domenica 19 marzo 2023

Ezio Sinigaglia - SILLABARIO ALL'INCONTRARIO - Terrarossa Edizioni - 2023 - € 16,90


Chi come me non possiede gli strumenti metodologici di critica letteraria, deve affidarsi, per la valutazione di un testo, al semplice piacere che ne ricava durante la lettura, al rammarico di doverla interrompere e alla profonda tristezza che lo invade a fine lettura quando deve abbandonare i personaggi a cui si è ormai affezionato.  E' un sistema semplice che funziona in automatico alla sola condizione di porsi nei confronti della lettura con animo aperto, come quando si era ragazzi e la lettura di un romanzo rappresentava un'avventura appassionante che ci faceva dimenticare il gioco e i pasti.

Esattamente quanto è accaduto con la lettura di quest'ultimo lavoro di Ezio Sinigaglia: avrei voluto che il suo sillabario contenesse più lettere per prolungare ancora e ancora il piacere, il divertimento e la commozione nel seguire le vicende dei personaggi di questo sorprendente romanzo, a cominciare dal vecchio Tersi, monocolo sdentato e accumulatore di coccole. Certo, dipende dal ricordo dei troppi animali avuti, che ci hanno riempito e rovinato la vita, se riesco ad immedesimarsi così bene nella determinazione del protagonista di non voler più essere il domestico deĺla propria fauna domestica.

Ma non è un romanzo sugli animali, è un romanzo biografico, sui sentimenti e sul malessere esistenziale che accompagna la nostra vita: si dipana nella forma inedita del romanzo giallo, dove gli indizi vengono profusi all'incontrario dalla Z alla A con momenti di grande tenerezza e di umorismo in cui possiamo riconoscerci e sorridere di noi stessi.

Alla lettera B come bambini ho rivissuto, attraverso l'esperienza del protagosnista, uno stesso dimenticato imbarazzo:
«Restammo un po' così, abbracciati in quel modo infantile, ma dolcissimo che a me sembrava una conquista in sé, degna di essere gustata lungamente: non che non intendessi procedere: al contrario, andavo già elaborando progetti assai confusi, ma ardimentosi di nudità splendenti, di esplorazioni dell'ignoto che davan le vertigini: progetti che mi mettevano paura, va da sé: dei gesti opportuni, dei preliminari necessari non avevo che frammentarie immagini cinematografiche, sparsi e pallidi ricordi letterari, e sull'anatomia con cui mi sarei trovato a fare i conti riuscivo solo ad architettare ipotesi, della cui incongruenza ostettrica e urologica ero beatamente ignaro: e tuttavia il capino di Miele mi pesava sulla spalla con tale disarmata terezza da mitigare molto la paura: sentivo che mi avrbbe lasciato tutto il tempo d'imparare con lei, per lei, che nello sgocciolare lento e dorato del miele dei suoi occhi si sarebbe liquefatta ogni vergogna:...»

 Alla fine delle 232 pagine, con la parola Aldilà si conclude un viaggio che è stato terapia  dell'anima per il narratore e  divertimento molto coinvolgente per il lettore. 

lunedì 12 settembre 2022

FIFTY-FIFTY - Sant'Aram nel Regno di Marte di Ezio Sinigaglia - TERRAROSSA EDIZIONI 2022


 

Giorni fa mi chiedevo: perché continuiamo a leggere letteratura, nonostante ci venga ricordato tutti i giorni come la letteratura sia definitivamente morta, defunta, seppellita? Cosa spinge, milioni di parsone, sane di mente, intelligenti, nel pieno delle loro facoltà, ogni giorno della  loro vita, a compiere quest’atto di necrofilia, a perpetuare questo vizio assurdo, se non l'amore che neanche la morte (presunta) può sconfiggere?

Per dire, si ascolta, si prova, si annusa in giro, si inseguono tracce, si fanno tentativi, poi, un giorno, per caso, il suggerimento di un amico ti svela quello che in fondo già sapevi e che avresti dovuto fare “Hai letto…”. “No.”

Ma come, mi dico, eri rimasto così entusiasta quando leggesti, un paio di anni fa, quella favola erotica medievale, scritta  in un italiano antico, musicale così congeniale alla storia, “L’imitazione del vero” di Ezio Sinigaglia, IL LETTORE IMPENITENTE: Ezio Sinigaglia - L'IMITAZIONE DEL VERO - TerraRossa Edizioni, 2020, € 14,00 (giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.com) da farti confessare a te stesso come l’orgoglioso principio a cui ti attenevi, di non leggere autori viventi, fosse un atto anacronistico e snob, da abbandonare per non correre il rischio del ridicolo.

Già il titolo, FIFTY-FIFTY Sant’Aram nel Regno di Marte (2022) m’intriga subito e mi lascio risucchiare da una storia che, per il linguaggio non ha uguali, né precedenti, se escludiamo il primo volume di questa incredibile saga che, per ragioni legate al mio disordine mentale, ho letto in un secondo momento, FIFTY-FIFTY, Warun e le avventure conoerotiche del 2021, c’è da dire però che, invertendo l’ordine naturale dell’opera, non ne ha risentito né la comprensione né il divertimento.

Come ci hanno insegnato, non esistono i generi, per questo non definirei mai questo romanzo, come mi è accaduto di leggere, omoerotico, sarebbe considerare una sola componente di questa amalgama di elementi, sapientemente miscelati, che lo compongono; attraversati da una costante vena divertente e divertita, da un umorismo inusuale nella narrativa contemporanea e arricchito da un linguaggio, che audacemente si inventa ad ogni rigo.

Quando si parla del problema dello stile, ecco Ezio Sinigaglia non ne ha uno, se ne inventa uno per ogni storia che scrive, scegliendo quello più appropriato, ed ogni volta e una piacevole sorpresa.

