venerdì 11 maggio 2018

Alberto Savinio - ASCOLTO IL TUO CUORE CITTA' - Bompiani 1944




Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, nasce nel 1891 ad Atene, dove si diploma al conservatorio in pianoforte e composizione nel 1903, ma come, a soli dodici anni? Tutte le biografie trovate sul web danno come certa questa data, ma sappiamo che tutte le biografie del web hanno in comune di essere copiate da wikipedia. Muore a Roma nel 1952


Alberto Savinio fu musicista, scrittore, drammaturgo, regista, critico culturale per il Corriere della Sera, ma soprattutto pittore, come il fratello De Chirico, con la differenza che lui era quello bravo, anche se meno noto al grosso pubblico.

Come avverte nella brevissima prefazione di Ascolto il tuo cuore città, «questo è un libro discorsivo: un entretenimiento. Queste poche righe per avvertire che un libro «discorsivo» non è un libro minore, ma al contrario un libro maggiore: un libro massimo. Un libro di là dalle grandi luci e dalla grandi ombre, di là dalle vette e dagli abissi - di là dalle invenzioni, dalle rivelazioni, dalle illuminazioni. Nell'ambizione di fare «un'opera» c'è ancora della puerilità. Intesa questa puerilità e superata, non si scrivono libri, se ancora si ha voglia di scrivere, se non come un lungo e tranquillo conversare. La fase «cosmogonica» della poesia - e del pensiero - è superato, sottintesa, e «taciuta»; per quel pudore che è regola rigorosa sul piano di questa superiore civiltà.(...) Poi, più oltre, più su, luogo non ci sarà nemmeno per un discorso; ma solo per il silenzio».

La sua scrittura è brillante, imprevedibile negli accostamenti, arguta nelle citazioni, surreale e visionaria come la sua pittura; una bonaria ironia pervade questo insolito reportage di viaggio tra il Veneto e Milano, mescolando realtà e  ricordo, in un intreccio che rende la lettura estremamente piacevole e stimolante.

Un esempio di questa ineffabile prosa, la più stupefacente mai letta:

«Di tutte le vie di questa città così squisitamente peripatetica e dialogica, via Manzoni è la meno atta al conversare. Nel suo primo tratto principalmente, tra la Scala e il Monte Napoleone, via Manzoni è un enorme camminatorio di pietra, che colonne di artiglierià traversano senza interruzione, le une montanti le altre discendenti. Il cupo fragore di questi tram ermetici e bassi, meno fatti per correre sulla superficie della terra che sul fondo del mare, non penetra in noi per le orecchie ma per lo stomaco. Chi è costretto a passare per via Manzoni di giorno e a piedi, affretta il passo e tiene la bocca chiusa come per gelo. Se ha cosa molto urgente e importante da comunicare al compagno, gli accenna di fermarsi, si volta verso di lui, fa tromba con le mani, e come marinaio nella bufera gli grida: «Ti sei ricordato di scrivere a Quasimodo che il colore degli ulivi greci, che Anacreonte chiama chlorós, è impropriamente tradotto "glauco", perché la qualità marina di questo aggetivo, il suo umidore, le immagini opache che esso evoca, la sua stessa sonorità cupa, rotonda, sdentata, molle, da "tuffo", si affà alle cose marine e soprattutto sottomarine, non al fogliame dell'ulivo greco, così terrestre, così asciutto, così palladico?» Dopo di che fa cenno al compagno che ha finito, e riprende la strada affrettando anche più il passo, come il treno che è stato costretto a fermarsi per alcun incidente, e accellera per arrivare in orario».

