lunedì 29 giugno 2020

Albertine Simonet - L'INCOMPRESA - Editori Indipendenti -









«Tranquillo, non è il solito romanzetto rosa» mi disse l'anziana signorina della libreria, porgendomi il volume, e anticipando il  rifiuto che aveva letto nella mia espressione, «se le è piaciuta la Sagan, vedrà, la Simonet è ancora più pungente e ironica». A me la Sagan non era piaciuta affatto, forse perché leggendola molti anni dopo il suo clamoroso esordio, non ne avevo colto la carica dissacratoria di quel mondo borghese ipocrita, appena uscito dalla guerra.

«La Simonet è vissuta in una Parigi diversa da quella della Sagan, una Parigi favolosa, alla fine della Belle Époque». La simpatica signorina di mezza età che gestiva la piccola libreria in Prati, doveva avermi scelto come suo lettore ideale, da plasmare secondo i suoi gusti letterari; forse suggestionata da alcuni libri di poesia che avevo acquistato nelle mie prime visite, ed ogni volta che entravo da lei, mi proponeva qualcosa che dovevo assolutamente leggere. Un po' per debolezza, un po' per cortesia e un po' anche per non deludere l'immagine che doveva essersi fatta di me, acquistavo senza fiatare le sue proposte di lettura, senza grosse delusioni veramente, ma anche senza scoperte clamorose: la verità è che cominciavo a stancarmi di questa forma di condizionamento.

 «No, non credo che possa interessarmi» le dissi, restituendole il libro che avevo svogliatamente sfogliato, «non è il mio genere». Mi guardò con aria divertita: «E qual è il suo genere?» mi chiese interessata, senza alcun intento ironico. Bella domanda, mi dissi, qual è il mio genere? La mia passione per la lettura era cresciuta in modo spontaneo e disordinato, senza nessuna regola, neanche quella ingenua che aveva formato il mio idolo di adolescente, Martin Eden: cioè l'ordine alfabetico.

A quel tempo amavo il linguaggio diretto e sincopato degli americani della lost generation, solo da poco, grazie a Lo Scialo di Pratolini, mi ero avvicinato agli italiani e le scoperte erano state tante e coinvolgenti.

«Albertine Simonet è un personaggio centrale di Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust. Non mi dica che non l'ha letto?» l'espressione di sorpresa, ma anche di sottinteso rimprovero con la quale mi poneva la domanda, mi lasciò sconcertato e risposi, impacciato, che i molti impegni di lavoro non mi lasciavano il tempo necessario per un'impresa così impegnativa.

 «Si, lo so, è la scusa di tutti i pigri, ma lei dà l'impressione di cercare qualcosa di più dalla lettura, che il semplice passatempo, o la curiosità. Lo so, la recherche richiede impegno, concentrazione, ma ciò che se ne riceve in cambio, ha un valore di gran lunga superiore all'impegno profuso, senza considerare il piacere di esser preso come da un incantesimo».

 Imbarazzato, quasi mi scusai per quella grave lacuna nelle mie letture, che promisi di colmare in tempi migliori.

 Per tornare al volumetto della Simonet, la gentile libraia mi raccontò, per sommi capi, la storia di quel libro. Era la ristampa di una traduzione che era uscita nei primi anni cinquanta ad opera di un letterato italiano, residente da anni a Parigi, che ne aveva curato la traduzione,  amico nientemeno di Colette. Sembra che fu Colette a spingere Albertine Simonet,  cui era legata da affettuosa amicizia, a scrivere questa autobiografia ed a curarne la pubblicazione.

 Non potei fare a meno di portarmi a casa il libro, con la segreta intenzione di regalarlo ad una mia amica, lettrice onnivora quanto accanita.

Come spesso accade, soprattutto nelle case disordinate, il libro della Simonet scomparve nel mare magnum cartaceo e da allora se ne persero le tracce, ma non dispero di ritrovarlo  ora che giudicherei preziosa quella lettura.



