martedì 29 agosto 2017

Gianandrea Gavazzeni - LE CAMPANE DI BERGAMO - Mondadori 1953 - £ 1.000


Tra  vecchi libri conservati in scatoloni, ripesco con piacevole sorpresa questo volume della storica collana mondadoriana Il Tornasole, diretta da Niccolò Gallo e Vittorio Sereni, del Maestro Gianandrea Gazzeni (1909-1996). 

Della sua imponente produzione letteraria, prevalentemente saggistica, notevole è la parte diaristica: Le campane di Bergamo (1953) comprende scritti del decennio 1950-1960: viaggi, mostre visitate, libri letti, incontri con musicisti dell'epoca e personaggi della cultura, considerazioni su argomenti musicali, letterari,  artistici.

Incredibile la quantità di personaggi illustri concentrati in quel decennio  che il Maestro Gavazzeni frequentava abitualmente: Toscanini, Goffredo Petrassi, Backhaus, Ildebrando Pizzetti, Callas, De Sabata, Serafin, Franco Alfano... e Berenson, Bacchelli, Cecchi, Corrado Alvaro, Montale, il musicologo Massimo Mila, Gianfranco Contini, Piovene, Bruno Barilli, Landolfi, Attilio Bertolucci, Guttuso, Francesco Flora ...

La scrittura è fluente, precisa, ne risulta una lettura piacevole, che ci rende partecipi di avvenimenti che sono storia: qui il lungo racconto della traslazione della salma di Mascagni a Livorno:

Livorno dal 17 al 30 giurno (1951)
   Partiamo per Livorno con una sicura leggerezza. Come se l'esito del nostro lavoro preparatorio fosse certo. Solitanente non mi abbandono alla fiducia sin quando l'esecuzione non è avvenuta. Chi mi ha dato tranquillità stavolta?
   Discorsi teatrali, vani, ripetuti nel giro di una loro retorica, affidati al gusto della tradizione melodrammatica italiana. Sono la voce di un costume che seguita la sua vita anche nelle esperienze della modernità. Provo il piacere di vivere negli innesti con gli ambienti più lontani. Si appartiene a una realtà, con il trapasso rapido da una verità all'altra. E' vero codesto convenzionalismo della passione teatrale; sono veri gli incontri in ben diverse zone della cultura e della vita sociale.
   Le manifestazioni popolari per l'arrivo del feretro mascagnano. A un'ora del tramonto avviene il trasporto sul Colle del Montenero, al Santuario. Episodi che attestano la presenza della musica in una collettività popolare. Se ne coglie la forma completa essendone partecipi, e pur guardandone il movimento col distacco che già appartiene alla storia di un'epoca o di un artista. Momento memorabile, per l'emozione che passa nella folla, nei gruppi di popolani, nelle figure isolate. Livorno che ama il suo Mascagni. Non credo siano espressioni da confinare nella definizione provincialistica. Sono momenti essenziali di una vita popolare.
   Il feretro sale per il colle, nell'ora lucente. Su un poggio è la villa di Byron, diroccata, bianca, tra il cerchio dei pini marittimi. La gente si affaccia alle soglie, punteggia i sentieri di macchie scure nell'oro grande del giorno.
   Su al Santuario, il cortile gremito, torno torno al portico; giovani frati, chierici alle finestre, come nella composizione di un quadro storico. Il Capitolo del Duomo, gli stendardi, i gonfaloni dei Comuni. Nel fondo il coro, l'orchestra. Si attacca " L'inno al Sole". Per giustezza di calcolo, al punto che il feretro portato a spalle raggiunge il sommo della scalea, il coro prorompe: "Son io la vita..."; dirigendo l'esecuzione non vedo quanto mi accade alle spalle: odo un sussurro mescolato alla musica, come se prendesse murmure il fremito che passa nella folla. Dopo l'esecuzione il lungo discorso di un ministro. L'ascoltano soltanto i più vicini, per obbligo. S'ode a tratti una voce opaca, tediosissima.
   Oltre al suo significato spirituale, seguito a considerare l'episodio nell'ordine di una struttura figurativa. Posso amare le "bottiglie" di Giorgio Morandi: e di Morandi quegli stupendi alberi, pur vagheggiando nella gran scena popolare la possibilità di una composizione pittorica. Come un adagio di Bartok, mi consente altrettanto legittima l'esistenza di certe pagine dell'Iris.
   L'indomani ancora il feretro che passa per le strade della città. All'uso antico, quando feste nuziali e feste funebri illustri duravano più giorni. Sosta dinanzi al teatro: un carro solenne avvolto nel chiaro scuro delle gualdrappe nerissime e del vivo argento. Balconi e finestre stipati di braccia in movimento. E un moto di gambe penzoloni sul muricciolo che limita la piazzetta. Durante la sosta la fiamma delle torce sbiancata per la calura e la luce. Dall'interno del teatro viene il suono di una famosa pagina mascagnana.
   Ho il senso di ciò che si perde di una vita musicale, di ciò che rimane, di ciò che vale, per chi chiede la presenza di codesti attimi. E sento il valore di quanti hanno saputo rispondere anche solo con alcuni momenti di grandezza. Le occasioni per le quali il valore estetico e il valore umano non si dissociano. Invano anche col ferro più sottile, tenteresti dividerli. Spenta la musica il carro si muove. Fiori dalle finestre. Cadono come voci, come esclamazioni. La fiammella delle torce si perde nel fumigare, estinguendosi. Seguono i gonfaloni dei comuni toscani. Ancora per del tempo la folla seguita a ondeggiare nelle strade intorno.
   Rimane una carica elettrica, come uno strano entusiasmo. La maggiore energia sembra venire dai morti. (...)
   Le tre recite dell'Iris. Il teatro è una caldaia di umanità fumante:. Mi piace inserirvi la nitidezza di una esecuzione precisa. "Il sentimento del tempo", come diceva Mozart dell'interpretazione musicale. Una volta tanto mi sembra di averlo raggiunto.

