domenica 9 settembre 2018

Dominique Fernandez - IL VIAGGIATORE AMOROSO - Rizzoli, 1982 - £ 15.000



Dominique Fernandez, nato nel 1929 nell'area metropolitana di Parigi, a Neuilly-sur-Seine,  è uno scrittore attivo in molti ambiti culturali: membro dell'Académie française, docente universitario italianista, critico letterario e giornalista di Le Nouvel Observateur; autore di libri di successo come Porporino o i misteri di Napoli che gli valse nel 1974 il premio Premio Médicis, e il prestigioso Prix Goncuort nel 1982 per il romanzo Nella mano dell'angelo.

Dominique Fernandez nel 2009


Figlio di quel Ramon Fernandez (1894-1944), qui da noi conosciuto soprattutto per un saggio: Proust o la genealogia del romanzo moderno, Bompiani, 1980; scrittore che nel 1945 evitò il processo per collaborazionismo con il nazismo, morendo tre settimane prima della liberazione di Parigi.

Questo libro di Fernandez, che reca come sottotitolo Viaggio nell'Italia culturale, e' ricco di curiosità, impressioni e giudizi; alcuni condivisibili altri difficile da accettare, come ad esempio il saggio su Pavese, senza mettere in discussione convinzioni e certezze che il tempo ha cristallizzato rendendole incontestabili.  

C'e' poi nel libro di Fernandez una tesi, suscettibile di creare fastidio tra gli appassionati di teatro lirico,  quando afferma che lo sviluppo del melodramma in Italia  nasce dalla mancanza di una vera tradizione di romanzo nazionale, ipotesi questa che in un certo senso sminuisce il valore dell'opera in se ed e' contraddetta dall'esempio russo, che ha sviluppato entrambe le tradizioni, sia del romanzo che dell'opera.

L'amorevolezza che il viaggiatore Fernandez anticipa nel titolo, sembra prefigurare una sorta di captatio benevolentiae per i molti giudizi espressi, spesso severi,  su ataviche abitudini di noi italiani.

Il libro inizia con un'accattivante Lettera d'amore a Napoli, nella quale le ragioni di tale amore sono esplicitate con una sincerità disarmante, sentendosi preso, giungendovi, per incantamento, cioè strappato alla mia condizione anteriore, ai miei gusti, alla mia cultura, ..... come l'incontro di due persone destinate ad amarsi priva entrambe di ciò che credevano di essere ..... lasciandole indifese, più disarmate di un bambino.

Comunque lo si consideri, questo di Fernandez e' un libro  cui si torna volentieri per approfondire un concetto o confrontare un giudizio, piacevole da leggere e che, al di la' delle cose che si possono non condividere, dimostra chiaramente come l'autore abbia un'attenzione non superficiale, e una conoscenza profonda, della cultura italiana. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 27 agosto 2018

Raymond Chandler - IL GRANDE SONNO - Corriere della Sera - 2017


Nello spazio che la COOP di Genzano riservata allo scambio di libri  tra i suoi clienti, fra tanta paccottiglia lasciata lì in alternativa al cassonetto del riciclo, avviene, anche se raramente,  di trovare qualche gioiellino, in questo caso il più classico della narrativa poliziesca americana!

Raymond Chandler (1988-1959), scrittore e sceneggiatore, il più importante narratore del genere hard boiled, il genere poliziesco americano creato da Dashiell Hammett negli anni venti, più realistico di quello deduttivo di tipo europeo, duro e violento come è spesso la realtà.

Chandler crea con questo romanzo del 1939, il romanzo ha la mia stessa età,  il personaggio di  Philip Marlowe, che servirà da modello per (quasi) tutti i detectives privati che verranno nel corso degli anni.

Caratteristica fondamentale del detective è quella di essere un po' orso e lavorare da solo; l'età è sempre compresa tra i 35 e i 45 anni, ed è un tipo molto "duro". Non ha molti amici, vive da solo e la sua "dieta" consiste in uova fritte, caffè nero, sigarette e whiskey.

