giovedì 26 luglio 2018

Dino Buzzati - SESSANTA RACCONTI - Mondadori 1958 -


Rileggo dopo oltre cinquantanni i Sessanta racconti di Dino Buzzati (1906-1972) che nell'ormai preistorico 1958 gli valse il premio Strega, prevalendo su Cassola e Landolfi.

Dico subito che trovo questi racconti strepitosi, e che la forma racconto è particolarmente congeniale a Buzzati, così come a Kafka, proprio per il carattere paradossale e grottesco di queste storie, al limite della favola, immersi in una dimensione fantastica. Peraltro i suoi romanzi, per storia e struttura, si possono definire senz'altro racconti lunghi.

Non si può parlare della produzione letteraria di Buzzati senza tener conto della sua  storia personale, dell'infanzia a Belluno nella Villa S.Pellegrino dove era nato (ed oggi lussuoso B&B), delle dolomiti che lo hanno visto scalatore appassionato, ma soprattutto della sua attività giornalistica al Corriere della Sera dove è stato un apprezzato cronista di nera, raccontando i fatti più inquietanti e sconvolgenti dell'epoca con avvincente chiarezza, ma anche con grande umana partecipazione.

In questi racconti, alcuni molto brevi, la terribilità è data dal normale quotidiano in cui i fatti si svolgono, in attesa che il fato imprevedibile possa colpire inesorabilmente gli ignari protagonisti, come in Qualcosa era successo. Ma spesso è solo l'attesa dell'inevitabile oscuro destino, come in La frana, a provocare quell'inquietudine che assomiglia al disagio, alla paura di scendere nello scantinato al buio - come in Occhio per occhio - nell'ascoltare nella notte insonne un rumore improvviso nella stanza vuota accanto, alla paura di scorgere un'immagine sconosciuta nello specchio.

A volta è di scena la violenza che alberga nel cuore dell'uomo, così può capitare ad una coppia di scendere dal treno in una città sconosciuta ed essere vittime di un tentativo di linciaggio per non aver rispettato una regola conosciuta solo dai suoi abitanti. Per chi ha visto le foto del pogrom di Leopoli del 1941, il racconto Non aspettavano altro rimarrà indelebilmente impresso.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas sembra suggerirci Buzzati, disperatamente ateo, ma consapevole del valore esistenziale della Fede, per rendere accettabile l'insensatezza della vita.
Notevole l'attività pittorica di Buzzati

Una nota personale a margine. Negli anni sessanta, quando lessi per la prima volta questi Sessanta racconti, ero iscritto al PCI e ne parlavo con entusiasmo ai compagni della sezione, cercando di fare proseliti, come sempre accade quando si scopre uno scrittore che ci colpisce . Ricordo che ne nacquero discussioni molto accese, non sul valore letterario, che non mettevano in discussione, ma sul fatto che Buzzati (giornalista del Corriere della Sera, figuriamoci!) trattava problemi estranei alla classe operaia, non ne aiutava  lo sviluppo, e così via nell'esaltazione del neorealismo visto come anticamera del realismo socialista.

La cosa divertente, se così si può dire, è che incontrando dopo tanti anni uno dei più accaniti censori di allora, l'ho trovato su posizioni vergognosamente revisionista, addirittura anticomunista, con il vezzo di predicare il valore della poesia, certo che la bellezza salverà il mondo. Prosit!


https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Buzzati

mercoledì 4 luglio 2018

Fabrizio Coscia - SOLI ERAVAMO e altre storie - ad est dell'equatore, 2014 - € 12,00

Da molto tempo ho smesso di leggere romanzi o racconti di autori contemporanei, con una punta di snobismo dichiaro di non leggere autori viventi. Infatti sto rileggendo gli amati autori che mi hanno accompagnato in questi oltre sessantanni di appassionata attività di lettore, iniziata con la fanciullezza.

In deroga a questo principio leggo nuove traduzioni oppure, come in questo caso, scrittori che parlano di autori a me cari, libri che parlano di altri libri insomma.

