sabato 25 maggio 2013

John Steinbeck - FURORE - La Biblioteca di Repubblica 2002 - € 4,90



Sembra che le immagini fotografiche di Walker Evans e Dorothea Lange, che documentano il grande esodo dei contadini dalle regioni delle Grandi Pianure del 1934-36, abbiano ispirato John Steinbeck (1902-1968) per il suo romanzo più famoso The Grapes of Wrath (1939) sintetizzato in italiano in Furore.

La grande depressione produsse un fenomeno di nomadismo di massa che coinvolse cinque milioni di cittadini americani che vagavano in cerca di un lavoro qualsiasi, spinti dalla disperazione. Diverso l'esodo dei contadini delle zone dell'Arkansas e dell'Oklaoma, che a causa della siccità, delle tempeste di sabbia e dell'erosione dei terreni, strangolati dalle banche, si videro costretti ad accatastare su vecchie auto trasformate in camion i pochi averi e tentare la fortuna in California, in una nuova corsa, non più all'oro come nel 1848, ma per la sopravvivenza.


Il fotografo ed economista Roy Stryker fu messo dalla Farm Security Administration (FSA) a capo di un gruppo di fotografi per documentare le condizioni di disagio degli abitanti delle zone rurali. Ne nacque un reportage sconvolgente per contenuti, ma affascinante per la qualità delle immagini, che ancora oggi rappresenta quanto di meglio sia stato prodotto in termini di fotografia sociale.






















Questi contadini strappati dalla loro terra dalle difficili condizioni climatiche, ma sopratutto dalla politica di rapina delle banche, furono accolti dalla popolazione californiana come clandestini indesiderati, pezzenti più simili alle bestie per la miseria e la sporcizia nella quale erano costretti a vivere, e chiamati sprezzamente Okies, consolidano così il convincimento che l'appartenza alla società americana non sia un diritto acquisito per nascita, ma per censo. Se non possiedi non sei.


Non dissimile dai provvedimenti governativi nella crisi attuale, tutte le iniziative economiche intraprese dal governo Roosvelt, il cosiddetto New Deal,  furono finalizzate a bloccare la rovina del sistema finanziario americano, ma non riuscirono a porre fine  alle grandi sofferenze della popolazione che assisteva impotente alla distruzione su larga scala di coltivazioni e bestiame per ridurre il surplus, in un momento in cui milioni di famiglie soffrivano di denutrizione o vera e propria fame. 

Una pagina vergognosa che Steinbeck denuncia con forza e  lucidità, ma senza odio o violenza, ricordando all'America della depressione, nella semplicità della sua indignazione, che una cultura è soltanto il totale delle qualità umane che la costituiscono e che la vita è capace in qualsiasi momento di bastonarti a morte.


Il Romanzo


Furore ha una struttura narrativa rigida: capitoli che raccontano l'avventuroso esodo della famiglia Joad dall'Oklaoma alla California sulla storica Route 66, e brevi capitoli dove Steinbeck analizza cause ed effeti della grande depressione, che rendono il romanzo una vera opera di propaganda sociale  - come afferma Alfred Kazin nella sua Storia della Letteratura Americana (Longanesi 1956) - non meno evidente e urgente di quel che non lo fosse stato in altra epoca "La capanna dello zio Tom".
Il West inquieto per il nuovo stato di cose. Gli stati del West inquieti come cavalli prima del temporale. I grossi latifondisti, inquieti, consapevoli d'un mutamento in atto, totalmente ignari della sua natura: quei grossi latifondisti che brontolano contro la cosa immediata, sia questa il rimpasto ministeriale o il continuo minaccioso incremento dell'unità operaia; che brontolano contro l'aumento delle imposte, contro i nuovi progetti di legge, completamente ignari del fatto che tutte queste cose sono effetti, non cause. Effetti non cause. Le cause giacciono più in fondo, e sono semplici: sono la fame d'uno stomaco moltiplicata un milione di volte; la sete d'un singolo spirito, sete di sicurezza, sete di tranquillità, moltiplicata un milione di volte, l'ansia di muscoli e cervelli ansiosi di produrre in eccedenza ai bisogni individuali, che rappresentano la funzione suprema dell'uomo, il significato dell'uomo. (....)
Profeticamente afferma Steinbeck:

Sconfortante sarebbe il tramonto degli scioperi mentre i padroni continuano a durare; perché ogni sciopero anche fallito è evidenza del sopravvivere dello spirito. Sconfortante sarebbe notare che l'Umanità rinuncia a soffrire e morire per un'idea; perché è questa la qualità fondamentale che è alla base dell'Umanità, questa la prerogativa che distingue l'uomo dalle altre creature dell'universo. (....)
Tutto il romanzo è un inno all'unione dei diseredati, per sopravvivere e affermare i propri diritti, la necessaria transizione dall' io al noi:

Se voi, che possedete le cose che le masse hanno bisogno assoluto di detenere, poteste rendervi conto di questa realtà, allora sareste in grado di salvarvi. Se foste capaci di distinguere le cause dagli effetti, di persuadervi che Paine, Marz, Jefferson, Lenin furono effetti e non cause, allora potreste sopravvivere. Ma non ne siete assolutamente capaci. Perché il possesso vi congela in altrettanti "io" e vi aliena i "noi".
 

Curiosità


Dei trenta capitoli che compongono il romanzo, ce n'è uno sorprendente, il terzo: come se dopo aver usato un obiettivo normale o grandangolo per descrivere il ritorno dalla prigione di Tom Joad e il suo viaggio verso casa, Steinbeck, attratto  dalla natura e dai suo elementi costitutivi, improvvisamente montasse sulla cinepresa della narrazione un obiettivo macro per narrare l'infinatemente piccolo, ed ecco la scoperta di un mondo:

La strada asfaltata correva in rialzo sulla campagna brulla ed era fiancheggiata, ai margini, da due tappeti di erbaccia secca aggrovigliata, ricca di barbe che s'appigliano al pelo dei cani, di aculei che s'aggrovigliano ai pasturali dei cavalli, di raffii rovi roncigli che s'appiccano alla lana delle pecore: tutta una vita in letargo che attendeva di dispiegarsi all'intorno, ciascun seme fornito dei vari dispositivi di diffusione: dardi elicoidali e paracadute, piccoli rovi e pallottoline irte di minuscoli aculei, tutti in attesa di animali o del vento, di pantaloni maschili o di gonne femminili, passivi tutti, ma ben dotati dei mezzi d'attacco, inerti, ma potenzialmente attivi.
Il sole a picco scaldava l'erbaccia, e nel fitto del groviglio brulicavano gli insetti: formiche e formichieri che tendevano trappole contro di esse, grilli che schizzavano per l'aria e lasciavano intravedere per un istante le gialle alette; onisci, simili a piccoli armadilli: tutti in moto, agitatissimi, solerti su esili zampette innumerevoli. E sul tappeto d'erba al margine della strada faticosamente procedeva una tartaruga, la testa voltata di lato in cerca di niente, trascinando l'alto guscio a cupola. Con i coriacei arti unghiati di giallo zampettava pigra per l'erba, non proprio con marcia regolare, ma a fatica trascinandosi col guscio sul quale steli d'avena e riccioli d'erba scivolavano e rotolavano a terra.
L'obiettivo di Steinbeck segue il lento procedere della tartaruga per due pagine che  ci dicono molto della sua visione della vita, profondamente armoniosa e pacifica.  


Ispira un film ...


John Ford nel 1940, un anno dopo l'uscita del libro, avvalendosi dell'adattamento dello stesso Steinbeck, portò sullo schermo Furore che gli valse un premio Oscar, con Henry Fonda nella parte di Tom Joad e Jane Darwell in quella della coraggiosa madre (Oscar come migliore attrice). Dal link è possibile scaricare gtatuitamente il film.

http://www.cineblog01.net/furore-bn-1940/


... e un pezzo Rock


Bruce Springsteen nel 1995 incise The Ghost of Tom Joad omaggio al capolavoro di Steinbeck, che nell'ultima strofa così sintetizza l'impegno del protagonista Tom Joad  a combattere contro le ingiustizie della società america:

Tom disse "“mamma, ovunque trovi
un poliziotto che picchia un ragazzo,
ovunque trovi un neonato che piange per la fame
dove ci sia nell'aria la voglia di lottare
contro il sangue e l'’odio
cercami, mamma, io sarò lì
ovunque trovi qualcuno che
combatte per un posto dove vivere
o un lavoro dignitoso, un aiuto,
ovunque trovi qualcuno che lotta per essere libero,
guarda nei loro occhi, mamma, vedrai me".”






A destra la foto di Dorothea Lange.




Sotto, una inquadratura dal film di John Ford.