Per non parlare di quando disquisisce sulle caratteristiche dei formaggi:


«Il Parmigiano è un formaggio base. E' nella famiglia dei formaggi ciò che il contrabasso è nella famiglia degli strumenti a corda. Ai bassi profondi, fondamentali, paterni del Parmigiano, si appoggiano gl'individui più leggeri del quartetto caseario: i Taleggi e le Crescenze, viole e contralti della famiglia, la schiera delle Robiole e degli Stracchini (Stracchino: formaggio "stanco" che, come una fanciulla sullo sviluppo, sviene nel piatto) al che si aggiunge la minutaglia degli acuti, i colleghi sottili dei flauti e degli ottavini, quei formaggi bianchi di Montevecchia, piccoli e tracagnotti,che macerano, occhiuti di pepe, in un verde lago d'olio. Stella Alpina è un formaggio virginale, in abito di prima comunicanda. Quanto al Mascarpone, questo compromesso tra il burro e la panna, esso è il cappone dei formaggi: un grasso eunuco che, per voluttà, ha rinunciato alla voluttà.
S'intende che la parte del violencello del quartetto dell'orchestra casearia, la fa la Groviera. (...)
Il Parmigiano è grave, robusto, fidato. La sua forma a ruota di carro attesta la solidità del suo sapore. E' il Morgante Maggiore(*) dei formaggi.
Il Parmigiano non è figlio unico. Ha due fratelli:il Reggiano e il Lodigiano, tre giganti della casearia. Si ammiri la ieratica disposizione di questa trinità caceresca. Tre gravi fratelli collocati a breve distanza uno dall'altro sulla stessa via consolare, schierati da settentrione a mezzogiorno, "appoggiati" ciascuno a una forte città, come l'armata alla sua base: a Lodi il Lodigiano, a Reggio Emilia il Reggiano, a Parma il Parmigiano».
 
(*) Poema burlesco in versi di Luigi Pulci (1432-1484)
 

La prova della grandezza di Savinio scrittore la si può intuire dalla decisione di Sellerio di pubblicarne tutta l'opera narrativa, compreso un racconto inedito, che potrete trovare in questo link:

 https://www.adelphi.it/catalogo/autore/179/p2


venerdì 30 marzo 2018

Carlo Coccioli - FABRIZIO LUPO - Rusconi, 1978 - £ 7.500


Carlo Coccioli (1920-2003),  nato a Livorno, vissuto in Libia, partigiano in Italia (medaglia d'argento al valor militare), esule in Francia per omosessualità, e poi, come tutti gli scrittori esuli del mondo, nell'accogliente Messico dal 1953. Sarà per questo che la pagina Wikipedia in lingua spagnola è molto più esauriente di quella italiana, dove persino i 40 libri pubblicati da Coccioli non trovano il corrisponente link. Decisamente interessante invece la pagina web a lui dedicata:

                        http://www.carlococcioli.com/it/




La prima stranezza di Fabrizio Lupo è che si tratta di un romanzo  scritto in francese nel 1952 e tradotto dallo stesso Coccioli in italiano solo nel 1978, per l'ostilità che il soggetto provocava nell'Italia bacchettona dell'epoca (per dare un'idea del clima che si respirava, basti pensare che il Sant'Uffizio nel 1952  mette all'indice dei libri proibiti tutte le opere di Moravia e rivolge un appello al governo italiano perché "non permetta la pubblicazione di simili libri".
Per dovere di cronaca si deve segnalare che Dario Bellezza riteneva stilisticamente superiore la versione originale francese di Fabrizio Lupo.

L'incipit è di quelli che catturano subito l'interesse del lettore:

