domenica 12 febbraio 2012

DINO BUZZATI - A 40 ANNI DALLA MORTE


A quarant'anni dalla morte di questo grande scrittore e giornalista, mi sembra di far cosa utile e giusta ricordandolo con alcune immagini prese dal numero speciale che il CORRIERE DELLA SERA gli dedicò nel 1986.










Definire Dino Buzzati giornalista e scrittore, è riduttivo perché è stato molto di più: un innovatore del linguaggio, e artista completo: grafico, pittore, sperimentatore con il
compositore Luciano Chailly di un racconto
musicale in sei episodi e un balletto.

Queste immagini sono tratte da una delle opere più "curiose" di Buzzati: Miracoli di Val Morel, tavole dipinte come se si trattase di ex-voto rintracciati seguendo le indicazioni di un quaderno trovato nella biblioteca paterna.

Per misurare la grandezza di Buzzati giornalista, basta leggere alcune cronache che questo numero speciale del Corriere ha pubblicato, ad esempio L'eccidio di via S.Gregorio, 3 dicembre 1946, dove del fatto di cronaca efferato, descrive il sottile impalpabile panico che dal n.40 di via S.Gregorio si irradia in tutta Milano. Sembra la prova generale del racconto Paura alla Scala.

Peccato che si parli poco di lui e lo si legga meno.

sabato 4 febbraio 2012

LAZZARILLO DE TORMES di Anonimo spagnolo del '500 - Edizioni del Giano 1988 - £. 12.000




















Questa sulla destra è forse la prima edizione (1554) di questo fortunato libricino, capostipite di un genere, il picaresco, che avrà nel corso degli anni numerosi epigoni.

L'edizione più recente che ho trovato è questa sulla sinistra, Edizioni del Giano; si tratta di una delle ultime traduzioni che è arricchita da una introduzione particolarmente interessante per le notizie che fornisce circa il possibile autore dell'opera e, attraverso riferimenti storici desunti dal racconto, alla individuazione dell'edizione principe.

Lazzarillo, capostipite di tutti i matricolati furfanti della letteratura picaresca, è personaggio che conquista facilemente per la simpatia che emana e per la levità del suo essere canaglia: partito svantaggiato nella vita, con una innata capacità di analizzare il mondo in cui vive e grande spirito di sopravvivenza, non giudica il suo prossimo ma quando è possibile lo usa a suo vantaggio.

La lettura di questo piacevole romanzo, scritto in prima persona, scorre veloce nei sette capitoli e prologo che lo compongono, tra personaggi tipici della realtà spagnola del 1500 di cui sarà di volta in volta servitore: un mendicante cieco, un prete, uno scudiero, un frate, un capo sbirro, e infine un arciprete di cui sposa la serva per sistemarsi, chiudendo un occhio, per la quiete della casa, sulla di lei virtù.

Dall'introduzione apprendiamo che:

Cinque anni dopo la sua apparizione, troviano la Vida de Lazarillo inclusa nel Catalogus Librorum qui prohibentur (Valladolid, 1559) pubblicato per ordine del grande inquisitore Valdés.

martedì 31 gennaio 2012

Tommaso Landolfi - RACCONTO D'AUTUNNO - Rizzoli - 1974 - £ 900









Tommaso Landolfi, tra i grandi narratori del '900, spicca per lo splendido isolamento, non solo linguistico e tematico, ma anche per la lontananza da ogni consorteria letteraria, che lega frequentamente i protagonisti di quella stagione letteraria.

Ho rimandato per il momento la lettura dei più impegnativi: Il mar delle blatte(1973), A caso (1975), La spada(1976), per questo Racconto d'autunno del 1975.

Al primo approccio le atmosfere di questa novella gotica richiamano alla mente certi racconti di Edgard Allen Poe, dove mistero e sovranaturale si fondono con naturalezza, ma con un linguaggio singolare, che a momenti ricorda Gadda.

Spetta ai critici, agli storici della lingua analizzare il codice espressivo di Landolfi, anche in chiave psicanalitica; per il semplice lettore resta lo sconcerto di un linguaggio opulento, utilizzato in un contesto venato di soprannaturale.

