domenica 4 dicembre 2016

Beppe Fenoglio - UN FENOGLIO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE - Einaudi 1973 - £ 2.800




Sono un convinto lettore di Beppe Fenoglio (1922-1963). Mi piace la sua prosa essenziale, che in qualche modo mi ricorda Sherwood Anderson. Ho letto con immutato piacere I ventitre giorni della città di Alba (1952), La malora (1954), La paga del soldato (1969). Poi ho scovato, in uno dei tanti scatoloni che contengono la biblioteca di famiglia, questo libro pubblicato postumo, mettendo assieme scritti di epoche diverse, incompleti e sicuramente destinati ad essere profondamente rimaneggiati dall'autore se ne avesse avuto il tempo e il desiderio di vederli pubblicati. Ma così è: gli eredi e le case editrici ritengono di svolgere un'opera meritoria nei confronti degli autori scomparsi, pubblicando tutto ciò che trovano violando i loro cassetti!

Inizio a leggere. Il paese. Un racconto? Un romanzo? Capitolo primo, secondo, terzo, undicesimo e poi niente, finito così.

Vado avanti: I penultimi. Parte prima: 12 paragrafi. Parte seconda: 2 paragrafi: il racconto finisce a metà di un discorso: Levò di tasca il cannocchiale come se volesse offrirmi chissà che dimostrazione, ma poi ".

Seguono La licenza, Il mortorio Boeri, Un fenoglio alla prima guerra mondiale. Anche questi incompleti. In copertina nessun accenno. Nel risvolto è detto: A dieci anni dalla scomparsa di Beppe Fenoglio, questo nuovo volume che raccoglie organicamente una serie di racconti inediti, rinvenuti tra le sue carte, comprova ancora una volta quanto abbia perduto, con lui, la nostra narrativa. Se ti trovi in libreria e leggi questo risvolto presumi si tratti di opere complete, e passi direttamente alla cassa.

Ma non è questa la sola sorpresa.

Il testo è inframmezzato, direi di più, infarcito a bella posta di termini inglesi. Non solo la voce narrante, nel descrivere reazioni o situazioni, utilizza (senza nessuna esigenza narrativa) termini inglesi, ma anche personaggi che non hanno con questa lingua alcun rapporto, la utilizzano abbastanza casualmente e forse non sempre correttamente. Esempio:
Il capotavola sospiro e wawed all'ostessa per un bicchiere nuovo.
Più avanti (siamo ancora alla prima pagina) troviamo:
Tutt'intorno gaped.
Poche righe e:
Paco sospirò ed estrasse il pacchetto delle sigarette. Il medico fumbler con le dita apposta per estrarne una ed un'altra farne cadere.
E ancora:
Ci fu un moderato chucklink, la maggior componente di esso provenendo dalla bocca grassa e parca di Paco.
La perpressità, il disagio, ma anche il fastidio per quest'uso immotivato di una lingua così estranea al contesto paesano, delle Langhe tra le due guerre, è enorme, ma con fatica vado avanti cercando di concludere la lettura del volume.

A un certo punto un personaggio, l'aiutante di un commerciante di animali, ad una vecchia contadina chiede a proposito del figlio morto di costei:
-Wat did he die for? - disse Remo.
E la contadina langhirana, senza batter ciglio, come se si trovasse nelle verdi campagne del Hampshire , risponde:
- Nessuno l'ha mai saputo. O almeno nessuno ce l'ha mai detto...
C'è un limite a tutto! e qui questo limite è stato superato. Non ce l'ho con Fenoglio, sia chiaro. Lui aveva tutto il diritto di sperimentare linguaggi e forme narrative secondo il suo estro e desiderio. Magari in fase di completamento dell'opera si sarebbe reso conto da solo di quanto inverosimile, e anche un po' ridicolo, sia mettere in bocca ad un contadino langharolo termini inglesi a casaccio. Magari questo materiale grezzo non era destinato alla pubblicazione, e non tenendone conto, l'editore, non ha fatto un buon servizio all'autore ed ai suoi lettori.

In appendice le Note del curatore, GinoRizzo, che nulla spiegano dei problemi da me posti e, a chiudere, prima dell'Indice, il Glossario: 113 termini, o intere frasi, in inglese qui tradotte, con l'indicazione degli errori da matita blu commessi dal'autore.

Fenoglio, bontà sua, non poteva sapere che nel primo decennio del nuovo millennio, qui in Italia l'inflazione dell'uso improprio della lingua inglese, avrebbe raggiunto e superato i limiti della decenza, rivelando un insopportabile provincialismo che, dallo Stato ai mezzi di comunicazione, avrebbero inquinato il già mediocre linguaggio usato dai suoi connazionali. Sapendolo se ne sarebbe ben guardato dall'utilizzarlo.


 
 




i racconti lievitano sino alle dimensioni di una ruvida epica paesana, in virtú di un linguaggio che utilizza accortamente le durezze sintattiche e lessicali del dialetto, e le robuste metafore del parlare contadino, in una cifra stilistica di penetrante efficacia.