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mercoledì 17 giugno 2015

I FIORI BLU di Raymond Queneau - traduzione di Italo Calvino - Einaudi 1995 - £ 13.000



Raymond Queneau (1903-1976), scrittore, poeta, matematico e drammaturgo, è stato uno dei più poliedrici uomini di cultura della Francia del XX secolo. I suoi romanzi sono esplorazioni nelle infinite potenzialità della lingua.




I fiori blu (1965) è la più imprevedibile e pirotecnica opera di Queneau, certo la più rappresentativa. L'intreccio della vita dei due personaggi principali che si sognano reciprocamente, è il complesso nucleo del romanzo: Cidrolin, vive in una chiatta ormeggiata nella Senna nel 1964 e sogna le avventure del Duca d'Auge, che a sua volta, accompagnato dai suoi due cavalli parlanti Sten e Stef, attraversa la storia con quattro balzi lunghi 175 anni ciascuno, per incontrare Cidrolin. Non deve sorprendere la struttura matematica del romanzo, poiché nel 1960 Queneau fondò, insieme ad altri, un laboratorio di letteratura potenziale allo scopo di proporre nuove strutture, anche di natura matematica, per espandere la creatività.

L'incipir è illuminante:

   Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvados.
    Il Duca d'Auge sospirò pur senza interrompere l'attento esame di quei fenomeni consunti.
   Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I Normanni bevevano calvados.
   - Tutta questa storia, - disse il Duca d'Auge al Duca d'Auge,- tutta questa storia per un po' di giochi di parole, per un po' d'anacronismi: una miseria. Non si troverà mai via d'uscita? 
Ecco, l'uscita dalla storia (il disfacimento della storia la definisce Italo Calvino, nella Nota del Traduttore in appendice) è un'altra delle molte chiavi di lettura di questo romanzo (la principale è quella psicanalitica), ma  posso assicurare che, nonostante la complessità, il romanzo risulta di piacevole lettura perché il linguaggio usato è un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose, e le battute, i doppi e tripli sensi, i calembours si alternano a citazioni colte in un susseguirsi spumeggiante che fanno la gioia del lettore.

venerdì 25 aprile 2014

Primo Levi - L'ALTRUI MESTIERE - Einaudi Tascabili 1998 - £ 15.000




La polemica innescata  qualche giorno fa da un post di Beppe Grillo, che ha utilizzato per fini di polemica politica un verso di Primo Levi, mi ha portato a considerare il fatto che Primo Levi viene ricordato esclusivamente per i due libri che raccontano la sua drammatica esperienza ad Auschwitz, Se questo è un uomo e La tregua.  

Quasi mai viene ricordato lo scrittore fantastico che è stato sia nei racconti (http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2010/05/un-primo-levi-fantastico.html)  che negli articoli, pubblicati quasi tutti su La Stampa di Torino,   qui raccolti sotto il titolo L'altrui mestiere.

A prefazione del libro, un articolo di Italo Calvino apparso su "la Repubblica" nel marzo dell'1985, dal titolo I due mestieri di Primo Levi.  Scrive Calvino:


Primo Levi ha raccolto in volume una cinquantina di scritti apparsi sui giornali (soprattutto su "La Stampa") che rispondono alla sua vena d'enciclopedista dalle curiosità agili e minuziose e di moralista di una moralità che parte sempre dall'osservazione.



La prosa di Primo Levi è estremamente gradevole, soffusa com'è da una sottile, bonaria ironia, come quando con un entusiasmo fanciullesco  racconta il suo primo approccio nel 1984 con un elaboratore di testi, come chiama il suo Apple Mac, con il quale ha creato l'immagine qui utilizzata per la copertina del libro. Parlando del suo Mac, scrive:


Purché alimentato con programmi adatti, sa gestire un magazzino, un archivio, tradurre una funzione nel suo diagramma, compilare istogrammi, persino giocare a scacchi: tutte imprese che per il momento non mi interessano, anzi, mi rendono malinconico e immusonito come quel maiale a cui erano state offerte le perle. Può anche disegnare, e questo è per me un inconveniente di segno opposto: non avevo più disegnato dalle elementari, e trovarmi adesso sotto mano un servomeccanismo che fabbrica per me, su misura, le immagini che io non so tracciare, e a comando me le stampa anche sotto il naso, mi diverte in misura indecente e mi distoglie da usi più propri. Devo far violenza a me stesso per "uscire" dal programma-disegno e riprendere a scrivere.
Ho notato che scrivendo così si tende alla prolissità. La fatica di un tempo, quando si scalpellava la pietra conduceva allo stile "lapidario": qui avviene l'opposto, la manualità è quasi nulla, e se non ci si controlla si va verso lo spreco di parole; ma c'è un provvido contatore, e non bisogna perderlo d'occhio.
 Il volume, preceduto da una prefazione di Italo Calvino e chiuso da una accuratissima Nota biografica  a cura di Ernesto Ferrero, consta di cinquantuno elzeviri o scritti brevi su argomenti diversissimi tra loro, dove la capacità di osservazione del mondo da parte di Primo Levi emerge con tutta l'evidenza.

lunedì 16 dicembre 2013

Marcello Venturi - BANDIERA BIANCA A CEFALONIA - Garzanti 1967 - £ 350



Mi piace parlare di questo libro di Marcello Venturi (1925-2008), perché mi sembra rappresenti il caso abbastanza unico dove invenzione letteraria e rievocazione di un preciso, orrendo fatto storico, si fondono armoniosamente e senza forzature. 

Prima di tutto, chi è Marcello Venturi?  Diciamo subito che è stato un esponente della Resistenza e che i temi della Resistenza sono presenti nelle sue opere fin dal suo primo racconto, Cinque minuti di tempo, che vinse nel 1946, ex-aequo con Italo Calvino (che presentava il racconto Un campo di mine), il premio di £ 50.000 indetto dal quotidiano  l'Unità di Genova. Formatosi al Politecnico di Vittorini, una delle riviste di politica e cultura più importanti del dopoguerra,  lavorò  come giornalista presso l'Unità e, in seguito divenne direttore editoriale, carica che ricoprì per molti anni, della storica collana Universale Economica Feltrinelli, dove svolse meritoria opera di scoperta di nuovi scrittori, tra i quali Camilla Salvago Raggi, di cui pubblicò la prima raccolta di racconti e che in seguito sposò.

 (http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2013/11/camilla-salvago-raggi-la-notte-dei.html)


Nel 1960 Marcello Venturi, dopo aver letto sulla rivista  Il Ponte di Piero Calamandrei, l'articolo di un reduce della divisione Aqui, dove si raccontava per la prima volta dell'eccidio a Cefalonia di 9.ooo tra soldati e ufficiali, trucidati non dalle solite SS ma dalla wehrmacht, dopo essere stati fatti prigionieri, stimolato anche da Feltrinelli, e dopo un viaggio sull'isola greca, decise di scrivere questo libro. 



Marcello Venturi, scrittore neorealista abituato a parlare della realtà, imposta il romanzo immaginando che il figlio di un ufficiale morto nell'eccidio visiti, vent'anni dopo, l'isola non tanto alla ricerca di testimonianze, ma di sensazioni visive ed emotive, per cercare di capire cosa avesse provato suo padre nei luoghi dove visse,  combatté e morì. 

Il racconto è diviso in sequenze che si alternano:  il tempo della strage e quello, vent'anni dopo, della visita del figlio del capitano Aldo Puglisi. La costruzione è un meccanismo perfetto, la tensione emotiva che la lettura produce, nonostante se ne conosca il doloroso epilogo, è altissima, anche se la scrittura è asciutta e non indulge a pietismi di maniera.

Questo l'incipit:


Avevo scelto il mese d'ottobre, perché in ottobre la stagione balneare, anche in un'isola dello Ionio, è chiusae presumibilmente i villeggianti hanno ripreso i traghetti. Non me la sentivo d'incontrar gente forestiera, gente che non avesse a che fare con l'isola; a me interessava conoscere gente locale, e più precisamente un certo Pasquale Lacerba, oriundo italiano, di professione fotografo; e certa Caterina Pariotis. Mi interessava conoscere l'isola allo stato naturale; come doveva essere stata, speravo , ai tempi del capitano Aldo Puglisi.
Il capitano Aldo Puglisi era mio padre, peer questro mi ero messo in viaggio, volevo vedere i posti dove lui aveva combattuto, dove era morto.

