mercoledì 21 luglio 2010

SALOTTI PARIGINI & altri scritti di Marcel Proust





Com'è charmant, questo volumetto di Marcel Proust (Bompiani, 1946) che raccoglie poco più di una dozzina di articoli apparsi nei prini anni del '900 su Le Figarò, che esperienza agrèable la sua lettura. Viene in mente quel famoso verso di Baudelaire:

Là, tout n'est qu'ordre et beutè, Luxe, calme et volupté.Di lui hanno scritto:
"Grandi occhi neri, brillanti, dalle palpebre pesanti e piagate in giù ai lati; uno sguardo di una dolcezza estrema, che s'attacca a lungo sull'oggetto che fissa; una voce ancora più dolce, un po' ansante, un po' strascicata, che sfiora l'affettazione schivandola sempre. Lunghi e folti capelli neri, che talvolta coprono la fronte e che non avranno mai un filo biaco. Ma è agli occhi che si torna, immensi occhi cerchiati, stanchi, nostalgici, estremamente mobili, che sembrano spostarsi e seguire il pensiero segreto di colui che parla. Un sorriso continuo, divertito, accogliente, esita e poi si fissa sulle sue labbra. Di un colorito opaco, ma allora fresco e roseo, egli fa pensare, nonostante i sottili baffi neri, a un fanciullone indolente e troppo perspicace."


Questo ritratto di Marcel Proust, tracciato da un suo biografo, Lèon Pierre-Quint, all'epoca delle frequentazioni dei solotti parigini di cui parla il volume, ricorda questa famosa foto, che Marcel regalò nel 1915 (o 1916) a Céleste Albaret.

Certo, nessuno dei lettori del Figaro avrebbe potuto immaginare che nel giovane e incantato cronista mandano, occupato a celebrare le frivolezze del faubourg St.Germain si celasse un osservatore acutissimo e spietato di quella società, che avrebbe descritto senza compiacenze nell'opera della sua vita.

Qui, descrivendo gli eleganti salotti presso i quali la più bella società europea si incontrava, nelle lunghe e appassionanti descrizioni di genealogie nobiliari, appare ai nostri occhi di smaliziati esegeti iconoclasti, una qualche forma di adulazione, certo involontaria. in un uomo fondamentalmente buono e disinteressato.

Pur avendo questi scritti poco in comune con le Recherche per stile e contenuti, Parigi a parte, alcuni elementi fondamentali qui vi sono accennati: l'attesa spasmodica ai Champs-Elysées della bambina di cui era innamorato, (Gilberte, nella finzione narrativa) e la cocente delusione quando ella mancava quei taciti appuntamenti, oppure la promessa di una vacanza a Firenze, (Venezia, in La strada di Swann) cui dovette rinunciare perché malato; o ancora i biancospini...

Marcel Proust
ha qualcosa di magico, che se  cominci a parlarne, ti prende la nostalgia dei suoi luoghi, dei suoi personaggi e ti ritrovi, gioiosamente, a perderti ancora una volta nella sua Recherche du temps perdu.







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