martedì 25 giugno 2013

Grazia Deledda - COSIMA - Mondadori 1^ Edizione Settembre 1947 - Con 8 illustrazioni di Aligi Sassu





Come desumo dalla dedica sul frontespizio, questo volume è presente nella biblioteca di famiglia dal 1957, ma da qualche tempo era finito in uno scatolone dove vengono conservati i libri che devono far posto nei ripiani della libreria ai nuovi arrivati. Al suo interno scopro una poesia inedita di Antioco Casula detto Montanaru, ritagliata da un giornale isolano e delle cartoline di Nuoro: la prima è la tomba di Grazia Deledda, la seconda un particolare del Portale della Chiesa della Solitudine e l'ultima il Monumento al poeta Sebastiano Satta sul Colle di S.Onofrio, sempre a Nuoro.


 































Cosima è l'ultimo romanzo di Grazia Deledda (1871-1936), uscito postumo nel 1937 per Treves di Milano, dieci anni più tardi da Mondadori nella collana Il Ponte,  è la più autobiografica delle sue opere, d'altronde il nome completo della Deledda è Maria Grazia Cosima. 

Nel romanzo Deledda narra la propria fanciullezza e adolescenza, non certo ricche di vicende esteriori ma animate di fermenti psicologici, combinazione di sogni, speranze e inevitabili delusioni; il suo formarsi di donna e scrittrice in una provincia sospettosa e ostile, quella nuorese, ancora percorsa dai banditi.

Bella, nell'incipit, la minuziosa descrizione della casa dell'infanzia, che racconta  un mondo solido, essenziale e immutabile, oltre che nelle cose nei rapporti tra le persone.


La casa era semplice, ma comoda: due camere per piano, grandi, un po' basse, coi pianciti e i soffitti di legno; imbiancate con la calce; l'ingresso diviso in mezzo da una parete: a destra la scala, la prima rampata di scalini di granito, il resto di ardesia; a sinistra alcuni gradini che scendevano nella cantina. Il portoncino solido, fermato con un grosso gancio di ferro, aveva un battente che picchiava come un martello, e un catenaccio e una serratura con la chiave grande come quella di un castello. La stanza a sinistra dell'ingresso era adibita a molti usi, con un letto alto e duro, uno scrittoio, un armadio ampio, di noce, sedie quasi rustiche, impagliate, verniciate allegramente di azzurro: quella a destra era la sala da pranzo, con un tavolo di castagno, sedie come le altre, un camino con pavimento battuto. Null'altro. Un uscio solito pur esso e fermato da ganci e catenacci, metteva nella cucina. E la cucina era, come in tutte le case patriarcali, l'ambiente più abitato più tiepido di vita e d'intimità. C'era il camino, ma anche un focolare centrale, segnato da quattro liste di pietra: e sopra, ad altezza d'uomo, attaccato con quattro corde di pelo, alle grosse travi del soffitto di anne annerite dal fumo, un graticcio di un metro quadrato circa, sul quale stavano quasi sempre, esposte al fumo che le induriva, piccole forme di cacio pecorino, delle quali l'odore si spandeva tutto intorno.

La descrizione prosegue con la precisione e il ritmo di un lungo piano-sequenza, dove la parola  sostituisce la cinepresa:  prima la vista d'insieme e poi i particolari che ci raccontano, come negli indimenticabili sceneggiati televisivi di Sandro Bolchi, la vita semplice, reale dei suoi protagonisti, ma come lievitata in un clima di lirica fantasia.

