi sostiene che si debba stampare tutto di un autore e chi ritiene non lo si possa fare contro la volontà dell'autore. Fortunatamente per noi lettori un po' fanatici di Marcel Proust, si scelse di pubblicare tutto questo materiale, trovato, dopo la morte dell'autore, in un armadio in fogli sparsi e in quaderni, costituito da capitoli ma anche da molti frammenti e brani, alcuni molto brevi.  
 L'autore, abbandonando il manoscritto, non ha potuto correggere, integrare o eliminare quanto poi è stato pubblicato, e questo che leggiamo come romanzo, formalmente non lo è, trattandosi di materiale preparatorio.
 La scrittura densa, sontuosa, comporta una lettura attenta e concentrata, ma delle più piacevoli a condizione che si ami questa narrazione attenta ad ogni manifestazione di natura,  descritta con una ricchezza di particolari che ce la fa percepire più intensamente che se vi assistessimo con i nostri occhi: grandezza della parola, quando viene usata con questa geniale ricchezza.

In mezzo al prato, sul suo piedistallo, la Giunone di marmo che teneva tra le braccia la propria figlia, pareva tenderla alla benedizione del sole che non le si negava e sommergeva madre e figlia nella sua onda dorata. Qualche piccione posava lentamente le zampette su quell'erba come per una prudente investigazione, mentre qualche passero, saltellando, la percuoteva con una più rapida auscultazione, come se pensasse quel luogo propizio a qualche rito sacro o a qualche sapiente scavo, poiché un tale luogo colmo in quel momento di sole pareva infatti uno di quelli che sono popolati dalle opere d'arte, perché sulla sua superficie erano dispersi quei misteriosi piccioni fatti di una materia così preziosa, grigia come l'argento vecchio ma quanto più dolce, così gravi nel loro silenzio che in ogni frullo del loro volo parevano adempiere un rito, e così finiti, nella loro forma cesellata fin al delicato ornamento del loro becco, da far credere, ogni volta che si posavano, di dar compimento per un attimo alla perfezione della cosa nella quale avevano eletto domicilio. E i quel momento, in quel gran vaso antico d'argento, in un angolo del prato, inoltrandovisi, essi parevano mostrar quanto fosse vasto e profondo e quanto abbondantemente avrebbe contenuto le cose che - e fin troppo lo si dimenticava - poteva offrire e che il piccione sembrava cercarvi, restituendole uno dei suoi nomi, conferendole un'acconciatura di parata e, con quel che aveva di palpitante o anche (quando pareva immobile) di colorato, aggiungendo alla statua quella invenzione d'un colore supplementare, di una fantasia derivata dalla natura, che ci incanta in certe sculture antiche; o camminando a passi lenti su quell'erba dorata ma appena dando l'idea dei volgari godimenti di calore, pigrizia e sonno, offrendo la gloriosa apparenza d'una terra di bellezza, amica delle belle forme, dove si aggirassero misteriosi uccelli d'argento grigio. 

La forma narrativa scelta per questo materiale, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, è la terza persona, a differenza di quanto avviene ne la recherche che è scritta in prima persona, ma dove l'identificazione con l'autore è meno diretta, ovvero Jean Santeuil è più simile a l'autore di quanto non lo sia il Marcel di la recherche. Questa differenza non è di poco conto se si pensa quanto Proust fosse in contrasto con Sainte-Beuve, che tendeva a ridurre il valore dell'opera letteraria al valore dell'uomo che l'ha scritta, mentre Proust riteneva che le grandi opere nascono da un io diverso e più profondo di quello che si manifesta nell'esistenza privata.



  Sempre conversando, entrarono nella prima sala, dove il marchese accese tutte le lampade elettriche per mostrare i suoi Manet.
  I vari luoghi della terra sono anch'essi degli esseri, con personalità tanto forti che taluni muoiono se ne son separati e comunque tanto particolari che molti ricercano ogni anno il diletto della loro compagnia e conservano nell'assenza il ricordo del loro incanto. E ognuno di essi ha di volta in volta le sue differenti espressioni, onde chi ama un luogo ama i tempi diversi e tutte le ore di quel luogo, per quanto possa sembrare poco animata, è in realtà molto più varia di quanto siamo soliti credere.
  Quando, mentre già il sole si fa penetrante, il fiume dorme ancora nei sogni della nebbia, noi non lo vediamo più di quanto esso stesso ci veda. Qui è già fiume, ma là lo sguardo è interrotto, si vede solo il nulla, una bruma che impedisce di guardare più lontano. In quella parte della tela, non dipingere né quel che si vede, poiché non si vede nulla, né quel che non si vede, perché si deve dipingere solo quel che si vede, ma dipingere che non si vede, e che all'occhio incapace a vogare sulla nebbia sia inflitta sulla tela la medesima sconfitta che ha subito sul fiume, questo è davvero bello. Ed è bello anche quando si tratta di una cattedrale, perché il portale che non si vede è una cosa molto bella ma è una cosa che vive nella natura. E certe ore della vita sono belle perché non sono viste, perché sono visitate dalla nebbia e perché allora nessuno può avvicinarle. Noi non sappiamo tutto quel che c'è di reale e di vario nella vita del luogo e che tuttavia non lo rende puramente negativo perché il suo incanto può essere manifestato. Sappiamo bene che quel luogo è bello d'autunno, quando è quasi trasfigurato, ma lo avremmo amato meglio se non lo avessimo avuto in un solo momento dell'anno come uno spettacolo, se avessimo amato tutte le ore della sua vita perché manifestano appunto la sua vita, la sua vita, quando l'estate fa tanto ardenti le tegole del tetto della chiesa e orla il sentiero familiare di tanti papaveri fioriti e manipoli di fieno, o se, un giorno di sgelo, invece di andarcene quasi colui che senza toccarlo scorreva su quel paesaggio fosse stato un nemico estraneo a quel luogo, noi avessimo veduto il sole, il turchino del cielo, il ghiaccio spezzato, il fango, l'acqua corrente far del fiume uno specchio abbacinante che l'occhio non può fissare e dove non può riconoscersi, non riuscendo a ritrovar la forma di nulla, mentre gli alberi spogli e lucidi di brina son là, intorno ad una radura o lungo qualche riva, chi sa.

Una lettura davvero incantevole, nel senso letterale: che incanta.