Di notevole interesse, soprattutto per gli amanti dell'Opera, gli incontri e le discussioni di Gavazzeni  con il Maestro Toscanini, dalle quali si evince, oltre che la straordinaria memoria musicale del Maestro, la scarsa simpatia per Puccini.

Attraverso il racconto di questi dieci anni di appassionata attività, si staglia il ritratto di un uomo di incredibile integrità morale, appassionato di arte, letteratura, filosofia e musica, naturalmente, pienamente partecipe del dibattito culturale dell'epoca, critico e molto polemico nei confronti delle innovazioni registiche definite "presuntuose avventatezze". E il riferimento non era a qualche signor nessuno improvvisatori regista, ma ad un mostro sacro della regia teatrale, Luca Ronconi, "nessuno più potente di lui in quegli anni alla Scala".

Nel link un video realizzato per il centenario della nascita del Maestro Gianandrea Gavazzeni:

https://www.youtube.com/watch?v=MQxFGFmraWE

mercoledì 28 giugno 2017

Roberto Bolaño - LOS DETECTIVER SELVAJES - Editorial Anagramma - IV edicion mexicana 2013


Se non fosse riduttivo accostare opere letterarie tanto importanti quanto così distanti tra  loro, si potrebbe postulare come Los detectives selvajes, per la struttura circolare, articolata in tre tempi, per il contenuto, i  personaggi ricorrenti e lo sfuggente protagonista, alter-ego dell'autore, possa in qualche modo ricordare la recherche proustiana, oppure quel progetto mai realizzato, che avrebbe dovuto riunire tutti i romanzi di Kerouac in un'unica complessiva opera.

Questo romanzo di  Bolaño è strutturato in tre parti:
  1. Mexicanos perdidos en Mexico (1975)
  2. Los detectives selvaje (1976-1996)
  3. Los desiertos de Somora (1976)
Per la prima parte l'autore ha scelto come forma narrativa quella del diario, che ci consente di seguire in presa diretta Juan Garcia Madero, giovane studente di diritto, ma in cuor suo poeta, per le strade del Distrito Federal, su e giù per la Calle Bucareli,  lo seguiamo nelle cafeterías dove si incontrano i poeti dell'avanguardia real visceralista in scontro aperto con l'establishment culturale messicano ben rappresentato da Octavio Paz, ma soprattutto assistiamo alla sua movimentata educazione sentimentale. 

La seconda parte è costituita da testimonianze rese da personaggi che, nell'arco di vent'anni, hanno incontrato Arturo Belano e/o Ulisse Lima in qualche parte del mondo.
In queste testimonianze senza interlocutore, colte all'impronta e a totale beneficio del lettore, si concentra forse la parte più interessante del romanzo per la ricchezza e straordinarietà dei personaggi, alcuni già presenti nella storia, altri sconosciuti, ma una in particolare, Auxilio Lacouture, la madre di tutti i poeti messicani,  protagonista di un altro noto romanzo di Bolaño, Amuleto, che assurge  a simbolo della resistenza dell'università UNAM contro la violenza di esercito e polizia nel 1968.

Auxilio Lacouture, Facultad de Filosofia y Letras, UNAM. México DF, diciembre de 1976.
Yo soy la madre de la poesia mexicana. Yo conozco a todos los poetas y todos los poetas me conocen a mì. Yo conocì a Arturo Belano cuando él tenìa dieciséis años y era un niño timido y non sabìa beber. Yo soy uraguaya, de Montevideo, però un dìa llegué a México sin saber muy bien por qué, ni a qué, ni còmo, ni cuàndo. Yo llegué a México Distrito Federal en el año 1967 o tal vez en el  año 1965 o 1962. Yo ya no me acuerdo ni de la fechas ni de los pelegrinajes, lo unico que sé es que llegué a México y ya no me volvì a marchar.
Altro grande protagonista con le sue argure facezie è lo scrivano Amadeo Salvatierra, poeta e testimone del periodo dell'avanguardia realvisceralista, amico di Cesarea Tinajero.  

Y  entonces uno de ellos abrió la botella (de tequila) y escanció el néctar de lo dioses en los respectivos vasos, los mismos en donde antes habìamos bebido mezcal, lo que según algunos es señal de dejaciôn y según otros una exsquisitez de los mil demonios pues al estar el cristal, digamos, lacado  con el mezcal, el tequila se encuentra más a gusto, como si a una mujer desnuda la vistiéramos con un abrigo de piel.

La terza parte riprende il diario di Garcia Madero, in fuga nel sud del Messico con Belano e Lima per proteggere la giovane prostituta Lupe dal suo violento protettore, e sulle tracce della poetessa degli anni venti Cesarea Tinajero.