E attaccata a sua volta a uno spigolo del graticcio, pendeva una lucerna primitiva, di ferro nero, a quattro becchi; una specie di padellina quadrata, nel cui olio allo scoperto nuotava il lucignolo che si affacciava a uno dei becchi. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina abbastanza grande, alta, bene illuminata da una finestra che dava sull'orto e da uno sportello mobile dell'uscio sul cortile. Nell'angolo vicino la finestra sorgeva il forno monumentale, col tubo in muratura e tre fornelli sull'orlo: in un braciere accanto a questi si conservava, giorno e notte accesa e coperta di cenere, un po' di brace, e sotto l'acquaio di pietra, presso la finestra, non mancava mai, in una piccola conca di sughero, un po' di carbone; ma per lo più le vivande si cucinavano con la fiamma del camino o del focolare, sui grossi treppiedi di ferro che potevano servire da sedili. Tutto era grande e solido, nelle masserizie della cucina; le padelle di rame accuratamente stagnate, le sedie basse intorno al camino, le panche, la scansia per le stoviglie, il mortaio di marmo per pestare il sale, la tavola e la mensola sulla quale, oltre alle pentole, stava un recipiente sempre pieno di formaggio grattato, e un canestro di asfodelo col pane d'orzo e il companatico per i servi.


Scrittrice feconda, con trenta romanzi e altrettante raccolte di novelle al suo attivo, tradotta in tutto il mondo, la Deledda è anche autrice di un interessante saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna del 1895. A fronte di un così cospicuo corpus narrativo, il cui apprezzamento internazionale  doveva condurla a Stoccolma nel 1927 a ritirare - dopo quello di Carducci - il secondo Premio Nobel per la Letteratura - prima e unica donna italiana, stupisce la tiepida, quasi imbarazzata nota del 1934 che  Croce scrisse, vivente ancora la Deledda, imputandole la grave colpa di aver  raggiunto il successo fin dalle prime prove letterarie: 

La semplice verità è che la Deledda, con tutte le virtù che è giusto riconoscerle, non ha mai sofferto quello che può chiamarsi il dramma del poeta e dell'artista, che consiste in un certo modo energico e originale di sentire il mondo (per questo di parla del "loro mondo"), e nel travagliarsi a dargli forma di bellezza, nella qual cosa di solito non riescono se non dopo alcune prove fallite o approssimazioni insufficienti, e, quando alfine vi riescono e hanno detto bene quel che volevano dire, si arrestano, o talora continuano bensì a muoversi ma dando segno di ripetizione e di esaurimento.
 (La letteratura della Nuova Italia, vol.6, LXI, pag.297)

Ancora più sorprendente, a mio parere, l'atteggiamento di Gramsci che semplicemente ignora la sua conterranea: neanche un accenno nei Quaderni del carcere, dove peraltro si occupa ampiamente degli intellettuali italiani, di narrativa e di folklore.

Senza contare il saggio di Giuseppe Dessì del 1938 Grazia Deledda cent'anni dopo, un saggio molto impegnativo, che è, come scrive C. A. Madrignani nella prefazione del romanzo di Dessì Michele Boschino (Ilisso), accesamente ostile, sorretto dalla volontà di smitizzare la più famosa scrittrice sarda diventata gloria nazionale. La faziosità del giudizio va intesa come premessa passionale ad un manifesto di poetica nel quale lo scrittore ancora inedito esprime i suoi principi stilistici e linguistici e vede in Deledda il suo alter ego negativo, con la sottintesa ambizione di rappresentare un’alternativa in fieri. La Deledda è descritta come esponente di un verismo «allo stato di natura del tutto rozzo, elementare  ed incerto» e come tale inidonea a creare il corrispettivo estetico della “vera” Sardegna.

Finalmente leggo, nel volume 7 - Il Novecento - di La Letteratura Italiana (1986) diretta da Enzo Siciliano, la monografia su Grazia Deledda di  Antonella Anedda, che esordisce così:

Un silenzio misto a imbarazzo, giudizi critici a metà tra il rispetto e il fastidio, disprezzo per la sua cultura da autodidattae per l'ingenuità dello stile: a dispetto del Nobel vinto nel 1926, Grazia Deledda è una scrittrice dimenticata, citata per dovere nelle antologie, e ormai relegata, come è accaduto in occasione del cinquantesimo della morte nell'86, tra le pieghe delle manifestazioni ufficili e dei convegni regionali. Diciamo subito che ha scritto molto, probabilmente troppo e qualche volta "male", che le sue improprietà stilistiche esistono e sono dovute alle irregolarità e al disordine dei suoi studi.
Eppure, chi si avventurasse a leggere anche poche pagine dei suoi libri, resterebbe colpito dalla forza che persino i romanzi meno riusciti sembrano possedere.
Finalmente un giudizio che condivido: questo romanzo che è una una discreta autobiografia (ma anche un testamento spirituale della scrittrice) colpisce per la sua forza e intensità.

venerdì 14 giugno 2013

IL LETTORE IMPENITENTE COMPIE SEI ANNI !