Nella nota introduttiva, Carlo Bo scrive:

(Landolfi) per manifestare la sua verità aveva bisogno di maschere e non solo per se ma anche per i suoi personaggi, tesi piuttosto al gusto della declamazione, coinvolti a loro volta nel tentativo di alterare la realtà per diminuirne l'urto, la violenza, tutto quanto importa nel conto del dolore. Un romanticismo, dunque, come espediente e come protezione della verità che sarebbe apparsa in tutta la sua luce molti anni dopo col potere di giustificare e quindi spiegare i camuffamenti, i pudori e gli accorgimenti del primo Landolfi.



Una sorprendente caratteristica di questo breve romanzo, scritto in prima persona, è la mancanza di elucubrazioni del protagonista, che si limita a descrivere ambienti e personaggi, e il pensiero, quando viene espresso, è circoscritto al contingente, senza speculazioni filosofiche.

Questa la descrizione di un quadro di donna, nella casa dove il protagonista si introduce, in cerca d'asilo:

Era un ritratto a mezzo busto di giovane donna, che fissava il riguardante; un olio alquanto annerito, ma non tanto che non si distinguessero i particolari. La donna era vestita secondo la moda degli ultimi anni del secolo passato o dei primi di questo, con tutto il collo chiuso in un'alta benda di pizzo; di pizzo era anche la veste, dalle maniche sboffate; sul petto ella recava un grande e complicato pendentif o breloque (come allora si diceva) di topazi bruciati, sorretta da nastri di seta marezzata; sulle spalle un amoerro, ricadente in larghe e convolte pieghe: La massa dei capelli bruni era pettinata in conseguenza, cioè in ampio cercine o cannuolo attorno alla fronte, in mezzo al quale spiccava un minuscolo diadema a forma di corona. Le di lei fattezze, delicate e chiare, recavano l'impronta inequivocabile della nobiltà di sangue e di carattere, e quel minimo di sdegnosità che l'accompagna sovente. Le guance appena arrotondate attorno alla bocca attribuivano, inoltre, a quel volto qualcosa di vagamente infantile.
Certo, in un periodo che gli scrittori proliferano come le pulci nel gatto, purchè un'apparizione televisiva ne giustifichi, presso editori bendisposti, la pubblicazione, suggerire la lettura di Landolfi suona come una provocazione o una beffa, ma il compito che ci siamo dato è quello di parlare dei libri che leggiamo o abbiamo letto, senza tener conto di altro che delle impressioni ricavate.

venerdì 20 gennaio 2012

William Faulkner - UNA ROSA PER EMILY - Adelphi 1997 - £ 12.000


Il mio amore per la letteratura americana risale agli anni dell'adolescnza. Dos Passos della "trilogia USA", Steinbeck di La Valle dell'Eden, Hemingway dei Quantanove racconti, Faulkner di Il Borgo e London di Martin Eden.....

Riflessione generale su gli autori americani della lost generation: assomigliano tutti in modo impressionante ai personaggi dei loro romanzi, come d'altronde i loro colleghi della generazione successiva, la beat generation; la stessa cosa non accade agli autori europei, la cui vita di rado è simile ai personaggi dei romanzi che hanno scritto.

In queste tre storie di donne del sud, tra nostalgia, follia e domestiche efferatezze, nella dolente evocazione di un mondo svanito, Faulkner esprime una rara potenza espressiva, senza tuttavia il sollievo di un finale consolatorio.

In Adolescenza, descrivendo un personaggio:
La paternità lo toccava appena: come i maschi della sua specie, considerava l'inevitabile arrivo dei figli uno degli inconvenienti ineludibili del matrimonio, come il rischio di bagnarsi i piedi quando si va a pescare.
In Un fiore per Miss Emily così ritrae i concittadini venuti per l'ultimo saluto:

(....) e sotto il portico e sul prato uomini vecchissimi, alcuni con indosso le uniformi da Confederati ben spazzolate, che parlavano di Miss Emily come fosse stata una loro coetanea, convinti di aver danzato con lei e forse di averla corteggiata, facendo confusione fra il tempo e la sua progressione matematica, come fanno i vecchi, per i quali tutto il passato non è una strada che si va assottigliando, bensì un prato immenso che l'inverno lascia intatto, separato da loro dallo stretto collo di bottiglia del decennio più recente.