Il 3 gennaio 1951, verso mezzogiorno, un fattorino bussò alla porta del mio appartamento fiorentino, in via Pietrapiana, e mi porse una busta: era una lettera espresso. Stavo per uscire e avevo fretta; la deposi su una mensola e non ci pensai più. Tornato a casa alle undici di notte le gettai un'occhiata e vidi che l'avevano impostata in città; l'indirizzo era scritto a mano ma non riconobbi la scrittura. Apersi la busta e, tracciate con caratteri chiari e ordinati su un foglio di carta rossa, lessi le righe seguenti:
«La supplico di fissarmi al più presto un appuntamento. Il mio numero è 93633. Vivo nell'attesa di un Suo cenno. Fabrizio.»
Il nome bastò a suggerirmi quel che non mi aveva rivelato la scrittura. Colui che si firmava Fabrizio, io non lo conoscevo di persona, né lo avevo mai visto; però non era la prima lettera sua che ricevevo. La prima lettera, difatti, mi era giunta dopo la pubblicazione del mio romanzo La difficile speranza (nella primavera, se non sbaglio, del 1947); e dire che mi era sembrata bizzarra, o inquietante, sarebbe dire poco. Consisteva in una pagina bianca: un comune foglio per corrispondenza, sul quale era stato tracciato, in fondo, a destra, il nome  «Fabrizio». Avevo penato a ritrovare mentalmente il valore simbolico che in una storia poetica poteva significare l'invio di una «page blanche» a qualcuno; ma il carattere particolare del romanzo cui quello strano messaggio si riferiva, particolare in ogni senso, mi aveva aiutato.

Se la lettura di Fabrizio Lupo non è arrivata a prendermi «per incantamento» è dovuto, credo, agli oltre sessant'anni trascorsi da quando è stato scritto.

In questo lungo lasso di tempo è cambiato tutto: la società, la mentalità, la percezione che abbiamo della realtà, ma anche, e soprattutto, la letteratura. 

Nel conformismo neorealista degli anni '50, quella di Coccioli era una scrittura fortemente innovativa e di rottura: il romanzo nel romanzo, i piani temporali che si intersecano tra fabula e intreccio, personaggi simbolici e personaggi reali: tutto il bagaglio che fa parte dei mezzi illimitati (?) nel narratore, oggi lo si legge, forse, con meno sorpresa per talune invenzioni narrative, allora quasi rivoluzionarie. 

E poi, per dirla tutta, c'è un misticismo di fondo che non rientra tra le cose che amo di più, nella vita e nella letteratura.

martedì 27 marzo 2018

Mario Soldati - LA CONFESSIONE - Garzanti, 1955 - £ 1.000

Mario Soldati (1906-1999) scrittore, giornalista, saggista, regista sceneggiatore, autore televisivo: non c'è settore dove questo poliedrico torinese non abbia brillato per fantasia, inventiva, novità di linguaggio; un affabulatore colto che ha precorso i tempi conciliando cultura alta e cultura popolare. Ne sono una prova i documentari per la televisione verso la fine degli anni cinquanta alla ricerca del cibo e del vino genuino, dei locali storici, dei personaggi più improbabili. Secondo Montanelli:

«...la sua vera natura e vocazione erano quelle dell'attore. In ogni momento e circostanza, anche nella conversazione tra amici come, Longanesi, Maccari,Flaiano, il sottoscritto, anche – credo – a letto, Soldati recitava una parte in cui s'immedesimava.»


Per i giovani che non lo hanno conosciuto sotto questo aspetto, il link di una trasmissione del 1957:

https://www.youtube.com/watch?v=WnlpPRw1mdk



Avevo 16 anni quando lessi La confessione di Soldati, ricordo che mi piacque anche se situavo il perno del romanzo nell'ipocrisia del gesuita confessore, e della nonna, coalizzati nell'indirizzare le pulsioni erotiche del protagonista, forse destinato al sacerdozio, verso un coetaneo piuttosto che rischiare di perdere l'anima dietro i pensieri lussuriosi che le donne già gli ispiravano;  rileggendolo dopo più di sessant'anni non solo confermo quel lontano giudizio, ma ne apprezzo ancora di più la rara capacità di scandagliare l'animo umano.