A differenza della monumentale opera di Giuseppe Montesano, Scrittori selvaggi, Giunti 2016, che in


poco meno di duemila pagine concentra lo scibile umanistico della cultura occidentale, secondo sue scelte personali, inserendo o ignorando autori con l'arbitrarietà, sia chiaro, di cui non è tenuto a rispondere, l'opera di Fabrizio Coscia circoscrive a nove scrittori, tre pittori e tre musicisti, il compito di individuare un possibile percorso di formazione che consenta, a chi abbia vissuto esperienze analoghe, di identificarsi. 

Trovo affascinante nella lettura scoprire affinità tra autori diversi, ancora più intrigante quando le affinità riguardano ambiti diversi: letteratura-pittura o letteratura-musica, queste affinità sono quanto di più personale e arbitrario sia dato a chi analizza un testo o un autore, ma è proprio questa arbitrarietà a rendere l'operazione magica e irripetibile. Anni fa leggendo Ojos de perro azul di Marquez, pensai che l'uomo e la donna che si incontrano solo in sogno, assomiglino nella loro disperata solitudine ai Nighthawks di Hopper e ne rimasi affascinato, come oggi scoprire in Soli eravamo... ancora Hopper (Night windows), reminiscenza provocata dalla lettura dell'ultimo dei racconti di Gente di Dublino, I morti di Joyce. Anzi no, il contrario: è la vista del quadro di Hopper a far riemergere nell'autore il ricordo del racconto. 

Diciannove racconti, in poco più di duecento pagine, tracciano un percorso intellettuale, un viaggio nella cultura. Questo di Fabrizio Coscia a me sembra in nuovo modo di raccontare: associando alla forma-saggio, il racconto della propria formazione culturale, mettendo in relazione aspetti diversi dell'arte, con inediti accenni biografici sugli autori, invita il lettore, con una forma leggera ma coinvolgente, ad un viaggio inusuale, che lo porterà sicuramente a sfogliare di nuovo quegli stessi libri, leggendoli con occhi nuovi e appassionati. 





 




domenica 1 luglio 2018

Pierre Menard - DON QUIJOTE - SUR, Buenos Aires, 2018 - ARS 400,00


Dopo anni di oblio, torna alla luce, con la recente ristampa, il Don Quijote di Pierre Menard, la cui prima edizione del 1939 era stata salutata dal giovane Jorge Luis Borges con grande interesse, precisando, con l'acume che caratterizza tutti i suoi scritti, che “Il testo di Cervantes e quello di Menard sono verbalmente identici, ma il secondo è quasi infinitamente più ricco. (Più ambiguo, diranno i suoi detrattori; ma l’ambiguità è una ricchezza)”.
Esaminiamone gli incipit, prima quello di Cervantes:
 En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivía un hidalgo de los de lanza en astillero, adarga antigua, rocín flaco y galgo corredor. Una olla de algo más vaca que carnero, salpicón las más noches, duelos y quebrantos los sábados, lantejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos, consumían las tres partes de su hacienda.

Ed ora quello di Pierre Menard:

 En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivía un hidalgo de los de lanza en astillero, adarga antigua, rocín flaco y galgo corredor. Una olla de algo más vaca que carnero, salpicón las más noches, duelos y quebrantos los sábados, lantejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos, consumían las tres partes de su hacienda.

Non può sfuggire, anche ad un lettore meno avveduto, come  le due versioni differiscano, stante il fatto, incontrovertibile, che la prima, scritta nel XVII secolo, fu per Cervantes impresa ragionevole,  necessaria, forse inevitabile, mentre la seconda, scritta all'inizio del ventesimo, fu impresa quasi impossibile, oltre che irragionevole e non necessaria.

Non una una trascrizione, quindi, bensì una produzione (o ricreazione) duplicante nella quale si intravede quel vertiginoso miraggio, di cui parlava Blanchot, delle infinite possibilità di uno specifico mondo reale.

