venerdì 22 agosto 2014

Michail Aleksandrovič Sciolochov - IL PLACIDO DON - Garzanti 1965 - £ 350



Nel 1965 la Accademia di Svezia conferisce il premio Nobel per la Letteratura allo scrittore sovietico Michail Aleksandrovič Šolochov (1905-1984) "per la potenza artistica e l'integrità con le quali, nella sua epica del Don, ha dato espressione a una fase storica nella vita del popolo russo". 

E' noto che caratteristica peculiare dell'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura è, da sempre,  la polemica che ne segue. Quell'anno il livore anticomunista fece scrivere che la Accademia di Svezia, con questo premio al sovietico Šolochov, pareggiava lo sgarbo fatto all' Unione Sovietica nel 1958, quando - su pressione della CIA - preferirono l'allora sconosciuto Pasternak, inviso al potere sovietico e espulso dall'Unione degli Scrittori, al favorito, ma filo-comunista, Moravia.


C'è stato poi chi, addirittura, ha messo in dubbio l'attribuzione dell'opera, definendola un plagio di  Šolochov ai danni di tale Kryukov (1870-1920), ma recenti analisi hanno decisamente archiviato questo ulteriore tentativo di delegittimare l'autore, colpevole di essere scandalosamente scrittore comunista, organico al sistema sovietico. 

Critiche pretestuose, e polemiche a parte, Il placido Don resta un'opera corale grandiosa, che per l'ampiezza dei temi trattati, la quantità di personaggi che gremiscono la storia, è stato paragonato, forse con qualche condiscendenza di troppo,  a Guerra e pace.

Sembra francamente eccessivo: non perché i quattro episodi in cui è diviso Il placido Don non coinvolgano emotivamente il lettore, per le passioni e i drammi che vivono i molti protagonisti, per le fasi storiche tragiche che attraversano, ma perché manca quell'afflato universale che pervade tutta l'opera di Tolstoj.



 L'inizio de Il placido Don:

La casa dei Melechov sta sul margine del contado. Il cancello delle stalle si apre a nord, verso il Don. Dopo una ripida discesa di una ventina di metri, tra massi di creta inverditi dal muschio, viene la riva: una distesa perlacea di conchiglie, una grigia striscia sinuosa di ghiaia baciata dalle onde e più oltre, la corrente del Don, increspata sotto il vento dallo schiumare di piccoli gorghi vorticosi. Verso est, dietro le siepi intrecciate di rami di salice che circondano le ale, vien la strada di Ghermanskja, una striscia polverosa di bionda erba amara e di tenace erbaccia bruna, calpestata dagli zoccoli dei cavalli. Al bivio si scorge una cappella e poi la steppa, velata d'un miraggio fluente. A sud si alza la cresta cretosa del monte; ad ovest la via che attraversa la piazza e corre verso i campi

Dopo la penultima campagna turca il cosacco Prokofij Melechov tornò al villaggio portando con sè da quelle terre la sposa, una donna piccoletta, tutta avvolta in uno scialle: Essa nascondeva con cura il viso e di rado di potevano scorgere i suoi grandi occhi tristi, inselvachiti. Lo scialle di seta, adorno di disegni iridati, odorava d'ignoti profumi lontani e con ciò nutriva l'invidia delle donne del contado. La prigioniera turca si teneva lontana dai parenti di Prokofij e il vecchio Melechov non perdonò quell'offesa; dopo qualche tempo assegnò al figlio la parte che gli spettava separandosi da lui, e fino alla morte non entro mai in quella casa.

Un'ultima curiosità: nella quarta di copertina, nelle note di presentazione del volume, Garzanti fa scrivere:

....Un potente ciclo romanzesco del quale ha detto con efficacia un altro grande narratore di questo secolo Aleksej Nikolaevic Tolstoj: « "Il placido Don per lingua, cordialità, umanità, plasticità, è un'opera totalmente russa, nazionale, popolare. »

A parte il riferimento al nazional-popolare, ma se il grande Tolstoj è morto il 20 novembre 1910, come è possibile che abbia potuto leggere Il placido Don che è del 1928, e che comunque racconta la prima guerra mondiale, la rivoluzione d'ottobre e la guerra civile russa, fatti accaduti  molti anni dopo la sua morte ?

Mistero della sciatta editoria nostrana.

Della travagliata, drammatica storia dei cosacchi, della diaspora che è seguita alla guerra civile, protrattasi fino alla seconda guerra mondiale, apprendiamo anche dal romazo strorico di Carlo Sgorlon, L'armata dei fiumi perduti, di cui si è già parlato qui:
  
http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2013/03/carlo-sgorlon-larmata-dei-fiumi-perduti.html