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sabato 18 gennaio 2014

Marcello Venturi - L'ULTIMO VELIERO - Einaudi 1962 - Lire mille -



Quando nei primi anni '60 uscì questo romanzo di Marcello Venturi (1925-2008), il mio interesse di lettore era ancora in formazione, uscivo da una ubriacatura da letteratura americana, Faulkner, Dos Passos, Steinbeck, Hemingway, London, Caldwell: affascinato dalla lontananza di quei personaggi  e da quei  linguaggi per me nuovi, mi avvicinavo ai narratori italiani  con una sorta di immotivata diffidenza. 

Era stato il clamore che aveva accompagnato l'uscita di Lo Scialo di Vasco Pratolini - all'epoca lavoravo al magazzino di Roma della Mondadori - ad iniziarmi agli incanti e alle emozioni dei narratori italiani contemporanei: a Pratolini seguì Buzzati con i Sessanta racconti,  poi  Calvino con Il sentiero dei nidi ragno,  Cassola di La ragazza di Bube, e Pavese, Fenoglio, Pasolini de I ragazzi di vita, Loria, e tutti gli altri a seguire.

Il mio novello interesse per la narrativa italiana era però legato ad argomenti di carattere sociale o politico, e difettavo di quella sensibilità necessaria ad apprezzare pienamente quelle opere di narrativa, propriamente letterarie e confinanti con la poesia, come L'ultimo veliero di Venturi.

A distanza di tanti anni, lógoro di vita quel tanto che basta per riconoscermi nelle ansie del Capitano Maestrelli Bernardo e al suo disperato desiderio di libertà, la rilettura del romanzo ha completamente capovolto il mio giudizio, catturandomi interamente, a riprova del fatto che  ci sono libri che solo con la maturità si riescono ad apprezzare compiutamente.

Questo l'incipit di L'ultimo veliero:

Questa è la storia di Maestrelli Bernardo, ex comandante di velieri, in pensione; soprannominato il Capitano. Un uomo che, a bordo dell'Eliseo, del Levantino, del Santa Maria, - e di cento altri barchi - aveva navigato tutti gli oceani. Il cui nome era diventato famoso.
Di quegli anni portava ancora i segni sul volto. Un volto asciutto, bruciato dal sole, su cui spiccava il naso a becco d'uccello e in cui scintillavano due occhi azzurri, di un azzurro chiaro, come slavati dalla salsedine. Ed era altissimo, sulle gambe da trampoliere; con spalle strette, cui stavano attaccate le braccia che parevano pale da mulino. Questo era Maestrelli Bernardo, fu Giovanni Battista.
Aveva spesso da un pezzo di navigare, ma quell'andatura stracca da marinaio gli era rimasta, quel dondolare da una parte all'altra come camminasse sulla coperta di una nave. Soprattutto gli era rimasta la passione del mare, perché, come diceva lui, il mare è peggio di una donna, non si dimentica: di mare ce n'è uno solo.
Così diceva. E se ne stava a ore là fermo, nelle giornate d'inverno, in piedi davanti all'orizzonte; come se dal mare si aspettasse, da un momento all'altro, qualcosa. 



In questo link c'è la testimonianza di Andrea Camilleri su Marcello Venturi. Mi hanno colpito la esattezza dei termini che Camilleri usa per parlare di L'ultimo veliero - che ha proposto per la ristampa a Sellerio - fatato, favola e realtà, leggerezza, felicità della scrittura, che descrivono magistralmente l'atmosfera che avvolge il romanzo.

 http://www.youtube.com/watch?v=nf6X717A7zk

La malinconia indefinita che mi coglie concludendo la lettura, è forse causata dal pensiero che, pur essendo coetaneo del Capitano Maestrelli Bernardo, non mi aspetto dal mare nessun salvifico veliero.

lunedì 16 dicembre 2013

Marcello Venturi - BANDIERA BIANCA A CEFALONIA - Garzanti 1967 - £ 350



Mi piace parlare di questo libro di Marcello Venturi (1925-2008), perché mi sembra rappresenti il caso abbastanza unico dove invenzione letteraria e rievocazione di un preciso, orrendo fatto storico, si fondono armoniosamente e senza forzature. 