E ancora, a proposito di Miss Emily:

Di tanto in tanto la vedevamo a una finestra del pianterreno - aveva evidentemente chiuso il piano superiore della casa -, simile al busto scolpito di un idolo in una nicchia, che ci guardava oppure non ci guardava, era impossibile dirlo. Così passò da una generazione all'altra, amabile, eneluttabile, impervia, tranquilla e perversa.
Forse le cose più belle scritte da Faulkner sono racchiuse in questo agile libricino, che può essere propedeutico alle opere più impegnative: L'urlo e il furore, Mentre morivo, Santuario, Il borgo, Requiem per una monaca e tutta la sua sconfinata produzione.

giovedì 19 gennaio 2012

Robert Carrier - GRANDI PIATTI DEL MONDO - Mondadori 1970 - £. 600


In tutte le librerie casalinghe abbondano i libri di cucina, e la mia, naturalmente, non fa eccezione. Il primo libro di cucina che entrò in casa, nei lontani anni '60, è stato l'Artusi che conservo ancora gelosamente; lettura gradevole ricca di aneddoti gustosi, scritta con un linguaggio ricercato, aulico, utilizzabile per approfondire i cambiamenti avvenuti in cucina e a tavola in 121 anni, ma anche per riproporre piatti con il gusto dei nostri avi.

Questo che presento oggi è invece un libro che in casa abbiamo molto usato negli anni passati, sopratutto quando volevamo stupire gli amici con piatti non tanto ricercati quanto della cucina internazionale. Dalle ricette di questo libro ricavammo la nostra prima cena francese: Quiche Lorraine, soupe à l'oignon gratinèe, coq-au-vin e crèpe Susette. Le pagine di queste ricette, che poi sono entrate nell'uso comune, riportano tutti quei segni caratteristici della consuetudine, note, richiami, variazioni che testimoniano il ricorrente utilizzo.

Ma si sà, i capricci del nostro umore sono più bizzarri di quelli della fortuna e così anche questo libro, dopo il suo momento di gloria, passò nel dimenticatorio ed altri vennero a stuzzicare la nostra curiosità gastronomica.

Assolutamente consigliato a chi vuole sorprendere i propri ospiti con una acurata preparazione esotica, da tutto il mondo.

sabato 14 gennaio 2012

Luciano De Crescenzo - STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA - I presocratici - Mondadori 1984 - £. 14.000


Che la divulgazione della filosofia possa passare attraverso una narrazione leggera, e con un linguaggio comprensibile, è la scommessa, largamente vinta, di Luciano De Crescenzo, che nel 1983 ha mandato alle stampe, per i tipi di Mondadori, questa divertente, esauriente e rigorosa Storia della Filosofia Greca - I presocratici.


Lo dice chiaramente l'autore, nella prefazione in forma di lettera a Salvatore, il vice-sostituto-portiere della casa dove risiede il prof.Gennaro Bellavista (protagonista del romanzo Così parlò Bellavista dello stesso De Crescenzo):



...io qui, alla faccia dei dotti e dei seriosi, vorrei poterti dimostrare che a volte la filosofia greca può essere anche divertente e di facile comprensione.


Dimostrazione riuscita in pieno. Questa Storia della Filosofia Greca infatti è scritta con la mano leggera, caratteristica di tutte le opere di De Crescenzo, comprensibile e, nello stesso tempo, rigoroso nei fatti, come testimonia la corposa bibliografia di riferimento sistemata a piè di pagina. Voglio dire è un'operta che si legge facilmente, divertente, ma assolutamente puntuale, come qualunque altra storia della filosofia.

Scorrendo i xxv capitoli che compongono l'opera, ognuno dedicato ai più noti dei filosi greci, compaiono quattro filosofi sui generis che rispondono al nome di Peppino Russo, Tonino Capone, Gennaro Bellavista e l'avvocato Tanucci, concittadini dell'autore che, pur essendo nostri contemporanei, risultano in qualche modo legati ai presocratici, per scelte, mentalità o filosofia di vita. Ed è su questi nuovi personaggi che intendo concentrare l'attenzione, essendo i presocratici noti e arcinoti.