Questo l'incipit: 

Le ultime sei-sette battute sono funestate dall'apparizione delle gengive di Manon. Memento mori. Come se non bastasse Debussy, con i suoi rintocchi sepolcrali. E, per di più, dietro le gengive di Manon, ecco affacciarsi la dentatura famelica di Smokecock. Con i suoi trascorsi di infanticida, la dottoressa sembra evocare un Children's Corner tutto speciale. Unn mucchieto di ossicini bianchi. Che cos'avranno, ambedue, da ridere tanto? Una cosa è certa: Manon ha una notizia sulla punta della lingua. Solo il demone dell'informazione la scoperchia a tal punto. Più la notizia urge, più il labbro superiore sale. E traspare lo scheletro. Proprio come le conduttrici dei telegiornali: più è grossa la catastrofe d'apertura, più salgono le sottanine, e prorompono i coscioni. La Smokecock le fa da passacarte, o da valletta. I suoi coscioni, lei, li mostra sempre con fierezza, indipendentemente dal numero dei morti. Non ha il talento porno-sadico della giornalista, la povera Smokecock. Solo il sadismo inconsapevole, indifferente, asettico dei nipotini di Esculapio.

Notevole, eh? Niente paura, il romanzo è preceduto da un utile elenco dei Personaggi principali, con i loro nomi e soprannomi.

Buona lettura.


lunedì 10 maggio 2021

Herman Melville - OPERE SCELTE Vol. I - Mondadori - 1982 - £ 30.000


Sto affrontando dopo molti anni dalla prima, la seconda lettura di Moby Dick nella classica versione del giovane Pavese, anche se ho letto e mi ha molto incuriosito, della ennesima traduzione, la sedicesima per l'esattezza dal 1932, quella molto discussa di Ottavio Farina per Einaudi, secondo alcuni geniale per il linguaggio scelto, un italiano prezioso e arcaico quello della prima metà dell'ottocento, ritenuto più coerente ai contorcimenti lessicali di Melville, mentre altri, all'opposto, lo giudicano negativamente proprio per questa arbitraria scelta, che complica gratuitamente un testo di per se già impegnativo di suo. 

Comunque, vado avanti con la storica versione di Pavese. La lettura procede spedita, la narrazione è  avvincente, la prosa opulenta, con periodi ricchi e complessi, subordinate e riferimenti articolati, come forse si incontrano solo in Proust.

domenica 22 novembre 2020

Valentin M. Berezhkov - IN MISSIONE DIPLOMATICA DA HITLER - CEI 1963 - £ 2.000





http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/russia/3223834/Stalin-planned-to-send-a-million-troops-to-stop-Hitler-if-Britain-and-France-agreed-pact.html

martedì 22 settembre 2020

Curzio Malaparte - MALEDETTI TOSCANI - Vallecchi - 1967


Com'è toscanamente irritante quell'ostentato politically incorrect, Maledetti toscani  pamphlet del 1956, com'è sfacciatamente esibito quella forma di parcellizzazione di un campanilismo atavico,  ma quanto ce lo rende simpatico questo suo voler essere a tutti costi contro, contro tutti, anche contro se stesso. 

Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Erich Suckert (1898-1957) giornalista, scrittore, regista,  è uno di quei personaggi del secolo scorso la cui opera non si esaurisce nei libri scritti o nelle opere lasciate alla posterità, ma che hanno fatto della loro vita un'opera d'arte.

lunedì 29 giugno 2020

Albertine Simonet - L'INCOMPRESA - Editori Indipendenti -









«Tranquillo, non è il solito romanzetto rosa» mi disse l'anziana signorina della libreria, porgendomi il volume, e anticipando il  rifiuto che aveva letto nella mia espressione, «se le è piaciuta la Sagan, vedrà, la Simonet è ancora più pungente e ironica». A me la Sagan non era piaciuta affatto, forse perché leggendola molti anni dopo il suo clamoroso esordio, non ne avevo colto la carica dissacratoria di quel mondo borghese ipocrita, appena uscito dalla guerra.

«La Simonet è vissuta in una Parigi diversa da quella della Sagan, una Parigi favolosa, alla fine della Belle Époque». La simpatica signorina di mezza età che gestiva la piccola libreria in Prati, doveva avermi scelto come suo lettore ideale, da plasmare secondo i suoi gusti letterari; forse suggestionata da alcuni libri di poesia che avevo acquistato nelle mie prime visite, ed ogni volta che entravo da lei, mi proponeva qualcosa che dovevo assolutamente leggere. Un po' per debolezza, un po' per cortesia e un po' anche per non deludere l'immagine che doveva essersi fatta di me, acquistavo senza fiatare le sue proposte di lettura, senza grosse delusioni veramente, ma anche senza scoperte clamorose: la verità è che cominciavo a stancarmi di questa forma di condizionamento.

 «No, non credo che possa interessarmi» le dissi, restituendole il libro che avevo svogliatamente sfogliato, «non è il mio genere». Mi guardò con aria divertita: «E qual è il suo genere?» mi chiese interessata, senza alcun intento ironico. Bella domanda, mi dissi, qual è il mio genere? La mia passione per la lettura era cresciuta in modo spontaneo e disordinato, senza nessuna regola, neanche quella ingenua che aveva formato il mio idolo di adolescente, Martin Eden: cioè l'ordine alfabetico.

A quel tempo amavo il linguaggio diretto e sincopato degli americani della lost generation, solo da poco, grazie a Lo Scialo di Pratolini, mi ero avvicinato agli italiani e le scoperte erano state tante e coinvolgenti.

«Albertine Simonet è un personaggio centrale di Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust. Non mi dica che non l'ha letto?» l'espressione di sorpresa, ma anche di sottinteso rimprovero con la quale mi poneva la domanda, mi lasciò sconcertato e risposi, impacciato, che i molti impegni di lavoro non mi lasciavano il tempo necessario per un'impresa così impegnativa.

 «Si, lo so, è la scusa di tutti i pigri, ma lei dà l'impressione di cercare qualcosa di più dalla lettura, che il semplice passatempo, o la curiosità. Lo so, la recherche richiede impegno, concentrazione, ma ciò che se ne riceve in cambio, ha un valore di gran lunga superiore all'impegno profuso, senza considerare il piacere di esser preso come da un incantesimo».

 Imbarazzato, quasi mi scusai per quella grave lacuna nelle mie letture, che promisi di colmare in tempi migliori.

 Per tornare al volumetto della Simonet, la gentile libraia mi raccontò, per sommi capi, la storia di quel libro. Era la ristampa di una traduzione che era uscita nei primi anni cinquanta ad opera di un letterato italiano, residente da anni a Parigi, che ne aveva curato la traduzione,  amico nientemeno di Colette. Sembra che fu Colette a spingere Albertine Simonet,  cui era legata da affettuosa amicizia, a scrivere questa autobiografia ed a curarne la pubblicazione.