Di quest'opera è stato scritto (El Pays) che si tratta di un romanzo che Borges avrebbe accettato di scrivere, è un giudizio condivisibile, considerato con quanto piacere il poeta argentino creasse  scittori e opere  di finzione, alle quali era difficile non affezionarsi per lo spessore umano che li caratterizzava. Lo stesso avviene per Cesarea Tinajero, poeta di finzione, ma non per questo meno viva e concreta.

 https://garciamadero.blogspot.it/2017/05/por-que-buscar-cesarea-tinajero-en-los.html

Divertenti i dialoghi, che spesso svelano con molta ironia i non sempre armoniosi rapporti tra uomo e donna, anche tra intellettuali:

- Hay muchas poetisas?
- Decirles poetisas queda un poco gacho - dijo Pancho.
- Se les dice poetas - dijo Barrios.
- Pero hay muchas?
- Como nunca antes en la historia de Mexico - dijo Pancho - Levantas una piedra y encuentras a una chava escriviendo de sus cositas.


Provocatorio al limite dell'insolenza la classificazione dei poeti fatta da un  membro del gruppo realvisceralista,  Ernesto San Epifanio: 

Dentro del inmenso océano dela poesia distinguía varias corrientes: maricones, maricas, mariquitas, locas, bujarrones, mariposas, ninfo y filenos. Las dos corrientes mayores, sin embargo, eran la de los maricones y los de los maricas: Walt Whitman, por ejemplo, era un poeta maricón. Pablo Neruda, un poeta marica. William Blake era maricón, sin asomo de duda, y Octavio Paz marica. Borges era fileno, es decir de improviso podia ser maricón y de improviso simplemente asexual. Rubén Dario era una loca, de echo la reina y el paradigma de las locas.
Dopo una lunga diasamina delle caratteristiche dei maggiori poeti latino americani, uno sguardo non superficiale ai maggiori poeti italiani:


En Españ en Francia y en Italia los poetas maricas han sido legión, decia, el contrario de que podria pensar un lectos no excesivamente atento, Los que sucedia era que un poeta maricón como Leopardi, por ejempio, recontruye de alguna manera a los maricas como Ungaretti, Montale y Quasimodo, el trio de la muerte. De igual modo Pasolini repinta a la mariqueria italiana actual, vease el caso de el pobre Sanguinetti (con Pavese non me meto, era una loca triste, ejemplar unico de su especie, o con Dino Campana, que come en mesa aparte, las mesas de las locas terminales).

Che dire, un libro geniale, avvincente, di quelli che i personaggi un po' ti rimangono dentro, e lasciano un vuoto quando  arrivi alla conclusione e chiudi il volume.  Per questo ho di nuovo iniziato a leggerlo, questa volta con più scioltezza e con meno ricorso al dizionario. 

Grazie ancora, Elisabet, perquesto bellissimo regalo.


venerdì 6 gennaio 2017

Raffaello Giovagnoli - SPARTACO - Parente Editore Firenze - 1955


Raffaello Giovagnoli (1838-1915), scrittore, giornalista, patriota, garibaldino,  politico, parlamentare nel Regno d'Italia per cinque legislature. Di questo eclettico personaggio ho sentito parlare spesso in famiglia perché parente di mia nonna materna, anche lei una Giovagnoli, il cui padre (il mio bisnonno) doveva essere cugino primo; peccato che all'epoca, quando ne sentivo parlare in casa, il mio interesse di bambino era attratto da altro. 

Di questo romanzo storico, scritto al Caffè del Teatro Valle, e uscito a puntate nel 1873 sul quotidiano Fanfulla, così come I tre Moschettieri di Dumas una trentina di anni prima sul giornale Le siécle, tornai a pensare nel 1960, quando, in occasione dell'uscita in Italia del film Spartacus di Stanley Kubrick, Mondadori - dove lavoravo - ristampò il romanzo di Haward Fast (1914-2003) da cui era stato tratto il film.

Non fu certo per affermare un'anacronistica prima genitura che, in quegli anni, cercai presso la Biblioteca Nazionale di Roma, la vecchia sede di quasi sessanta anni fà, questo Spartaco di Giovagnoli, ma inutilmente perché non esisteva nel catalogo. La cosa era abbastanza curiosa per un romanzo che aveva avuto un grande successo, specialmente dopo il pubblico apprezzamento fattone da Giuseppe Garibaldi con una lettera di encomio all'autore; inoltre il romanzo era stato tradotto in tutto il mondo e se ne erano occupati a suo tempo Croce (La letteratura della Nuova Italia, vol.V) per liquidarlo con sufficienza, e Gramsci (Quaderni del Carcere, VIII) che ne aveva apprezzato invece il carattere popolare, e ne auspicava un adattamento moderno.

Raffaello Giovagnoli fu uomo di larghi interessi letterari e storici, e a lui si deve anche una delle prima Storie del Risorgimento Italiano. Considerata nel suo complesso, la figura del Giovagnoli meritava di essere rinfrescata nella memoria di noi posteri, e si può dire di lui, che fu storico per essere romanziere e volle essere romanziere per ragioni didattiche (Massimo Pinto)

Le ragioni didattiche di Giovagnoli, si evidenziano sia nella puntigliosa descrizione degli usi e costumi della popolazione romana nella vita di tutti i giorni e nelle cerimonie civili e religiose, sia per la traduzione in latino di tutti gli oggetti che si incontrano nel racconto: armi, suppellettili, indumenti di uso comune, e poi per la descrizione dettagliata delle strade, vicoli e rioni sia di Roma che delle città interessate dal racconto, negli anni tra il 675 e 683 del calendario di Roma.




