martedì 27 marzo 2018

Mario Soldati - LA CONFESSIONE - Garzanti, 1955 - £ 1.000

Mario Soldati (1906-1999) scrittore, giornalista, saggista, regista sceneggiatore, autore televisivo: non c'è settore dove questo poliedrico torinese non abbia brillato per fantasia, inventiva, novità di linguaggio; un affabulatore colto che ha precorso i tempi conciliando cultura alta e cultura popolare. Ne sono una prova i documentari per la televisione verso la fine degli anni cinquanta alla ricerca del cibo e del vino genuino, dei locali storici, dei personaggi più improbabili. Secondo Montanelli:

«...la sua vera natura e vocazione erano quelle dell'attore. In ogni momento e circostanza, anche nella conversazione tra amici come, Longanesi, Maccari,Flaiano, il sottoscritto, anche – credo – a letto, Soldati recitava una parte in cui s'immedesimava.»


Per i giovani che non lo hanno conosciuto sotto questo aspetto, il link di una trasmissione del 1957:

https://www.youtube.com/watch?v=WnlpPRw1mdk



Avevo 16 anni quando lessi La confessione di Soldati, ricordo che mi piacque anche se situavo il perno del romanzo nell'ipocrisia del gesuita confessore, e della nonna, coalizzati nell'indirizzare le pulsioni erotiche del protagonista, forse destinato al sacerdozio, verso un coetaneo piuttosto che rischiare di perdere l'anima dietro i pensieri lussuriosi che le donne già gli ispiravano;  rileggendolo dopo più di sessant'anni non solo confermo quel lontano giudizio, ma ne apprezzo ancora di più la rara capacità di scandagliare l'animo umano.

Questo l'incipit, che da un'idea abbastanza precisa del linguaggio e della tecnica narrativa usata da Mario Soldati in questo piccolo capolavoro:


Aveva fatto le scale di corsa. Il cuore gli balzava in gola. Si fermò, si appoggiò al muro. Nel corridoio deserto, le porte a vetri delle classi erano spalancate e diffondevano, poiché le lezioni erano finite da pochi minuti, un odore triste di polvere e di rinchiuso. Si vedevano, in fondo al corridoio, gli scacchi bianchi e neri del pavimento diventare dorati e grigi nella grande losanga di sole proiettata dal finestrone del cortile. Era il sole delle quattro del pomeriggio, il sole di subito doposcuola. E il vocio dei ragazzi che facevano ricreazione giungeva smorzato dalla lontananza e dal vuoto interno dell'istituto: un urlo fuso, lontano, felice, che saliva e scendeva, si ingrossava e si assottigliava, alternativamente. Si distinguevano soltanto, a tratti e sul vertice del crescendo, quando l'urlìo facendosi vicinissimo e angoscioso pareva per un istante inondare il corridoio, le voci dei bambini delle elementari, o le strida altrettanto acute che nei momenti decisivi del gioco cacciavano persino i suoi compagni di ginnasio superiore. La ricreazione brutale e avvilente dove egli sentiva di non poter brillare (come gli diceva il prefetto dei piccoli) e anzi di essere ridicolo, e che quindi aveva abbandonato un momento prima per salire su, dove tutto era vuoto e silenzio, ora, staccata da lui, addensata in quel vocìo, ridotta a quell'effetto sonoro, tornava a proporgli il miraggio delle gioie che riempivano la vita di tutti i suoi compagni, ma non la sua, e gli stringeva il cuore, come i gridi delle rondini a sera, quando, seduto al suo scrittoio vicino alla finestra aperta, ricopiava in bella il compito: sentiva di là che preparavano la tavola e avrebbe voluto essere lontano, libero, felice.




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