 Non potei fare a meno di portarmi a casa il libro, con la segreta intenzione di regalarlo ad una mia amica, lettrice onnivora quanto accanita.

Come spesso accade, soprattutto nelle case disordinate, il libro della Simonet scomparve nel mare magnum cartaceo e da allora se ne persero le tracce, ma non dispero di ritrovarlo  ora che giudicherei preziosa quella lettura.



(La copertina è una ricostruzione di fantasia, sul ricordo di quella vista tanti anni fa)

sabato 16 maggio 2020

Guy de Maupassant - L'EREDITA' - L'Unità/Einaudi - 1996



Devo averlo già scritto tempo fà, le cose migliori Walter Veltroni le ha prodotte quand'era direttore de l'Unità. Per prima cosa divise il giornale in due fascicoli di cui il secondo, «l'Unità due», si occupava di cultura e società ed era, per me almeno, in quegli anni, più interessante che non la parte che si occupava di politica ed economia. L'altra grande innovazione di Veltroni fu quella di abbinare DVD e libri alla vendita del quotidiano, film di qualità, naturalmente, e libri particolari come questa serie, su licenza Einaudi, di  «Scrittori tradotti da scrittori ».

La società che, con il suo stile essenziale, Maupassant ritrae in questo racconto, è quella della piccola borghesia impegatizia, dove ipocrisia e opportunismo sembrano l'unico elemento unificante

venerdì 21 febbraio 2020

Ezio Sinigaglia - L'IMITAZIONE DEL VERO - TerraRossa Edizioni, 2020, € 14,00


Che felice sorpresa la lettura di questo romanzo di Ezio Sinigaglia, L’imitazione del vero.  Che ininterrotto diletto seguire le vicende di Mastro Landone nella città di Lopezia! Erano anni che la lettura di un romanzo contemporaneo non mi divertiva e coinvolgeva come questo. Merito del clima che si respira in questa narrazione, oscillante tra le Mille e una notte, Decameron e Satyricon.



Ma la sorpresa più grande è l’invenzione di un linguaggio, che è così connaturato alla storia narrata, da rendere evidente che non vi era altro modo di raccontarla che questa, un linguaggio che è, allo stesso tempo, favoloso eppure familiare, come un linguaggio ancestrale, che appartiene da sempre alla nostra cultura.



Questo l'incipit:



Viveva un tempo nella città di Lopezia un artefice di grandissimo ingegno, donde la fama oltre le mura della città ed i confini medesimi del Principato volava tanto che nei più remoti angoli della Cristianità l'eco se ne coglieva. E benché questo si fosse in effetto il mestier suo,  grave ingiuria gli si farebbe chiamandolo col nome di falegname; poiché si era bensì col legno che le sue mani costruivano, ma tali e così fatti prodigi da quelle mani uscivano, che nessuno nel legno da umana scienza costrutti crederli non poteva…




Della storia non parlo per non rovinare il piacere della scoperta, che è, come ha scritto una grande critica letteraria italiana, Mariolina Bertini, "una sollazzevole istoria del XXI secolo"


martedì 3 dicembre 2019

Stefano Mancuso - LA NAZIONE DELLE PIANTE (Un nuovo patto per la Terra) - La Repubblica, 2019 - € 9,90

Fin dal sottotitolo, Un Nuovo Patto per la Terra, è dichiarata esplicitamente la visione rigorosamente laica con cui il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, classe 1965, ha immaginato una Carta dei Diritti delle Piante, spiegandone ampiamente le ragioni scientifiche che ne renderebbero auspicabile il loro accoglimento e applicazione per la salvezza dell'intero eco-sistema.



Nel prologo Mancuso ci ricorda che: Anche se si comporta come se lo fosse, l'uomo non è affatto il padrone della Terra, ma soltanto uno dei suoi condomini più spiacevoli e molesti. Ed è anche l'ultimo arrivato, oltre che il meno significativo dal punto di vista numerico, rappresentando soltanto lo 0,01% della biomassa totale del pianeta. 

La Carta dei Diritti delle Piante si sviluppa in 8 articoli:


  1. La Terra è la casa comune della vita. La sovranità appartiene ad ogni essere vivente.
  2. La Nazione delle Piante riconosce e garantisce i diritti inviolabili delle comunità naturali come società basate sulle relazioni fra gli organismi che le compongono.
  3. La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate.
  4. La Nazione delle Piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni.
  5. La Nazione delle Piante garantisce il diritto all'acqua, al suolo e all'atmosfera puliti.
  6. Il consumo di ogni risorsa non ricostituibile per le generazioni future dei viventi è vietato.
  7. La Nazione delle Piante non ha confini. Ogni essere vivente è libero di transitarvi, trasferirsi, vivervi senza alcuna limitazione.
  8. La Nazione delle Piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio tra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso.

                                                                                                                                                                          Di fronte alla catastrofe della sesta estinzione di massa che si prepara nell'indifferenza generale, il prof. Mancuso non propone soluzioni impossibili, ma per come vanno le cose attualmente, prefigura una vera rivoluzione copernicana, che è al tempo stesso un semplice atto di buon senso, per garantire la presenza futura della specie umana sul nostro pianeta: smettere di distruggere le foreste e impiantare alberi per ripristinare il giusto  equilibrio tra risorse e consumi: infatti, risorse limitate non possono, né potranno, sostenere una crescita illimitata.
Un testo piacevole da leggere, pieno di dati e riferimenti storici, con un'impressionante bibliografia ad attestarne il carattere rigorosamente scientifico, che non può mancare nella biblioteca di quanti hanno a cuore una nuova cultura ecologica, unico strumento in grado di cambiare la nostra percezione della realtà nella quale viviamo.