Un aspetto particolarmente rilevante dello Spartaco di Giovagnoli, è la grande fortuna che il libro ebbe all'estero e il gran numero di traduzioni che ne furono fatte già alla fine del XIX secolo e poi per tutto il XX secolo, fino ai nostri anni. Forse già nel 1880 il romanzo fu adattato in russo, in castigliano nel 1884 e nel 1930,  in francese 1902, in tedesco 1939 e in varie lingue dell'Unione Sovietica: ucraino, kazako, uzbeco, kirghiso; e in molte lingue dei paesi vicini al mondo sovietico: rumeno, ungherese, serbo-croato, bulgaro e mongolo. Una traduzione in finlandese fu anche stampata a Portland in Oregon, dai socialisti finlandesi d'America. Particolarmente significativa è stata poi la fortuna del romanzo in Cina fino ad anni molto recenti. Almeno tre le traduzioni in yiddish 1900, 1903 e 1913. Non sembra invece che il romanzo sia mai stato tradotto in inglese.

Queste notizie sono prese dagli atti di un seminario di studi svoltosi a S.Maria Capua Vetere nell'ottobre del 2013 sul tema L'Unità d'Italia e la cultura classica. Sotto il link relativo:

http://www.academia.edu/9836520/Spartaco_al_tempo_dellUnit%C3%A0_dItalia._Sul_romanzo_di_Raffaello_Giovagnoli

Anche se alcuni storici ritengono una forzatura identificare Spartaco come precursore del combattente proletario-antimperialista, nel mondo socialista e comunista questa figura è sempre stata vista in questo modo, a cominciare da Karl Marx che, in una lettera del 1861 a Engels, definisce Spartaco uno dei migliori protagonisti dell'intera storia antica e un genuino rappresentante dell'antico proletariato. Non ebbero miglior fortuna del nostro eroe, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht che, nel 1919, istituirono la «Lega di Spartaco» e furono denominati per questo motivo «spartachisti», ma quando si sollevarono contro il governo di Berlino, vennero  ferocemente repressi e assassinati.

Leggendo la biografia di Howard Fast (1914-2003) autore del romanzo Spartacus da cui Stanley Kubrick ha tratto il famoso film che Kirk Douglas, produttore e protagonista, aveva fortemente voluto, viene spontaneo chiedersi, dove l'autore abbia trovato lo spunto per scrivere un romanzo su questo personaggio: figlio di genitori ebrei, madre inglese e padre uscraino, digiuno di studi classici,  iniziò a lavorare, secondo la migliore tradizione americana, vendendo giornali presso la Biblioteca di New York. Difficile che avesse letto Plutarco, o Appiano, o Sallustio, forse più semplicemente fu ispirato dalla lettura dello Spartaco di Giovagnoli, testo, come abbiamo già visto, famoso in tutto il mondo, ma soprattutto nell'ambiente della sinistra comunista, e qui va ricordato come Howard Fast, vittima del maccartismo per la sua adesione al comunismo, nel 1953 vinse il Premio Stalin per la Pace. Sono ipotesi, ovviamente, nient'altro che ipotesi che nulla aggiungono e nulla tolgono ai due romanzi, che, è bene ripeterlo, sono assai diversi tra loro, non solo per lo stile, ma per la storia che raccontano, simile ma non uguale.

Edizione russa di Spartaco
Film muto del 1913 di Giovanni Enrico Vidali, tratto dal romanzo di Giovagnoli
 Qui sotto alcune scene del film:
 https://www.youtube.com/watch?v=IUOMr15z0VU


Ma veniamo al romanzo. Fin dalle prime pagine ci si trova immersi nel mondo romano, se ne percepiscono gli odori, si ascolta frastornati il clamore di una città che ribolle di vitalità incontrollata: che a me ha ricordato un po' l'atmosfera de I Tre Moschettieri di Dumas, non solo per l'incip che è similmente una scena di massa, che risucchia il lettore dentro il romanzo con la forza delle immagini vivaci, ma per i particolari che si alternano, come in una sapiente sceneggiatura, allo sguardo d'insieme. Voglio dire, qui la storia non è solo raccontata ma, come tutti i romanzi popolari, tende a coinvolgere il lettore nelle emozioni dei personaggi.  Questo l'incipit di Spartaco:

 Al levar del sole del quarto giorno avanti le idi di novembre (10 novembre 675 dell'èra romana), essendo consoli Publio Servilio Vatia Isaurico e Appio Claudio Pulcro, Roma formicolava di popolo che, proveniente da tutte le regioni della città, si dirigeva al Circo Massimo.
 Dalle straduzze strette, tortuose, popolatissime dell'Esquilino e della Suburra, più specialmente abitate dal popolino, una folla sempre crescente di persone d'ogni età e d'ogni condizione affluiva e si dilagava nelle vie principali, di Tabernola, dei Figuli, Nuova, ecc., camminando sempre in direzione del Circo.
 Cittadini, operai, capo-censiti, liberti, vecchi gladiatori storpi e coperti di cicatrici, poveri e monchi veterani delle superbe legioni vincitrici dell'Asia, dell'Africa e dei Cimbri, femminucce del volgo, mimi, istrioni, danzatrici e stormi di vispi e saltellanti fanciulli formavano quella folla sterminata.  Essa, con la fronte serena, con sguardo giulivo, con la parola e col frizzo facile e pronto sulle labbra, affrettandosi verso il Circo, dava a divedere indubbiamente come s'andasse a qualche pubblico e piacevole spettacolo.
 Tutte queste turbe spigliate, ciarliere, numerose, empivano le strade della grande città di quel confuso, indistinto e gagliardo ronzìo, di cui appena mille e mille alveari riuniti nelle sue vie avrebbero potuto produrre l'eguale.
Per gioco, leggiamo anche l'incipit de I Tre Moschettieri:

Il primo lunedì di aprile del 1625 la cittadina di Meung, dove nacque l'autore del Roman de la Rose, sembrava completamente sconvolta, come se gli ugonotti fossero venuti a farne una seconda Rochelle. Molti borghesi, vedendo fuggire le donne dalla parte della Grande-Rue e sentendo piangere i bambini sulle porte, si affrettarono a indossare la corrazza e, rafforzando il loro contegno un po' incerto con un moschetto o una partigiana, si diressero verso la locanda del Franc Meunieur, davanti alla quale si accalcava, ingrossandosi di minuto in minuto, una folla compatta, rumorosa e curiosa.
A quell'epoca il panico era assai frequente, e poche giornate passavano senza che una città o l'altra registrasse nei suoi archivi un avvenimento del genere. C'erano i nobili che si facevano la guerra tra loro; il re che faceva la guerra al cardinale, la Spagna che faceva la guerra al re. Poi, oltre a queste guerre nascoste o pubbliche, manifeste o segrete, c'erano i ladri, i mendicanti, gli ugonotti, i lupi, e i lacché che facevano la guerra a tutti. I borghesi si armavano sempre contro i ladri, i lupi, i lacché, spesso contro i signori e gli ugonotti, qualche volta contro il re, mai contro il cardinale e gli Spagnoli. Il risultato di queste abitudini è che il suddetto lunedì i borghesi, sentendo del frastuono e non vedendo né il guidone rosso e giallo, né la livrea del duca di Richelieu, si precipitarono alla locanda del Franc Meunieur.



Come ha scritto qualcuno il romanzo è e resta ancora il modo migliore di raccontare il mondo di oggi, quello di ieri e quello di domani. Ma non si era a lungo discusso sulla morte del romanzo? Ma se questo fosse vero, significherebbe che non sia più possibile raccontare il mondo?  

Non staremo certo qui a riproporre l'eterno dilemma se il romanzo sia morto davvero, e perché e quando e chi ne siano i responsabili. Certo il romanzo popolare era in perfetta salute, con il suo schema costante e ben collaudato: l'eterna contraddizione tra bene e male; l'amore travolgente, totale; i sentimenti sempre estremi; la crudeltà, il tradimento e l'odio sempre viscerali, così come l'abbandono e l'amore totale; e l'amicizia sacra, fino al sacrificio.

Spartaco rappresenta tutto questo, è la summa, il compendio di tutti gli stereotipi del romanzo popolare e del romanzo d'avventura, con un protagonista la cui vicenda umana, a distanza di oltre venti secoli ancora riesce a rappresentare  l'eroe (ἣρως), cioé colui che compie straordinari e generosi atti di coraggio, fino al consapevole sacrificio di sé stesso. Come poteva non essere d'esempio per i rivoluzionari di tutto il mondo?

Così si esprime Spartaco, quando Cesare gli chiede:

- ...Spartaco, che con ammirabile costanza, con sapienza di gran capitano, hai raccolto gli schiavi in esercito, li hai ordinati a legioni, e ti appresti a guidarli alla riscossa, dimmi che volgi tu nella mente, Spartaco, che speri?
- Spero - rispose il rudiario, con occhi scintillanti e con slancio di irrefrenabile passione - di sfasciare questo corrotto mondo romano, e dalle sue ruine veder sorgere l'indipendenza dei popoli: spero di abbattere le leggi infami che vogliono l'uomo prono innanzi all'uomo ed impongono che tra due creature umane, dotate della stessa forza e della medesima intelligenza, l'uno sudi su zolle non sue per dar cibo all'altra che poltrisce in ozio infingardo: spero di soffocare nel sangue degli oppressori i gemiti degli oppressi: di infrangere i ceppi degli infelici, asserviti al carro delle romane vittorie, spero di cangiare quei ceppi in brandi, onde a ciascun popolo sia dato ricacciarvi entro i confini d'Italia, che segnano la terra a voi concessa dagli Dei, e i limiti della quale non avreste dovuto giammai varcare: spero di poter incendiare tutti gli anfiteatri dove un popolo di belve, che chiama barbari noi, s'inebria alle stragi e alle carneficine di poveri uomini nati all'intelligenza, alla felicità, all'amore anch'essi, e destinati, invece, a scannarsi, per sollazzo dei tiranni del mondo, spero, per tutte le folgori del potentissimo Giove, di vedere abolito sulla terra l'obbrobrio della schiavitù all'apparire dello splendido sole della libertà.
E' difficile, contro ogni razionalità, non essere con Spartaco.




