venerdì 13 maggio 2011

Miriam Mafai BOTTEGHE OSCURE ADDIO (Com'eravamo comunisti) Le Scie Mondadori - 1996 - £ 26.000







Chi si ricorda più del fuoco ch'arse
impetuoso
nelle vene del mondo - in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine
e le muraglie e l'usata strada.
Nel futuro che s'apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.

Eugenio Montale
"Sul muro graffito" Ossi di Seppia


A prima vista questo intenso libro di ricordi di Miriam Mafai può sembrare un patetico amarcord, destinato agli inconsolabili reduci del PCI. In parte, ovviamente, è anche questo. Ma è anche qualcosa di più, è, ad esempio, un'analisi di come l'insediamento in quella prestigiosa sede abbia modificato il rapporto tra militanti e dirigenti, ma anche una carrellata sul carattere degli inquilini dello storico palazzo.

La storia ufficiale delle Botteghe Oscure comincia nel 1946, poco dopo le elezioni del 2 giugno, quando l'Italia scelse la Repubblica ed elesse l'Assemblea che, sembra incredibile, in soli diciotto mesi di lavoro riuscì a preparare, discutere e approvare la nostra Costituzione.

Il palazzo era li all'angolo tra via delle Botteghe Oscure e via dell'Ara Coeli, ambizioso e incompiuto. Nel 1944 ci mette gli occhi addosso Alfio Marchini, cui Togliatti aveva chiesto, un giorno, di cercare una sede degna del nuovo Pci. Sono dunque i Marchini a rilevarlo, ristrutturarlo e consegnarlo al partito.
La prima sede del Pci era al terzo e quarto piano di un palazzo umbertino in via Nazionale:

Alcune stanze erano state adibite a foresteria per ospitare i compagni che venivano dalle zone liberate, molti ancora con l'improbabile divisa partigiana e il fazzoletto rosso al collo. Si fermavanmo pochi giorni e ripartivano volentieri per le loro città: già allora Roma veniva vissuta, dopo i priomi momenti di curiosità e di entusiasmo, come il luogo del pericolo, la palude dove rischiava di spegnersi la voglia di cambiamento espressa dalla Resistenza.

E infatti di li a poco:


In autunno la Direzione del Pci si trasferì da via Nazionale al palazzo delle Botteghe Oscure. Il traslogo segnava un cambiamento di status, di ambizione, di prospettiva. Cominciava una nuova storia: si metteva fine a una fase della vita del Pci, avventurosa, disordinata e felice, e si metteva ordine nelle stanze, negli archivi e nelle teste.

Un segnale, piccolo ma doloroso, di questo cambiamento di status e di prospettiva venne offerto dall'installazione di due diversi ascensori: il primo, al quale si accedeva direttamente, oltre la vetrata dell'ingresso, era riservato ai membri della direzione e portava ai loro uffici; il secondo, in fondo a sinistra, era per tutti gli altri, compagni dell'apparato, tecnici, e dirigenti. Il segno di una separazione che prima, in via Nazionale, non era nemmeno pensabile. Un piccolo colpo al cuore per quanti, un po' ingenuamente, pensavano che nel partito, in anticipo rispetto alla società, dovessero realizzarsi i principi dell'uguaglianza.

E poi un'analisi del moralismo un po' ipocrita del Pci, con l'esaltazione del ruolo della famiglia, della madre prolifica, il rifiuto dell'aborto, e l'Unità che, riecheggiando involontariamente uno slogan fascista, indicava quale dovesse essere la donna comunista: "madre e sposa esemplare".

Nel capitolo "L'amore al tempo della guerra fredda" Miriam Mafai esamina con occhio disincantato le contraddizioni nei comportamenti di molti dirigenti, rispetto alla norma severa che li vuole integerrimi difensori di monogamia e fedeltà coniugale.

Dal capito "Piccolo mondo comunista":

L'Associazione del pionieri nacque per iniziativa dei giovani comunisti nell'immediato dopoguerra e, per almeno quindici anni, svolse un'intensa attività, sopratutto, ma non solo, In Emilia e Toscana. (.....)

Il pioniere più famoso è Massimo D'Alema che a dieci anni, nel corso del congresso del Pci che si tenne all'inizio del 1959, salì sulla tribuna per offrirte un mazzo di fiori a Palmiro Togliatti e in questa occasione pronunciò il suo primo discorso in pubblico.La mamma ricorda ancora con soddisfazione quell'esordio. Il papà gli chiese se voleva essere aiutato a preparare il suo saluto, ma Massimo rispose di no, lo voleva preparare da solo: "Altrimenti" - spiegò - "se me lo fai tu, io poi non lo so dire"
Un gran bel libro, scritto bene, scorrevole e pieno di notizie utili per giudicare compiutamente un periodo storico del nostro paese.