Quanti denunciano il pericolo concreto che l'eco-sistema sta correndo, vengono spesso definiti come novelle Cassandre, dimenticando che Cassandra, per quanto  potessero essere spiacevoli, le sue premonizioni  risultarono tutte tragicamente vere.


https://www.youtube.com/watch?v=4c51iC4sbQE

venerdì 18 ottobre 2019

Francesco Duscio - LA CASTELLANA - La Cucina Tradizionale dei Castelli Romani - Fuoco Edizioni - 2019 - € 14,99

L'architetto Francesco Duscio, romano e cultore di romanità,  dopo il successo di "LA ROMANESCA" torna il libreria con «LA CASTELLANA», che allarga lo sguardo su La Cucina Tradizionale dei Castelli Romani, necessaria e naturale integrazione, per una visione completa della cultura gastronomica romana, essendo i castelli di Roma il suo naturale prolungamento.

Questo considerare i castelli come quartieri periferici romani ha comportato, nel  corso degli anni, una sottovalutazione delle specificità delle tradizioni gastronomiche dei singoli castelli, in un appiattimento generico molto simile all'omologazione.

Tutti i libri che hanno trattato della cucina romanesca sono incorsi in questa generalizzazione. Si deve alla sensibilità, curiosità e cultura di Francesco Duscio se questa distinzione viene finalmente evidenziata, restituendo alle singole cittadine castellane i loro piatti tradizionali, legati alle caratteristiche del loro territorio.

Come «LA ROMANESCA» anche «LA CASTELLANA» è ricca di ricette, com'è naturale, ma anche di preziose informazioni storiche, notizie sui prodotti e sul territorio: seguace di Brillat-Savarin, Francesco Duscio coniuga felicemente il piacere della cucina con la cultura.



mercoledì 27 febbraio 2019

Mariolina Bongiovanni Bertini - PROUST E LA TEORIA DEL ROMANZO - Bollati Boringhieri 1996 -



Appartengo a quella categoria di lettori di Proust che periodicamente torna a leggerlo, e che nei brevi periodi intermedi, da poco tempo, ha preso l'abitudine di leggere libri di argomenti proustiani; una forma di fissazione senza controindicazioni particolari, sempre alla ricerca, nel settore dell'usato, di testi per me inediti, come questo bellissimo, introvabile saggio, da anni esaurito dall'editore e mai ristampato, di Mariolina Bertini, docente di letteratura francese all'Università di Parma.


 in appendice, c'è quella bibliografia che avevo inutilmente cercato sul web: sono indicati 343 testi che riguardano la recherche, divisi per anno di pubblicazione e l'indicazione, quando esistente, della traduzione italiana, che già da sola giustifica l'acquisto del libro. C'è da aggiungere che essendo il saggio pubblicato nel 1996, negli ultimi 23 anni avrà subito sicuramente un notevole incremento.




giovedì 3 gennaio 2019

Marco Balzano - RESTO QUI - Einaudi, 2018 - € 18,00


Monica, una mia amica insegnante, volendo condividere una sua bella esperienza di lettura, mi ha regalato questo libro, il quarto romanzo di Marzo Balzano, un quarantino milanese insegnante e scrittore. E' una buona cosa che siano gli insegnanti a scrivere libri, non i personaggi televisivi o i partecipanti ai talk show, ai quali gli editori, ultimamente, sembrano aver aperto un credito illimitato, i cui risultati ingombrano, senza nessuna effettiva necessità, gli scaffali delle librerie prima, e i magazzini del macero, dopo.

«E' una bella storia» mi ha detto porgendomelo «son sicura che ti piacerà».

Quante volte mi sono detto, bugiardamente, che a me non interessano le storie ma solo la forma della narrazione, il linguaggio; che non ci sono più storie da raccontare e quelle che riempiono gli scaffali delle librerie sono solo narcisistiche esibizioni, patetici selfie psicologici che è giustissimo scrivere per conoscere se stessi, ma deleterio dare alle stampe.

Ho iniziato a leggere con queste consolidate certezze, cercando già dentro di me le parole giuste per giustificare con la mia amica Monica una delusione che credevo certa.

Di primo acchitto ho giudicato il linguaggio troppo moderno per il periodo storico raccontato, ma poi, proseguendo la lettura ed entrando nella testa della protagonista, che è la voce narrante, ho capito che quelle frasi asciutte, essenziali, quasi hemingwayane, erano funzionali  al carattere di Trina, dura donna di montagna, forte e coraggiosa, provata dalla violenza subita dalla sua comunità, in guerra e in pace, e dalla scomparsa della figlia a cui si rivolge in forma di lettera-diario.

Questo è un romanzo storico, nel senso più classico del termine.

Per quanto i personaggi principali siano inventati, la storia, anche se poco conosciuta, è drammaticamente vera.

Trina, Erich e gli altri personaggi del romanzo sperimentano, singolarmente e come comunità, la forza cieca del potere politico, inconciliabile con gli interessi, ma soprattutto con la dignità della persona e della collettività.

Alla fine della prima guerra mondiale, col disfacimento dell'Impero Austro-Ungarico, alcune zone di confine passano all'Italia con le loro popolazioni di lingua tedesca. Con l'arrivo del fascismo viene imposta con la forza  l'italianizzazione, poi il progetto  di costruzione di una diga che mette in pericolo l'esistenza stessa delle popolazioni montane, quindi lo scoppio della seconda guerra mondiale, l'occupazione nazista dopo l'8 settembre, la lotta partigiana.

Ma neanche la pace e la democrazia sembrano porre fine alle sofferenze di quelle popolazioni della Val Venosta: la diga che distruggerà i paesi di Resia e Curon verrà costruita negli anni cinquanta, e a nulla sarà valsa la resistenza opposta per impedirne la realizzazione.

L'incipit:

  Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L'odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro.
   Saprei descriverti nei minimi particolari. Anzi, certe mattine che la neve è alta e la casa è avvolta da un silenzio che mozza il respiro mi vengono in mente nuovi dettagli. Qualche settimana fa mi sono ricordata di un piccolo neo che avevi sulla spalla e che quando ti facevo il bagno nella tinozza mi indicavi sempre. Ti ossessionava. O quel boccolo dietro l'orecchio, l'unico in quei capelli color miele.
   Le poche fotografie che conservo le tiro fuori con prudenza, col tempo si diventa di lacrima facile. E io odio piangere. Odio piangere perché è da idioti, e perché non consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandar giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre.


