domenica 3 febbraio 2013

Michelangelo Pira - SOS SINNOS - La Biblioteca della Nuova Sardegna - 1983


Devo la conoscenza di questo straordinario libro, inspiegabilmente scomparso dal mondo editoriale, alla cortesia di Natalino Piras, curatore della traduzione dal sardo all'italiano con testo a fronte, che me ne ha donato un esemplare fotocopiato; uscito postumo nel 1983 e  mai più ristampato.

Il suo autore, Michelangelo Pira (1928-1980), prematuramente scomparso a soli 52 anni, è stato un apprezzato giornalista, scrittore, docente di antropologia culturale e storia del giornalismo presso l'Università di Cagliari, nonché uno dei maggiori esperti di lingua sarda. La sua opera più famosa è La rivolta dell'oggetto - Antropologia della Sardegna (1978).

Di letteratura in lingua sarda esiste una centenaria tradizione poetica che è base della cultura popolare, la stessa cosa non è avvenuta per la narrativa, e Sos Sinnos  a buon diritto può essere considerato  il primo romanzo scritto in lingua sarda. 

Una ricerca fatta sul web mi ha confermato che, ancora oggi, dei molti libri in lingua sarda editi, la maggior parte sono traduzioni di classici, ovvero opere poetiche, ma non ancora  narrativa. Si consideri che la lingua sarda è stata per anni considerata un dialetto e negli anni cinquanta-sessanta, con la diffusione dei mezzi di comunicazione e la scolarizzazione diffusa, è stata completamente sostituita dall'italiano, tanto da essere classificata dall'Unesco a rischio di estinzione. 

D'altronde, in quale poca considerazione venga tenuta oggi la limba sarda dallo Stato nazionale, lo dimostra la spending review del governo Monti (luglio 2012), che ha escluso la regione dalle aree caratterizzate da specificità linguistiche, quelle cioè con minoranze di lingua madre straniera, (come francese, tedesco o sloveno), e di conseguenza  tagliando finanziamenti  per la scuola di lingua e cultura sarda,  retrocedendola cioé  a semplice dialetto. Un passo avanti e due indietro secondo  specifico italiota.

Sono un lettore paziente, ostinato e curioso (oltreché impenitente) e con questo insolito libro mi sono regolato in questo modo: prima l'ho letto in italiano, poi in sardo, aiutandomi ovviamente con la traduzione a fronte.

 M'è sembrato che nella necessaria,  indispensabile versione in italiano  l'oscura terribilità del racconto venga in qualche modo rischiarata da una modernità che stride, un po' come se La terra del rimorso di De Martino, fosse illustrato anziché dai raffinati B/N di Franco Pinna, da foto digitali a colori. Questo credo dipenda dal suono arcaico della limba sarda ad un orecchio non allenato. Ho deto arcaico ma penso anche ad arcano, dal quale sembrano emergere quegli aspetti di una società che - a differenza della nostra - non ha rimosso il suo rapporto con la morte.

 I cinque capitoli in cui è strutturato il racconto sono:

  1. Su tempus de su parpu e de s'arrastu (Il tempo del tastare e del fiutare)
  2. Su deinu ((L'indovino)
  3. Milianu (Milianu)
  4. Sa cramata de sos mortos (La chiamata dei morti)
  5. A sa Libra (A sa Libra) 

Questo l'incipit:


Li achia' cumpanzia tumbu; e la ninnaia' tumbu-tumbu. It unu sinnu de su cuminzu, de coment'aia' cuminzatu isse a essere viu e de comente i' galu viu, i' biu. Tumbu-tumbu, tumbu-tumbu, tumbu-tumbu e gai li enia' su sonnu e chene si nd'abizzare si dormiata.
Gli faceva compagnia tumbu; e lo ninnava tumbu-tumbu. Era un segno dell'inizio, di come aveva iniziato lui a essere vivo e di come era ancora vivo. Tumbu-tumbu, tumbu-tumbu, tumbu-tumbu e così gli veniva il sonno e senza accorgersene si addormentava.
E' un libro impegnativo, una scoperta sorprendente, una epifania destinata a lettori curiosi,  quei lettori che non si accontentano dei bestseller in  mostra nelle libreria, ma cercano l'inedito e il favoloso.