Prima di tutto, chi è Marcello Venturi?  Diciamo subito che è stato un esponente della Resistenza e che i temi della Resistenza sono presenti nelle sue opere fin dal suo primo racconto, Cinque minuti di tempo, che vinse nel 1946, ex-aequo con Italo Calvino (che presentava il racconto Un campo di mine), il premio di £ 50.000 indetto dal quotidiano  l'Unità di Genova. Formatosi al Politecnico di Vittorini, una delle riviste di politica e cultura più importanti del dopoguerra,  lavorò  come giornalista presso l'Unità e, in seguito divenne direttore editoriale, carica che ricoprì per molti anni, della storica collana Universale Economica Feltrinelli, dove svolse meritoria opera di scoperta di nuovi scrittori, tra i quali Camilla Salvago Raggi, di cui pubblicò la prima raccolta di racconti e che in seguito sposò.

 (http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2013/11/camilla-salvago-raggi-la-notte-dei.html)


Nel 1960 Marcello Venturi, dopo aver letto sulla rivista  Il Ponte di Piero Calamandrei, l'articolo di un reduce della divisione Aqui, dove si raccontava per la prima volta dell'eccidio a Cefalonia di 9.ooo tra soldati e ufficiali, trucidati non dalle solite SS ma dalla wehrmacht, dopo essere stati fatti prigionieri, stimolato anche da Feltrinelli, e dopo un viaggio sull'isola greca, decise di scrivere questo libro. 



Marcello Venturi, scrittore neorealista abituato a parlare della realtà, imposta il romanzo immaginando che il figlio di un ufficiale morto nell'eccidio visiti, vent'anni dopo, l'isola non tanto alla ricerca di testimonianze, ma di sensazioni visive ed emotive, per cercare di capire cosa avesse provato suo padre nei luoghi dove visse,  combatté e morì. 

Il racconto è diviso in sequenze che si alternano:  il tempo della strage e quello, vent'anni dopo, della visita del figlio del capitano Aldo Puglisi. La costruzione è un meccanismo perfetto, la tensione emotiva che la lettura produce, nonostante se ne conosca il doloroso epilogo, è altissima, anche se la scrittura è asciutta e non indulge a pietismi di maniera.

Questo l'incipit:


Avevo scelto il mese d'ottobre, perché in ottobre la stagione balneare, anche in un'isola dello Ionio, è chiusae presumibilmente i villeggianti hanno ripreso i traghetti. Non me la sentivo d'incontrar gente forestiera, gente che non avesse a che fare con l'isola; a me interessava conoscere gente locale, e più precisamente un certo Pasquale Lacerba, oriundo italiano, di professione fotografo; e certa Caterina Pariotis. Mi interessava conoscere l'isola allo stato naturale; come doveva essere stata, speravo , ai tempi del capitano Aldo Puglisi.
Il capitano Aldo Puglisi era mio padre, peer questro mi ero messo in viaggio, volevo vedere i posti dove lui aveva combattuto, dove era morto.

Il libro ricostruisce il criminale atteggiamento delle alte autorità militari che non seppero prevedere le reazioni tedesche alla notizia della firma dell'armistizio, ma anzi, con ordini contraddittori, lasciarono la Divisione Aqui abbandonata a se stessa.



Nel link qui sotto un'interessante  intervista rilasciata da Marcello Venturi a Roberto Botta, dell'Istituto per la Storia della Resistenza di Alessandria (ISRAL), su l'eccidio di Cefalonia:

 
In questo sito testimonianze di ufficiali e soldati italiani  della Divisione Aqui scampati all'eccidio:
 http://www.ossimoro.it/cefalonia.htm


 Nel 1993 poi è uscito un romanzo, Il mandolino del Capitano Corelli, di tale Luis de Bernières che giura di non aver copiato dal romanzo di Marcello Venturi, né essersi ispirato alla testimonianza di Amos Pampaloni, capitano d'artiglieria della Divisione Aqui sopravvissuto all'eccidio. Come se non bastasse, nel 2001, basandosi su questo romanzo, esce il film di John Madden con Nicolas Cage e Pénelope Cruz, la classica americanata, come si può facilmente desumere anche dal titolo, il mandolino fa pensare subito agli stereotipi sull'italianità!