Il libro ricostruisce il criminale atteggiamento delle alte autorità militari che non seppero prevedere le reazioni tedesche alla notizia della firma dell'armistizio, ma anzi, con ordini contraddittori, lasciarono la Divisione Aqui abbandonata a se stessa.



Nel link qui sotto un'interessante  intervista rilasciata da Marcello Venturi a Roberto Botta, dell'Istituto per la Storia della Resistenza di Alessandria (ISRAL), su l'eccidio di Cefalonia:

 
In questo sito testimonianze di ufficiali e soldati italiani  della Divisione Aqui scampati all'eccidio:
 http://www.ossimoro.it/cefalonia.htm


 Nel 1993 poi è uscito un romanzo, Il mandolino del Capitano Corelli, di tale Luis de Bernières che giura di non aver copiato dal romanzo di Marcello Venturi, né essersi ispirato alla testimonianza di Amos Pampaloni, capitano d'artiglieria della Divisione Aqui sopravvissuto all'eccidio. Come se non bastasse, nel 2001, basandosi su questo romanzo, esce il film di John Madden con Nicolas Cage e Pénelope Cruz, la classica americanata, come si può facilmente desumere anche dal titolo, il mandolino fa pensare subito agli stereotipi sull'italianità!





giovedì 12 dicembre 2013

Federico Fellini - FARE UN FILM - Einaudi 1993 - £ 14.000



Ecco un libro che si può leggere e rileggere più volte, senza stancarsi mai, e ogni pagina apre ad una visione del mondo affatto nuova. Merito dell'estro, della genialità, dell'umanità, della semplicità del grande affabulatore Federico Fellini (1920-1993), maestro di ogni mezzo espressivo, dal disegno alla caricatura, dalla narrazione verbale al cinema.

Fare un film - un titolo  riduttivo che lo assimila ingiustamente ad un manuale per cineamatori - è un collage di molti scritti di Fellini (primo fra tutti La mia Rimini del '67), e da interviste rilasciate in periodi diversi, che tuttavia svela i legami misteriosi, talvolta inquietanti, che lo avvincono al suo lavoro, ma è anche una profonda riflessione sul cinema di un professionista che il cinema lo ha percorso in lungo e in largo, ricoprendone tutti i ruoli: attore, regista, soggettista-sceneggiatore, scenografo, costumista e produttore.

Il libro è anche  una carellata, a volte esilarante, di personaggi che lo animano, produttori, distributori, i colleghi registi, gli attori, gli amici di sempre: tra tutti Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Alcuni ritratti sono di una vividezza abbagliante, come questo di Anna Magnani:


Mi era simpatica la Magnani, l'ammiravo, ma mi dava un po' di soggezione con quell'aria fosca da regina degli zingari, le lunghe occhiate silenziose, scrutatrici, gli scoppi di risa rauche nei momenti più inattesi. Sembrava sempre risentita, annoiata, altera. E invece era una ragazzetta timida dietro quel cipiglio minaccioso, aggressivo nascondeva un'ingenuità, un pudore selvatico, un entusiasmo da monella, e il sentimento caldo, pieno, di una vera donna, come vorresti incontrare più spesso.


Fellini giornalista aveva una rubrica sulla rivista Cinemagazzino un giorno fece un'intervista a Totò:

Era al Giulio Cesare, un localone immenso che faceva film e grandi avanspettacoli. Era domenica pomeriggio, c'era quella gran folla degli spettacoli domenicali, doveva essere l'intervallo, o forse no, non era ancora cominciato lo spettacolo, perché Totò stava vicino alla cassa, protetto da transenne per tenere lontana la gente che aspettava di entrare. Era appoggiato al marmo, la testa un po' reclinata come un mobile o un amorino, come se facesse parte dell'arredamento, il colletto alto, i capelli impomatati, tutto tirato a lustro fumava con un'aria da gran signore, assorto e distaccato. Andarono a dirgli che ero un giornalista. Totò mi guardò e mi fece segno con la mano di raggiungerlo. Gli dissi che volevo fargli un'intervista. Con un lieve abbassar delle ciglie mi fece capire che acconsentiva, e poi disse subito con tono calmo e definitivo: "Allora scrivete questo, che a me piace la donna e il denaro. Avete capito?" Non disse proprio donna, ma pronunciò un vocabolo napoletano che non avevo mai sentito, tenero e osceno, infantile e cabalistico, un suono di sillabe che dava benissimo l'idea di una cosa dolce, molle, umida. Mi vide perplesso:  "Perché, a voi non piace?"
............................
Il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali fantastici: la giraffa, il pellicano, il bradipo; e c'era anche la gioia e la gratitudine di vedere l'incredibile, il prodigio, la favola, materializzati, reali, viventi davanti a te. Quella faccia improbabile, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga; quel corpo disossato, di caucciù, da robot, da marziano, da incubo gioioso, da creatura di un'altra dimensione, quella voce fonda, lontana, disperata: tutto ciò rappresentava qualcosa di così inatteso, inaudito, imprevedibile, diverso, da contagiare repentinamente, oltre che un ammutolito stupore, una smemorante ribellione, un sentimento di libertà totale contro gli schemi, le regole, i tabù, contro tutto ciò che è legittimo, codificato dalla logica, lecito.

La grande capacità espressiva di Fellini trasforma ogni frase in una sequenza filmica, cosi che sembra di averla già vista sullo schermo:


Arrivato a Roma cominciai a frequentare di più il cinematografo, una volta alla settimana, una volta ogni quindici giorni. Quando non sapevo dove andare o quando c'erano film abbinati al varietà. I miei locali erano il Volturno, il Fenice, l'Alcione, il Brancaccio. L'avanspettacolo mi ha sempre emozionato, come il circo. Per me il cinema è una sala ribollente di voci e di sudori, le mascherine, le caldarroste, la pipì dei bambini: quell'aria da fine del mondo, da disastro, da retata. Il tramestio che precede il varietà, i professori che arrivano in orchestra, gli accordi, la voce del comico, e i passi delle ragazze dietro il velario. Oppure la gente che esce d'inverno dalle porte di sicurezza, in un vicolo, un po' rimbambiti dal freddo, qualcuno che canticchia il motivo del film, delle risatacce, qualcuno che piscia.

Mi ha colpito la lucida capacità di analisi quando parla di Roma e dei romani, senza ipocrite finzioni diplomatiche ma anche senza astio, con quella sua tenerezza innata:

(Roma) Col suo pancione placentario e il suo aspetto materno evita la nevrosi ma impedisce anche uno sviluppo, una vera maturazione. E' una città di bambini svogliati, scettici e maleducati: anche un po' deformi, psichicamente, giacché impedire la crescita è innaturale.
Anche per questo a Roma c'è un tale attacamento alla famiglia. Io non ho mai visto una città al mondo dove si parli tanto dei parenti. "Te presento mi' cognato. Ecco Lallo, er fjo de mi' cugino". E' una catena: si vive fra persone ben circoscritte e ben conoscibili, per un comune dato biologico. Vivono come nidiate, come covate.....
E Roma resta la madre ideale, la madre che non ti obbliga a comportarti bene. Anche la frase molto comune: "Ma chi sei? Nun sei nessuno!" è confortante. Perché non c'è solo disprezzo, ma anche una carica liberatoria. Non sei nessuno, quindi puoi anche essere tutto. Tutto può ancora essere fatto. Si può partire da zero.
Insultata come nessun'altra citta, Roma non reagisce. Il romano dice: "Mica è mia, Roma". Questa cancellazione della realtà che fa il romano, quando dice "ma che te ne frega!", nasce forse dal fatto che ha da temere qualcosa o dal papa o dalla gendarmeria o dai nobili. Egi si rinchiude in cerchio gastrosessuale.

Ci sarebbero tantissimi altri aspetti del libro che varrebbe la pena sottolineare, per esempio l'identificazione delle personalità con le due figure dei clown: il Bianco (il culto superbo della ragione) e l'Augusto (la libertà dell'istinto); il suo rapporto con la psicanalisi junghiana... 