 Un amico mi ha informato di possedere una copia della quarta edizione del 1882 con illustrazioni di Senesi, questa copia del 1955 e illustrata con 32 incisioni di Santino Gallieni di qui sotto ne riproduco alcune:










 

giovedì 29 dicembre 2016

Camilo Sánchez - LA VEDOVA VAN GOGH - Marcos y Marcos 2016 - € 16,00





L'autore, Camilo Sánchez (1958), argentino giornalista e poeta, come racconta una sua biografia a cura della casa editrice Marcos y Marcos: Guardando un documentario della BBC, è rimasto colpito da un’immagine di Johanna van Gogh-Bonger, citata fuggevolmente come depositaria dei quadri e delle lettere; durante una lunga permanenza a New York, esplorando musei e biblioteche, ha scoperto il suo ruolo fondamentale, mai raccontato, nel difendere dall’oblio l’opera di Van Gogh. Era la storia che Sánchez aspettava per il suo primo romanzo, La vedova Van Gogh: un omaggio al pittore straordinario morto solo, suicida, e alla donna che ha lottato per renderlo, come artista, immortale.


Non sorprende che Sánchez fosse rimasto colpito dall'immagine di Johanna van Gogh-Bonger (1862-1925): qui nella foto ha solo 27 anni, forse appena sposata con Theo van Gogh, deve ancora accadere tutto, ma si capisce già dal suo sguardo deciso che possiede gli strumenti adatti per affrontare le complessità  che la vita ha in serbo per lei.





Nel ritratto del 1905, eseguito dal secondo marito, il pittore olandese Johan Cohen Gosschalk (1873–1912), Johanna ha 43 anni, è nel pieno della maturità e sembra possedere la consapevolezza di aver portato a termine la missione di far conoscere al mondo la grandezza di Vincent van Gogh.   




Ed ora il libro. Diciamo subito che è scritto con quella particolare leggerezza che caratterizza un po' tutta la giovane letteratura sud americana, utilizzando sapientemente tre linee narrative: il racconto obiettivo dei fatti, il diario di Johanna van Gogh-Bonger e le lettere di Vincent al fratello Theo; scelta felice che non solo conferisce fluidità al romanzo, ma ne accentua il ritmo. Questo l'incipit:
 Un'ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l'annuncio: Theo van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
 Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un'ultima, quella che Vincent van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

 
 
Un sincero ringraziamento alla mia amica Tiziana che, conoscendo la mia ritrosia nei confronti di autori contemporanei, mi ha portato il libro da leggere sicura che mi sarebbe piaciuto, e così è stato.


















sabato 24 dicembre 2016

Pierre Grimal - CICERONE - Il Giornale - Biblioteca Storica





L'ultimo alleggerimento della zavorra libresca operata da mio fratello Mario, mi ha fruttato una ventina di volumi della biblioteca storica edita da Il Giornale qualche anno fà. La collana completa ne contava ben 40, tutti dedicati alla civiltà greco-romana.

Il mio interesse si è concentrato subito nei volumi che trattano il periodo (circa una sessantina di anni) che vanno dall'esordio politico di Silla alla nascita dell'Impero, e che coincidono con gli anni in cui è vissuto Marco Tullio Cicerone (106 a C.- 43 a C.).

Figura complessa quella di Cicerone, in largo anticipo sui tempi per la sua visione moderna dello stato, autore di numerose opere - molto più citate che conosciute - e le cui traduzioni hanno angosciato, e ancora angosciano, generazioni di studenti, impegnati ad interpretarne i lunghi e complessi periodi.

L'autore di questo volume, Pierre Grimal (1912-1996), è stato uno dei maggiori storici e latinisti francesi: professore alla Sorbona di lingua e civiltà latina, traduttore di Cicerone, Seneca, Tacito, Plauto e Terenzio, nonché autore di numerose biografie e saggi sui vari aspetti della civiltà romana. 

Questa biografia di Cicerone, redatta nel 1986, oltre che ricostruire tutti i più importanti processi che lo videro protagonista assoluto dell'arte oratoria, difendendo o accusando i maggior personaggi della sua epoca, da conto della notevole attività letteraria e degli studi filosofici che, specialmente nei momenti difficili della vita politica romana, quando costretto all'esilio per le sue posizioni, o prudentemente autorelegatosi in una delle numerose ville possedute, poteva coltivare, scrivendo, quell'otium cum dignitate che è fondamento della sua visione della vita.

In un'epoca in cui senza la disponibilità di un proprio esercito, le ragioni politiche stentavano ad ottenere udienza, il perenne contrasto tra l'imperium esercitato dai consoli e  l'auctoritas esercitata dal senato, metteva a repentaglio la res publica e  minacciava la libertas, fondamento della natura stessa di Roma, che Cicerone così interpreta: «Tutte le nazioni possono sopportare la schiavitù, la nostra civitas non può» (Omnes nationes servitutem ferre possunt, nostra civitas non potest).

Per le vicissitudini vissute, si potrebbe sintetizzare la vicenda umana di Cicerone adattando il noto passo di Manzoni riferito a Don Abbondio: "si rese conto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro", perché tali erano  Silla, Catilina, Clodio,  Cesare,  Pompeo, Antonio, Ottaviano con i quali si trovò a viaggiare, sempre in rotta di collisione nella strenua difesa della res publica contro la tirannide di un solo uomo al potere.