Perennemente al verde, tuttavia, chiede sempre una paga piuttosto bassa. I casi di cui si occupa, a prima vista, sembrano essere semplici e lineari, quasi sempre si rivelano invece abbastanza intricati, costringendo così il detective ad intraprendere una sorta di odissea attraverso gli scenari urbani che lo porta a scontarsi, spesso, con la malavita organizzata.

E' un personaggio laconico, abituato ad esprimersi per monosillabi; spesso usa metafore colorite, è sarcastico e dotato di un sottile senso dell'umorismo, eccone un esempio con una cliente stanca di aspettarlo nel suo ufficio:

«Oh, vi siete alzato finalmente.. » disse arricciando il naso all'indirizzo del divano rosso sbiadito, delle due poltroncine semigodibili, delle tende di rete che reclamano una buona lavata e del tavolo libreria, tipo scolaretto, con sopra le solite venerande riviste, indispensabili per conferire una specie d'aria professionale all'ambiente. «Stavo cominciando a credere che lavoraste a letto la notte come Marcel Proust.»  «E chi cavolo è?» mi misi una sigaretta in bocca e stetti a osservarla. Era palliduccia e tesa; ma non pareva portata a perder le staffe.«Uno scrittore francese, specialista in degenerati. Non credo che lo possiate conoscere.»  «Davvero?» dissi. «Beh, passate nel mio boudoir.»

L'utilizzo del termine boudoir da parte di Marlowe, fa intendere che il brusco detective ha una certa dimestichezza con la letteratura francese e, per associazione di idee, al termine degenerati risponde con un'allusione alla nota opera del Divin Marchese.

E' una lettura piacevole e l'intrigata storia funziona ancora, impreziosita da quella pàtina un po' retrò che le conferisce un fascino ineguagliabile, dove il ricordo della coppia Humphrey Bogart e Lauren Bacall nel bel film di Howard Hawks del 1946, contribuisce ad arricchire.




Raymond Chandler






















sabato 18 agosto 2018

L'INCIPIT PIU' FAMOSO DEL MONDO, TRADOTTO NEI DIALETTI ITALIANI





Tempo fà, sfogliando fino all'ultima pagina il secondo volume delle opere di Salvatore Di Giacomo, nella bella edizione Classici Mondadori (1965), vi ho scoperto inserito un glossario mai notato prima, molto utile per quei lettori in difficoltà con il napoletano.

Nello stesso periodo avevo iniziato a frequentare un gruppo Fb denominato Proust/temi, dedicato ovviamente a Marcel Proust; ne fanno parte scrittori, traduttori, critici, insegnanti: il meglio, credo, della cultura italiana contemporanea, ma anche semplici lettori come me, appassionati del grande autore della Recherche. 

Per gioco, utilizzando quel glossario, provai a tradurre in napoletano il bellissimo incipit proustiano, nella versione di Natalia Ginsburg: Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cosí subito che neppure potevo dire a me stesso: "M'addormento". 

L'ho proposto come provocazione scherzosa al gruppo Proust/emi, invitando i membri a cimentarsi :  https://www.facebook.com/groups/proustemi/ 
senza immaginare che avrebbe ottenuto una così ampia adesione.

Su sollecitazione di Giuseppe Girimondi Greco, amministratore del gruppo Proust/emi, pubblico qui sul blog i risultati di questo gioco, per raggruppare in un unica posizione e non disperdere questi contenuti.