Per il momento non è disponibile una traduzione in italiano, ci auguriamo che qualche editore lungimirante, che nel nostro paese fortunatamente non mancano, voglia colmare questa lacuna.

venerdì 11 maggio 2018

Alberto Savinio - ASCOLTO IL TUO CUORE CITTA' - Bompiani 1944




Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, nasce nel 1891 ad Atene, dove si diploma al conservatorio in pianoforte e composizione nel 1903, ma come, a soli dodici anni? Tutte le biografie trovate sul web danno come certa questa data, ma sappiamo che tutte le biografie del web hanno in comune di essere copiate da wikipedia. Muore a Roma nel 1952


Alberto Savinio fu musicista, scrittore, drammaturgo, regista, critico culturale per il Corriere della Sera, ma soprattutto pittore, come il fratello De Chirico, con la differenza che lui era quello bravo, anche se meno noto al grosso pubblico.

Come avverte nella brevissima prefazione di Ascolto il tuo cuore città, «questo è un libro discorsivo: un entretenimiento. Queste poche righe per avvertire che un libro «discorsivo» non è un libro minore, ma al contrario un libro maggiore: un libro massimo. Un libro di là dalle grandi luci e dalla grandi ombre, di là dalle vette e dagli abissi - di là dalle invenzioni, dalle rivelazioni, dalle illuminazioni. Nell'ambizione di fare «un'opera» c'è ancora della puerilità. Intesa questa puerilità e superata, non si scrivono libri, se ancora si ha voglia di scrivere, se non come un lungo e tranquillo conversare. La fase «cosmogonica» della poesia - e del pensiero - è superato, sottintesa, e «taciuta»; per quel pudore che è regola rigorosa sul piano di questa superiore civiltà.(...) Poi, più oltre, più su, luogo non ci sarà nemmeno per un discorso; ma solo per il silenzio».

La sua scrittura è brillante, imprevedibile negli accostamenti, arguta nelle citazioni, surreale e visionaria come la sua pittura; una bonaria ironia pervade questo insolito reportage di viaggio tra il Veneto e Milano, mescolando realtà e  ricordo, in un intreccio che rende la lettura estremamente piacevole e stimolante.

Un esempio di questa ineffabile prosa, la più stupefacente mai letta:

«Di tutte le vie di questa città così squisitamente peripatetica e dialogica, via Manzoni è la meno atta al conversare. Nel suo primo tratto principalmente, tra la Scala e il Monte Napoleone, via Manzoni è un enorme camminatorio di pietra, che colonne di artiglierià traversano senza interruzione, le une montanti le altre discendenti. Il cupo fragore di questi tram ermetici e bassi, meno fatti per correre sulla superficie della terra che sul fondo del mare, non penetra in noi per le orecchie ma per lo stomaco. Chi è costretto a passare per via Manzoni di giorno e a piedi, affretta il passo e tiene la bocca chiusa come per gelo. Se ha cosa molto urgente e importante da comunicare al compagno, gli accenna di fermarsi, si volta verso di lui, fa tromba con le mani, e come marinaio nella bufera gli grida: «Ti sei ricordato di scrivere a Quasimodo che il colore degli ulivi greci, che Anacreonte chiama chlorós, è impropriamente tradotto "glauco", perché la qualità marina di questo aggetivo, il suo umidore, le immagini opache che esso evoca, la sua stessa sonorità cupa, rotonda, sdentata, molle, da "tuffo", si affà alle cose marine e soprattutto sottomarine, non al fogliame dell'ulivo greco, così terrestre, così asciutto, così palladico?» Dopo di che fa cenno al compagno che ha finito, e riprende la strada affrettando anche più il passo, come il treno che è stato costretto a fermarsi per alcun incidente, e accellera per arrivare in orario».

Per non parlare di quando disquisisce sulle caratteristiche dei formaggi:


«Il Parmigiano è un formaggio base. E' nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl'individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio "stanco" che, come una fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggi bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti,che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d'olio. Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S'intende che la parte del violencello del quartetto dell'orchestra casearia, la fa la Groviera. (...)
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di carro attesta la solidità del suo sapore. E' il Morgante Maggiore(*) dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli:il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall'altro sulla stessa via consolare, schierati da settentrione a mezzogiorno, "appoggiati" ciascuno a una forte città, come l'armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano».
 