Non trovò orecchie disponibili a concretizzare il suo Cedant arma togae e pagò con la vita  la sua mancanza di risolutezza.

domenica 4 dicembre 2016

Beppe Fenoglio - UN FENOGLIO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Einaudi 1973 - £ 2.800




Sono un convinto lettore di Beppe Fenoglio (1922-1963). Mi piace la sua prosa essenziale, che in qualche modo mi ricorda Sherwood Anderson. Ho letto con immutato piacere I ventitre giorni della città di Alba (1952), La malora (1954), La paga del soldato (1969). Poi ho scovato, in uno dei tanti scatoloni che contengono la biblioteca di famiglia, questo libro pubblicato postumo, mettendo assieme scritti di epoche diverse, incompleti e sicuramente destinati ad essere profondamente rimaneggiati dall'autore se ne avesse avuto il tempo e il desiderio di vederli pubblicati. Ma così è: gli eredi e le case editrici ritengono di svolgere un'opera meritoria nei confronti degli autori scomparsi, pubblicando tutto ciò che trovano violando i loro cassetti!

Inizio a leggere. Il paese. Un racconto? Un romanzo? Capitolo primo, secondo, terzo, undicesimo e poi niente, finito così.

Vado avanti: I penultimi. Parte prima: 12 paragrafi. Parte seconda: 2 paragrafi: il racconto finisce a metà di un discorso: Levò di tasca il cannocchiale come se volesse offrirmi chissà che dimostrazione, ma poi ".

Seguono La licenza, Il mortorio Boeri, Un fenoglio alla prima guerra mondiale. Anche questi incompleti. In copertina nessun accenno. Nel risvolto è detto: A dieci anni dalla scomparsa di Beppe Fenoglio, questo nuovo volume che raccoglie organicamente una serie di racconti inediti, rinvenuti tra le sue carte, comprova ancora una volta quanto abbia perduto, con lui, la nostra narrativa. Se ti trovi in libreria e leggi questo risvolto presumi si tratti di opere complete, e passi direttamente alla cassa.

Ma non è questa la sola sorpresa.

Il testo è inframmezzato, direi di più, infarcito a bella posta di termini inglesi. Non solo la voce narrante, nel descrivere reazioni o situazioni, utilizza (senza nessuna esigenza narrativa) termini inglesi, ma anche personaggi che non hanno con questa lingua alcun rapporto, la utilizzano abbastanza casualmente e forse non sempre correttamente. Esempio:
Il capotavola sospiro e wawed all'ostessa per un bicchiere nuovo.
Più avanti (siamo ancora alla prima pagina) troviamo:
Tutt'intorno gaped.
Poche righe e:
Paco sospirò ed estrasse il pacchetto delle sigarette. Il medico fumbler con le dita apposta per estrarne una ed un'altra farne cadere.
E ancora:
Ci fu un moderato chucklink, la maggior componente di esso provenendo dalla bocca grassa e parca di Paco.
La perpressità, il disagio, ma anche il fastidio per quest'uso immotivato di una lingua così estranea al contesto paesano, delle Langhe tra le due guerre, è enorme, ma con fatica vado avanti cercando di concludere la lettura del volume.

A un certo punto un personaggio, l'aiutante di un commerciante di animali, ad una vecchia contadina chiede a proposito del figlio morto di costei:
-Wat did he die for? - disse Remo.
E la contadina langhirana, senza batter ciglio, come se si trovasse nelle verdi campagne del Hampshire , risponde:
- Nessuno l'ha mai saputo. O almeno nessuno ce l'ha mai detto...
C'è un limite a tutto! e qui questo limite è stato superato. Non ce l'ho con Fenoglio, sia chiaro. Lui aveva tutto il diritto di sperimentare linguaggi e forme narrative secondo il suo estro e desiderio. Magari in fase di completamento dell'opera si sarebbe reso conto da solo di quanto inverosimile, e anche un po' ridicolo, sia mettere in bocca ad un contadino langharolo termini inglesi a casaccio. Magari questo materiale grezzo non era destinato alla pubblicazione, e non tenendone conto, l'editore, non ha fatto un buon servizio all'autore ed ai suoi lettori.

In appendice le Note del curatore, GinoRizzo, che nulla spiegano dei problemi da me posti e, a chiudere, prima dell'Indice, il Glossario: 113 termini, o intere frasi, in inglese qui tradotte, con l'indicazione degli errori da matita blu commessi dal'autore.

Fenoglio, bontà sua, non poteva sapere che nel primo decennio del nuovo millennio, qui in Italia l'inflazione dell'uso improprio della lingua inglese, avrebbe raggiunto e superato i limiti della decenza, rivelando un insopportabile provincialismo che, dallo Stato ai mezzi di comunicazione, avrebbero inquinato il già mediocre linguaggio usato dai suoi connazionali. Sapendolo se ne sarebbe ben guardato dall'utilizzarlo.


