giovedì 3 gennaio 2019

Marco Balzano - RESTO QUI - Einaudi, 2018 - € 18,00


Monica, una mia amica insegnante, volendo condividere una sua bella esperienza di lettura, mi ha regalato questo libro, il quarto romanzo di Marzo Balzano, un quarantino milanese insegnante e scrittore. E' una buona cosa che siano gli insegnanti a scrivere libri, non i personaggi televisivi o i partecipanti ai talk show, ai quali gli editori, ultimamente, sembrano aver aperto un credito illimitato, i cui risultati ingombrano, senza nessuna effettiva necessità, gli scaffali delle librerie prima, e i magazzini del macero, dopo.

«E' una bella storia» mi ha detto porgendomelo «son sicura che ti piacerà».

Quante volte mi sono detto, bugiardamente, che a me non interessano le storie ma solo la forma della narrazione, il linguaggio; che non ci sono più storie da raccontare e quelle che riempiono gli scaffali delle librerie sono solo narcisistiche esibizioni, patetici selfie psicologici che è giustissimo scrivere per conoscere se stessi, ma deleterio dare alle stampe.

Ho iniziato a leggere con queste consolidate certezze, cercando già dentro di me le parole giuste per giustificare con la mia amica Monica una delusione che credevo certa.

Di primo acchitto ho giudicato il linguaggio troppo moderno per il periodo storico raccontato, ma poi, proseguendo la lettura ed entrando nella testa della protagonista, che è la voce narrante, ho capito che quelle frasi asciutte, essenziali, quasi hemingwayane, erano funzionali  al carattere di Trina, dura donna di montagna, forte e coraggiosa, provata dalla violenza subita dalla sua comunità, in guerra e in pace, e dalla scomparsa della figlia a cui si rivolge in forma di lettera-diario.

Questo è un romanzo storico, nel senso più classico del termine.

Per quanto i personaggi principali siano inventati, la storia, anche se poco conosciuta, è drammaticamente vera.

Trina, Erich e gli altri personaggi del romanzo sperimentano, singolarmente e come comunità, la forza cieca del potere politico, inconciliabile con gli interessi, ma soprattutto con la dignità della persona e della collettività.

Alla fine della prima guerra mondiale, col disfacimento dell'Impero Austro-Ungarico, alcune zone di confine passano all'Italia con le loro popolazioni di lingua tedesca. Con l'arrivo del fascismo viene imposta con la forza  l'italianizzazione, poi il progetto  di costruzione di una diga che mette in pericolo l'esistenza stessa delle popolazioni montane, quindi lo scoppio della seconda guerra mondiale, l'occupazione nazista dopo l'8 settembre, la lotta partigiana.

Ma neanche la pace e la democrazia sembrano porre fine alle sofferenze di quelle popolazioni della Val Venosta: la diga che distruggerà i paesi di Resia e Curon verrà costruita negli anni cinquanta, e a nulla sarà valsa la resistenza opposta per impedirne la realizzazione.

L'incipit:

  Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L'odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro.
   Saprei descriverti nei minimi particolari. Anzi, certe mattine che la neve è alta e la casa è avvolta da un silenzio che mozza il respiro mi vengono in mente nuovi dettagli. Qualche settimana fa mi sono ricordata di un piccolo neo che avevi sulla spalla e che quando ti facevo il bagno nella tinozza mi indicavi sempre. Ti ossessionava. O quel boccolo dietro l'orecchio, l'unico in quei capelli color miele.
   Le poche fotografie che conservo le tiro fuori con prudenza, col tempo si diventa di lacrima facile. E io odio piangere. Odio piangere perché è da idioti, e perché non consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandar giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre.


Nei link qui sotto, una interessante intervista allo scrittore Marco Balzano, finalista al Premio Strega e una storia documentata della diga.

https://www.raiplay.it/video/2018/07/Intervista-a-Marco-Balzano-26dc40ac-f696-4a20-8ee7-35c336c93265.html


https://www.youtube.com/watch?v=n7TvrzVB7Lw

lunedì 31 dicembre 2018

Mario Soldati - I RACCONTI - Garzanti 1957 - £ 2.000

Non si possono apprezzare pienamente gli scritti di Mario Soldati (1906-1999), se non si considera il periodo in cui sono stati scritti. Prendiamo ad esempio i primi tre racconti di questa raccolta: Vittoria, Fuga in Francia e Mio figlio, presenti, insieme ad altri tre racconti qui non riproposti, nel libro d'esordio di Soldati, Salmace nel 1929, lo stesso anno di pubblicazione de Gli indifferenti di Moravia.