(Napoletano maccheronico)«Avassai me addubbechiaje de bon’ura a umbruliata. A vote quann ammurtaje o muzzuni, l’uocchie mprescia nzerraje, ca mancu avire o tiempo pa dicere: “m’adduorme”.» (Giorgio Metalli)



(Andriese) P tanda timb m teng sceut a cocc' all'aur d r gadduin. Ogni tand, quand ssteiv la cannail, l'ucch m s achiudeivn tanda all'acchrenn ca nan tneiv u timb d dicr "staic a pgghe' sunn". (Giovanni Bitetto)

(Barese) So sciut a dorm come a le gaddine pe nu sacc de timp. Ognettand, mang avev' stutat la cannel, che l'ecchje s'acchiedevene adacchesì subete che mang faceve attimb a penzà: "me ne stogg a scì o senn".(Cristò Chiapparino>)

(Romano) Pe’ ‘n zacco, so’ ito a letto presto. A vorte, come smorzavo er lume, l’occhi me se chiudeveno sì presto che manco c’avev’ er tempo de me di’: “Mo’ dormo”. (Daniele Petruccioli)

(Trentino) Par an bel po de tep so na a dormir prest de sira. Certe olte quande che smorsava al lom, me se sarava i och così n prasa che ne ghe revava gnaca a dirme. Me so andomansà (Francesca Maccani)

(Valdarnese) Pe’ un be’ i’ po’, so’ andato a letto presto i’ giorno. Delle volte, come spengevo i’ lume, penavo ‘osì po’o a chiude’ l’occhi, che nemmen pote'o dì: “Via, dormo.” (Sarmi Zeghetusa)

(Fiorentino) Per un fottìo di tempo, sono andato a letto 'on le galline. Quarche vorta, 'un facevo a ttempo a spenge 'r moccolo, che l'occhi mi si chiudevano 'osì di 'orsa che 'un ciavevo nemmeno 'r tempo di dimmi: "Oimmèi, ciò 'n sonno che 'un vedo l'ora di dormì".(Nadia Gambis)

(Crotonese) Pi parecchiu tempu, me curcatu prest 'a sira. E chiu 'i na vota appena stutava a cannila l'occhi mi si chiudivinu annavota tantu ca u riusciva a diri manc': Mo dormu! (Giovanni  Lentini)

(Napoletano 2) Pe’ tanto de chillu tiempo, me so’ coccato ampressa a’ sera. ’E vvote, comme se stutava ‘a cannela, se ‘nzerravano ll’uocchie all’intrasatta, ca manco facevo a tiempo a me dicere: “oi' me sto addurmenno”. (Fabrizio Coscia)

(Palermitan-trentino) Pi tantu tiempu mi cuiccavo priesto ri sira. Ciette vuaite quannu spegnivu a cannela mi si chiuvano li occhi accussì priestu ca manco mi putieva rire...mi staiu addormiscinnu (Francesca Maccani)

(Roccagorga LT) Pe' 'no sacco de témpo, me so' addormito lèsto la sera. 'Ca vota, appena se smorzava la cannéla, gl'ócchi me se chiudenno accosì de' furia che non teneva manco glio témpo de dimme: "Oh, me stonco addormì". (Elisa Casseri)

(Alto salentino) Pi tanta tiempu m'aggiu sci curcatu subbtu la sera. Ncierti voti, mancu si stutava la cannela, mi vinia na papagna ca si chiutiunu li uecchi, mancu lu tiempu cu dicu: sta pigghju suennu (Sibilia De Cumana)

(Trevigiano) Par molto tempo, son andà a dormir de bonora. Càlche volta, stuàa a candea, i oci me se sarava cussì de sùito che non potea gnànca dirme: “Me indormenso”. (GGG)

(Toscano) Per di molto mi garbò coricarmi anzitempo. Non avea ancor fatto l'atto di spegnere il moccolo, che d'un tratto sopraggiungevano i pisani. (modo di dire toscano quando i bambini si addormentano) (Luigi Lazzerini)

(Modenese) Per dimandi teimp a sun andè a let cun el galéini. Quelch volta, apeina smurzé al lumein, i ôc i se sreven acsé in presia c’an féva gn’anc in teimp a direm: “a m’indurmeint” (Patrizia Carretti))