Questo l'incipit, che da un'idea abbastanza precisa del linguaggio e della tecnica narrativa usata da Mario Soldati in questo piccolo capolavoro:


Aveva fatto le scale di corsa. Il cuore gli balzava in gola. Si fermò, si appoggiò al muro. Nel corridoio deserto, le porte a vetri delle classi erano spalancate e diffondevano, poiché le lezioni erano finite da pochi minuti, un odore triste di polvere e di rinchiuso. Si vedevano, in fondo al corridoio, gli scacchi bianchi e neri del pavimento diventare dorati e grigi nella grande losanga di sole proiettata dal finestrone del cortile. Era il sole delle quattro del pomeriggio, il sole di subito doposcuola. E il vocio dei ragazzi che facevano ricreazione giungeva smorzato dalla lontananza e dal vuoto interno dell'istituto: un urlo fuso, lontano, felice, che saliva e scendeva, si ingrossava e si assottigliava, alternativamente. Si distinguevano soltanto, a tratti e sul vertice del crescendo, quando l'urlìo facendosi vicinissimo e angoscioso pareva per un istante inondare il corridoio, le voci dei bambini delle elementari, o le strida altrettanto acute che nei momenti decisivi del gioco cacciavano persino i suoi compagni di ginnasio superiore. La ricreazione brutale e avvilente dove egli sentiva di non poter brillare (come gli diceva il prefetto dei piccoli) e anzi di essere ridicolo, e che quindi aveva abbandonato un momento prima per salire su, dove tutto era vuoto e silenzio, ora, staccata da lui, addensata in quel vocìo, ridotta a quell'effetto sonoro, tornava a proporgli il miraggio delle gioie che riempivano la vita di tutti i suoi compagni, ma non la sua, e gli stringeva il cuore, come i gridi delle rondini a sera, quando, seduto al suo scrittoio vicino alla finestra aperta, ricopiava in bella il compito: sentiva di là che preparavano la tavola e avrebbe voluto essere lontano, libero, felice.




sabato 24 marzo 2018

Rosario Castellanos - BALÚN CANÁN - Coleccion Popolar, 1984 -






Rosario Castellanos Figueroa (1925-1974), è stata poeta e una delle maggiori scrittrici messicane del ventesimo secolo, combattente per l'uguaglianza di genere e difesa delle minoranze etniche, nonché ambasciatrice in Israele.


Rosario Castellanos Figueroa

Questo  BALÚN CANÁN (1957) è la sua prima opera  di narrativa, un'analisi appassionata e puntuale del conflitto nel Chiapas tra i proprietari terrieri, bianchi e di lingua spagnola, ed i nativi di origine maya e di lingua tzeltal. Riflette in parte la sua esperienza di bambina, essendo vissuta in Chiapas nell'azienda di famiglia e dove, come la protagonista del racconto, perse il fratello più piccolo che morì per una malattia, mentre nel racconto, per gli influssi malefici degli stregoni indigeni.

Il racconto si divide in tre parti, la prima e la terza è raccontata dalla protagonista, una bambina di cui non conosciamo il nome, che descrive la realtà che la circonda con la freschezza dei suoi sette anni. Nella seconda parte, invece, è un narratore onniscente a raccontare i drammatici fatti che si svolgono nella hacienda Chactajal, durante la presidenza di Lázaro Cárdenas (dal 1934 al 1940) ricordato per aver distribuito 17 milioni di ettari ai contadini nullatenenti e promulgato una legge per imporre ai proprietari terrieri di impartire l'istruzione primaria ai figli dei lavoratori delle aziende agricole.

Questo l'incipit del romanzo:

- ...Y entonces, coléricos, nos desposeyeron, nos arrebataron lo que habias atesorado: la palabra, que es el arca de la memoria. Desde aquellos dias arden y se consumen con el leño en la hoguera. Sube el humo en el viento y se deshace. Queda la ceniza sin rostro. Para que puedas venir tú y el que es menor que tú y le baste un soplo, solamente un soplo...
- No me cuentes ese cuento, nana.
- ¿Acaso hablaba contigo? ¿Acaso se habla con los granos de anis?
No soy un grano de anís. Soy una niña y tengo siete años. Los cinco dedos de la mano derecha y dos de la izquierda. Y cuando me yergo puedo mirar de frente las rodillas de mi padre. Más arriba no. Me imagino que sigue creciendo como un gran árbol y que en su rama más alta está agazapado un tigre diminuto. Mi madre es diferente. Sobre su pelo - tan negro, tan espeso, tan crespo - pasan los pájaros y les gustan y se quedan. Me lo imagino nada más. Nunca lo he visto. Miro lo que está a mi nivel. Ciertos arbustos con las hojas carcomidas por los insectos; los pupitres manchados de tinta; mi hermano. Y a mi hermano lo miro de arriba abajo. Porque nació después de mí, cuando nació, yo ya sabía muchas cosas que ahora le explico minuciosamente. Por ejemplo ésta: Colón descubrió la América.


A ricordarci la condizione della donna in Messico è il comune tragico destino di tutti i personaggi femminili del racconto: la bambina che porterà il rimorso di essere sopravvissuta al fratello maschio, la madre Zoraida che con la morte del figlio Mario perde l'unico valore che rappresentava, cioé l'aver dato un erede maschio alla dinastia terriera, e così le altre tre figure feminili.

Le difficoltà qui raccontate nell'applicare la direttiva governativa in favore dell'istruzione primaria dei figli di lavoratori agricoli, ci ricorda che dopo 80 anni la situazione è ancora tragica se 42 studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa sono desaparesidos per mano dell'esercito messicano, forse in combutta con il narcotraffico. La scuola è lo strumento da distruggere quando si pone al servizio dello sviluppo dei diseredati e gli insegnanti sono l'obiettivo da colpire.

Grazie all'amica Elisabeth che da  Ciudad de México mi ha inviato questo bellissimo regalo, facendomi conoscere questa grande scrittrice. Non è tradotto in italiano, ma per chi mastica un po' di castillano non è un'impresa  impossibile leggerlo e su internet è disponibile.

                                                                          












martedì 20 marzo 2018

Stefan Zweig - FOUCHE' - Mondadori Roma, 1945 - £ 200

Salta subito agli occhi guardando la copertina di questo libro, edito nel 1945, l'anomalia di Roma come sede della Mondadori. Non Milano, da dove Mondadori fu costretto a sfollare per i bombardamenti, non Verona, che dopo l'8 settembre venne requisita dai tedeschi, ma neanche Arona, dove si era ritirato prima di riparare in Svizzera in attesa di tempi migliori. 

Si deve allora presumere che questa VI edizione della biografia di Fouché, la cui prima edizione era apparsa nel 1931, fu edita quando Mondadori ancora non aveva ripreso il controllo degli stabilimenti di Verona, infatti il volume è stampato dalla tipografia L'impronta di Firenze, in brossura, anzichè rilegato come tutti i volumi della collana Le scie, ad un prezzo che è, nel 1945, l'equivalente di 10 caffè.



L'autore, Stefan Zweig (1881-1942),  uno dei massimi esponenti della cultura europea, pacifista convinto, spirito libero per vocazione, cosmopolita per cultura, incompatibile con ogni tipo di ideologia o adesione fideistica a qualsiasi credo politico o religioso, ebreo ancorché laico, critico nei confronti del sionismo nascente alla fine del XIX secolo, narratore sensibile, grande biografo, drammaturgo, uomo libero e coerente, talmente disperato dalla nuova tragedia della seconda guerra mondiale, dopo aver vissuto le distruzioni della prima, che nel 1942, in esilio in Brasile, si tolse la vita insieme alla sua compagna.

