giovedì 20 agosto 2015

John Steinbeck - I PASCOLI DEL CIELO - I Libri del Pavone - Mondadori 1953 - £ 250


«Questa nuova iniziativa editoriale che ha il suo corrispondente nei celebri poket books americani venduti a milioni di esemplari, integra e completa, nel campo della narrativa, la Biblioteca Moderna Mondadori, con il ristampare i migliori romanzi contemporanei. A una rigorosa scelta di opere da molto tempo assenti nelle librerie e insistentemente richieste dal pubblico, la nuova collana "I libri del Pavone" unisce una elegante presentazione editoriale e tecnica. I volumi, stampati su buona carta con copertina a quattro colori verniciata, sono soprattutto destinati a penetrare dignitosamente nella rete vastissima della classe media che è sempre la più volenterosa e attenta acquirente di libri non appena il prezzo divenga accessibile. »
Con queste parole viene presentato nel Maggio del 1953 il primo numero della collana I libri del Pavone, con il romanzo I pascoli del cielo di Steinbeck, già presente dal 1940 nel catalogo Mondadori nella collana La Medusa.

Riesumando I pascoli del cielo mi chiedevo perché il mio blog  parli solo di questi vecchi libri, con i dorsi ingialliti e polverosi e le ridicole copertine illustrate come dei fumetti, poi l'ho capito: è perché parlando di questi vecchi romanzi che mi hanno appassionato quand'ero ragazzo, è come se parlassi un po' di me, come se rievocassi la mia fanciullezza e adolescenza. Di questo romanzo di Steinbeck, che entrò in casa nel dicembre 1953, mi ha sempre colpito la scena illustrata dalla copertina e l'occhiello - selvaggio amore in California - che non hanno niente, ma proprio niente a che vedere con il romanzo, né l'immagine né la scritta. Poco male, un espediente per richiamare quei potenziali lettori che potevano essere respinti dal titolo dal sapore biblico.

Questa rilettura un po' nostalgica, se devo dirla tutta, in fondo non mi ha dato quella gioia che mi aspettavo, quella che avevo provato da adolescente leggendolo la prima volta. Non certo per colpa dei personaggi che popolano la bella valle californiana,  con le loro storie, alcune molto belle, come quella delle sorelle Lopez, Rosa e Maria, che per dare impulso alla loro attività di vendita di tortillas y enchiladas, si concedono gratuitamente, ma solo a quei clienti che ne consumano in gran numero.  Più semplicemente, invecchiando, anche il piacere della lettura perde l'entusiasmo giovanile della scoperta, e si trasforma  in una pratica quotidiana di cui però non si può fare a meno.

Il romanzo è tradotto niente meno che da Elio Vittorini. Ma di Vittorini traduttore sarà bene ricordare che, non solo non capiva bene l'inglese parlato, ma neanche l'inglese scritto, secondo le dichiarazioni della moglie, Rosa Quasimodo, sorella del poeta, che aveva sposato dopo una fuitina d'amore.

 "La signora Rodocanachi faceva a Elio la traduzione letterale, parola per parola che a leggerla non si capiva niente. Lui, poi, a quelle parole dava forma. Sua era la costruzione, l'invenzione; non si legava a quelle parole fredde. Lui raccomandava sempre a lei di fare la traduzione letterale, precisa, parola per parola, articolo per articolo, frase per frase. E poi lui la trasformava in un romanzo. Erano romanzi suoi che traduceva."

Adesso si capisce perché in una traduzione di Faulkner (il Borgo?) la tasca posteriore dei pantaloni da uomo viene chiamata da Vittorini con molta inventiva, tasca deretana.



 Fu Montale a chiedere a Lucia Morpurgo Rodocanachi  (1901-1978) se fosse disposta ad eseguire per Elio Vittorini una traduzione letterale a tamburo battente da D.H. Lawrence. Ebbe così inizio un' avventura durata parecchio, durante la quale Lucia, battezzata da Montale la negresse inconnue eseguì traduzioni letterali dall' inglese, dal tedesco, dal francese, spesso così ben fatte che vi veniva mutato poco o niente per Vittorini (il quale le prometteva parte dei compensi, ma era pessimo pagatore e da lei definito negriero), per lo stesso Montale, per Sbarbaro, per Gadda (il più generoso di tutti); e tutti, che evidentemente distruggevano le lettere di lei, da cui risultavano le prove del misfatto e chiedevano caldamente il più geloso segreto. 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/09/15/solo-per-te-lucia.html

Questo l'incipit, che chiarisce il titolo del romanzo:

   Quando nel 1776, si costruiva la sede per la Missione Carmelitana dell'Alta California, un gruppo di venti convertiti indiani abbandonavano una notte la religione e le capanne loro. Questo piccolo scisma, oltre a costituire un cattivo precedente, comprometteva il corso dei lavori nelle cave dove veniva preparato l'impasto di argilla per i mattoni.
   Dopo un breve consiglio delle autorità civili e religiose, una squadra di uomini a cavallo, comandata da un caporale spagnolo, partiva per ricondurre quelle smarrite pecorelle nel seno di Madre Chiesa. Fu un difficile viaggio che i soldati fecero su per la valle del Carmelo e poi nelle montagne, ma in capo a una settimana essi trovarono i fuggitivi dissidenti, malgrado la diabolica abilità da essi dimostrata nel nascondere le tracce del loro passaggio, e li trovarono sul fondo di un erboso canyon per il quale scorreva un torrente, occupati a dormirsela in atteggiamenti di eretico abbandono.
   Indignati, i militari li afferrarono e, senza curarsi dei loro ululati di protesta, li legarono l'uno all'altro con una lunga catena. Poi la colonna prese il cammino di ritorno per dare a quei poveri neofiti l'occasione di pentirsi nelle cave d'argilla.
   Nel pomeriggio del secondo giorno un giovane cervo passò di volata dinanzi al caporale e scomparve dietro un ciglione. Il caporale si staccò dalla colonna per inseguirlo. Quando, sullo stremato cavallo, raggiunse la vetta del ciglione, si fermò stupito per lo spettacolo che gli si aprì sotto gli occhi. Una lunga valle si stendeva entro un anello di colline che la proteggevano dalla nebbia e dai venti. Disseminata di querce, era coperta di verde pastura e formicolava di cervi.
   Al cospetto di tanta serena bellezza il caporale si sentì commosso. Lui che aveva frustato tante schiene di indiani, che, maschio rapace, si adoperava per forgiare una nuova razza per la California, lui il selvaggio, barbuto apportatore di civiltà, scese di sella e si tolse il casco d'acciaio.
   «Madre di Dio!» mormorò. «Questi sono i verdi pascoli del Cielo ai quali il Signore ci conduce!»