domenica 13 luglio 2014

Anna Maria Ortese - IL CARDILLO ADDOLORATO - Adelphi 1993 - £ 35.000


Il cardillo addolorato è un romanzo unico nel panorama letterario italiano, (ma questo si può dire di tutte le sue opere), che Anna Maria Ortese (1914-1998) scrisse nel 1993, quando aveva quasi ottantanni!, con una freschezza di linguaggio, un'eleganza e un'ironia, che rende la lettura un piacere continuo; spesso ammiccante con il lettore, la Ortese intesse con lui un dialogo continuo, come a sollecitarne la complicità, nella valutazione dei comportamenti umani.

La storia si svolge a Napoli, alla fine del Settecento, o Secolo dei Lumi, dove tre giovani Signori di Liegi: il commerciante Nodier, lo scultore Dupré e il principe-poeta Neville, si recano per acquistare guanti dal più grande e famoso produttore di guanti europeo, don Mariano Civile, ma anche attratti dalla fama di sfrenatezza e lusso di cui godeva Napoli, rielevata a capitale di un regno, e anche dal suo cupo e sanguinoso passato, come da quelle storie non chiare, remote e dolci, di Sibille, di Sirene, di creature femminili in rapporto con gli Inferi...

Come abbiamo imparato a conoscere dalle opere precedenti, la Ortese eccelle nei ritratti dei suoi personaggi, così dell'artista Albert Dupré descrive l'aspetto:

Egli era bello, è la cosa, al nostro orecchio, come siamo avvezzi a pensare la bellezza, può non voler dir nulla. Ma una qualità rara e indefinibile della sua mente, l'ardore, l'ampliava rendendo quel giovane volto simile a un sole talvolta, a una notte lunare talaltra; mentre quasi eternamente emanava da lui la luce e la dolcezza stordente di una marina ionica nel mese di maggio. Era anche come un bosco in aprile, quando si sciolgono le nevi e i rami delle betulle dondolano simili a sottili braccia d'oro, braccia di bambine. A bella posta abbiamo usato queste espressioni retoriche; senza la retorica, nulla di serio e di vero può essere detto, mancando quel falso ch'è misura o supporto del vero. Almeno questa è la nostra convinzione.
Questa la descrizione dell'incontro delle figlie del guantaio con i nobili signori di Liegi:

Tuttavia, di lì a poco, in un silenzio che era seguito a quella musica lontana, e che pareva sprofondare la casa in una calma di sogno, esse entrarono. E l'attenzione dei visitatori fu tutta per loro.
Nel dire «attenzione» tentiamo di designare qualcosa di meno e di più di una improvvisa ripresa d'interesse, perché in quella repentina, fulminea «attenzione», soprattutto di Dupré e Neville, e soprattutto per Elmina, vi era invece qualcosa di cui i signori non si rendevano conto, simile a uno stordimento dell'anima: ma ecco, essi trattenevano il respiro.
La bellezza di Elmina era grande, e quella di Teresa, benché ancora bimba, non meno; avevano, malgrado la differenza di età, quasi la medesima statura, e non potremmo dire se fosse stata Elmina a limitare, per cortesia, la propria crescita, o Teresa, per ansia di vita, ad affrettarla. Forme piene, per quanto delicate, braccia stupende, nivee dal gomito a cuore alle sottili dita rosee; gli abiti ugualmente rosa, con pettorine di seta rosa adorne di trine color avorio; colli di merletto, avorio o verdino, ricevevano quei due bei volti di fiore, dalle fini sopraciglie d'oro e le pupille anche d'oro (ma in Elmina, a momenti, verdi), come coppe ancora umide di rugiada accolgono a volte una rosa. I capelli biondi erano in ciascuna delle sorelle corti e fittamente ricciuti, ma fermati sulla nuca, per Elmina, da un nodo di raso marrone e un pettine d'ambra; in Teresa, da nastrini. Le fronti appena sudate (la sera era calda), e ingenuo il sorriso in Teresa; in Elmina, grave e riservato. Forse perché maggiore di anni, in Elmina, che portava sul petto una croce d'oro sormontata da una barretta nera, vi era qualcosa di più. Una freddezza, non altro parve a Neville, che si poteva vincere; una distanza, un abisso, parve a Dupré, che non si sarebbe mai potuto superare.
Appurato che lo scrivere è attività faticosa, stancante, anche per chi, come Anna Maria Ortese, possiede una istintiva passione per l'arte dello scrivere,  non si può non rilevare nelle pagine di questo fantastico romanzo, una gioia naturale nella costruzione delle frasi, una felicità manifesta nelle descrizioni, un godimento estetico pieno nelle similitudini. 

Il principe Neville, al termine di una spavalda cavalcata, eccolo entrare nella famosa città di Carlo III, ornata di una delle più belle Regge del mondo, per incontrare un amico:

Il maggio splendeva quel giorno a Caserta in tutto il suo fulgore. Il principe non ricordava di aver visto in Europa, negli ultimi dieci anni della sua gaia vita, un cielo come quello: immensa cupola di un azzurro purissimo e lucente in ogni punto della sua volta, così da richiamare - immagine abusata, ma al momento non troviamo altro - la superficie di un bicchiere appena lavato, appoggiato su una fresca foglia. Sembrava che l'intero mondo tutto colmo di primavera si riflettesse, capovolto, in quel cielo, come usa nei miraggi desertici. Dovunque, insomma, gli pareva che fossero palazzi, fontane e giardini: se guardava in basso, se guardava in alto. Faceva molto caldo.
La vista del Palazzo Reale della città, al quale si era subito avvicinato, portò al culmine la sua emozione di trovarsi in un mondo come quello in cui siamo immersi anche noi, così meraviglioso. L'ammirazione lo sollevava, per così dire, dal suolo.
Si trovò presto a passeggiare, aveva tempo per la sua visita, davanti ai Giardini di quella famosa Reggia: mirabile complesso, da poco compiuto, sorto dalla immaginazione e la colta libertà del sublime Vanvitelli; opera, gli parve,  quasi prodigiosa, serena, la cui vista lo commosse con l'immagine di ciò che poteva essere la vita e la ragione umana, se veramente coltivate, educate. Così non era. Più ancora lo entusiasmò lo scenario dei Giardini e lo esaltò quello delle fontane, e ammirò incondizionatamente l'artista inglese che aveva ideato quel mirabile complesso. Addirittura, quella meraviglia di acque che sembravano - a incantarsi un poco - tante fanciulle convenute a una festa, gli fece sentire un non so che di mistero della vita, mistero che era (gli parve) proprio nella freschezza, fluidità, scorrere e precipitare, sparire e risorgere continuo delle sue infinite forme. In quegli istanti, veramente rapito, aveva dimenticato le sue pratiche, o almeno propensioni e passioni magiche, la curiosità o volontà di malsano dominio delle vite e gli eventi, che lo possedeva. S'inchinò a Dio! Purtroppo, fu un attimo solo! Nel secondo, era tornato di nuovo il sottile, allegro e poco benevolo indagatore e giocatore dei segreti e destini altrui.

Trovo questa prosa di una bellezza assoluta, e penso che, se leggerla è fonte di inesauribile piacere, non lo sarà stato di meno scriverla, e allora non credo di andare lontano dal vero se ipotizzo che la Ortese, che ha avuto una vita tribolata, sia stata pienamente felice solo scrivendo.

Della trama non parlo, per conoscerla è necessario leggerlo il romanzo.