(Abbruzzese-teatino) Pe' na freca de temp', so jit a lu llet ngh' le gallin'. Chacche vót, ar'mmort' la cannel', mi si chiudevn' l'ucchj cusci' a la 'mbress' ch' n' puté mang' dic': "Mo' m'addorm'". (Federica D’Alessio)

(Montoro AV) Pe' nu sacco e tiempo me ne so juto a cuccà ampressa 'a sera . Certe vote nun faceva a tiempo a stutà o cerogeno ca 'na cataratta scenneva ncopp' a ll'uocchi accusssì all'intrasatta ca manco tenevo 'o tiempo e ricere: mo m'addormo. (Licia Giaquinto)

(En français argotique, un peu vieilli, on pourrait avoir ): "Pas mal de temps, je m'suis pieuté comme les poules. Des fois, j'avais pas coupé la chique à ma loupiotte que je pionçais d'jà comme une pioche et rien que m'dire, queques minutes après, faudrait penser à la dorme, ça m'coupait la ronflette..."). Pierre Yves Leprince)

(Nicastrese) Assai assai mi curcai priastu a sira. Certi voti, quannu a candiala finia, l’uacchi appasulavano senza mancu u tiampu di diri ca durmia (Ippolita Luzzo)

(Basso Veneto) Par un mucio de tempo so nda in leto presto ea sira. Dee volte, pena smorzà el mocoeo, I oci me se sarava cussì in pressia ca ne gheva nian el tempo da dirme: “M’indormezzo”. (Francesca Dallagà)

(Romanesco) Pe’ ‘na cifra, me piava l’abbiocco appresso a’ ‘e galline. C’avevo ‘na cecagna, che manco spegnevo a luce che m’addormivo.(Andrea Caterini)

(Romanesco) "Pe' tanto tempo, me so' corcato de bbonora. Certe vorte, appena che smorzavo er moccoletto, me se chiudeveno già l'occhi, che manco me riuscivo a di': "M'addormo".(Enrico Buonanno)

(Sardo) Seu atturau unu tempu longu a mi 'nci drummì chizzi comenti is puddas. Chi mancu tenia su tempu de nai "sturu sa luxi" chi giai femmu drummiu comenti unu perdigoni  (Teresa Porcella)

(Latino) Diu mature decubui. Nonnunquam, candela nuper extinta, oculi mei tam raptim claudebantur ut ne satis quidem temporis haberem ad mihi dicendum: “Obdormisco”. (Ezio Sinigaglia)

(Triestino) «Per una scariga de tempo so’ndà dormir co le galine. Ale volte, ‘pena studada la candela, i mii oci se serava cusì de balìn che no gavevo gnanca el tempo de dirme: “Me indormenzo.”» (Vincent Baker)

(Leccese) Pe' mutu tiempu, m'aggiu curcatu prestu. Certe fiate, appena stutava la luce, l'ecchi me se chiutianu de corpu. Nun ncucchiava mancu cu dicu "sta 'bbuccu" (Emanuela Chiriacò)

(Ruvo di Puglia) P tanda timb, m so' qulquot all'asqrsciut. Ognettand, mang la cannail s'avaie st_tot, ca rr dduacchier s'avain abbannot, tant fscci'eann ca nan tnaie mang u timb d discm: "mo m n voc au sunn". (Traduzione collettiva famiglia Mele-Lamparelli-De Vito)

(Napoletano Pe' nu cuofan' ' e tiemp', 'a sera so' ghiut' a liett' ambress'. Cierti vvote, nemmanc' 'a cannela s'era stutata, che l'uocchie se chiudevan' accussi' all' intrasatta, ca manc' me putevo dicere: "Me stong' addurmenn'" (napoletano da Ginzburg) le d di "chiudevan'" e "dicere" si pronunciano erre (Alba Coppola)

(Piemontese) "Për tant temp, sun andait a let ad bun'ura. 'Dle volte, cuma l'avìa distisà la candeila, gli êui a'm sarau talment an prèsa, ch'a la vìa gnanca al temp 'd dì a me medesim: mi m'andörmu".(Christian Speranza)