Sono passati da allora ben 90 (novanta) anni! Cioé, per aver chiara la distanza che ci separa da quel 1929, è forse utile ricordare che in quell'anno avviene la firma dei Patti Lateranenzi, o anche che  è l'anno in cui Stalin propone al Politburo di cacciare Trotsky dal partito, lo stesso della Grande Crisi di Wall Street, lo stesso nel quale Al Capone compie la Strage di San Valentino o, se si preferisce, l'anno in cui Thomas Mann vince il premio Nobel per la letteratura. 

Un altro mondo, altre mentalità. Ecco, si deve tener conto di questo, perché solo chi riesce ad immaginarsi in quell'VIII anno dell'Era Fascista,  può compiutamente valutare la novità rappresentata dai racconti di Soldati, così come per Gli indifferenti di Moravia. 

Gli altri racconti presenti nel volume sono La verità sul caso Motta del 1941, L'amico gesuita del 1943, Fuga in Italia del 1946, tutti gli altri comunque anteriori al 1947, com'è precisato nella avvertenza. 

                                          AVVERTENZA E DEDICA

Questi racconti furono scritti tra il 1927 e il 1947. Il lettore troverà in essi ciò che crederà. A me piace considerarli, tutti insieme, come unautobiografia, una specie di diario. Varii neimodi, negli argomenti, nei trucchi, nelle confessioni, essi riflettono, fedelmente quanto involontariamente, venti anni della mia vita.
Li pubblico, ora, cercando di riparare a una quantità di sciatterie, ed escludendo i pezzi più futili: ma serbando comunque il rigoroso ordine cronologico che si conviene, appunto, ad un diario; e non cancellando i segni del tempo, neppure fuggevolissimi come il valore della moneta o la moda delle donne.
Infatti, perchè avrei dovuto aggiornarmi? Perchè ringiovanire personaggi e vocaboli esatti, che oggi sembrino antiquati, o invecchiarne altri, egualmente esatti, che oggi sembrino ingenui? Gioventù e vecchiezza esistono, certo, per ciascuno di noi; ma sono, per sè, stagioni di una vicenda che ci supera, e il cui linguaggio non riusciamo mai ad imparare.
Molti di questi racconti furoo scritti per diretto, efficace incoraggiamento di Leo Longanesi.
Dedico dunque il volume a lui: alla pungente memoria della sua generosità.


I personaggi di questi racconti giovanili di Soldati hanno una caratteristica comune:  si pongono tutti in modo critico nei confronti delle norme, delle leggi, delle abitudini dei buoni cittadini borghesi e fascisti. Non sono dei rivoluzionari e non contestano il potere politico, né la morale corrente, si pongono semplicemente di traverso, agiscono come se altre fossero le loro priorità, diversi i  principi. Eugenio, il protagonista del racconto Vittoria, non reagisce da marito oltraggiato alla scoperta del tradimento della moglie, ma ambiguamente ne coglie la carica erotica necessaria a rinnovare un rapporto consumato. Oppure Emilio, il giovane della Fuga in Francia che, pur sapendo che la bella Maria di cui è invaghito non cederà, non esita a cacciarsi nei guai per aiutarla, insieme a marito e socio bancarottieri, ad espatriare per evitare la galera. C'è in questi personaggi una carica trasgressiva e di rottura, quasi anarchica, che non contrasta con il tardo romanticismo e col crepuscolarismo piemontese.

Ha scritto di lui Natalia Ginzburg: Soldati è l'unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia...

domenica 23 dicembre 2018

Marcel Proust - All'ombra delle giovani fanciulle in fiore - Adattamento e disegni di Stéphane Heuet - Grifo Edizioni 2003 - € 15,00

La prima cosa che salta agli occhi sfogliando questa riduzione a fumetti di A l'ombre des jeunnes filles en fleur, dopo l'esperienza con la versione manga, presentato giorni or sono, è la linearità della disposizione delle tavole ma anche la cura dei dettagli, la precisione e la ricchezza delle immagini, decisamente più  appropriate di quelle manga all'elegante e ricco linguaggio dell'originale proustiano.

A differenza della recherche in versione manga, dove i disegni cercano con qualche approssimazione di raffigurare i personaggi descritti, qui siamo invece ad un livello più accurato, dove per alcuni personaggi,  si fa risalire la loro fisionomia ai modelli che hanno ispirato il narratore, un esempio per tutti il personaggio del barone di Charlus da giovane che è ripreso da un ritratto di Robert de Montesquiou.