Precede il testo, l' Autobiografia di uno spettatore  di Italo Calvino, uno scritto del 1974 che racconta il suo speciale rapporto con il cinema, che vede come funzione primaria dell'inserimento nel mondo.


giovedì 23 giugno 2011

Italo Calvino consiglia:"IMPARARE DELLE POESIE A MEMORIA"


Molti anni fa Italo Calvino in una intervista televisiva, al giornalista che gli chiedeva "tre chiavi, tre talismani per gli anni 2000", rispose, con quelle sue pause lunghe, meditate:

Imparare delle poesie a memoria... molte poesie a memoria, da bambini, da giovani, anche da vecchi....perchè quelle fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente .... e poi lo sviluppo della memoria e molto importante... anche fare dei calcoli a mano, delle divisioni delle estrazioni di radici quadrate.... cose molto complicate.... combattere l'astrattezza del linguaggio che ci viene imposto con delle cose molto precise... e sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro....
Quell'esortazione ad imparare poesie a memoria mi piacque, così decisi di trascrivere, in un quadernetto che stesse comodamente in tasca, una sorta di antologia poetica molto personale, da leggere e mandare a memoria durante la giornata.

Ho cominciato con alcune poesie di Montale, Bufalino, Borges, Neruda, Caproni, Quasimodo e man mano che mandavo a memorie queste nuove poesie, magicamente tornavano alla mente quelle imparate da bambino e ragazzo: La pioggia nel pineto, Davanti a S.Guido, L'infinito, La spigolatrice di Sapri, Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco... come se avendo attivato il portale della poesia, automaticamente avessi accesso a tutto il repertorio poetico transitato nel cervello.

Confermo che recitarsi mentalmente delle poesie non solo aiuta la memoria, ma ti fa sentire bene.




domenica 5 settembre 2010

F M R ovvero il capolavoro di FRANCO MARIA RICCI

Sono qui riprodotte le copertine della rivista Di Franco Maria Ricci FMR, il cui primo numero vide la luce nel marzo del 1982 e che all'epoca,venduta per abbonamento, costava l'equivalente di € 15,50.




Era una rivista che riusciva a coniugare all'eleganza estrema della forma, un contenuto rigoroso frutto di collaborazioni prestigiose.
Il primo numero contiene un servizio su Gli Astucci Sacri, reliquiari antropomorfi medievali e un esauriente servizio su l'opera di Luigi Serafini Codex Seraphinianus, con una godibilissima presentazione di Italo Calvino che tenta di decifrare il codice.

Nell'universo che Luigi Serafini abita e descrive, io credo che la parola scritta abbia preceduto le immagini: questa grafia corsiva minuziosa e agile e (dobbiamo ammetterlo) chiarissima, che sempre ci sentiamo a un pelo dal poter leggere e che pure ci sfugge in ogni sua parola e ogni sua lettera.
L'angoscia che quest'Altro Universo ci trasmette non viene tanto dalla sua diversità dal nostro, quanto dalla sua somiglianza: così la scrittura, che potrebbe essersi verosimilmente elaborata in un'area linguistica a noi straniera ma non impraticabile. Riflettendo, ci viene da pensare che la peculiarità della lingua di Serafini non dev'essere soltanto alfabetica ma sintattica: le cose dell'universo che questo linguaggio evoca, quali le vediamo illustrate nelle tavole della sua enciclopedia, sono quasi riconoscibili, ma è la connessione tra loro ad apparirci sconvolta, con accostamenti e relazioni inaspettati. Il punto decisivo è questo: la scrittura serafiniana, se ha il potere di evocare un mondo in cui la sintassi delle cose è stravolta, deve contenere, nascosto sotto il mistero della sua superficie indecifrabile, un mistero più profondo che riguarda la logica interna del linguaggio e del pensiero. Le immagini dell'esistente contorcono e accavallano i loro nessi, lo scompiglio degli attributi visuali genera mostri, luniverso di Serafini è teratologico. Ma anche nella teratologia c'è una logica, i cui lineamenti di momento in momento ci sembra di veder affiorare e svanire, come i significati di queste parole diligentemente vergate in punta di penna. Come l'Ovidio delle Metamorfosi, Serafini crede nella contiguità e permeabilità d'ogni territorio dell'esistere.




Il trapasso da una forma all'altra è seguito fase per fase nella coppia umana in amplesso che gradualmente si trasforma in caimano. E' questa una delle più felici invenzioni visuali di Serafini.

Una rivista davvero insolita, preziosamente intelligente, arguta e un po' esclusiva: roba d'altri tempi!