mercoledì 10 febbraio 2010

I GATTI NELLA LETTERATURA

Da semplici citazioni nei titoli, che nulla hanno a che fare poi  col racconto, a veri e propri protagonisti degli stessi: i gatti entrano a piano titolo nella letteratura. Mi viene in mente di Giovanni Comisso Un gatto attraversa la strada,(Mondadori 1954, Premio Strega 1955) serie di racconti, di cui uno da il titolo al volume.   Una scrittura pacata, elegante, mi verrebbe da dire cordiale. Dice di lui Guido Piovene:
Comisso opera in un clima di prosa d'arte, aspira ad una prosa perfetta, ben levigata, senza pecche (.....) la sua prosa è, nel complesso, sorvegliata, tesa verso la scelta delle parole più precise, colorite, qualche volta rare.
Del 1968 è L'occhio del gatto quarto romanzo di Alberto Bevilacqua (Rizzoli, Premio Strega 1968).   Racconta la beffa-vendetta di Marcello
nei confronti della moglie, che lo ha lasciato portandosi dietro i suoi due figli e andando a vivere con un nuovo compagno. In questo caso un  gatto esiste veramente, ma quello cui allude il titolo è, in gergo, l'obiettivo fotografico, in quanto il protagonista e un operatore cinematografico di attualità.

Io sono un gatto di Natzume Sòseki è un romanzo di 491 pagine + 12 pag. di note + 4 pag. di glossario, opera prima pubblica nel 1905 è considerato uno dei grandi libri della letteratura giapponese moderna  e il suo autore il più grande scrittore del Giappone moderno, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Miscima, tanto importante da apparire, fino al 2004, sulle banconote da 1000 yen.


L'edizione italiana, uscita nel 2006 per Neri Pozza Editore, è tradotta da Antonietta Pastore, che cura anche le note.


E' una lettura che coinvolge completamente. Raccontato in prima persona dal gatto-filoso di un professore, che si atteggia a grande studioso; egli osserva con distacco i radicali mutamenti epocali che stanno avvenendo e commenta questi, e le miserie quotidiane cui assiste, con disincantata ironia.

Ecco un saggio del gatto-pensiero, mentre assiste a una partita di go (un gioco insensato, con regole inesistenti e opinabili, dove si muovono delle piccole pietre su una scacchiera) tra il professore e un suo amico:

Poiché il gioco del  go é stato inventato dall'uomo, è una manifestazione dei suoi gusti, quindi si può affermare serenamente che la piccolezza delle pedine esprime la meschinità della sua natura. Assumendo che si possa capire la natura umana dal comportamento delle pietre del go, ne consegue che l'uomo riduce l'immensità dell'universo alla propria dimensione, che ama limitare artificiosamente il proprio territorio in modo da non potersi muovere dal posto in cui si trova. E questo ci permette di definirlo con una sola parola: masochista.
Dopo aver letto questo libro guarderemo il nostro gatto (e tutti gli altri che incontreremo) con occhi diversi, forse con più rispetto e considerazione!