giovedì 19 febbraio 2015

Fausta Cialente - LE QUATTRO RAGAZZE WIESELBERGER - Mondadori 1976 - £ 4.000


Fausta Cialente (1898-1994) è stata una giornalista, traduttrice e scrittrice che ha anticipato di molti decenni le tematiche legate alla condizione della donna, tanto da essere definita antesignana del femminismo moderno.

Già negli anni trenta le sue opere erano molto apprezzate, le ricordiamo: Marianna (1929), Natalia (1930), Pamela e la bella estate (1935) Cortile a Cleopatra (1936). Durante il periodo bellico, collaborerà alla lotta antinazista da Radio Cairo, con trasmissioni di propaganda antifascista, fondando poi e dirigendo, dal 1943 al 1945, un giornale, "Fronte Unito", destinato ai prigionieri italiani in Egitto. Rientrata alla fine della guerra in Italia, collaborerà con Rinascita, Noi donne e L'Unità.

Fausta Cialente negli anni '50



Dopo una lunga pausa, il suo ritorno alla narrativa è nel 1961 con Ballata levantina  che sfiorerà lo Strega di quell'anno, in competizione con Delitto d'onore di Arpino,  e  Ferito a Morte di La Capria. 

Scrive Maria Bellonci in Come un racconto gli anni del Premio Strega:

All'ultimo, per un solo voto vinse La Capria e la Cialente e Arpino rimasero indietro di un passo. Sebbene il titolo del premio spettasse a La Capria, si poteva dire che i vincitori erano stati tre: e si palesava così il giudizio critico dei votanti che indicavano un peso non molto dissimile nei tra libri tanto diversi. Dalle pagine della Cialente si alzava quel ritratto prestigioso della nonna in Egitto che è un'apparizione indimenticabile nella narrativa italiana.

Ma l'appuntamento con il Premio Strega era soltanto rimandato, Fausta Cialente lo vinse infatti nel 1976 con Le quattro ragazze Wieselberger che presentiamo qui. 


 Questo l'incipit:

Le sere in cui l'orchestra veniva a suonare in casa la famiglia doveva cenare assai più presto del solito perché la signora e le ragazze, aiutate dalle due domestiche, avessero il tempo sufficiente per sbarazzare la tavola della sala da pranzo e riporre ogni cosa, la grande porta a vetri che la separava dall'entrata sovendo rimaner aperta. Bisognava tenere ben chiusi, invece, tutti gli usci verso la cucina e i "servizi" giacché il padre non voleva sentire durante l'esecuzione - ch'era più che altro una "prova" - gli strepiti delle rigovernature e le chiacchiere, le ciàcole, anzi delle serve. Queste prove si facevano dunque nell'entrata dell'appartamento, ch'era molto ampia e comunicava s'un lato con la sala da pranzo e sull'altro col salotto "buono", in modo che la sonorità piacevolmente si spandeva  e si potevan piazzare le file delle seggiole destinate agli eventuali ascoltatori. I vasi delle piantye ornamentali venivano spinte da parte e si tiravano i tendaggi per dare il maggior spazio possibile agli orchestranti che con le loro sedie e i loro strumenti dovevano stare s'una bassa pedana. Non erano molti, una ventina forse, ma tutto v'era compreso, gli archi, i fiati, gli ottoni; e il padre dirigeva, lui, in piedi s'un basso panchetto posto col leggìo di fronte alla pedana, ma un po' discosto e giusto nel mezzo.
Il direttore d'orchestra, Gustavo Adolfo Wieselberger (1834-1910), che appare in copertina in un ritratto del 1853, quando aveva meno di ventanni, è il padre delle quattro ragazze e nonno dell'autrice: patriarca vecchio stampo, autoritario e un po' brontolone, ma viziato dalle cinque donne di casa che, forti del loro essere maggioranza, non lo temevano affatto. 

Nella cornice incantevole della Trieste fine Ottocento prende l'avvio la storia di questa famiglia borghese, che vive con serenità il proprio benessere, in un ambiente sociale elegante, cosmopolita e tollerante. 