(Milanese) Per όn fracch de temp sont andà a lecc prest. Di volt, malappenna smorzada la candila, i oeucc me se saraven inscì a la svelta che g’avevi gnanca el temp de dimm: “Sont dree a indormentamm”. (Ezio Sinigaglia)

(Bresciano) Per tanto tep, la serö so 'ndat a dormer prest. A olte, apena smorsat el mocol, ma sa saraö i öc sübit che ma sa disie gnach "Ma sa 'ndormente" (Francesca Maccani)

(Latino 2) Diu mature cubitum ieram. Nonnumquam, candela vix exstincta, oculi mei somno tam celeriter conivebant ut tempus deficeret ad mihi ipsi dicendum : "Somno me daturus". (Francesca Maccani)

(Pisano)Per un fottìo di tempo, sono andato a letto 'on le galline. Quarche vorta, 'un facevo a ttempo a spenge 'r moccolo, che l'occhi mi si chiudevano 'osì di 'orsa che 'un ciavevo nemmeno 'r tempo di dimmi: "Oimmèi, ciò 'n sonno che 'un vedo l'ora di dormì". (Nadia Gambis)

(Variazione finale) Oimmèi, ciò 'n sonno che 'un m'agguanto ritto".
[Pisamerda 'un mi c'entra, ma ci starebbe 'ome 'l cacio su' maccheroni ;-) (Patrizia Maria Barbini)
                                                                                                                                                                                     

(Veronese) "Par molto tempo, son ndà a dormir bonora. Càlche olta, ‘pena smorsà el mocolo, i oci i me se serava de boto che no podea gnànca dirme: “Me indormenso”. (Ugo Tecnica)

( tentativo in cosentino stretto) Ppi ttantu tiempu 'a sira mi signu curcatu priestu. Certi voti l'uacchi si chiudianu cu 'ra cannila, mancu u tiamp'i mi diri "mo duarmu" Viviana W Andreotti

 (Catanzaro): Ppe nu burdell e tempu a sira jia ma mi curcu prestu. Certi voti l'occhi si chiudianu 'nsema alla candila, mancu u tempu ma dicu 'mo dormu' (Viviana W. Andreotti)

 (Friulano) Par une vore di timp, o soi lat a durmì adore. Tantis voltis, quand che si studave le chiandele mi si siaravin i voi tant svels che no podevi nianchje dimi: "o mi indurmidis". (Dida Ghini)



(Latino) Tempus paschale ad surgendum est. Oculi, capti somnio, aperiunt visum ad meliora. Sic evenit, cum speremus maiora fore. (Francesco Polopoli)

(Un'altra versione barese):  "Pe nu sàcche de tijmbe, me so’ cherquàte ca jève sùbete. Ognettànde, còme la cannèle se stetàve, tànne tànne l’ècchije mije s’acchiedèvene tùtte na vòlde e non me dèvene u’ tijmbe de disce: « me ne vògghe o’ sènne »" (Paolo Bellomo)

(Catanese) Ppi tantu tempu m’a curcatu prestu. Certu voti, comu stutava a cannila, l’occhi mi s’anchiurevunu accussí di prescia, ca nun arruvava mancu a dirimi iu stissu: “M’alluppiu” (Giusy Sciacca)

(Gioiese) P' parickj timb m-so' qukah-t subb-t 'a ser. Cert vot, accomh st-tav 'a kannel, s-chjdev-n gl'uekkj mbrim, akksì-subbt ka mang u timb d-dic: "Mohh... m so add-rmschjut!" (Marco Cardetta)

(Calabrese-Cittanova) Pe' tantu tempu, mi curcai prestu 'a sira. Ogni tantu, astutata 'a candila, l'occhi si chiudianu accussì prestu che non potìa mancu diri a mia: "M'addormentu". (Natale Raco)