Nei link qui sotto, una interessante intervista allo scrittore Marco Balzano, finalista al Premio Strega e una storia documentata della diga.

https://www.raiplay.it/video/2018/07/Intervista-a-Marco-Balzano-26dc40ac-f696-4a20-8ee7-35c336c93265.html


https://www.youtube.com/watch?v=n7TvrzVB7Lw

lunedì 31 dicembre 2018

Mario Soldati - I RACCONTI - Garzanti 1957 - £ 2.000

Non si possono apprezzare pienamente gli scritti di Mario Soldati (1906-1999), se non si considera il periodo in cui sono stati scritti. Prendiamo ad esempio i primi tre racconti di questa raccolta: Vittoria, Fuga in Francia e Mio figlio, presenti, insieme ad altri tre racconti qui non riproposti, nel libro d'esordio di Soldati, Salmace nel 1929, lo stesso anno di pubblicazione de Gli indifferenti di Moravia.

Sono passati da allora ben 90 (novanta) anni! Cioé, per aver chiara la distanza che ci separa da quel 1929, è forse utile ricordare che in quell'anno avviene la firma dei Patti Lateranenzi, o anche che  è l'anno in cui Stalin propone al Politburo di cacciare Trotsky dal partito, lo stesso della Grande Crisi di Wall Street, lo stesso nel quale Al Capone compie la Strage di San Valentino o, se si preferisce, l'anno in cui Thomas Mann vince il premio Nobel per la letteratura. 

Un altro mondo, altre mentalità. Ecco, si deve tener conto di questo, perché solo chi riesce ad immaginarsi in quell'VIII anno dell'Era Fascista,  può compiutamente valutare la novità rappresentata dai racconti di Soldati, così come per Gli indifferenti di Moravia. 

Gli altri racconti presenti nel volume sono La verità sul caso Motta del 1941, L'amico gesuita del 1943, Fuga in Italia del 1946, tutti gli altri comunque anteriori al 1947, com'è precisato nella avvertenza. 

                                          AVVERTENZA E DEDICA

Questi racconti furono scritti tra il 1927 e il 1947. Il lettore troverà in essi ciò che crederà. A me piace considerarli, tutti insieme, come un'autobiografia, una specie di diario. Varii nei modi, negli argomenti, nei trucchi, nelle confessioni, essi riflettono, fedelmente quanto involontariamente, venti anni della mia vita.
Li pubblico, ora, cercando di riparare a una quantità di sciatterie, ed escludendo i pezzi più futili: ma serbando comunque il rigoroso ordine cronologico che si conviene, appunto, ad un diario; e non cancellando i segni del tempo, neppure fuggevolissimi come il valore della moneta o la moda delle donne.
Infatti, perchè avrei dovuto aggiornarmi? Perchè ringiovanire personaggi e vocaboli esatti, che oggi sembrino antiquati, o invecchiarne altri, egualmente esatti, che oggi sembrino ingenui? Gioventù e vecchiezza esistono, certo, per ciascuno di noi; ma sono, per sè, stagioni di una vicenda che ci supera, e il cui linguaggio non riusciamo mai ad imparare.
Molti di questi racconti furoo scritti per diretto, efficace incoraggiamento di Leo Longanesi.
Dedico dunque il volume a lui: alla pungente memoria della sua generosità.


I personaggi di questi racconti giovanili di Soldati hanno una caratteristica comune:  si pongono tutti in modo critico nei confronti delle norme, delle leggi, delle abitudini dei buoni cittadini borghesi e fascisti. Non sono dei rivoluzionari e non contestano il potere politico, né la morale corrente, si pongono semplicemente di traverso, agiscono come se altre fossero le loro priorità, diversi i  principi. Eugenio, il protagonista del racconto Vittoria, non reagisce da marito oltraggiato alla scoperta del tradimento della moglie, ma ambiguamente ne coglie la carica erotica necessaria a rinnovare un rapporto consumato. Oppure Emilio, il giovane della Fuga in Francia che, pur sapendo che la bella Maria di cui è invaghito non cederà, non esita a cacciarsi nei guai per aiutarla, insieme a marito e socio bancarottieri, ad espatriare per evitare la galera. C'è in questi personaggi una carica trasgressiva e di rottura, quasi anarchica, che non contrasta con il tardo romanticismo e col crepuscolarismo piemontese.

Ha scritto di lui Natalia Ginzburg: Soldati è l'unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia...

domenica 23 dicembre 2018

Marcel Proust - All'ombra delle giovani fanciulle in fiore - Adattamento e disegni di Stéphane Heuet - Grifo Edizioni 2003 - € 15,00

La prima cosa che salta agli occhi sfogliando questa riduzione a fumetti di A l'ombre des jeunnes filles en fleur, dopo l'esperienza con la versione manga, presentato giorni or sono, è la linearità della disposizione delle tavole ma anche la cura dei dettagli, la precisione e la ricchezza delle immagini, decisamente più  appropriate di quelle manga, più appropriato all'elegante e ricco linguaggio dell'originale proustiano.

A differenza della recherche in versione manga, dove i disegni cercano con qualche approssimazione di raffigurare i personaggi descritti, qui siamo invece ad un livello più accurato, dove per alcuni personaggi,  si fa risalire la loro fisionomia ai modelli che hanno ispirato il Narratore, un esempio per tutti il personaggio del barone di Charlus da giovane che è ripreso da un ritratto di Robert de Montesquiou.


                                                                                


Molto divertenti, addirittura didascaliche rispetto alla descrizione che ne fa il Narratore, le espressioni di interesse e di noncuranza, ma anche di ambiguità, del barone di Charlus, al primo incontro che avviene fuori dell'Hotel a Balbec, tanto da confonderlo con un possibile topo d'albergo:



Sorprendente di questa riduzione a disegni di Stéphane Heut, è l'essere riuscito ad inserire, in sole 51 pagine di tavole, tutto ciò che accade dalla partenza da Parigi, all'incontro con le fanciulle, senza trascurare i particolari del racconto: il libro che legge la nonna in treno, il cognac bevuto, la sosta della nonna presso un'amica, l'arrivo a Balbec,  la chiesa in stile persiano, le impressioni dell'albergo con i suoi clienti, il direttore, Villeparisis e i viaggi in carrozza, il signore di Semeraria con la figlia, la principessa di Lussemburgo, Bloch con le sorelle, Saint-Loup, il barone di Charlus con il libro di Bergotte dato in prestito al narratore e poi richiesto indietro, e finalmente irrompe dalla spiaggia l'allegra brigata delle jeunnes filles en fleur: 
«Così impregnate d'ignoto, così inestimabilmente preziose, così verosimilmente inaccessibili»


                                                                     
E qui finisce il primo volume.