                                                                                


Molto divertenti, addirittura didascaliche rispetto alla descrizione che ne fa il Narratore, le espressioni di interesse e di noncuranza del barone di Charlus, all'incontro fuori dell'Hotel a Balbec, tanto da confonderlo con un possibile topo d'albergo:



Sorprendente di questa riduzione a disegni di Stéphane Heut, è l'essere riuscito ad inserire, in sole 51 pagine di tavole, tutto ciò che accade dalla partenza da Parigi, all'incontro con le fanciulle, senza trascurare i particolari del racconto: il libro che legge la nonna in treno, il cognac bevuto, la sosta della nonna presso un'amica, l'arrivo a Balbec,  la chiesa in stile persiano, le impressioni dell'albergo con i suoi clienti, il direttore, Villeparisis e i viaggi in carrozza, il signore di Semeraria con la figlia, la principessa di Lussemburgo, Bloch con le sorelle, Saint-Loup, il barone di Charlus con il libro di Bergotte dato in prestito al narratore e poi richiesto indietro, e finalmente irrompe dalla spiaggia l'allegra brigata delle jeunnes filles en fleur: 
 
«Così impregnate d'ignoto, così inestimabilmente preziose, così verosimilmente inaccessibili»


                                                                     
 
E qui finisce il primo volume.

Mi chiedo quale funzione possa svolgere, ai fini della diffusione dell'opera di Marcel Proust, un'operazione di questo tipo. Ma non conosco la risposta. Un valore lo ha sicuramente in sé in quanto opera artistica di pregio per la buona fattura del prodotto; che possa invogliare alla lettura della recherche è possibile, ma può produrre, nel momento di passare dalla facilità del fumetto alla complessità del testo, un blocco, un rifiuto. E' più facile che, dopo aver letto l'opera, ed essendosene innamorati, si voglia conoscere tuto ciò che riguarda l'oggeto amato, ed anche una versione a fumetti possa interessare.

mercoledì 19 dicembre 2018

Marcel Proust - EN BUSCA DEL TIEMPO PERDIDO - la otra h, 2017, Barcelona






Che dire? Apprezziamo la buona volontà. C'avete provato, complimenti. Molto coraggiosi, non c'è che dire. Trattandosi di un'opera colossale per dimensioni, con personaggi complessi con rapporti tra loro intrigati, scritto in un linguaggio lucido e preciso come un bisturi o un laser, che non ammette semplificazioni o scorciatoie, forse il fumetto non è il mezzo più adatto per farne una riduzione. Poi manga?! A me sembra, ma non sono un esperto del settore, che il segno grafico dei fumetti manga tenda a semplificare, ma questa è una storia che di semplice non ha niente.

I sostenitori di questa forma di linguaggio possono sostenere che proprio la caratteristica dei fumetti manga si adatti alle tematiche proustiane, legate come sono al tempo e alla sua percezione, in quanto in grado di trasmettere in chi legge il senso di essere testimoni dei fatti mentre avvengono, e non di leggere di cose già avvenute, cioé di vivere una storia e non sentir raccontare un evento già accaduto.

Ma forse vale anche la tesi opposta, cioé che proprio questa precipua caratteristica dei manga, posto che un lettore occidentale sia in grado di percepire la sottigliezza grafica che la renderebbe così diversa dal fumetto occidentale, confligga con lo spirito proustiano della recherche, dove non è mai definito il tempo presente ma solo reminiscenze o impressioni, o come le chiama il Narratore «resurrezioni della memoria».

Nonostante l'improbo tentativo di fedeltà al testo, appunto coraggioso ma niente di più, è soprattutto la povertà grafica dello stile manga a renderlo alieno alla recherche.

Non posso fare a meno di pensare quale meraviglia, questa si di grande valore artistico, sarebbe potuta uscire dai pennelli sublimi e dai pennini icastici di un artista come Aubrey Beardsley, se il fato gli avesse consentito  di vivere più a lungo e lo avesse fatto innamorare dell'opera di Proust, com'era successo con la Salomé di Wilde.

In tema di fantasticherie, perché non immaginare cosa avrebbe potuto fare, della recherche, dal punto di vita grafico,  Alfons Mucha, che di Proust fu contemporaneo, e che il giovane ammiratore della Berma-Sarah Bernhardt, doveva conoscerne e forse apprezzare il lavoro, anche per il poster che Mucha  realizzò  per  Mèdéé della Bernardt.

Per finire, perché non immaginare, tanto non costa niente sognare, quel nostro grande autore, quel narratore sensibile, che purtroppo non è più tra noi, Hugo Pratt, cosa avrebbe potuto realizzare traducendo in disegno un'opera come A la recherche du temp perdu, con o senza la collaborazione di Milo Manara, per le scene di sesso?



lunedì 10 dicembre 2018

Giorgio & Lina Metalli - SCEMPIEZZE SENILI - L'Asino Editore - 2018 - T.P.