Il blog in cifre

Dal lontano  2007 ad oggi il Blog è stato visualizzato 50.660 volte, ma come si vede dal grafico che fornisce Google è solo dal 2010 che il numero di visite è diventato apprezzabile. Il numero di Post pubblicati complessivamente è di 226, le bozze ancora da pubblicare sono 10 ed i commenti dei lettori 44.

Le pagine più visitate sono nell'ordine

  1. L'immorale testamento di mio zio Gustavo
  2. Italo Calvino consiglia "Imparate a memoria le poesie" 
  3. Gesualdo Bufalino "L'amaro miele"
  4. Giorgio Caproni "Poesie 1932-1986
  5. FMR ovvero i capolavori di Franco Maria Ricci
  6. Citazioni delle opere del Presidente Mao
  7. Aldo Fabrizzi "La Pastasciutta"
  8. Caryl Chessman "Un caso letterario & umano"
  9. Ayn Rand "Noi vivi"
  10. Eros a Pompei - Il gabinetto segreto del Museo di Napoli 
Fa riflettere, e sembra in controtendenza con quanto accade in libreria, l'interesse per  la poesia, per il resto le maggiori visite ad una pagina dipendono  anche dall'anzianità di pubblicazione.

Grazie a tutti i lettori del blog ai quali invio un affettuoso abbraccio.

 Buoni libri a tutti !

 

mercoledì 5 giugno 2013

Davide Lajolo - VEDER L'ERBA DALLA PARTE DELLE RADICI - Rizzoli 1977 - £ 4.500



La notte del 7 dicenbre 1967 Davide Lajolo (1912-1984) deputato del PCI, subisce due infarti consecutivi mentre si trova solo nell'appartamento di servizio che occupa come Questore a Montecitorio.


Una notte come le altre. Era l'una. Davo la solita occhiata ai giornali leggendo più attentamente gli articoli che mi interessavano. Disteso sotto le lenzuola, solo, in uno stanzone al terzo piano di Via dellas Missione a Roma. Quella notte riflettevo più cupamente del solito sulla ventura di essere costretto a dormire in unaspecie di tomba egizia che avevo defitino l'arca funeraria di Tutankhamon. All'improvviso cominciarono a scalfirmi il petto dolori sordi. Masticai alcune pastiglie digestive che di solito mi stroncavano all'istante i bruciori. Non facevano effetto. Tentai di reagire con un ultimo sigaro toscano. Dovetti troncare alla seconda boccata: il suo sapore acre mi stordiva e i dolori allo stomaco si facevano lancinanti. La sfida non serviva: anzi mi avvertiva che non era un semplice malessere.
(..........)
D'improvviso i bruciori divennero spasimi, prima ancora sordi poi sempre più lancinanti finché una fitta atroce come una coltellata mi costrinse ad un urlo. Mi sollevai di scatto dal letto. Il dolore al petto si ripercuoteva in gola: mi mancava il respiro. Una sensazione che non avevo mai provato. M'investì d'improvviso la paura di morire. La vigliaccheria mi aveva sempre ripugnato proprio perché tornava cocciutamente ad assalirmi in precisi momenti della vita.

Dalla drammatica esperienza di aver guardato in faccia la morte,  nasce questo libro che si alimenta, nella lunga degenza in una clinica romana, dei ricordi di una vita spesa tra la guerra, la lotta partigiana, l'impegno politico, la direzione di un giornale come l'Unità e la letteratura.