Dopo Talete, Anassimandro e Anassimene, abbiamo Peppino Russo di Napoli, nato nel 1921 e morto nel 1975. Considero Russo, a ogni buon diritto, l'ultimo dei filosofi di Mileto e non ho alcuna difficoltà a dimostrarlo, anche se mi rendo conto che l'inserimento di un pensatore che si chiama Peppino nella storia della filosofia greca potrà sembrare a qualcuno una provocazione. Ma vediamo come stanno i fatti.
Talete diceva che tutto era pieno di Dei, Anassimandro era convinto che gli elementi naturali fossero delle divinità sempre in lotta tra di loro e Anassimene pensava che anche le pietre avessero un'anima; ebbene sulla scia di queste affermazioni, Peppino Russo asserì che tutte le cose del mondo possedevano un'anima, avendola carpita agli esseri umani nel corso della loro esistenza. A questo punto potrei parlare di ilozoismo e di immanentismo panteistico, poi però ho paura che il lettore si spaventi e smetta per sempre lo studio della filosofia, e allora mi limito a raccontare che tra i filosofi antichi, di tanto i tanto, è saltato fuori qualcuno a cui piaceva credere che tutte le cose del mondo fossero animate. Questo modo di pensare fu definito "ilozoismo", la parola greca composta da hýle che significa materia e zoé che significa vita.
Il mio incontro con Peppino Russo fu del tutto casuale.....

Di un altro "filosofo" scrive:
Prendiamo il caso di Tonino Capone: siamo a Napoli, è una mattinata di luglio, è mezzogiorno, la temperatura ha toccato il suo massimo stagionale, la mia Fiat è parcheggiata al sole. Entro nell'auto infuocata, metto in moto e mi accorgo di avere la batteria a terra: sacramento ad alta voce e mi dirigo a piedi dal più vicino elettrauto. La serranda è abbassata e su essa è affisso un cartello con la scritta: "AVENDO GUADAGNATO QUANTO BASTA TONINO E' ANDATO AL MARE".
Questa di Tonino è una scelta di vita che presuppone una filosofia, analizziamola nei particolari.
Segue un succinto profilo del personaggio di cui dice, tra l'altro:

Oggi Tonino è l'unico intellettuale italiano in grado di regolare le puntine platinate di uno spinterogeno.


Di un altro personaggio del libro, Gennaro Bellavista, racconta:

L'intrusione del professor Bellavista, pensionato ed ex insegnante di liceo, nella storia della filosofia greca è giustificata dal fatto che il suo pensiero si ricollega direttamente alla cosmogonia di Empedocle e all'etica di Epicuro. Ciò premesso, riteniamo opportuno trattare subito il primo argomento, quello della struttura dell'universo, e di riservarci in un secondo volume di scrivere la napoletanità, ovvero l'etica del popolo napoletano, nell'ambito della scuola epicurea.

Secondo Bellavista, l'archè, il mattone primigenio con cui è stato costruito il mondo, è l'Energia. Ad agire su di esse provvedono due principi attivi che il professore chiama Amore e Libertà. A differenza dell'Amore e della Discordia, già descritti da Empedocle, queste due forze bellavistiane, pur essendo nemiche tra loro, risultano entrambe positive e, come tali, apportatrici di effetti vitali. Viene in tal modo a cadere la principale critica che Aristotele muoveva alle teorie di Empedocle e cioè quella sull'incoerenza di comportamento dell'Amore.
Il quinto personaggio, dipinto con sapiente mano da De Crescenzo è l'avvocato Tanucci, il cui motto era:

La giustizia è come una scarpa stretta: bisogna sempre usare un calzatoio per poterla usare.


L'avvocato Tanucci, secondo la felice ricostruzionei De Crescenzo, appartiene ad una delle cinque categorie del variegato mondo che popola il Palazzo di Giustizia, ci sono infatti gli avvocati di grido, gli avvocati normali, i "paglietta", gli strascinafacenne e i giovani di studio.

Il personaggio del "paglietta" fa parte della storia di Napoli. I "paglietta" comparvero sulla scena giudiziaria napoletana nel Seicento. Camillo Gurgo ce li descrive così: "Panciuto, buffo, tra il prete e il cavaliere, con le seriche brache, le grosse scarpe munite di fibbioni ferreolucenti, il sottile vestito che il popolo chiama saraca, il collare azzurognolo che si chiama appunto paglietta, il vasto cappello di paglia rivestito di seta nera e la spada al fianco". (Camillo Gurgo -Castel Capuano e i paglietta, Napoli 1929)


Per presentarlo, e concludere il volume, De Crescenzo trascrive l'appassionata, paradossale ma rigorosa, esilarante ma giuridacamente ineccepibile arringa difensiva dell'avvocato Tanucci nella difesa di tale Esposito Alessandro, accusato di truffa e falsificazione di marchio d'impresa, che così conclude:

(parlando di Luis Vuitton) Ora io affermo che, se un individuo è riuscito a convincere migliaia di persone che una borsa di plastic, seppure coperta di monogrammi, è migliore di una borsa di pelle, vuol dire che costui ha ridotto in stato di soggezione i propri clienti, e pertanto, forte di questa deduzione, io oggi accuso il signor Luis Vuitton di Parigi di plagio. Accuso altresì i trafficanti di firme, i venditori di fumo, italiani e stranieri, di assoggettare al loro potere le nostre mogli e i nostri figli. Accuso le riviste "FMR" e "CAPITAL" di propagandare i falsi idoli di un nuovo feticismo. Accuso i mass-media, i pubblicitari, i commercianti e tutti i loro complici di profitti illeciti. A voi signori del tribunale, il compito di fare giustizia: su un piatto della bilancia avete Luis Vuitton, Grande Furbo Internazionale, e sull'altro piatto Esposito Alessandro, piccolo furbo napoletano, colto in flagrante mentre tentava di piluccare una bricciola di pane sulla tavola della grande abbuffata!
Un gran bel libro, in attesa di leggermi il secondo volume, uscito nel 1986 e che, per distrazione, mi sono perso.

venerdì 13 gennaio 2012

Giorgio Caproni - POESIE 1932-1986 - Garzanti 1989 - £. 28.000


Sabato scorso, 7 gennaio 2012, ricorrevano i cento anni della nascita di Giorgio Caproni (1912-1990), poeta, maestro elementare, critico letterario, traduttore, partigiano.

Brezze e vele sul mare:
dei pensieri da nulla.

Ma che spinta imparare
cos'è mai una fanciulla.


Di un poeta si può solo dire la sua biografia, raccontare i fatti della sua vita, mettere delle date alle pubblicazioni dei suoi lavori, come per ogni artista in continua evoluzione, si può dire il suo periodo rosa - se pittore - il suo periodo ermetico - se poeta, ma non si dice nulla su la cosa essenziale, su l'oggetto: la poesia. Sentite cosa risponde Giorgio Caproni alla domanda cos'è la poesia:


http://www.youtube.com/watch?v=DDtNG9qKcN8&feature=player_embedded


Non sono in grado di parlare della poetica di Caproni, mi limito qui a suggerire, a stuzzicare la curiosità degli amici che visitano il blog, perché sfoglino questo Garzanti del 1989, che raccoglie tutta la produzione di Caproni, (l'opera completa per i Meridiani di Mondadori è uscita solo nel 2010). Per esempio la musicalità sensuale di questi versi:

Come dev'esser dolce
della tua carnagione
il fiore, alle prim'ore
d'alba colto in stagione
chiara, quando di nuove
cose commuove l'aria
pudicissimo odore,
e il petto tocca e tenta
lo svegliarsi del mare.

Oppure lo struggimento nei Versi livornesi dedicati alla madre morta, Annina.
Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d'una
che fu viva e fu vera.

E ancora, nella luminosa rievocazione di lei:


Livorno, quando lei passava
d'aria e di barche odorava.
Che voglia di lavorare
nasceva, al suo ancheggiare!

Sull'uscio dello Sbolci,
un giovane dagli occhi rossi
restava col bicchiere
in mano, smesso di bere.



Come dev'essere scritta la poesia per lei


Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime con suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.


Così nell' Epilogo:


Annina è nella tomba,
Annina, ormai, è un'ombra:
E chi potrà appoggiare
l'orecchio al suo petto, e ascoltare
come una volta il cuore,
timido, tumultuare?


Qualcuno a scritto che nei Versi livornesi, Caproni sia giunto all'apice, per rarefarsi pian piano e, alla fine, lavorare col niente:



" Un'idea mi frulla,
scema come una rosa:
Dopo di noi non c'è nulla.
Nemmeno il nulla,
che già sarebbe qualcosa".

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos'è, nella sua essenza, una rosa.


L'Asceta sconfitto.
Il mistico che non ce l'ha fatta
a sfondare il soffitto.


Pensiero da mettere all'asta,
Tutto è qui, e ora.
La speranza è rimasta
nel vaso di Pandora.


Dio non c'è,
ma non si vede.
non è una battuta, è
una professione di fede.
Lettura irrinunciabile per gli amanti della poesia.