 
 




i racconti lievitano sino alle dimensioni di una ruvida epica paesana, in virtú di un linguaggio che utilizza accortamente le durezze sintattiche e lessicali del dialetto, e le robuste metafore del parlare contadino, in una cifra stilistica di penetrante efficacia.


giovedì 18 agosto 2016

Goethe - VIAGGIO IN ITALIA - Oscar Mondadori 2010 - € 16,00

Di tutt'altro genere rispetto a quello di Montesquieu, il Viaggio in Italia - lungamente atteso e preparato - di Johann Wolfang von Goethe (1749-1832), se non altro per la diversa sensibilità  culturale che distingue i due grandi europei: essenzialmente politica e giuridica quella del primo, poetica, artistica e filosofica quella di Goethe. Ma non solo. Gli interessi  di Goethe, che lo fanno definire uomo universale, lo portano ad interessarsi e a fornirsi di un'erudizione in discipline che spaziano dalle arti alle scienze, come botanica (sua La metamorfosi delle piante,1790 oppure i Principi di filosofia zoologica e anatomia comparata, 1793) o di mineralogia. 

Goethe non era un viaggiatore per vocazione, non sentì mai la necessità di visitare le grandi capitali europee, Londra o Parigi; l'unico paese che lo indusse ad un lungo e impegnativo soggiorno fu l'Italia, dove non solo visitò i più importanti luoghi d'arte, ma studiò con dedizione disegno, prospettiva, l'uso del colore e l'arte di modellare. Dei progressi che faceva in tali attività, scriveva, non senza una punta d'orgoglio, ai suoi corrispondenti a Weimar, salvo poi confessare l'inanità dei suoi tentativi.

Per chi fosse interessato, in via del Corso 18 a Roma, sede della Casa di Goethe, dove visse dal 1786 al 1788 ospite dell'amico pittore Tischbein, è allestita una mostra permanente degli scritti e dei disegni di Goethe effettuati durante il suo soggiorno a Roma. 
Ritratto di Goethe nella campagna romana,  dipinto da Tischbein (1,64x2,06)


Quando, dopo aver visitato quasi di sfuggita l'Italia del Nord, saltando incredibilmente Firenze, giunge finalmente a Roma, capisce che questa era la meta lungamente sognata, e scrive:

Non osavo quasi confessare a me stesso la mia meta, ancora per via ero oppresso dal timore, e solo quando passai sotto Porta del Popolo seppi per certo che Roma era mia.
...mi decisi a intraprendere un così lungo e solitario cammino, alla ricerca di quel punto centrale verso cui mi attirava un'esigenza irresistibile. In verità, negli anni più recenti era diventata una specie di malattia, dalla quale solo la vista e la presenza immediata potevano guarirmi.
Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può dire, non l'ho veduta. L'ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita.

Nel giorno dei Morti assiste ad una funzione pubblica, nella cappella privata del papa al Quirinale, e il suo spirito caustico non manca di manifestarsi:

La funzione era già cominciata, e il papa si trovava in chiesa con i cardinali. Bellissima e dignitosa la virile figura del Santo Padre (Pio VI Braschi), vari i cardinali d'età e d'aspetto. Mi prese lo strano desiderio che il capo supremo della Chiesa aprisse l'aurea sua bocca e, parlando estatico dell'indicibile letizia delle anime beate, comunicasse anche a noi la propria estasi. Ma poiché lo vidi semplicemente andare sù e giù davanti all'altare, voltandosi un po' di quà e un po' di là, gesticolando e borbottando come un prete qualunque, si risvegliò in me il peccato originale del protestante, e il noto e consueto rito della messa non mi piacque più per nulla. Gesù Cristo aveva fin dall'infanzia interpretato a viva voce La Scrittura, e anche nell'adolescenza certamente non aveva insegnato e operato in silenzio; anzi, parlava volentieri, bene e con sagacia, come sappiamo dai Vangeli. Che direbbe, pensavo, se entrasse qui e scorgesse la sua immagine sulla terra andar su e giù biascicando e ballonzolando? Mi venne in mente il Venio iterum crucifigi, tirai per la manica il mio compagno e ce ne andammo a cercar respiro nei saloni dalle volte affrescate.

Che dire della meraviglia manifestata di fronte ai monumenti, fino ad allora visti solo attraverso le incisioni del Piranesi, che suo padre Johann Caspar aveva riportato dal proprio viaggio in Italia nel 1740, e che influenzò fortemente il giovane Wolfang.

Manifesterà in seguito poca stima per Piranesi, scrivendo con una punta di ironia:

Per quella volta ci limitammo a salutare con gli occhi la sagoma della piramide Cestia; e le rovine delle Terme Antoniane o di Caracalla, di cui Piranesi ci ha favoleggiato con tanta abbondanza di effetti, non diedero in quel momento che ben poca soddisfazione al nostro occhio, educato al gusto pittorico.
Mai come in questo caso, mi rendo conto, di quanto risulti arbitraria la scelta delle cose da evidenziare; in un'opera che consta oltre 700 pagine, comprese le indispensabili note, ogni scelta è fatalmente opinabile; ricorderò solo il capitolo che Goethe dedica al carnevale romano a cui ha assistito per due anni di seguito, facendone una cronaca dettagliata, così vivida nello sguardo d'insieme e nei particolari da risultare una pagina di grande giornalismo per l'epoca, e una pagina di storia affascinante per noi posteri.

Devo alla gentilezza dell'amica Tiziana, ispiratrice di tante scoperte letterarie, l'avermi fornito di entrambi i volumi inerenti i viaggi in Italia di Goethe e di Montecquieu, che qui ringrazio riconoscente e saluto con rinnovata stima..