(*) Poema burlesco in versi di Luigi Pulci (1432-1484)
 

La prova della grandezza di Savinio scrittore la si può intuire dalla decisione di Sellerio di pubblicarne tutta l'opera narrativa, compreso un racconto inedito, che potrete trovare in questo link:

 https://www.adelphi.it/catalogo/autore/179/p2


venerdì 30 marzo 2018

Carlo Coccioli - FABRIZIO LUPO - Rusconi, 1978 - £ 7.500


Carlo Coccioli (1920-2003),  nato a Livorno, vissuto in Libia, partigiano in Italia (medaglia d'argento al valor militare), esule in Francia per omosessualità, e poi, come tutti gli scrittori esuli del mondo, nell'accogliente Messico dal 1953. Sarà per questo che la pagina Wikipedia in lingua spagnola è molto più esauriente di quella italiana, dove persino i 40 libri pubblicati da Coccioli non trovano il corrisponente link. Decisamente interessante invece la pagina web a lui dedicata:

                        http://www.carlococcioli.com/it/




La prima stranezza di Fabrizio Lupo è che si tratta di un romanzo  scritto in francese nel 1952 e tradotto dallo stesso Coccioli in italiano solo nel 1978, per l'ostilità che il soggetto provocava nell'Italia bacchettona dell'epoca (per dare un'idea del clima che si respirava, basti pensare che il Sant'Uffizio nel 1952  mette all'indice dei libri proibiti tutte le opere di Moravia e rivolge un appello al governo italiano perché "non permetta la pubblicazione di simili libri".
Per dovere di cronaca si deve segnalare che Dario Bellezza riteneva stilisticamente superiore la versione originale francese di Fabrizio Lupo.

L'incipit è di quelli che catturano subito l'interesse del lettore:

Il 3 gennaio 1951, verso mezzogiorno, un fattorino bussò alla porta del mio appartamento fiorentino, in via Pietrapiana, e mi porse una busta: era una lettera espresso. Stavo per uscire e avevo fretta; la deposi su una mensola e non ci pensai più. Tornato a casa alle undici di notte le gettai un'occhiata e vidi che l'avevano impostata in città; l'indirizzo era scritto a mano ma non riconobbi la scrittura. Apersi la busta e, tracciate con caratteri chiari e ordinati su un foglio di carta rossa, lessi le righe seguenti:
«La supplico di fissarmi al più presto un appuntamento. Il mio numero è 93633. Vivo nell'attesa di un Suo cenno. Fabrizio.»
Il nome bastò a suggerirmi quel che non mi aveva rivelato la scrittura. Colui che si firmava Fabrizio, io non lo conoscevo di persona, né lo avevo mai visto; però non era la prima lettera sua che ricevevo. La prima lettera, difatti, mi era giunta dopo la pubblicazione del mio romanzo La difficile speranza (nella primavera, se non sbaglio, del 1947); e dire che mi era sembrata bizzarra, o inquietante, sarebbe dire poco. Consisteva in una pagina bianca: un comune foglio per corrispondenza, sul quale era stato tracciato, in fondo, a destra, il nome  «Fabrizio». Avevo penato a ritrovare mentalmente il valore simbolico che in una storia poetica poteva significare l'invio di una «page blanche» a qualcuno; ma il carattere particolare del romanzo cui quello strano messaggio si riferiva, particolare in ogni senso, mi aveva aiutato.

Se la lettura di Fabrizio Lupo non è arrivata a prendermi «per incantamento» è dovuto, credo, agli oltre sessant'anni trascorsi da quando è stato scritto.

In questo lungo lasso di tempo è cambiato tutto: la società, la mentalità, la percezione che abbiamo della realtà, ma anche, e soprattutto, la letteratura. 

Nel conformismo neorealista degli anni '50, quella di Coccioli era una scrittura fortemente innovativa e di rottura: il romanzo nel romanzo, i piani temporali che si intersecano tra fabula e intreccio, personaggi simbolici e personaggi reali: tutto il bagaglio che fa parte dei mezzi illimitati (?) nel narratore, oggi lo si legge, forse, con meno sorpresa per talune invenzioni narrative, allora quasi rivoluzionarie. 