(La copertina è una ricostruzione di fantasia, sul ricordo di quella vista tanti anni fa)

sabato 16 maggio 2020

Guy de Maupassant - L'EREDITA' - L'Unità/Einaudi - 1996



Devo averlo già scritto tempo fà, le cose migliori Walter Veltroni le ha prodotte quand'era direttore de l'Unità. Per prima cosa divise il giornale in due fascicoli di cui il secondo, «l'Unità due», si occupava di cultura e società ed era, per me almeno, in quegli anni, più interessante che non la parte che si occupava di politica ed economia. L'altra grande innovazione di Veltroni fu quella di abbinare DVD e libri alla vendita del quotidiano, film di qualità, naturalmente, e libri particolari come questa serie, su licenza Einaudi, di  «Scrittori tradotti da scrittori ».

La società che, con il suo stile essenziale, Maupassant ritrae in questo racconto, è quella della piccola borghesia impegatizia, dove ipocrisia e opportunismo sembrano l'unico elemento unificante

venerdì 21 febbraio 2020

Ezio Sinigaglia - L'IMITAZIONE DEL VERO - TerraRossa Edizioni, 2020, € 14,00


Che felice sorpresa la lettura di questo romanzo di Ezio Sinigaglia, L’imitazione del vero.  Che ininterrotto diletto seguire le vicende di Mastro Landone nella città di Lopezia! Erano anni che la lettura di un romanzo contemporaneo non mi divertiva e coinvolgeva come questo. Merito del clima che si respira in questa narrazione, oscillante tra le Mille e una notte, Decameron e Satyricon.



Ma la sorpresa più grande è l’invenzione di un linguaggio, che è così connaturato alla storia narrata, da rendere evidente che non vi era altro modo di raccontarla che questa, un linguaggio che è, allo stesso tempo, favoloso eppure familiare, come un linguaggio ancestrale, che appartiene da sempre alla nostra cultura.



Questo l'incipit:



Viveva un tempo nella città di Lopezia un artefice di grandissimo ingegno, donde la fama oltre le mura della città ed i confini medesimi del Principato volava tanto che nei più remoti angoli della Cristianità l'eco se ne coglieva. E benché questo si fosse in effetto il mestier suo,  grave ingiuria gli si farebbe chiamandolo col nome di falegname; poiché si era bensì col legno che le sue mani costruivano, ma tali e così fatti prodigi da quelle mani uscivano, che nessuno nel legno da umana scienza costrutti crederli non poteva…




Della storia non parlo per non rovinare il piacere della scoperta, che è, come ha scritto una grande critica letteraria italiana, Mariolina Bertini, "una sollazzevole istoria del XXI secolo"


martedì 3 dicembre 2019

Stefano Mancuso - LA NAZIONE DELLE PIANTE (Un nuovo patto per la Terra) - La Repubblica, 2019 - € 9,90

Fin dal sottotitolo, Un Nuovo Patto per la Terra, è dichiarata esplicitamente la visione rigorosamente laica con cui il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, classe 1965, ha immaginato una Carta dei Diritti delle Piante, spiegandone ampiamente le ragioni scientifiche che ne renderebbero auspicabile il loro accoglimento e applicazione per la salvezza dell'intero eco-sistema.



Nel prologo Mancuso ci ricorda che: Anche se si comporta come se lo fosse, l'uomo non è affatto il padrone della Terra, ma soltanto uno dei suoi condomini più spiacevoli e molesti. Ed è anche l'ultimo arrivato, oltre che il meno significativo dal punto di vista numerico, rappresentando soltanto lo 0,01% della biomassa totale del pianeta. 

La Carta dei Diritti delle Piante si sviluppa in 8 articoli:


  1. La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente.
  2. La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono.
  3. La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate.
  4. La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni.
  5. La Nazione delle Piante garantisce il diritto all'acqua, al suolo e all'atmosfera puliti.
  6. Il consumo di ogni risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
  7. La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione.
  8. La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio tra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.