Un uomo integro come Zweig, sembra l'autore ideale per scrivere la biografia di un uomo politico così inviso a tutti gli storici francesi, siano monarchici, repubblicani o bonapartisti che intingono subito la penna nel fiele appena si accingono a scrivere il suo nome. Traditore nato, intrigante meschino, rettile sgusciante, disertore di professione, bassa anima di poliziotto, ipocrita moralista: non vi è improperio che gli sia stato risparmiato. (Dalla prefazione dell'Autore)






Joseph Fouché (1759-1820) sembra un nostro contemporaneo, uno di quei personaggi che affollano i parlamenti della nostra seconda o terza repubblica, fate voi; un uomo sempre pronto a saltare sul carro del vincitore, di più: grazie al fiuto straordinario ed agli intrighi di cui era maestro derminare la parte vincente con cui schierarsi, dimostrando un intuito che lo pone tra i grandi politici dei suoi tempi.



Eletto alla Convenzione nel 1792 tra i giacobini, passa subito dopo ai montagnardi votando la condanna a morte del re; inviato a Lione a sedare una rivolta, si distinse per il suo zelo e la straordinaria durezza, guadagnandosi il soprannome di Le mitrailleur de Lyon. 

«Si, noi osiamo confessarlo. Noi facciamo versare molto sangue impuro, ma lo facciamo per umanità, per dovere. Non dobbiamo deporre la folgore che ci avete posto tra le mani che quando voi stessi ce ne darete l'ordine. Fino a quel momentoi continueremo senza interruzione a colpire i nemici nel modo più spaventoso, più terribile e più pronto». 
Milleseicento esecuzioni nel corso di poche settimane fanno testimonianza che questa volta, per eccezione, Giuseppe Fouché ha detto la verità.






Nel 1964 la televisione mandò in onda un bellissimo sceneggiato in otto puntate da 60 minuti, cose d'altri tempi!, I grandi camaleonti, di Federico Zardi (1912-1971) e diretto da Edmo Fenoglio (1928-1996), con la più alta presenza di grandissimi attori; era stato preceduto nel 1962 da I giacobini degli stessi autori. Fouché era interpretato da un indimenticabile Raoul Grassilli (1924-2010). Qui sotto la prima puntata.

 https://www.youtube.com/watch?v=unjPDHPLQs4


Bello e dramatico il racconto dello scontro con Robespierre in seno alla Convenzione, dove Fouchè riuscì ad avere la meglio, utilizzando le armi che gli erano più congeniali: seminando paure, insinuando dubbi, coltivando amicizie e promovendo alleanze. Un fine lavoro politico.


I deputati della Convenzione l'8 di Termidoro, pavidi come Senatori romani, preoccupati  della ghigliottina, che non aveva mai smesso di funzionare, assecondano il piano dei congiurati, avente come l'obiettivo l'eliminazione dell'Incorruttibile e la fine del triunvirato che di fatto governava la Francia.

Con il nuovo regime che si instaura, il Direttorio, Fouché sarà capo della polizia; lo sarà ancora con Napoleone dopo che l'avrà aiutato nel colpo di stato del 18 Brumaio ad instaurare il Consolato; sarà ancora Ministro di Polizia durante l'Impero, lo sarà ancora durante i "Cento Giorni" di Napoleone, ma preoccupato per il futuro, tramerà per il ritorno dei Borboni sul trono di Francia, e Luigi XVIII lo premierà nominandolo ancora una volta Ministro di Polizia.




Ma quello che ha tanto temuto si avvera. Per un quarto di secolo Fouchè ha lottato disperatamente contro il ritorno dei Borboni, col giusto intuito che essi gli avrebbero fatto pagar care le due parole «la morte» con cui egli aveva spinto Luigi XVI sotto la ghigliottina; ma poi, da vero sciocco, si era illuso d'ingannarli, insinuandosi tra loro, travestendosi da docile e fedele servitore monarchico. (...)
Ora che è impotente e abbandonato alla vendetta di tutti, l'odio dei partiti si scaglia sul caduto come un giorno le simpatie di tutte le fazioni avevano adulato il potente. Non servono più intrighi, né proteste, né invocazioni: un potente senza potere, un politico senza autorità, un intigante senz'armi è sempre la figura più meschina del mondo. Tardi, ma con usura, Fouché sconterà l'errore di non aver mai voluto servire un'idea o una passione morale della umanità, seguendo invece, sempre, il mutevole favore degli uomini.