(S.Donato di Lecce) Pe mutu tiempu m’aggiu curcatu amprima la sira. Quarche fiata, mancu stutata la cannila, mampannaa l’ecchi cussì ampressa ca mancu putia dire a mia: “M’addurmisciu” (Massimo Dell’Anna)

(Giosa Ionica RC) "Peh' ttantu tempu jivu_u mi curcu prima_u 'scura. Ncuna vota, quantu_u_m'astutu a candila non m'accorggivi mancu ca' mi 'ndavia addormentatu". (Michele Sainato)



(Triestino) «Per una scariga de tempo so’ndà dormir co le galine. Ale volte, ‘pena studada la candela, i mii oci se serava cusì de balìn che no gavevo gnanca el tempo de dirme: “Me indormenzo.”» (Vincent Baker)

(Bitti, Nuoro) Pro meta tempus, mi so' corcatu pristu su sero. A bias, appena istutata sa cannela, mi si tancaian sos ocros gai da derettu chi mancu potio narrere a mene matessi: "Mi so dorminne". (Natalino Piras)


[Traduzione in romano standard] So' annato a dormì presto pe' na cifra de tempo. Certe vorte, appena che spegnevo la luce me se chiudevano l'occhi così in fretta che manco riuscivo a dimme: «M'addormento».  (Umberto Rossi)

(Piemontese): "Për tant temp, sun andait a let ad bun'ura. 'Dle volte, cuma l'avìa distisà la candeila, gli êui a'm sarau talment an prèsa, ch'a la vìa gnanca al temp 'd dì a me medesim: mi m'andörmu".(Christian Speranza

(Sinigaglia in milanese): Per όn fracch de temp sont andà a lecc prest. Di volt, malappenna smorzada la candila, i oeucc me se saraven inscì a la svelta che g’avevi gnanca el temp de dimm: “Sont dree a indormentamm”.
όn = pron. “un” (un)
fracch = pron. “frak” (molto, molti, un sacco di)
lecc = pron. “lètch” (letto)
smorzada = pron. “smursàda” (spenta)
oeucc = pron. “ötch” (occhio, occhi)
Sont = pron. “Sun(t)” (Io sono: la T si pronuncia solo davanti a vocale)
indormentamm = pron. “indurmentàmm” (addormentarmi: “sont dree a” = “sono dietro a”, cioè “sto + gerundio”

(Alto trevigiano occidentale) Par tant temp son 'ndat in let bonora. Dełe volte, pena stuzà el lumìn, i oci i me se sarava cussì in pressa che no fazeve gnanca ora a dirme: "Son drio indormensarme".(Corrado Piazzetta)
"z": s sonora.
"ł": e evanescente.

 (Montoro)Pe' nu sacco e tiempo me ne so juto a cuccà ampressa 'a sera . Certe vote nun faceva a tiempo a stutà o cerogeno ca 'na cataratta scenneva ncopp' a ll'uocchi accusssì all'intrasatta ca manco tenevo 'o tiempo e ricere: mo m'addormo. (Licia Giaquinto)

(S.Benedettodel Tronto): Pe nu sacche de timpe m’ so’ ite a dermì prest’ la sera. Quacche vota, comme spegnii la cannèle, ji’ucchie me se chiudì ampress, che non c’avì manc lu timpe de dimme: “mo m’addorm”. (Matteo Trevisani)

(sardo  campidanese) Po meda tempus mindi seu croccau chizzi, sa notti. A bortas, appena studada sa candela, s’ogus mi si serrabant aicci allestru chi nimmancu podíu nai: “Me seu drommendi!” (Marisa Salabelle)

(Crotonese) Pi parecchiu tempu, me curcatu prest 'a sira. E chiu 'i na vota appena stutava a cannila l'occhi mi si chiudivinu annavota tantu ca u riusciva a diri manc': Mo dormu! (Giovanni Lentini)

(cosentino): Ppe nu sacc' i tiempu, mi signu curcatu priestu priestu. Certe vote, mentr'a cannila si stutava, l'uacchi mi si chiudianu cussì veloce ca unn'avia mancu u tiempu i mi dicia: "M'adduarmu" (Michele De Marco)