Mi chiedo quale funzione possa svolgere, ai fini della diffusione dell'opera di Marcel Proust, un'operazione di questo tipo. Ma non conosco la risposta. Un valore lo ha sicuramente in sé in quanto opera artistica di pregio per la buona fattura del prodotto; che possa invogliare alla lettura della recherche è possibile, ma può produrre, nel momento di passare dalla facilità del fumetto alla complessità del testo, un blocco, un rifiuto. E' più facile che, dopo aver letto l'opera, ed essendosene innamorati, si voglia conoscere tuto ciò che riguarda l'oggeto amato, ed anche una versione a fumetti possa interessare.

mercoledì 19 dicembre 2018

Marcel Proust - EN BUSCA DEL TIEMPO PERDIDO - la otra h, 2017, Barcelona






Che dire? Apprezziamo la buona volontà. C'avete provato, complimenti. Molto coraggiosi, non c'è che dire. Trattandosi di un'opera colossale per dimensioni, con personaggi complessi con rapporti tra loro intrigati, scritto in un linguaggio lucido e preciso come un bisturi o un laser, che non ammette semplificazioni o scorciatoie, forse il fumetto non è il mezzo più adatto per farne una riduzione. Poi manga?! A me sembra, ma non sono un esperto del settore, che il segno grafico dei fumetti manga tenda a semplificare, ma questa è una storia che di semplice non ha niente.

I sostenitori di questa forma di linguaggio possono sostenere che proprio la caratteristica dei fumetti manga si adatti alle tematiche proustiane, legate come sono al tempo e alla sua percezione, in quanto in grado di trasmettere in chi legge il senso di essere testimoni dei fatti mentre avvengono, e non di leggere di cose già avvenute, cioé di vivere una storia e non sentir raccontare un evento già accaduto.

Ma forse vale anche la tesi opposta, cioé che proprio questa precipua caratteristica dei manga, posto che un lettore occidentale sia in grado di percepire la sottigliezza grafica che la renderebbe così diversa dal fumetto occidentale, confligga con lo spirito proustiano della recherche, dove non è mai definito il tempo presente ma solo reminiscenze o impressioni, o come le chiama il Narratore «resurrezioni della memoria».

Nonostante l'improbo tentativo di fedeltà al testo, appunto coraggioso ma niente di più, è soprattutto la povertà grafica dello stile manga a renderlo alieno alla recherche.

Non posso fare a meno di pensare quale meraviglia, questa si di grande valore artistico, sarebbe potuta uscire dai pennelli sublimi e dai pennini icastici di un artista come Aubrey Beardsley, se il fato gli avesse consentito  di vivere più a lungo e lo avesse fatto innamorare dell'opera di Proust, com'era successo con la Salomé di Wilde.

In tema di fantasticherie, perché non immaginare cosa avrebbe potuto fare, della recherche, dal punto di vita grafico,  Alfons Mucha, che di Proust fu contemporaneo, e che il giovane ammiratore della Berma-Sarah Bernhardt, doveva conoscerne e forse apprezzare il lavoro, anche per il poster che Mucha  realizzò  per  Mèdéé della Bernardt.

Per finire, perché non immaginare, tanto non costa niente sognare, quel nostro grande autore, quel narratore sensibile, che purtroppo non è più tra noi, Hugo Pratt, cosa avrebbe potuto realizzare traducendo in disegno un'opera come A la recherche du temp perdu, con o senza la collaborazione di Milo Manara, per le scene di sesso?



lunedì 10 dicembre 2018

Giorgio & Lina Metalli - SCEMPIEZZE SENILI - L'Asino Editore - 2018 - T.P.


Presentato durante la  17ª edizione di Più libri più liberi, che si è svolta per il secondo anno consecutivo alla Roma Convention Center La Nuvola all'EUR, un progetto che tende a rivoluzionare il settore editoriale.

A fronte di un mercato che vive una crisi che non ha riscontri negli altri paesi occidentali, dove a un'alta produzione di libri corrisponde una bassa percentuale di lettori, che diminuisce anno dopo anno, fa riscontro una presenza massiccia di editori, tra grandi e piccoli circa 1500, con un numero abnorme di titoli pubblicati: 61.188, per un totale di 129 milioni di copie! (dati 2016)

Se consideriamo che ogni anno transitano presso il cimitero dei libri di Santarcangelo di Romagna, via del Progresso n.21, circa 500 milioni copie, per un totale di 10.000 titoli, di cui il 15% finisce al remainder mentre il resto viene inesorabilmente distrutto, appare del tutto evidente che una qualche soluzione vada cercata.

Il progetto che ci è stato proposto dall' AD de l'Asino Editore è semplice e geniale: il cliente lettore prenota il libro prima che venga dato alle stampe, con la possibilità di intervenire sulla trama, sulla struttura, sul punto di vista del narratore, addirittura sulla scelta dei personaggi, oltre che sul genere: romanzo (più di 60.000 parole), racconto (almeno 2000 parole), novella.

L'esordio di questa nuova forma editoriale ci è stata affidata per una copia pilota per verificarne la reale fattibilità, mentre in piena autonomia abbiamo deciso titolo e copertina. L'editore, non si sa in base a quali valutazioni, ritiene che, come coppia, potremmo rappresentare nella narrativa attuale, ciò che Anne e Serge Golon rappresentarono in quella degli anni sessanta dell'altro secolo.

Noi siamo fiduciosi e ci apprestiamo all'opera.

http://www.900letterario.it/attualita/mercato-editoria-italiana-infografica/



lunedì 19 novembre 2018

Raffaele La Capria - UN GIORNO D'IMPAZIENZA - Bompiani 1952 - £ 600



Sfoglio dopo non so più quanti anni il libro di esordio di La Capria e trovo questi tre biglietti che mi fanno viaggiare con la mente. Prima ancora di iniziarne la lettura,  mi si affacciano scene dimenticate di viaggi casa-lavoro e lavoro-casa, dove la lettura rappresentava la parte piacevole di quei lunghi spostamenti, dalla periferia dove abitavamo e il luogo del lavoro, il magazzino  Mondadori di Lungotevere Prati, a fianco del Palazzaccio a Roma.

