giovedì 13 novembre 2014

John Fante - CHIEDI ALLA POLVERE - La Biblioteca di Repubblica 2003 - € 4,90



Non conoscevo John Fante (1909-1983) fino al giorno che La Biblioteca di Repubblica non ha distribuito insieme al quotidiano il suo romanzo più noto, Chiedi alla polvere (1939), svelandomi un narratore difficilmente classificabile: vissuto a cavallo tra i due più grandi movimenti letterari americani, quelli della sofisticata ed elegante lost generation, e quelli della beat generation,  ad entrambi estraneo per formazione e cultura, ma caparbiamente deciso a diventare scrittore ad ogni costo, facendone la sua ragione di vita, in questo  molto simile al personaggio di Jack London (1876-1916), Martin Eden.

Non è un caso che si debba a Charles Bukowski (1920-1994) la riscoperta di John Fante, avvenuta per affinità non solo letterarie: ambedue  americani di prima generazione:  entrambi con una infanzia difficile, vissuta in povertà e  nell'emarginazione per la loro origine europea,  in un clima di violenza familiare che ne dovette forgiare il carattere ribelle;  due cani sciolti con molte esperienze in comune, Hollywood compresa.


Ecco  come Charles Bukowski si esprime a proposito di Chiedi alla polvere di John Fante, una specie di apologia dello scrittore di Denver:

Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.

Un giudizio perentorio questo di Bukowski, che lo si può integrare con alcune considerazioni.

Prima di tutto va ricordato che Chiedi alla polvere è un romanzo pubblicato negli USA nel 1939, ossia settantacinque anni fà: per fare un assurdo parallelo, ma anche per sottolinearne l'estrema modernità di linguaggio e di struttura narrativa, si tratta dello stesso anno  in cui qui da noi usciva la seconda parte dell'opera più famosa di Riccardo Bacchelli, Il Mulino del Po: opera importante nella storia della letteratura italiana, ma come bloccata alle modalità narrative del secolo precedente, mentre questa di Fante sembra proiettata verso il fututo. 

In forza di queste considerazioni si potrebbe quindi affermare che la modernità nella narrativa, per molti versi fatta coincidere, secondo alcuni, con l'uscita de Il giovane Holden di Salinger, che è del 1951 o  Sulla strada di Keroac, che è  del 1957, era già iniziata nel 1939 con questo romanzo di John Fante.


                          
Questo l'incipit del romanzo:

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita: dovevo prendere una decisione  nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.

L'alter-ego di John Fante,  protagonista di tutti i suoi romanzi, è questo Arturo Bandini, come lui nato in Colorado, in una famiglia di immigrati italiani molto povera e con un padre ubriacone, da cui si allontana trasferendosi in California,  per tentare l'avventura della scrittura. 

All'interno di questo quadro esistenziale si sviluppa il romanzo, tra delusioni e entusiasmi legati alle difficoltà di vedersi considerato come scrittore e pubblicati i propri lavori, mentre nasce e si complica la tormentata relazione con Camilla, una inquietante ragazza messicana, si innescano momenti di introspezione nei quali il protagonista parla a se stesso, spiegandosi la complessità della realtà che lo circonda e la propria inadeguatezza ad affrontarla. 

Il romanzo ha un ritmo sostenuto, ma anche momenti nei quali il povero Bandini riflette sull'esistenza:

Erano da poco passate le tre di un mattino incomparabile. Il blu e il bianco del cielo e delle stelle erano di una tale purezza, di una dolcezza così toccante che dovetti fermarmi, quasi stupito di tanta bellezza. Le foglie polverose delle palme erano immobili. il silenzio era totale.
La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a m c'era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c'era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell'uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell'umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il desero. 
Un romanzo che possiede tutti i requisiti per entrare di diritto a far parte di quelli che bisogna assolutamente aver letto.

In Italia, nel paese natale di Nicola Fante padre di John, Torricella Peligna provincia di Chieti si svolge un festival della letteratura intitolata al suo nome, qui in basso il link:

http://www.oziomagazine.it/libri/festival-john-fante-2.html