Presentato durante la  17ª edizione di Più libri più liberi, che si è svolta per il secondo anno consecutivo alla Roma Convention Center La Nuvola all'EUR, un progetto che tende a rivoluzionare il settore editoriale.

A fronte di un mercato che vive una crisi che non ha riscontri negli altri paesi occidentali, dove a un'alta produzione di libri corrisponde una bassa percentuale di lettori, che diminuisce anno dopo anno, fa riscontro una presenza massiccia di editori, tra grandi e piccoli circa 1500, con un numero abnorme di titoli pubblicati: 61.188, per un totale di 129 milioni di copie! (dati 2016)

Se consideriamo che ogni anno transitano presso il cimitero dei libri di Santarcangelo di Romagna, via del Progresso n.21, circa 500 milioni copie, per un totale di 10.000 titoli, di cui il 15% finisce al remainder mentre il resto viene inesorabilmente distrutto, appare del tutto evidente che una qualche soluzione vada cercata.

Il progetto che ci è stato proposto dall' AD de l'Asino Editore è semplice e geniale: il cliente lettore prenota il libro prima che venga dato alle stampe, con la possibilità di intervenire sulla trama, sulla struttura, sul punto di vista del narratore, addirittura sulla scelta dei personaggi, oltre che sul genere: romanzo (più di 60.000 parole), racconto (almeno 2000 parole), novella.

L'esordio di questa nuova forma editoriale ci è stata affidata per una copia pilota per verificarne la reale fattibilità, mentre in piena autonomia abbiamo deciso titolo e copertina. L'editore, non si sa in base a quali valutazioni, ritiene che, come coppia, potremmo rappresentare nella narrativa attuale, ciò che Anne e Serge Golon rappresentarono in quella degli anni sessanta dell'altro secolo.

Noi siamo fiduciosi e ci apprestiamo all'opera.

http://www.900letterario.it/attualita/mercato-editoria-italiana-infografica/



lunedì 19 novembre 2018

Raffaele La Capria - UN GIORNO D'IMPAZIENZA - Bompiani 1952 - £ 600



Sfoglio dopo non so più quanti anni il libro di esordio di La Capria e trovo questi tre biglietti che mi fanno viaggiare con la mente. Prima ancora di iniziarne la lettura,  mi si affacciano scene dimenticate di viaggi casa-lavoro e lavoro-casa, dove la lettura rappresentava la parte piacevole di quei lunghi spostamenti, dalla periferia dove abitavamo e il luogo del lavoro, il magazzino  Mondadori di Lungotevere Prati, a fianco del Palazzaccio a Roma.

Ma la memoria volontaria, lo sappiamo, può essere ingannevole. Pur essendo miei quei viaggi, forse non lo sono quei biglietti.  Nel risguardo, a mo' di ex-libris, c'è la firma di mio fratello e sotto la data Venezia agosto 53; adesso è chiaro il libro è stato acquistato in occasione di un viaggio per assistere alla 14ª Mostra del Cinema. E il 53 è quell'anno che non venne assegnato il Leone d'oro ma ben tre Leoni d'argento: «I racconti della luna pallida di agosto» di Mizoguchi, «I vitelloni » di Fellini e «Il piccolo fuggitivo» di Ashley (un capolavoro in b/n girato con cinepresa a mano, raro esempio di neorealismo statunitense).

Rimane il dubbio dei biglietti, su chi li abbia lasciati all'interno del volume. Ma non io, certamente, per la semplice ragione che per tutti gli anni 50 ho letto solo letteratura americana, che amavo per i suoi ritmi serrati, contratti, sincopati in Hemingway; amavo gli sperimentalismi di Dos Passos, quando raccontava la realtà sincronica della scena americana; il flusso di coscienza nei personaggi di Faulkner; la critica  sociale e l'impegno di Steinbeck. Solo qualche anno dopo ho scoperto la narrativa italiana, iniziando dal più anomalo degli scrittori: Buzzati.


Un giorno d'impazienza, ambientato in una Napoli dolente con i palazzi ancora diroccati dai bombardamenti, venne accolto con grande interesse dalla critica, che arrivò ad assimilarlo, per come era raccontato il senso di estraneità dei giovani usciti dalla guerra, a ciò che Gli indifferenti di Moravia aveva rappresentato nei primo dopoguerra.