Ma la memoria volontaria, lo sappiamo, può essere ingannevole. Pur essendo miei quei viaggi, forse non lo sono quei biglietti.  Nel risguardo, a mo' di ex-libris, c'è la firma di mio fratello e sotto la data Venezia agosto 53; adesso è chiaro il libro è stato acquistato in occasione di un viaggio per assistere alla 14ª Mostra del Cinema. E il 53 è quell'anno che non venne assegnato il Leone d'oro ma ben tre Leoni d'argento: «I racconti della luna pallida di agosto» di Mizoguchi, «I vitelloni » di Fellini e «Il piccolo fuggitivo» di Ashley (un capolavoro in b/n girato con cinepresa a mano, raro esempio di neorealismo statunitense).

Rimane il dubbio dei biglietti, su chi li abbia lasciati all'interno del volume. Ma non io, certamente, per la semplice ragione che per tutti gli anni 50 ho letto solo letteratura americana, che amavo per i suoi ritmi serrati, contratti, sincopati in Hemingway; amavo gli sperimentalismi di Dos Passos, quando raccontava la realtà sincronica della scena americana; il flusso di coscienza nei personaggi di Faulkner; la critica  sociale e l'impegno di Steinbeck. Solo qualche anno dopo ho scoperto la narrativa italiana, iniziando dal più anomalo degli scrittori: Buzzati.


Un giorno d'impazienza, ambientato in una Napoli dolente con i palazzi ancora diroccati dai bombardamenti, venne accolto con grande interesse dalla critica, che arrivò ad assimilarlo, per come era raccontato il senso di estraneità dei giovani usciti dalla guerra, a ciò che Gli indifferenti di Moravia aveva rappresentato nei primo dopoguerra.

L'incipit:

  Domani alle sei, a casa tua. Domani, cioè oggi. Appena sveglio avevo risentito le parole di Mira. Prigioniere del mio cervello vi camminavano su e giù, come in una gabbia. Ed ora aspettavo il tram al solito posto. Dovevo rivedere Enrico, dopo quello che era accaduto la sera precedente.
  Lo scirocco spazzava il marciapiede. Un effimero sole, che rendeva taglienti tutti gli spigoli, mi colpì la faccia ancora assonnata, oppressa da un oscuro senso di colpevolezza. Rimasi immobile, quasi impigliato, come un insetto nella luce dei fari di un auto.

Il tema è quello antico, eterno, del senso di insicurezza di chi ama, non sentendosi amato; l'angoscia che deriva dall'impossibilità del possesso completo della donna amata, del dolore quando la sentiamo lontana e del fastidio quando e disponibile. Come ha scritto Schopenhauer: La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti per l’occhio, li ingrandisce per il pensiero.  Marcel Proust lo sapeva bene.




venerdì 19 ottobre 2018

Pierre Michon - GLI UNDICI - Adelphi 2018 - € 16,00



Mi sono reso conto che il mio orgoglioso rifiuto di leggere scrittori viventi era solo un irraggionevole snobismo che mi privava del piacere di conoscere cosa avviene nel mondo delle lettere, confinandomi  in un limbo che è negazione stessa del concetto di letteratura.








Pierre Michon


Pierre Michon, nato nel 1945 in un minuscolo paesetto (Châtelus-le-Marcheix) di 375 abitanti, esordisce a 39 anni con un romanzo, Vite minuscole (1984),  da subito definito un classico contemporaeo che gli valse il prestigioso premio Prix France Culture.


In seguito Pierre Michon ha collezionato decine di premi letterari, compreso un Nonino nel 2017; questo romanzo, Gli undici edito nel 2009, Grand Prix du roman de l'Académie française, molto opportunamente Adelphi ne ha deciso la traduzione affidandola al francesista Giuseppe Girimonti Greco.


L'incipit:

    Era scialbo, di media statura, ma catturava l'attenzione con i suoi silenzi febbrili, la sua gaiezza cupa, i suoi modi ora arroganti ora obliqui - torvi, ha detto qualcuno. Niente di tutto ciò appare nel ritratto che sulle volte di Würzburg, e precisamente al di sopra della parete sud del Kaisersaall, nel corteo nuziale di Federico Barbarossa, Tiepolo ci ha lasciato di lui, quando il modello aveva vent'anni: è proprio lui, a quel che si dice, e lo si può vedere, alloggiato lassù, in mezzo a cento principi, cento conestabili e mazzieri, e altrattanti schiavi, mercanti e portatori, e animali e putti, e dèi, e mercanzie, e nuvole, insieme alle quattro stagioni e ai quattro continenti, e a due pittori di indiscutibile valore, coloro che hanno così inteso offrire del mondo una recensione esaustiva, e che del mondo pure sono parte, Giambattista Tiepolo in persona e Giandomenico Tiepolo suo figlio.

Era dagli anni settanta,  quando scoprii Garcia Marquez col suo linguaggio fantasmagorico, che la lettura di un romanzo non mi lasciava stupefatto per l'inventiva, per l'uso fantasioso e imprevedibile della scrittura che, immagino, deve aver reso la sua traduzione ardua ma divertente.

Il romanzo è un racconto orale di un narratore che, pur essendo nostro contemporaneo, ha assistito ai fatti storici durante il periodo del Terrore, ma che parla direttamente al singolo lettore  chiamandolo "signore"; ci si aspetterebbe di vederlo apparire all'interno della storia, testimone dei fatti narrati, non solo,  è anche narratore onnisciente, cioé entra nella testa e nell'anima dei personaggi, il pittore Correntin e i sinistri componenti del Comitato di Salute Pubblica, per sondarne le sinistre rivalità.

Nella sua strategia narrativa Michon procede per accumulazione, i fatti storici si delineano per sovrapposizione, come in una stampa policroma o come se da un blocco informe, al cui interno sappiamo giacere il soggetto pensato, anziché togliere, aggiungessimo materia. Il racconto è straripante, alluvionale, ma preciso e incisivo; il clima di terribilità dell'epoca  è resa come in un film, con continui fermo immagine che ne accentuano la plumbea atmosfera caravaggesca.

