sabato 5 febbraio 2011

QUASI UNA VITA di Corrado Alvaro - 1950 - Bompiani - Premio Strega 1951






Nella bella prefazione di QUASI UNA VITA - Giornale di uno scrittore di Corrado Alvaro, edizione I Premi Strega- Club degli Editori 1968, Geno Pampaloni ravvisa quattro elementi che caratterizzano questo diario di vent'anni dal 1927 al 1947: il primo elemento riguarda le cose viste, gli incontri e le note di viaggio (notevoli i ritratti di Mussolini, il Re, Soffici, Pirandello, Croce, Gentile, "mordenti al di fuori di ogni retorica") il secondo elemento, forse il più importante agli occhi dell'autore, il disegno della situazione italiana, un saggio di psicologia italiana. Corrado Alvaro "vede la dittatura sopratutto come scuola di menzogna, come un diserbante morale, un genocidio della buona fede. Il terzo elemento del diario è "il brogliaccio dello scrittore, il suo laboratorio segreto", appunti per racconti, abbozzi di situazioni e/o personaggi da sviluppare in lavori più ampi (C'è una sorta di istantanea appropriazione della realtà da parte dello scrittore: al primo tocco di pollice, la creta è già modellata, già enevitabilmente alvariana); il quarto elemento è una sorta di controllo autobiografico dello scrittore, il Diario ha dunque anche una funzione classica di preparazione all'arte.

Io ho trovato questa la ri-lettura di grande interesse, sopratutto per quanto riguarda la cronaca di anni così lontani e la descrizione di situazioni e modi di vita dimenticati. Dei numerosi viaggi in tutto il mondo, descrive incontri con personaggi che noi abbiamo conosciuto nei libri di storia, uomini politici, letterati, ma anche il clima che si respirava nella Germania durante il periodo della Repubblica di Weimar. Nel 1934, è in Russia, invitato a un pranzo letterario a Mosca, siede al fianco di Malraux, allo stesso tavolo con Ehrenburg e Pasternak.

Questo è una nota del 1935:

Davanti a un caffè in piazza Colonna, riconosco quel giovane giornalista berlinese, Friedenthal, che mi aveva accompagnato dall'assessore di Berlino nel 1928. E' quello che mi disse: "Da noi in Germania è impossibile che accada un avvenimento come in Italia, la dittatura": E' fuggito da Berlino, si è battezzato ed è diventato cattolico praticante.

Lucido e contro-corrente il suo giudizio sul fascismo, in una nota del 1933:

Non penso affatto che il fascismo sia un movimento nazionalista e patriottico. Secondo me, è un tentativo di europeizzare l'Italia. C'è il culto del mito nazionale, e non per approfondire una tradizione, giacchè di fatto tutte le epoche italiane sono messe in discussione a partire dal Risorgimento, ma per adeguarsi agli altri paesi d'Europa, e in ritardo, mentre forse l'epoca ne è passata, come col colonialismo. E' una finestra aperta sull'Europa, ma in senso provinciale. E' la manifestazione del complesso di inferiorità della classe media italiana.
E' del 1939 quest'amara annotazione su Pio XII:

L'allocuzione del Papa per i polacchi ha suscitato lo sdegno tra i fedeli polacchi. Nei giornali italiani non è apparsa. Lacerata la Polonia, il Papa si augura che gli occupanti lascino la libertà di culto ai fedeli. E basta. Abbiamo un Papa diplomatico che fa discorsi in tre o quattro lingue. Il suo latino non è quello familiare della chiesa, ma quello di Cicerone. L'incapacità di sdegno, come l'incapacità di amore è universale. Quando egli fu proclamato pontefice, era una bella mattina piena di speranza, e c'era il mondo intero oppresso in piazza San Pietro. Poche settimane dopo, a Pasqua, c'erano pochi curiosi. E' un tempo in cui gli eventi sono superiori agli uomini, e dal più piccolo al più grande tutti hanno lo stesso valore, cioè poco.
10 giugno del 1940, il giorno delle "decisioni irrevocabili":
Uscito di casa dopo la dichiarazione di guerra. La folla, come sgravata d'un peso, rideva tornando da piazza Venezia per il Corso. La strada vivace, ignara, nè preoccupata ormai nè serena. La sera coi lumi spenti. Pallore della città. Nell'ombra un brivido più forte di vita animale. La notte chiara, il cielo luminoso, la città con la sua massa di edifici nel cielo. Roma era improvvisamente ricaduta in un altro tempo.
Così l'autore di Gente d'Aspromonte conclude questo diario di vent'anni:

Il nostro è un paese in cui il poco piacere che esiste è riserbato alla giovinezza: Svaghi, gioie, piaceri della maturità non ve ne sono, e tanto meno della vecchiaia. Perciò l'italiano crede, fino alla fine della sua vita, che il piacere sia soltanto la donna. Ma anche in questo, forse manca il sapore dell'amore, il gusto del piacere. Si mangia e si prende l'indigestione.

La favola della vita m'interessa ormai più della vita.

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