E poi, per dirla tutta, c'è un misticismo di fondo che non rientra tra le cose che amo di più, nella vita e nella letteratura.

martedì 27 marzo 2018

Mario Soldati - LA CONFESSIONE - Garzanti, 1955 - £ 1.000

Mario Soldati (1906-1999) scrittore, giornalista, saggista, regista sceneggiatore, autore televisivo: non c'è settore dove questo poliedrico torinese non abbia brillato per fantasia, inventiva, novità di linguaggio; un affabulatore colto che ha precorso i tempi conciliando cultura alta e cultura popolare. Ne sono una prova i documentari per la televisione verso la fine degli anni cinquanta alla ricerca del cibo e del vino genuino, dei locali storici, dei personaggi più improbabili. Secondo Montanelli:

«...la sua vera natura e vocazione erano quelle dell'attore. In ogni momento e circostanza, anche nella conversazione tra amici come, Longanesi, Maccari,Flaiano, il sottoscritto, anche – credo – a letto, Soldati recitava una parte in cui s'immedesimava.»


Per i giovani che non lo hanno conosciuto sotto questo aspetto, il link di una trasmissione del 1957:

https://www.youtube.com/watch?v=WnlpPRw1mdk



Avevo 16 anni quando lessi La confessione di Soldati, ricordo che mi piacque anche se situavo il perno del romanzo nell'ipocrisia del gesuita confessore, e della nonna, coalizzati nell'indirizzare le pulsioni erotiche del protagonista, forse destinato al sacerdozio, verso un coetaneo piuttosto che rischiare di perdere l'anima dietro i pensieri lussuriosi che le donne già gli ispiravano;  rileggendolo dopo più di sessant'anni non solo confermo quel lontano giudizio, ma ne apprezzo ancora di più la rara capacità di scandagliare l'animo umano.

Questo l'incipit, che da un'idea abbastanza precisa del linguaggio e della tecnica narrativa usata da Mario Soldati in questo piccolo capolavoro:


Aveva fatto le scale di corsa. Il cuore gli balzava in gola. Si fermò, si appoggiò al muro. Nel corridoio deserto, le porte a vetri delle classi erano spalancate e diffondevano, poiché le lezioni erano finite da pochi minuti, un odore triste di polvere e di rinchiuso. Si vedevano, in fondo al corridoio, gli scacchi bianchi e neri del pavimento diventare dorati e grigi nella grande losanga di sole proiettata dal finestrone del cortile. Era il sole delle quattro del pomeriggio, il sole di subito doposcuola. E il vocio dei ragazzi che facevano ricreazione giungeva smorzato dalla lontananza e dal vuoto interno dell'istituto: un urlo fuso, lontano, felice, che saliva e scendeva, si ingrossava e si assottigliava, alternativamente. Si distinguevano soltanto, a tratti e sul vertice del crescendo, quando l'urlìo facendosi vicinissimo e angoscioso pareva per un istante inondare il corridoio, le voci dei bambini delle elementari, o le strida altrettanto acute che nei momenti decisivi del gioco cacciavano persino i suoi compagni di ginnasio superiore. La ricreazione brutale e avvilente dove egli sentiva di non poter brillare (come gli diceva il prefetto dei piccoli) e anzi di essere ridicolo, e che quindi aveva abbandonato un momento prima per salire su, dove tutto era vuoto e silenzio, ora, staccata da lui, addensata in quel vocìo, ridotta a quell'effetto sonoro, tornava a proporgli il miraggio delle gioie che riempivano la vita di tutti i suoi compagni, ma non la sua, e gli stringeva il cuore, come i gridi delle rondini a sera, quando, seduto al suo scrittoio vicino alla finestra aperta, ricopiava in bella il compito: sentiva di là che preparavano la tavola e avrebbe voluto essere lontano, libero, felice.




sabato 24 marzo 2018

Rosario Castellanos - BALÚN CANÁN - Coleccion Popolar, 1984 -






Rosario Castellanos Figueroa (1925-1974), è stata poeta e una delle maggiori scrittrici messicane del ventesimo secolo, combattente per l'uguaglianza di genere e difesa delle minoranze etniche, nonché ambasciatrice in Israele.