(leccese): Pe' mutu tiempu, m'aggiu curcatu prestu. Certe fiate, appena stutava la luce, l'ecchi me se chiutianu de corpu. Nun ncucchiava mancu cu dicu "sta 'bbuccu" (Emanuela Chiriacò)

(Catania) Ppi tantu tempu m’a curcatu prestu. Certu voti, comu stutava a cannila, l’occhi mi s’anchiurevunu accussí di prescia, ca nun arruvava mancu a dirimi iu stissu: “M’alluppiu” (Giusy Sciacca)

(Gioia Tauro) P' parickj timb m-so' qukah-t subb-t 'a ser. Cert vot, accomh st-tav 'a kannel, s-chjdev-n gl'uekkj mbrim, akksì-subbt ka mang u timb d-dic: "Mohh... m so add-rmschjut!"(Marco Cardetta)

(Tramutolese - Val d' Agri - Pz ) Pe' tandu tiemb', 'a sera me so' jut' a curcà a mbressa. Certi bbote, nun facia a tiemb' a chiur u cerogec' ca l'uocchie se chiurienn accussi' priest, ca manc' putia rice: "Me sò mis a ddorme " (Antonello Saiz)

(Dialetto pavese, ceppo gallo-italico): Pr’un sac ad témp, ad sira sum andài in lét prèst. Di vòlt, fat che smursà al cér, am sa sarévan sü i oĝ in sì prèst ca pudévi nanca dì: “Sum dré durmì”.(Romano A.Fiocchi)

(Siena) credo che la direbbe più o meno così: Per tanto tempo la sera sono andato a letto presto. A volte appena spengevo la luce gli occhi mi si chiudevano così alla svelta che non facevo a tempo a dirmi: “ora dormo” (Giovanni Maccari)

 In dialetto guzzanese (emiliano appenninico): Per tant temp, a son andà a lett prest la sira. Dal volte, a smorzev la candela e i occi se sreven acsì in furia ch'an aveva gnanc' al temp ed dime: "adess dormo". (Giuseppe Dino Baldi)

(martinese) Er assiè ca a ser me cucheve subt. Cirt vot manc stutev a cannel ca ammim' l'ucchie addurmesciavn e ng faceva a ttimp a discer "me ne sto voc au sunn" (Cristina Caroli)

(lo traduco in andriese usando molte perifrasi, dovute alla conoscenza non abbastanza approfondita della lingua) P tanda timb m teng sceut a cocc' all'aur d r gadduin. Ogni tand, quand ssteiv la cannail, l'ucch m s achiudeivn tanda all'acchrenn ca nan tneiv u timb d dicr "staic a pgghe' sunn".(Giovanni Bitetto)

(Lucano). P’ nu sacc d’ timb’ m’ so sciot a cocc subbt la ser’. Cert vot’, non appen stutav la cannel, m’ s’acchiudivn l’ucchj a c’sse subbt ca’ mang m’ putev deic: ‘’ Mo’ me ne vac o’ sunn’’ (Rosa Altamura)

(Pistoia. più che di dialetto si tratta di costruzione e lessico in vernacolo) Per 'un so quanto, son andat'alletto presto. Alle volte spengéo la candela e l'occhi mi si chiudean prima che facess'a tempo a di' "ora dormo"". (Paolo Beneforti)

 Ostunese: Pe tanta tiempe, m'agghie curcate subbete la sera. 'guna vonda appena stetata la cannela li uecchie se chiudevano tanta subbete ca na fasceva ma che a tiempe a disce me sto addermesche.(Paolo Pecere)

(Capuano): Pe nu satc quant tiemp me so gghiut a cucca' ampress. Cert i vvote a cannel nun facev a ttiemp a se stuta' ke tenev già l'uocchie nserrate che nun tenev manc u canz e ricere: me vac a cucca'
(Paola Brandi)