sabato 17 marzo 2018

Gabriele D'Annunzio - SOLUS AD SOLAM - Sansoni, 1941 - XIX - £ 25

Scrivo per veder chiaro in me e intorno a me. Sembra che il sole si sia oscurato e che la mia notte insonne continui senza fine. Accendo una lampada perché io vegga, perché i tuoi cari occhi veggano quando si risveglieranno. Ti rimanga almeno la testimonianza del mio amore vigilante e fedele. Se tu sei senza riposo, io sono senza riposo. Non ho dato tregua neppure per un attimo al mio dolore irrequieto. Respiro la tua follia: la mia anima è dilatata nel terrore come i tuoi occhi; guarda il buio, teme i fantasmi e le macchie.
Questo il drammatico incipit del diario del Vate, scritto tra il settembre e l'ottobre del 1908, pubblicata postuma nel 1939, dopo la morte del poeta, per iniziativa della protagonista, Giuseppina Mancini, da Lui detta Giusini, ma anche Santa Giusini o Amaranta.


                                                         


Giuseppina Giorgi Mancini (1871-1961)

Già dal titolo del diario si intuisce che la volontà del Poeta, con la pubblicazione, non è stata rispettata: Da solo a sola doveva essere un ininterroto colloquio con l'amata, ma anche questo  è vero solo in parte, se nel 1908 è lo stesso Poeta che ne parla in una lettera all'editore Treves, e nel 1913 a Luigi Albertini direttore del Corriere della Sera. Si sa, il Vate straordinario artefice del mito di se stesso, non poteva lasciare sotto silenzio la benché minima parola scritta.

La storia del rapporto amoroso con Giusini, più delle altre storie che la precedono e quelle che la seguiranno, ha tutte le caratteristiche della passione irrazionale, mania dionisiaca, invasamento ardente che irretisce e annebbia il corretto pensare; un vortice che stremava i sensi per eccesso di voluttà.

Per espugnare la virtù di questa ricca borgese, sposata con il nobile aretino Lorenzo Mancini, il Poeta impiegò un anno di corte serrata, strappandole finalmente il «grande dono» la notte dell' 11 febbraio 1907 nelle stanze della Capponcina in una «sera nebbiosa e molle» accesa da un amplesso destinato a restare leggendario e ineguagliato nella memoria di entrambi; trentun anni dopo, prossimo a morire, rievocherà quei «ricordi dolci e laceranti, la mia ultima felicità».

La Capponcina
La relazione tra i due si estingue con la follia di Giuseppina nel 1908; il diario è la sofferta ricostruzione, sebbene letteraria, degli inutili tentativi del Vate per impedirne la dolorosa conclusione, che lo porterà sull'orlo del suicidio.

Questa edizione è arricchita da una premessa a firma Jolanda De Blasi (1988-1964), che è stata la curatrice nelle cui mani Giuseppina Mancini affidò le quattrocentosessantaquattro cartelle  autografe donatele dal Vate.







domenica 11 marzo 2018

Marcello Sorgi - EDDA CIANO e il COMUNISTA - Rizzoli, 2009 - € 18,00 Antonio Spinosa - EDDA - Il Giornale, 1993





















Non è che all'improvviso mi sono appassionato alle storie di casa Mussolini, ma da sempre penso che la vicenda di Edda attenga più alla tragedia greca, che all'operetta italiana, e già questo  conferisce alla sua storia quella dignità che ne giustifica l'approfondimento.

Ho letto con grande interesse la ricostruzione storica che ne ha fatto Antonio Spinosa (1923-2009): se ne ricava l'impressione di una donna con un carattere forte ma sensibile, indocile,con una spiccata attitudine alla ribellione contro le convenzioni, piena di curiosità e interessi. 