Rosario Castellanos Figueroa

Questo  BALÚN CANÁN (1957) è la sua prima opera  di narrativa, un'analisi appassionata e puntuale del conflitto nel Chiapas tra i proprietari terrieri, bianchi e di lingua spagnola, ed i nativi di origine maya e di lingua tzeltal. Riflette in parte la sua esperienza di bambina, essendo vissuta in Chiapas nell'azienda di famiglia e dove, come la protagonista del racconto, perse il fratello più piccolo che morì per una malattia, mentre nel racconto, per gli influssi malefici degli stregoni indigeni.

Il racconto si divide in tre parti, la prima e la terza è raccontata dalla protagonista, una bambina di cui non conosciamo il nome, che descrive la realtà che la circonda con la freschezza dei suoi sette anni. Nella seconda parte, invece, è un narratore onniscente a raccontare i drammatici fatti che si svolgono nella hacienda Chactajal, durante la presidenza di Lázaro Cárdenas (dal 1934 al 1940) ricordato per aver distribuito 17 milioni di ettari ai contadini nullatenenti e promulgato una legge per imporre ai proprietari terrieri di impartire l'istruzione primaria ai figli dei lavoratori delle aziende agricole.

Questo l'incipit del romanzo:

- ...Y entonces, coléricos, nos desposeyeron, nos arrebataron lo que habias atesorado: la palabra, que es el arca de la memoria. Desde aquellos dias arden y se consumen con el leño en la hoguera. Sube el humo en el viento y se deshace. Queda la ceniza sin rostro. Para que puedas venir tú y el que es menor que tú y le baste un soplo, solamente un soplo...
- No me cuentes ese cuento, nana.
- ¿Acaso hablaba contigo? ¿Acaso se habla con los granos de anis?
No soy un grano de anís. Soy una niña y tengo siete años. Los cinco dedos de la mano derecha y dos de la izquierda. Y cuando me yergo puedo mirar de frente las rodillas de mi padre. Más arriba no. Me imagino que sigue creciendo como un gran árbol y que en su rama más alta está agazapado un tigre diminuto. Mi madre es diferente. Sobre su pelo - tan negro, tan espeso, tan crespo - pasan los pájaros y les gustan y se quedan. Me lo imagino nada más. Nunca lo he visto. Miro lo que está a mi nivel. Ciertos arbustos con las hojas carcomidas por los insectos; los pupitres manchados de tinta; mi hermano. Y a mi hermano lo miro de arriba abajo. Porque nació después de mí, cuando nació, yo ya sabía muchas cosas que ahora le explico minuciosamente. Por ejemplo ésta: Colón descubrió la América.


A ricordarci la condizione della donna in Messico è il comune tragico destino di tutti i personaggi femminili del racconto: la bambina che porterà il rimorso di essere sopravvissuta al fratello maschio, la madre Zoraida che con la morte del figlio Mario perde l'unico valore che rappresentava, cioé l'aver dato un erede maschio alla dinastia terriera, e così le altre tre figure feminili.

Le difficoltà qui raccontate nell'applicare la direttiva governativa in favore dell'istruzione primaria dei figli di lavoratori agricoli, ci ricorda che dopo 80 anni la situazione è ancora tragica se 42 studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa sono desaparesidos per mano dell'esercito messicano, forse in combutta con il narcotraffico. La scuola è lo strumento da distruggere quando si pone al servizio dello sviluppo dei diseredati e gli insegnanti sono l'obiettivo da colpire.

Grazie all'amica Elisabeth che da  Ciudad de México mi ha inviato questo bellissimo regalo, facendomi conoscere questa grande scrittrice. Non è tradotto in italiano, ma per chi mastica un po' di castillano non è un'impresa  impossibile leggerlo e su internet è disponibile.