domenica 17 febbraio 2013

Salvatore Di Giacomo - OPERE - I Classici Contemporanei Italiani - Mondadori 1965 - £ 12.000



A Salvatore Di Giacomo (1860-1934) è toccato in sorte di essere universalmente ricordato come autore di alcune tra le più belle canzoni napoletane, e quanto questo sia riduttivo è facile capirlo sfogliando questi due meravigliosi volumi che racchiudono tutte le sue opere.  La prima edizione risale al 1946, questa in mio possesso è la VII edizione del 1965. 

Le cronache ci informano che la sua canzone di maggior successo, Marechiaro, era quella che amava meno, tanto che una volta lasciò un banchetto cui partecipava, quando una commensale, venuta a sapere che egli era autore di quella canzone, prese ad elogiarlo con tale calore da causarne l'infastidito allontanamento.

Destinato dal padre agli studi di medicina, li abbandonò in seguito ad un famoso  episodio cui assistette e che racconta in una pagina autobiografica,  presente nel primo volume delle opere. Dopo aver descritto con dovizia di particolari  il macabro ambiente dove venivano svolte le lezioni di anatomia, così prosegue:

Al meglio della lezione, uscii dalla sala. Non ne potevo più; mi si rivoltava lo stomaco. Senza guardarmi attorno, senza salutare nessuno, infilai il corridoio e feci per ascendere, in fretta e furia, la scaletta. In  cima il bidello si preparava a discendere, con in capo una tinozza di membra umane. I gradini della scaletta, su per i quali erano passate centinaia di scarpe gocciolanti, parevano insaponati.  Il bidello scivolò, la tinozza - Dio mio ! - la tinozza rovesciata sparse per la scala il suo contenuto, e, in un attimo, tre o quattro teste mozze, inseguite da gambe sanguinanti, saltarono per la scala fino a' miei piedi ! Di sopra il bidello urlava e sacramentava, raggomitolato in un angolo, afferrandosi una gamba lussata...
Quell'inserviente, dalla faccia butterata e cinica, dall'aria insolente, dalla voce rauca, com'egli era sempre oscenamente avvinazzato, si chiamava Ferdinando. Per la faccia sua, cincischiata a quel modo, i compagni lo chiamavano, napoletanamente, Setaccio. Io devo la mia salvazione a Setaccio, perché da quel giorno la cantina dei cadaveri non mi vide più e nemmeno l'Università, dove compivo il terzo anno di medicina.

Fortunatamente per noi, perdendo il fragile medico guadagnammo il vigoroso  poeta, e il narratore rigoroso che si fece le ossa al Corriere del Mattino diretto allora da Martino Cafiero, per poi passare alla Gazzetta Letteraria e in seguito fondare con Benedetto Croce e altri la rivista d'arte Napoli nobilissima. 

Il primo volume si apre con un saggio introduttivo di Francesco Flora che fin dall'incipit  ne esalta la grande musicalità del verso:

Alla lirica nel senso melodico e primordiale di questa parola, si levò per le sillabe e i numeri del dialetto napoletano, Salvatore di Giacomo. Anch'egli, come il Meli e il Porta, e come i napoletani Cortese e Basile, se volle secondare la sua ispirazione sino alla prima sorgiva, dovette rifarsi al suo vivente vernacolo, che è un perenne "volgare" allo stato virgineo, un italiano potenziale, in cui vige la struttura sintattica, prosodica e radicale della lingua colta, e a un tempo la tradizione parlata, dionisiaca e apollinea in un medesimo raggio. 
 






LETTERA AMIROSA

Ve voglio fa' na lettera a ll'ingrese,
chiena 'e tèrmine scrivete e cianciuse,
e ll' aggia cumbinà tanto azzeccosa
ca s'ha d' azzeccà mmano per nu mese.

Dinto ce voglio mettere tre cose,
nu suspiro, na lacrema e na rosa,
e attuorno attuorno a ll'ammilocca nchiusa
ce voglio da' na sissantina 'e vase.

Tanto c' avita di': "Che bella cosa!
Stu nnammurato mio quanto è priciso!"
Mentr'io mme firmo cu gnostia odirosa:
Il vostro schiavotiello : Antonio Riso.

Di questa scherzosa poesia ricordavo una versione recitata da Nino Taranto, che ho ritrovato su Youtube e che offro volentieri ai lettori del blog.:

http://www.youtube.com/watch?v=5H3fz3DDN_g

In questa poesia, invece, prevale quell' amaro senso della vita di cui parla Benedetto Croce  riferendosi alle Novelle di Di Giacomo (Letteratura della Nuova Italia vol 3-XLV) che invece, a proposito delle poesie, scrive : "Molte hanno uno spruzzo di gaiezza e di scherzo... E tutte sono mirabili per intima musicalità, ora giocoso-amorosa, ora malinconica...."

Così Francesco Flora: "Sulla ripetizione non pur di parole ribattute ma di versi, forma l'estasi della malinconia d'amore, l'arietta Tutto se scorda. Ombrata, segreta dolcezza di un amore che passò, eppure in tanto scordarsi d'ogni cosa, non si oblia".
TUTTO SE SCORDA

Tutto, tutto se scorda,
tutto o se cagna o more;
e na chitarra è ammore,
ca nun tene una corda.

Oggi si' tu: dimane,
forze, n' ata sarrà:
e po? n? ata, chi sa, 
se tiempe ce rummane.

Uocchie celeste o nire,
culure 'e giglio o 'e rosa,
sempre, sempre una cosa,
sempre 'e stesse suspire!

Si, suspiranno, io dico:
"Quanto mme si' custata!"
Talee quale a quacc' ata
tu suspire cu mmico...

Tutto, tutto se scorda,
tutto o cagna o more, 
e na chitarra e ammore,
ca nun tene una corda.

Ma, tremmannom sta mano
cierte vote se scorda :
e torna 'a prima corda
a tentà, chiano chiano.

E nu suonno ca sceta
tante cose, o addurmute,
o luntane, o fenute,
esce  'a sotto a sti ddeta...

Delle sue canzoni quella che di gran lunga prediligo è questa Spingule francese che propongo nella classica versione eseguita da Roberto Murolo:
http://www.youtube.com/watch?v=jJz_eydSUTc



I due volumi sono arricchiti da alcune copie di scritti autografi di  Di Giacomo, questa è la poesia Na Tavernella della raccolta Vierze Nuove
La parte più affascinante, e più sorprendente di quest'opera rimangono - secondo me - Le Cronache, dove ho appreso più di quanto avessi mai saputo su Napoli e la sua storia, i suoi teatri, le sue canzoni, le sue strade, le sue antiche taverne, e poi il "quarantotto", Masaniello, la Sanfelice, e Paisiello e i suoi contemporanei.  Una visione d'insieme di una città vicereale con le sue grandezze e le sue miserie, e la sua grande cultura europea.

 Peccato che in questi due volumi non vi sia traccia di La prostituzione a Napoli nei secoli XVII e XVIII, di cui parla ampiamente con parole di grande elogio Benedetto Croce.