Apprendiamo come,  inutilmente, il padre volle assoggettare a un'educazione aristocratica la piccola selvaggia la quale dalla sera alla mattina, nell'ottobre del '25, si trovò iscritta al Regio istituto femminile della SS Annunziata, il più elegante d'Italia. Ma non resistette molto in «quel maledetto posto» diretto da «una vecchia stega parruccona» e quando minacciò di fuggire dal collegio, i genitori, conoscendone l'indole tempestosa, la ritirarono dal collegio e la iscrissero al Parini. Nel frattempo la intrepida giovane si era guadagnata una medaglia d'argento per aver salvato una ragazza a Rimini da sicuro annegamento.

E poi l'incostanza con i fidanzatini, sempre seguita da poliziotti che riferivano al padre disperato, e infine l'incontro con Ciano, il fidanzamento, le nozze e tutto il resto che i cinegiornali del tempo hanno consacrato alla storia patria. Segue, con dovizia di particolari, tradimenti e corna da entrambe le parti, la carriera diplomatica del marito, la permanenza in Cina, i viaggi quale inviata speciale del Duce presso le cancellerie, per sondare gli umori dei governi alle iniziative fasciste, e infine la guerra.

Edda in veste di crocerossina in Sicilia è sconvolta dalla visione di Palermo semidistrutta. Furente, dopo aver mandato un rapporto alla principessa Maria Josè, che presiedeva la Croce Rossa, scrive al padre una lettera durissima, dove descrive le inumane condizioni di sofferenza del popolo siciliano, dovute anche all'inefficenza delle autorità: «Io sono stata in Albania e in Russia, mai ho visto tanta sofferenza e tanto dolore.» «Si dice ancora, il Duce non lo sa, ma ora lo sai, perché te lo dico io!» 

La prova più dura che Edda si trovò ad affrontare, salvare il marito dalla fucilazione, la mise contro il padre: arrivò ad urlargli in faccia: «Ti odio. Ti disprezzo. Non sei più mio padre per me!» e contro Hitler, contro tutti, minacciando, ricattando, organizzando fughe, in un crescendo reso ancora più rabbioso dalla consapevolezza della fine ormai prossima della guerra e dell'inutilità del sacrificio di Ciano.

Spinosa finisce così la biografia di Edda, con alcune considerazioni generali che nulla hanno a che fare con il prosieguo dell'avventura terrena della ormai ex contessa di Cortellazzo e Buccari, figlia prediletta ma ribelle del Duce.

Comunque la vita va avanti e la storia prosegue, ma a riesumarla per caso e raccontarla è un'altro giornalista, Marcello Sorgi, che a Lipari nel 2008, cerca materiale per ricostruire la vita dei confinati politici del fascismo. Ma trova altro.

Viene a conoscenza di una storia che sembra scritta da un Dumas moderno, con personaggi che solo la sua spregiudicata fantasia poteva creare.

Edda Ciano, nel settembre del 1945 viene inviata, con molto senso dell'ironia, a Lipari a scontare una condanna a due anni di confino, poi ridotta dall'amnistia di Togliatti, e qui, colpo di scena del  feuilleton che si sta scrivendo, incontra un gigante buono, un comunista, ufficiale alpino in Grecia, poi partigiano in Francia, professore, un fine intellettuale in grado di recitare a memoria i versi dell'Odissea, che fin dal nome evoca l'eroismo: Leonida Bongiorno.
 


L'incontro tra due personalità così diverse, appartenenti a mondi antitetici, non poteva che sfociare, dopo la simpatia iniziale e l'amicizia, in un amore appassionato, totalizzante di cui sono rimaste vistose tracce in un carteggio durato molti anni, anche dopo  la fine della relazione. 

Questo è il monumento che Leonida Bongiorno fece costruire per ricordare il suo amore per Edda Ciano, da lui detta Ellenica, vi è trascritto un canto dell'Odissea.