Senza un preciso ordine cronologico, ma solo per l'imponderabile gioco combinatorio della  mente, Lajolo racconta gli incontri con  personaggi che appartengono alla Storia, come Mao Tze Dung, Ciu En Lai, Ho Ci Min, ma anche le lunghe discussioni durante le passeggiate notturne con Cesare Pavese, gli incontri-scrontri con Pasolini e i rapporti con tutto il mondo intelletuale e artistico dell'epoca: Sartre, Simone de Beauvoir, Alfonso Gatto, Carlo Levi, Guttuso....

Nel sito della Fondazione Davide Lajolo ho trovato questo link dove è possibile leggete le poesie di Lajolo Quadrati di Fatica (1936-1984)


http://issuu.com/emzed/docs/quadratidifatica/23?e=5495523/2862089


In occassione del centenario della nascita di Lajolo a cura della Fondazione è stato prodotto questo video che racconta la sua vita con interviste e contributi d'epoca.



http://www.youtube.com/watch?v=oMHLa3NGXSY


E QUANDO L'ONIOMANIA RIGUARDA I LIBRI ?


A questo punto è bene renderlo pubblico: ho un fratello, il mio fratello più grande, Mario, che soffre di oniomania. Cos'è l'oniomania? E' la sindrome da acquisto compulsivo, nel caso di mio fratello Mario l'impulso irrefrenabile all'acquisto riguarda i libri, le riviste, i dischi e i film.

Mario sapeva che amo il Camilleri romanziere, e ha sempre disapprovato il mio scarso interesse per la serie di Montalbano - che non ho mai letto, così alla prima occasione di visita, con la scusa di colmare una mia lacuna, mi ha preparato due bustoni di libri qui sopra fotografati.

Ci sono 12 romanzi di Camilleri, 14 avventure di Montalbano, Il cimitero di Praga di Eco, Complotto contro l'America di Roth, e i 3 volumi delle Cinquanta sfumature, Nero Rosso Grigio...

- Ma che c'entrano questi ultimi con Camilleri? - gli ho chiesto.
- E' un fatto di dimensioni - mi ha risposto - è per fare spazio.

Ecco qual'è il suo problema fare spazio per poter acquistare altri libri. Un vero caso di oniomania editoriale!

mercoledì 29 maggio 2013

Milo Manara - IL PROFUMO DELL'INVISIBILE - Clenart Italia - £ 14.000




In una strada secondaria nel popolare quartiere di Cinecittà, l'altro giorno mi sono imbattuto in un anomalo venditore ambulante: se ne stava seduto a ridosso del muro, in pieno sole, a fianco del portone dove dovevo entrare, con la sua merce esposta sul marciapiede. 

Facevano bella mostra di se  piatti da frutta scompagnati,  vasi cristallo di varie dimensioni, una teiera in ceramica, tazze di servizi diversi, (tutto stranamente nuovo e pulito rispetto a quanto si vede nei mercatini improvvisati sui marciapiedi)  un tappeto, di cui si intravedeva un lembo fuoriuscire da un bustone di plastica, impropabili sopramobili, e in fila contro il muro tre volumi  di Milo Manara.


Il tizio sembrava uscito dal film di Pasolini Accattone,  aveva la tragica smaliziata mimica di Franco Citti, oltre ad una certa somiglianza fisica, una forte abbronzatura, più simile a quella di un pescatore o contadino che non di chi frequenta spiagge alla moda o centri benessere, i capelli unti a frangetta, lo sguardo malandro.

Con l'indifferenza di chi  finge disinteresse ho chiesto il prezzo dei tre volumi, il tizio rimanendo seduto al suo posto, mi ha guardato strizzando gli occhi per il sole e per il fumo della sigaretta, e con l'aria di dire"T'ho sgamato" mi ha informato: "So' pezzi da collezione..." . "E allora?" - l'ho incalzato - "Quanto?" "Dieci euro" Mi sono affrettato a pagare. "Hai fatto 'n'affare"- mi ha detto, mentre entravo nel portone.