Nel folto paesaggio quotidiano dell'epoca c'era dunque chi portava il turbante e chi il fez, si vedevano le giacche vistosamente ricamate dei montenegrini che giravano quasi sempre con la pistola o il pugnale infilati nella cintura, mentre i turchi indossavano i loro gonfi pantaloni serrati alle caviglie; dal Carso scendevano i monaci eremiti a piedi nudi, i carniolini e le carnioline nelle loro vesti sgargianti, e tutto quel rimescolio si scontrava negli ufficiali della marina inglese, elegantissimi nei loro calzoni bianchi e frac rossi, gli spadini al fianco. I giovani triestini delle già arricchite famiglie avevano carrozze sontuose, a due a quattro cavalli, come forse si vedevano solo a Vienna, a Londra o a Parigi, e certuni avevano perfino i loro gallonatissimi lacchè, due messi davanti, in  serpa, e due dietro, che saltavano su e giù come scimmie ammaestrate per aprire e chiudere gli sportelli, nemmeno fossero sovrani quelli che dentro il cocchio sedevano su cuscini di broccato.
 «Difatti, erano i re del cotone! dello zibibbo e dei fichi secchi!» il padre diceva sorridendo.
 «Anche mio nonno e mio padre immigrarono qui da Vienna, dov'erano nati in piazza Santo Stefano! Ma quando decisero di farsi commercianti o importatori, dimenticarono di aver avuto un avo commissario di guerra alla corte di Maria Teresa, e il von che precedeva il nostro cognome lo lasciarono cadere. Bene hanno fatto, che per vendere carube, farina o uvetta del von non c'era nessun bisogno. Chissà, poi, quanto aveva rubato sulle forniture di guerra quel commissario dell'imperatrice!
» E se una delle figlie scherzando osservava che lui, musicista, il von avrebbe potuto giustamente riprenderselo, alzava le spalle, e come sua moglie esclamava ch'erano sempiezi, stupidaggini, per i quali non valeva davvero la pena di bazilar.

L'aspirazione della ricca borghesia triestina di uscire dall'impero austro-ungarico e fondersi col Regno d'Italia, viene ampiamente trattato nel romanzo, distinguendo lucidamente l'aspetto ideale post-risorgimentale che anima i migliori, per i secolari legami storici, linguistici e culturali con l'Italia, da quelli alimentati da un nazionalismo intriso da profondo disprezzo nei confronti delle popolazioni slovene e croate:  'sti maledeti s'ciavi.

Ciò che più avrebbe colpito chi avesse voluto esaminare da un punto di vista strettamente economico e sociale la questione irredentista intorno agli anni di quelle liete vendemmie e quei balli alla Filarmonica, avrebbe senza dubbio scoperto, o almeno imparato, come per salvarsi dalla secolare oppressione di Venezia Trieste aveva dovuto concedersi ai duchi d'Austria pochi secoli dopo il mille; e per molto tempo aveva vivacchiato sfruttando un hinterland che le era completamente straniero, anche per il linguaggio, ma era il solo retroterra di cui poteva disporre. 
La storia della famiglia si snoda attraverso gli anni della prima guerra mondiale, nel primo dopoguerra, con l'affermarsi della dittatura fascista, e quindi l'altro periodo buio della seconda guerra mondiale.

II fratello di Fausta Cialente, Renato (1897-1943), fu un grande attore di teatro e cinema, iniziò la sua  carriera giovanissimo con Ermete Zacconi, fece compagnia con Elsa Merlini nel 1934, e con Andreina Pagnani nel 1938. Oltre 30 i film girati.



 Nel 1943, a Roma,  fu travolto e ucciso da un automezzo tedesco, un'ambulanza, all'uscita del Teatro Argentina dove aveva recitato con enorme successo, in L'albergo dei poveri di Gorkij.

 http://www.treccani.it/enciclopedia/renato-cialente_%28Dizionario-Biografico%29/

Uno strano incidente, incomprensibile, se non si fa riferimento all'attività antifascista e antinazista della sorella al Cairo per conto degli Inglesi, ma anche per l'impegno antifascista  che manifestava nelle scelte del suo repertorio teatrale.

I nazisti non erano nuovi a questo procedimento di eliminare personaggi scomodi, facendo affidamento sulla fatalità. Era già successo al poeta ceco Jiří Orten (1919-1941) di essere ucciso sempre da un'ambulanza tedesca, nella Praga occupata nel 1941.

Jiří Orten


Un libro bellissino, da leggere assolutamente.