L'incipit:

  Domani alle sei, a casa tua. Domani, cioè oggi. Appena sveglio avevo risentito le parole di Mira. Prigioniere del mio cervello vi camminavano su e giù, come in una gabbia. Ed ora aspettavo il tram al solito posto. Dovevo rivedere Enrico, dopo quello che era accaduto la sera precedente.
  Lo scirocco spazzava il marciapiede. Un effimero sole, che rendeva taglienti tutti gli spigoli, mi colpì la faccia ancora assonnata, oppressa da un oscuro senso di colpevolezza. Rimasi immobile, quasi impigliato, come un insetto nella luce dei fari di un auto.

Il tema è quello antico, eterno, del senso di insicurezza di chi ama, non sentendosi amato; l'angoscia che deriva dall'impossibilità del possesso completo della donna amata, del dolore quando la sentiamo lontana e del fastidio quando e disponibile. Come ha scritto Schopenhauer: La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti per l’occhio, li ingrandisce per il pensiero.  Marcel Proust lo sapeva bene.




venerdì 19 ottobre 2018

Pierre Michon - GLI UNDICI - Adelphi 2018 - € 16,00



Mi sono reso conto che il mio orgoglioso rifiuto di leggere scrittori viventi era solo un irraggionevole snobismo che mi privava del piacere di conoscere cosa avviene nel mondo delle lettere, confinandomi  in un limbo che è negazione stessa del concetto di letteratura.








Pierre Michon


Pierre Michon, nato nel 1945 in un minuscolo paesetto (Châtelus-le-Marcheix) di 375 abitanti, esordisce a 39 anni con un romanzo, Vite minuscole (1984),  da subito definito un classico contemporaeo che gli valse il prestigioso premio Prix France Culture.


In seguito Pierre Michon ha collezionato decine di premi letterari, compreso un Nonino nel 2017; questo romanzo, Gli undici edito nel 2009, Grand Prix du roman de l'Académie française, molto opportunamente Adelphi ne ha deciso la traduzione affidandola al francesista Giuseppe Girimonti Greco.


L'incipit:

    Era scialbo, di media statura, ma catturava l'attenzione con i suoi silenzi febbrili, la sua gaiezza cupa, i suoi modi ora arroganti ora obliqui - torvi, ha detto qualcuno. Niente di tutto ciò appare nel ritratto che sulle volte di Würzburg, e precisamente al di sopra della parete sud del Kaisersaall, nel corteo nuziale di Federico Barbarossa, Tiepolo ci ha lasciato di lui, quando il modello aveva vent'anni: è proprio lui, a quel che si dice, e lo si può vedere, alloggiato lassù, in mezzo a cento principi, cento conestabili e mazzieri, e altrattanti schiavi, mercanti e portatori, e animali e putti, e dèi, e mercanzie, e nuvole, insieme alle quattro stagioni e ai quattro continenti, e a due pittori di indiscutibile valore, coloro che hanno così inteso offrire del mondo una recensione esaustiva, e che del mondo pure sono parte, Giambattista Tiepolo in persona e Giandomenico Tiepolo suo figlio.

Era dagli anni settanta,  quando scoprii Garcia Marquez col suo linguaggio fantasmagorico, che la lettura di un romanzo non mi lasciava stupefatto per l'inventiva, per l'uso fantasioso e imprevedibile della scrittura che, immagino, deve aver reso la sua traduzione ardua ma divertente.

Il romanzo è un racconto orale di un narratore che, pur essendo nostro contemporaneo, ha assistito ai fatti storici durante il periodo del Terrore, ma che parla direttamente al singolo lettore  chiamandolo "signore"; ci si aspetterebbe di vederlo apparire all'interno della storia, testimone dei fatti narrati, non solo,  è anche narratore onnisciente, cioé entra nella testa e nell'anima dei personaggi, il pittore Correntin e i sinistri componenti del Comitato di Salute Pubblica, per sondarne le sinistre rivalità.

Nella sua strategia narrativa Michon procede per accumulazione, i fatti storici si delineano per sovrapposizione, come in una stampa policroma o come se da un blocco informe, al cui interno sappiamo giacere il soggetto pensato, anziché togliere, aggiungessimo materia. Il racconto è straripante, alluvionale, ma preciso e incisivo; il clima di terribilità dell'epoca  è resa come in un film, con continui fermo immagine che ne accentuano la plumbea atmosfera caravaggesca.

"Gli Undici" non ha niente in comune con i romanzi fin qui letti se non il suo aspetto fisico: essere stampato su carta e raccolto in volume come tradizionalmente si fa con i libri per essere letti, da sinistra a destra, dall'alto in basso, pagina dopo pagina.

Per chi ama la lettura è la prova che la forma-romanzo data per morta mille volte è viva e lotta insieme a noi.