Il profumo dell'invisibile è una delle opere più celebri di Milo Manara. Uscito nel 1986 deve aver avuto molte edizioni, questa distribuita da Rizzoli Libri è del 1993,  rigorosamente in B/N. Nel 2010 per Mondadori è uscita una edizione a colori realizzata da una equipe di coloristi cinesi coordinati dal maestro francese Jean David Morvan.

La storia, presa in prestito da H.G.Weels  L'uomo invisibile (1881), qui rivisitata  in chiave erotica, è un pretesto divertente per le avventure della spregiudica e disinibita Miele, un'eroina sexi protagonista di molte altre storie di Manara che qui appare per la prima volta. La bionda Miele deve il nome ad una sua particolarissima peculiarità fisica che Manara, genio dell'erotismo, le attribuisce e che qui non è il caso di svelare.




















Gli altri due volumi acquistati sono questi della TOTEM comics, con storie argute e divertenti, come  nel racconto Reclame dove troviamo personaggi del cinema e dello spettacolo, o Mors tua vita mea con protagonista il pittore Paolo Caliari detto il Veronese alle prese con l'Inquisizione.





Qui in basso la versione a colori del Profumo dell'invisibile.



sabato 25 maggio 2013

John Steinbeck - FURORE - La Biblioteca di Repubblica 2002 - € 4,90



Sembra che le immagini fotografiche di Walker Evans e Dorothea Lange, che documentano il grande esodo dei contadini dalle regioni delle Grandi Pianure del 1934-36, abbiano ispirato John Steinbeck (1902-1968) per il suo romanzo più famoso The Grapes of Wrath (1939) sintetizzato in italiano in Furore.

La grande depressione produsse un fenomeno di nomadismo di massa che coinvolse cinque milioni di cittadini americani che vagavano in cerca di un lavoro qualsiasi, spinti dalla disperazione. Diverso l'esodo dei contadini delle zone dell'Arkansas e dell'Oklaoma, che a causa della siccità, delle tempeste di sabbia e dell'erosione dei terreni, strangolati dalle banche, si videro costretti ad accatastare su vecchie auto trasformate in camion i pochi averi e tentare la fortuna in California, in una nuova corsa, non più all'oro come nel 1848, ma per la sopravvivenza.


Il fotografo ed economista Roy Stryker fu messo dalla Farm Security Administration (FSA) a capo di un gruppo di fotografi per documentare le condizioni di disagio degli abitanti delle zone rurali. Ne nacque un reportage sconvolgente per contenuti, ma affascinante per la qualità delle immagini, che ancora oggi rappresenta quanto di meglio sia stato prodotto in termini di fotografia sociale.






















Questi contadini strappati dalla loro terra dalle difficili condizioni climatiche, ma sopratutto dalla politica di rapina delle banche, furono accolti dalla popolazione californiana come clandestini indesiderati, pezzenti più simili alle bestie per la miseria e la sporcizia nella quale erano costretti a vivere, e chiamati sprezzamente Okies, consolidano così il convincimento che l'appartenza alla società americana non sia un diritto acquisito per nascita, ma per censo. Se non possiedi non sei.


Non dissimile dai provvedimenti governativi nella crisi attuale, tutte le iniziative economiche intraprese dal governo Roosvelt, il cosiddetto New Deal,  furono finalizzate a bloccare la rovina del sistema finanziario americano, ma non riuscirono a porre fine  alle grandi sofferenze della popolazione che assisteva impotente alla distruzione su larga scala di coltivazioni e bestiame per ridurre il surplus, in un momento in cui milioni di famiglie soffrivano di denutrizione o vera e propria fame. 

Una pagina vergognosa che Steinbeck denuncia con forza e  lucidità, ma senza odio o violenza, ricordando all'America della depressione, nella semplicità della sua indignazione, che una cultura è soltanto il totale delle qualità umane che la costituiscono e che la vita è capace in qualsiasi momento di bastonarti a morte.