"Gli Undici" non ha niente in comune con i romanzi fin qui letti se non il suo aspetto fisico: essere stampato su carta e raccolto in volume come tradizionalmente si fa con i libri per essere letti, da sinistra a destra, dall'alto in basso, pagina dopo pagina.

Per chi ama la lettura è la prova che la forma-romanzo data per morta mille volte è viva e lotta insieme a noi.

domenica 9 settembre 2018

Dominique Fernandez - IL VIAGGIATORE AMOROSO - Rizzoli, 1982 - £ 15.000



Dominique Fernandez, nato nel 1929 nell'area metropolitana di Parigi, a Neuilly-sur-Seine,  è uno scrittore attivo in molti ambiti culturali: membro dell'Académie française, docente universitario italianista, critico letterario e giornalista di Le Nouvel Observateur; autore di libri di successo come Porporino o i misteri di Napoli che gli valse nel 1974 il premio Premio Médicis, e il prestigioso Prix Goncuort nel 1982 per il romanzo Nella mano dell'angelo.

Dominique Fernandez nel 2009


Figlio di quel Ramon Fernandez (1894-1944), qui da noi conosciuto soprattutto per un saggio: Proust o la genealogia del romanzo moderno, Bompiani, 1980; scrittore che nel 1945 evitò il processo per collaborazionismo con il nazismo, morendo tre settimane prima della liberazione di Parigi.

Questo libro di Fernandez, che reca come sottotitolo Viaggio nell'Italia culturale, e' ricco di curiosità, impressioni e giudizi; alcuni condivisibili altri difficile da accettare, come ad esempio il saggio su Pavese, senza mettere in discussione convinzioni e certezze che il tempo ha cristallizzato rendendole incontestabili.  

C'e' poi nel libro di Fernandez una tesi, suscettibile di creare fastidio tra gli appassionati di teatro lirico,  quando afferma che lo sviluppo del melodramma in Italia  nasce dalla mancanza di una vera tradizione di romanzo nazionale, ipotesi questa che in un certo senso sminuisce il valore dell'opera in se ed e' contraddetta dall'esempio russo, che ha sviluppato entrambe le tradizioni, sia del romanzo che dell'opera.

L'amorevolezza che il viaggiatore Fernandez anticipa nel titolo, sembra prefigurare una sorta di captatio benevolentiae per i molti giudizi espressi, spesso severi,  su ataviche abitudini di noi italiani.

Il libro inizia con un'accattivante Lettera d'amore a Napoli, nella quale le ragioni di tale amore sono esplicitate con una sincerità disarmante, sentendosi preso, giungendovi, per incantamento, cioè strappato alla mia condizione anteriore, ai miei gusti, alla mia cultura, ..... come l'incontro di due persone destinate ad amarsi priva entrambe di ciò che credevano di essere ..... lasciandole indifese, più disarmate di un bambino.

Comunque lo si consideri, questo di Fernandez e' un libro  cui si torna volentieri per approfondire un concetto o confrontare un giudizio, piacevole da leggere e che, al di la' delle cose che si possono non condividere, dimostra chiaramente come l'autore abbia un'attenzione non superficiale, e una conoscenza profonda, della cultura italiana. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 27 agosto 2018

Raymond Chandler - IL GRANDE SONNO - Corriere della Sera - 2017


Nello spazio che la COOP di Genzano riservata allo scambio di libri  tra i suoi clienti, fra tanta paccottiglia lasciata lì in alternativa al cassonetto del riciclo, avviene, anche se raramente,  di trovare qualche gioiellino, in questo caso il più classico della narrativa poliziesca americana!

Raymond Chandler (1988-1959), scrittore e sceneggiatore, il più importante narratore del genere hard boiled, il genere poliziesco americano creato da Dashiell Hammett negli anni venti, più realistico di quello deduttivo di tipo europeo, duro e violento come è spesso la realtà.

Chandler crea con questo romanzo del 1939, il romanzo ha la mia stessa età,  il personaggio di  Philip Marlowe, che servirà da modello per (quasi) tutti i detectives privati che verranno nel corso degli anni.

Caratteristica fondamentale del detective è quella di essere un po' orso e lavorare da solo; l'età è sempre compresa tra i 35 e i 45 anni, ed è un tipo molto "duro". Non ha molti amici, vive da solo e la sua "dieta" consiste in uova fritte, caffè nero, sigarette e whiskey.

Perennemente al verde, tuttavia, chiede sempre una paga piuttosto bassa. I casi di cui si occupa, a prima vista, sembrano essere semplici e lineari, quasi sempre si rivelano invece abbastanza intricati, costringendo così il detective ad intraprendere una sorta di odissea attraverso gli scenari urbani che lo porta a scontarsi, spesso, con la malavita organizzata.

E' un personaggio laconico, abituato ad esprimersi per monosillabi; spesso usa metafore colorite, è sarcastico e dotato di un sottile senso dell'umorismo, eccone un esempio con una cliente stanca di aspettarlo nel suo ufficio:

«Oh, vi siete alzato finalmente.. » disse arricciando il naso all'indirizzo del divano rosso sbiadito, delle due poltroncine semigodibili, delle tende di rete che reclamano una buona lavata e del tavolo libreria, tipo scolaretto, con sopra le solite venerande riviste, indispensabili per conferire una specie d'aria professionale all'ambiente. «Stavo cominciando a credere che lavoraste a letto la notte come Marcel Proust.»  «E chi cavolo è?» mi misi una sigaretta in bocca e stetti a osservarla. Era palliduccia e tesa; ma non pareva portata a perder le staffe.«Uno scrittore francese, specialista in degenerati. Non credo che lo possiate conoscere.»  «Davvero?» dissi. «Beh, passate nel mio boudoir.»

L'utilizzo del termine boudoir da parte di Marlowe, fa intendere che il brusco detective ha una certa dimestichezza con la letteratura francese e, per associazione di idee, al termine degenerati risponde con un'allusione alla nota opera del Divin Marchese.

E' una lettura piacevole e l'intrigata storia funziona ancora, impreziosita da quella pàtina un po' retrò che le conferisce un fascino ineguagliabile, dove il ricordo della coppia Humphrey Bogart e Lauren Bacall nel bel film di Howard Hawks del 1946, contribuisce ad arricchire.




Raymond Chandler