                                                                                                                                                                          Di fronte alla catastrofe della sesta estinzione di massa che si prepara nell'indifferenza generale, il prof. Mancuso non propone soluzioni impossibili, ma per come vanno le cose attualmente, prefigura una vera rivoluzione copernicana, che è al tempo stesso un semplice atto di buon senso, per garantire la presenza futura della specie umana sul nostro pianeta: smettere di distruggere le foreste e impiantare alberi per ripristinare il giusto  equilibrio tra risorse e consumi: infatti, risorse limitate non possono, né potranno, sostenere una crescita illimitata.
Un testo piacevole da leggere, pieno di dati e riferimenti storici, con un'impressionante bibliografia ad attestarne il carattere rigorosamente scientifico, che non può mancare nella biblioteca di quanti hanno a cuore una nuova cultura ecologica, unico strumento in grado di cambiare la nostra percezione della realtà nella quale viviamo.

Quanti denunciano il pericolo concreto che l'eco-sistema sta correndo, vengono spesso definiti come novelle Cassandre, dimenticando che Cassandra, per quanto  potessero essere spiacevoli, le sue premonizioni  risultarono tutte tragicamente vere.


https://www.youtube.com/watch?v=4c51iC4sbQE

venerdì 18 ottobre 2019

Francesco Duscio - LA CASTELLANA - La Cucina Tradizionale dei Castelli Romani - Fuoco Edizioni - 2019 - € 14,99

L'architetto Francesco Duscio, romano e cultore di romanità,  dopo il successo di "LA ROMANESCA" torna il libreria con «LA CASTELLANA», che allarga lo sguardo su La Cucina Tradizionale dei Castelli Romani, necessaria e naturale integrazione, per una visione completa della cultura gastronomica romana, essendo i castelli di Roma il suo naturale prolungamento.

Questo considerare i castelli come quartieri periferici romani ha comportato, nel  corso degli anni, una sottovalutazione delle specificità delle tradizioni gastronomiche dei singoli castelli, in un appiattimento generico molto simile all'omologazione.

Tutti i libri che hanno trattato della cucina romanesca sono incorsi in questa generalizzazione. Si deve alla sensibilità, curiosità e cultura di Francesco Duscio se questa distinzione viene finalmente evidenziata, restituendo alle singole cittadine castellane i loro piatti tradizionali, legati alle caratteristiche del loro territorio.

Come «LA ROMANESCA» anche «LA CASTELLANA» è ricca di ricette, com'è naturale, ma anche di preziose informazioni storiche, notizie sui prodotti e sul territorio: seguace di Brillat-Savarin, Francesco Duscio coniuga felicemente il piacere della cucina con la cultura.



mercoledì 27 febbraio 2019

Mariolina Bongiovanni Bertini - PROUST E LA TEORIA DEL ROMANZO - Bollati Boringhieri 1996 -



Appartengo a quella categoria di lettori di Proust che periodicamente torna a leggerlo, e che nei brevi periodi intermedi, da poco tempo, ha preso l'abitudine di leggere libri di argomenti proustiani; una forma di fissazione senza controindicazioni particolari, sempre alla ricerca, nel settore dell'usato, di testi per me inediti, come questo bellissimo, introvabile saggio, da anni esaurito dall'editore e mai ristampato, di Mariolina Bertini, docente di letteratura francese all'Università di Parma.


 in appendice, c'è quella bibliografia che avevo inutilmente cercato sul web: sono indicati 343 testi che riguardano la recherche, divisi per anno di pubblicazione e l'indicazione, quando esistente, della traduzione italiana, che già da sola giustifica l'acquisto del libro. C'è da aggiungere che essendo il saggio pubblicato nel 1996, negli ultimi 23 anni avrà subito sicuramente un notevole incremento.




giovedì 3 gennaio 2019

Marco Balzano - RESTO QUI - Einaudi, 2018 - € 18,00


Monica, una mia amica insegnante, volendo condividere una sua bella esperienza di lettura, mi ha regalato questo libro, il quarto romanzo di Marzo Balzano, un quarantino milanese insegnante e scrittore. E' una buona cosa che siano gli insegnanti a scrivere libri, non i personaggi televisivi o i partecipanti ai talk show, ai quali gli editori, ultimamente, sembrano aver aperto un credito illimitato, i cui risultati ingombrano, senza nessuna effettiva necessità, gli scaffali delle librerie prima, e i magazzini del macero, dopo.