Il Romanzo


Furore ha una struttura narrativa rigida: capitoli che raccontano l'avventuroso esodo della famiglia Joad dall'Oklaoma alla California sulla storica Route 66, e brevi capitoli dove Steinbeck analizza cause ed effeti della grande depressione, che rendono il romanzo una vera opera di propaganda sociale  - come afferma Alfred Kazin nella sua Storia della Letteratura Americana (Longanesi 1956) - non meno evidente e urgente di quel che non lo fosse stato in altra epoca "La capanna dello zio Tom".
Il West inquieto per il nuovo stato di cose. Gli stati del West inquieti come cavalli prima del temporale. I grossi latifondisti, inquieti, consapevoli d'un mutamento in atto, totalmente ignari della sua natura: quei grossi latifondisti che brontolano contro la cosa immediata, sia questa il rimpasto ministeriale o il continuo minaccioso incremento dell'unità operaia; che brontolano contro l'aumento delle imposte, contro i nuovi progetti di legge, completamente ignari del fatto che tutte queste cose sono effetti, non cause. Effetti non cause. Le cause giacciono più in fondo, e sono semplici: sono la fame d'uno stomaco moltiplicata un milione di volte; la sete d'un singolo spirito, sete di sicurezza, sete di tranquillità, moltiplicata un milione di volte, l'ansia di muscoli e cervelli ansiosi di produrre in eccedenza ai bisogni individuali, che rappresentano la funzione suprema dell'uomo, il significato dell'uomo. (....)
Profeticamente afferma Steinbeck:

Sconfortante sarebbe il tramonto degli scioperi mentre i padroni continuano a durare; perché ogni sciopero anche fallito è evidenza del sopravvivere dello spirito. Sconfortante sarebbe notare che l'Umanità rinuncia a soffrire e morire per un'idea; perché è questa la qualità fondamentale che è alla base dell'Umanità, questa la prerogativa che distingue l'uomo dalle altre creature dell'universo. (....)
Tutto il romanzo è un inno all'unione dei diseredati, per sopravvivere e affermare i propri diritti, la necessaria transizione dall' io al noi:

Se voi, che possedete le cose che le masse hanno bisogno assoluto di detenere, poteste rendervi conto di questa realtà, allora sareste in grado di salvarvi. Se foste capaci di distinguere le cause dagli effetti, di persuadervi che Paine, Marz, Jefferson, Lenin furono effetti e non cause, allora potreste sopravvivere. Ma non ne siete assolutamente capaci. Perché il possesso vi congela in altrettanti "io" e vi aliena i "noi".
 

Curiosità


Dei trenta capitoli che compongono il romanzo, ce n'è uno sorprendente, il terzo: come se dopo aver usato un obiettivo normale o grandangolo per descrivere il ritorno dalla prigione di Tom Joad e il suo viaggio verso casa, Steinbeck, attratto  dalla natura e dai suo elementi costitutivi, improvvisamente montasse sulla cinepresa della narrazione un obiettivo macro per narrare l'infinatemente piccolo, ed ecco la scoperta di un mondo:

La strada asfaltata correva in rialzo sulla campagna brulla ed era fiancheggiata, ai margini, da due tappeti di erbaccia secca aggrovigliata, ricca di barbe che s'appigliano al pelo dei cani, di aculei che s'aggrovigliano ai pasturali dei cavalli, di raffii rovi roncigli che s'appiccano alla lana delle pecore: tutta una vita in letargo che attendeva di dispiegarsi all'intorno, ciascun seme fornito dei vari dispositivi di diffusione: dardi elicoidali e paracadute, piccoli rovi e pallottoline irte di minuscoli aculei, tutti in attesa di animali o del vento, di pantaloni maschili o di gonne femminili, passivi tutti, ma ben dotati dei mezzi d'attacco, inerti, ma potenzialmente attivi.
Il sole a picco scaldava l'erbaccia, e nel fitto del groviglio brulicavano gli insetti: formiche e formichieri che tendevano trappole contro di esse, grilli che schizzavano per l'aria e lasciavano intravedere per un istante le gialle alette; onisci, simili a piccoli armadilli: tutti in moto, agitatissimi, solerti su esili zampette innumerevoli. E sul tappeto d'erba al margine della strada faticosamente procedeva una tartaruga, la testa voltata di lato in cerca di niente, trascinando l'alto guscio a cupola. Con i coriacei arti unghiati di giallo zampettava pigra per l'erba, non proprio con marcia regolare, ma a fatica trascinandosi col guscio sul quale steli d'avena e riccioli d'erba scivolavano e rotolavano a terra.
L'obiettivo di Steinbeck segue il lento procedere della tartaruga per due pagine che  ci dicono molto della sua visione della vita, profondamente armoniosa e pacifica.  