(trevigiano): Par molto tempo, son andà a dormir de bonora. Càlche volta, stuàa a candea, i oci me se sarava cussì de sùito che non potea gnànca dirme: “Me indormenso". (Giuseppe Girimondi Greco)

(Istroveneto, Pola): Per sai tempo son nda dormir de bonora. Certe volte, pena distudavo la candela, i oci me se serava tutint'un cusì che no gavevo neanca el tempo de dirme: deso dormimo (Luc De Badò)

(Istrioto): Par longo tempo sen zì dormi de bonora. Iero volte che pena distudà la candela, i oci me se sereva tutint'un, cusì che no vevi nanca 'l tempo de dime: "me 'dormenzi". (Luc De Badò)

(Friulano orientale, Gorizia): Par tant timp soj lât durmì di bunora/adora.
Erin che voltis che, timp di distudà/pena distudavi la cjandela, i voi mi si siaravin daûr man/dut int'una, che no vevi nancja al timp di dimi: cumò m'indurmidisi/m'indormensi. (Luc De Badò)


(Versione perugina da parte di una che da trenta anni vive a Parma) “ pe ‘n sacco de tempo so gito a letto presto a la sera. D’le volte appena smorzato ‘l moccolo, l’occhi se chiudeveno tuttanbotto. Manco ‘l tempe da dì “mo maddormo “. (Cristina Cimicchi

(Perugia) pe ‘n sacco de tempo so gito a letto presto la sera. D’le volte appena smorzato ‘l moccolo, l’occhi se chiudévno tu; tambotto . Manco ‘l tempo da dì “ m'adormento". (Sanfro Allegrini)

(Palestrinese, RM): Pe 'nsacco de tiempo me so ito a coricà presto la sera.
A voti, quanno che se spegneva lo moccolo me sse ghiudeveno l'uocchi così ssubito che nun potevo manco dì tra mi e mi: "mo me dduormo" (Mirko Scaramella)

(Giovinazzese, Bari): Mo je tanda timbe ca m sò clucuèt subt la sair. Ogné tandè, quann la cannair s statv, l'occhir s'acchiedevn accsè subit ca mang m ptav desc: "M n stoggj a scè au sunn" (Francesco Depalma)


(Cosentino) : Pp'assaj tiempu mi signu curcatu priestu a sira. Certi voti, appena stutavu a cannila, l'uacchi si chiudianu accussì priestu ca unn'avia manc'u tiempu i mi dici:"Mo duarmu!"(Mariagiulia Miceli)

(Cistranese) : So' shiut a cucàrm subb't 'a sér p' nu sacc' d' tijmp.
Stàvn n'gijrt vót ca, meng u tijmp d' stutè a cannéll, l'uecchj s'chiudev'n senz ca putév dichr: "Sto pigghj swenn". (Gianluca Vignola)
  
(Giulianova, Teramo) Pe' 'nu sacc d temp m' so ddurm't prest la sor. Cirt vodd, appon smurav la cannol, m' s ch'jdav l'ucchj talment prest ch' 'nn arsciav manc a d'mm "Mo m'addorm".(Dinamo Seligneri)

(Dialetto di Venafro, IS) Tanta vot m'agg jùt a culucà priest la sera. Ciert vot, appena stutata la cannela, gl'uocchi m s chiurevn accuscì subt che n'nteneva manch i tiemp r m ric: "M piglia i suonn". (Paolo Pecere, versione di Francesco Giampietri)


(Benestare - Costa Jonica, RC): Pe' tantu tempu mi curcai prestu a sira. Certi voti, appena stutava a candila, mi si chjidianu l'occhji accussì prestu chi mancu mi potia diri: "m'addormentu". (Terry May Terry)

(Lombardo) Andavi in lecc cunt i gaiin, l'è andada inscì per un burdel de temp. Ghe'ren siir che n'avevi anca mo' smurza la candela e g'avevi subit i oecc saraa... (Andrea Dusio)