«E' una bella storia» mi ha detto porgendomelo «son sicura che ti piacerà».

Quante volte mi sono detto, bugiardamente, che a me non interessano le storie ma solo la forma della narrazione, il linguaggio; che non ci sono più storie da raccontare e quelle che riempiono gli scaffali delle librerie sono solo narcisistiche esibizioni, patetici selfie psicologici che è giustissimo scrivere per conoscere se stessi, ma deleterio dare alle stampe.

Ho iniziato a leggere con queste consolidate certezze, cercando già dentro di me le parole giuste per giustificare con la mia amica Monica una delusione che credevo certa.

Di primo acchitto ho giudicato il linguaggio troppo moderno per il periodo storico raccontato, ma poi, proseguendo la lettura ed entrando nella testa della protagonista, che è la voce narrante, ho capito che quelle frasi asciutte, essenziali, quasi hemingwayane, erano funzionali  al carattere di Trina, dura donna di montagna, forte e coraggiosa, provata dalla violenza subita dalla sua comunità, in guerra e in pace, e dalla scomparsa della figlia a cui si rivolge in forma di lettera-diario.

Questo è un romanzo storico, nel senso più classico del termine.

Per quanto i personaggi principali siano inventati, la storia, anche se poco conosciuta, è drammaticamente vera.

Trina, Erich e gli altri personaggi del romanzo sperimentano, singolarmente e come comunità, la forza cieca del potere politico, inconciliabile con gli interessi, ma soprattutto con la dignità della persona e della collettività.

Alla fine della prima guerra mondiale, col disfacimento dell'Impero Austro-Ungarico, alcune zone di confine passano all'Italia con le loro popolazioni di lingua tedesca. Con l'arrivo del fascismo viene imposta con la forza  l'italianizzazione, poi il progetto  di costruzione di una diga che mette in pericolo l'esistenza stessa delle popolazioni montane, quindi lo scoppio della seconda guerra mondiale, l'occupazione nazista dopo l'8 settembre, la lotta partigiana.

Ma neanche la pace e la democrazia sembrano porre fine alle sofferenze di quelle popolazioni della Val Venosta: la diga che distruggerà i paesi di Resia e Curon verrà costruita negli anni cinquanta, e a nulla sarà valsa la resistenza opposta per impedirne la realizzazione.

L'incipit:

  Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L'odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro.
   Saprei descriverti nei minimi particolari. Anzi, certe mattine che la neve è alta e la casa è avvolta da un silenzio che mozza il respiro mi vengono in mente nuovi dettagli. Qualche settimana fa mi sono ricordata di un piccolo neo che avevi sulla spalla e che quando ti facevo il bagno nella tinozza mi indicavi sempre. Ti ossessionava. O quel boccolo dietro l'orecchio, l'unico in quei capelli color miele.
   Le poche fotografie che conservo le tiro fuori con prudenza, col tempo si diventa di lacrima facile. E io odio piangere. Odio piangere perché è da idioti, e perché non consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandar giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre.


Nei link qui sotto, una interessante intervista allo scrittore Marco Balzano, finalista al Premio Strega e una storia documentata della diga.

https://www.raiplay.it/video/2018/07/Intervista-a-Marco-Balzano-26dc40ac-f696-4a20-8ee7-35c336c93265.html


https://www.youtube.com/watch?v=n7TvrzVB7Lw