Ispira un film ...


John Ford nel 1940, un anno dopo l'uscita del libro, avvalendosi dell'adattamento dello stesso Steinbeck, portò sullo schermo Furore che gli valse un premio Oscar, con Henry Fonda nella parte di Tom Joad e Jane Darwell in quella della coraggiosa madre (Oscar come migliore attrice). Dal link è possibile scaricare gtatuitamente il film.

http://www.cineblog01.net/furore-bn-1940/


... e un pezzo Rock


Bruce Springsteen nel 1995 incise The Ghost of Tom Joad omaggio al capolavoro di Steinbeck, che nell'ultima strofa così sintetizza l'impegno del protagonista Tom Joad  a combattere contro le ingiustizie della società america:

Tom disse "“mamma, ovunque trovi
un poliziotto che picchia un ragazzo,
ovunque trovi un neonato che piange per la fame
dove ci sia nell'aria la voglia di lottare
contro il sangue e l'’odio
cercami, mamma, io sarò lì
ovunque trovi qualcuno che
combatte per un posto dove vivere
o un lavoro dignitoso, un aiuto,
ovunque trovi qualcuno che lotta per essere libero,
guarda nei loro occhi, mamma, vedrai me".”






A destra la foto di Dorothea Lange.




Sotto, una inquadratura dal film di John Ford.
























mercoledì 1 maggio 2013

Nantas Salvalaggio - CALLE DEL TEMPO - Mondadori 1984 - £ 14.000





Alla ricerca di una lettura breve e rilassante, dopo quella impegnativa di Lolita, facevo scorrere indeciso l’occhio sulla costa dei libri allineati sui ripiani della libreria, attratto solo da quelli che per dimensioni  risultassero adatti alla bisogna: così ho sfilato questo Calle del Tempo di Nantas Salvalaggio del 1984. Come era già accaduto in passato, ero stato attratto dall’immagine di copertina: il particolare di un quadro di Felicita Frai del 1971, Le vedove siciliane.

Nata a Praga nel 1909, sotto l’imperatore Francesco Giuseppe, Felicita Frai è stata una pittrice della generazione degli anni dieci, amica di Carrà, De Pisis, De Chirico, Morandi, Messina, la sua pittura luminosa, fresca e misteriosamente viva, piaceva a Dino Buzzati ed era apprezzata da Zavattini:  «Vorrei perdermi nel suo harem - le aveva scritto - tra queste signore che alternano nei loro discorsi l' emancipazione e le dolci pose dell' amore» 









Nantas Salvalaggio (1923-2009) giornalista inviato di Epoca, fondatore e primo direttore di Panorama dal 1962 al 1965 (allora era un mensile culturale!), scrittore con trenta romanzi al suo attivo, vincitore di molti premi letterari tra cui un Campiello, un Viareggio e un Marzotto; famosa l'intervista con l’inavvicinabile Marilyn Monroe - che riuscì ad ottenere mandandole un gigantesco mazzo di rose rosse acquistate nel miglior fioraio di Fifth Avenue con un semplice biglietto: “da un cronista italiano che desidera incontrarla”.

Calle del Tempo: inchiodato al letto d'ospedale per una brutta frattura a seguito di un incidente di sci, Olindo pittore sulla via del successo, rievoca le donne della sua vita, con realismo tenero, discreto, pulito e amabile, un po' come il giornalista gentiluomo che firma il romanzo, sullo sfondo di una Venezia magica.

Trattandosi di un vecchio libro, anche questo è reperibile solo nel mercato dell'usato.