mercoledì 22 ottobre 2014

Giuseppe Tomasi di Lampedusa - IL GATTOPARDO - Feltrinelli - LXXIV Edizione 1962 - £ 1.300


Dopo oltre cinquantanni, ho deciso di rileggere Il Gattopardo: prima di tutto  per verificare se  le intense impressioni ricavate da quella lettura  resistevano al tempo trascorso, e poi perché, conoscendo già la storia, e avendola rivissuta nella versione filmica del capolavoro di Visconti, era più facile goderne l'eleganza linguistica.

Com'è noto, Giuseppe Tomasi (1896-1957), Duca di Palma, Principe di Lampedusa, Barone di Montechiaro, Grande di Spagna, autore di questo unico grande romanzo storico, non ebbe il riconoscimento in vita per il suo romanzo: rifiutato da vari editori, clamoroso quello di Vittorini per conto di Einaudi, fu pubblicato postumo, un anno dopo la sua morte avvenuta nel 1957. 

Nel 1959 il romanzo vinceva meritatamente, anche se fortemente osteggiato, il Premio Strega. Ecco come Maria Bellonci nel nel suo libro-rievocazione

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2011/06/maria-bellonci-come-un-racconto-gli.html

ricorda quell'anno e quel premio:

   (....) il risonante 1959 che vide la rivelazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo, scoperto da Bassani nel modo che tutti sappiamo. Il libro correva per l'Italia e si favoleggiava sull'autore che era morto senza aver visto pubblicato il suo romanzo e senza aver saputo come le sue invenzioni agissero nella fantasia e nella coscienza dei lettori. Nel maggio 1959 quando si seppe che in sei mesi erano esaurite sessantamila copie, gli scrittori italiani provarono una specie di scossa elettrica. Comunque si giudicasse, il libro avanzava col passo asseverativo del classico; minore o no lo diranno i posteri.
   Fra i nostri 361 votanti c'era tempesta. Qualcuno sosteneva che era impossibile non tener conto della presenza di un'opera simile nella nostra letteratura; rispondevano altri che appunto la sua eccezionalità la metteva fuori concorso. Nulla nel nostro regolamento vietava la sua inclusione nella lista. Moravia sospettò che l'ammissione del Gattopardo sottintendesse una chiara polemica contro la narrativa moderna e mentre gli si rispondeva che quel libro era modernissimo e dunque non sussistevano accuse simili, presentò insieme a Gianfranco Contini Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini. (....)
   Passavano i giorni e Il Gattopardo continuava ad attirare lettori e critici, la lista dei concorrenti allo Strega s'infoltiva, e solo il libro del Lampedusa rimaneva fuori. Si parlò persino di intimidazioni; pareva di presentire l'eco del famoso colpo di archibugio secentesco tirato dal Murtola al Marino. Era difficile assistere a quella vicenda bizzarra e con risvolti segretamente feroci mantenendo un riserbo rigoroso e raccogliendo solo i dati di fatto. Ci riuscimmo. E la sera del 7 giugno prima di mezzanotte (scadevano a quell'ora le presentazioni) aprimmo il telegramma col quale la principessa di Lampedusa dava il suo consenso alla partecipazione del Gattopardo al premio. Presentatori erano due scrittori di autorità senza ombra. Geno Pampaloni e Ignazio Silone. I giornali portavano titoli a quattro colonne come se si trattasse di un colpo di stato.
   Passammo un mese corrusco. Il 7 luglio a Villa Giulia eravamo estenuati ma tranquilli come sempre siamo a questo punto, quando al bilancio finale appare chiaro che, qualunque sia l'esito, il premio risponderà alla sua funzione. Per la prima volta quella sera c'era la televisione e milioni di spettatori furono con noi. La votazione fu seguita in silenzio  più teso del solito. La percentuale dei votanti effettivi era stata altissima, il novantaquattro per cento: dei tre libri che rappresentavano le tre correnti principali, il Gattopardo ebbe 135 voti, La Casa della vita 98, Una vita violenta 70. Risultato per niente plebiscitario dunque, e perciò più importante perché il romanzo del Lampedusa non era stato né celebrato né commemorato, ma immesso al centro della letteratura a reggere il contrasto con altre correnti di cultura viva. Pensavo a lui quella sera, a Giuseppe Tomasi, che avevo fuggevolmente conosciuto a San Pellegrino anni prima, senza sapere nulla dei suoi segreti letterari, quando era venuto dalla sua Sicilia insieme con un altro personaggio di favola, il poeta Lucio Piccolo. Partecipò da spettatore silenzioso a un incontro di scrittori di ogni tendenza. Che da quell'incontro egli abbia avuto, come pareva, lo stimolo di mettersi a scrivere il romanzo che maturava in se mi pareva un'azione interiore misteriosa nel suo farsi. Non si sa mai per chi si agisce, mi dicevo, mentre Feltrinelli prendeva il premio dalle mani di Guido Alberti che sorrideva gentilmente. Guardandomi, Goffredo mi disse: « Non ti aspettare... » e s'interruppe per rispondere a qualcuno. Non ho mai saputo che cosa non dovessi aspettarmi.
Giuseppe Tomasi ritratto da Bruno Caruso
Quello che si ricorda soprattutto del Gattopardo, e lo si cita continuamente - anche a sproposito, è la frase che il giovane Tancredi, per giustificare la sua partecipazione armata dalla parte dei garibaldini, atta a garantire la continuità dei privilegi della nobiltà, dice al Principe: « Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». E' un principio che il Principe con ironico pessimismo comprende in pieno e fa suo, trasformandolo in un giudizio negativo sulla Storia. 

C'è poi un brano, un episodio del romanzo che ricordavo con molta precisione, e che ho ritrovato di struggente bellezza, è quando Principe, dopo la recita del Rosario in attesa della cena, scende a riflettere in giardino, dove aleggia - come in tutto il romanzo - fortissimo, un senso di morte :


   Preceduto da un Bendicò eccitatissimo discese la breve scala che conduceva al giardino. Racchiuso come era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticcioli paralleli delimitanti i canaletti d'irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sull'argilla rossiccia le piante crescevano in fitto disordine: i fiori spuntavano dove Dio voleva e siepi di mortella sembravano poste lì più per impedire che per dirigere i passi. Nel fondo una Flora chiazzata di lichene giallo-nero esibiva i suoi vezzi più che secolari; dai lati due panche sostenevano cuscini trapunti ravvoltolati, anch'essi di marmo grigio; ed in un angolo l'oro di un albero di gaggia intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia.
   Ma il giardino, costretto e macerato tra quelle barriere, esalava profumi untuosi, carnali e lievemente putridi, come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante; i garofanini sovrapponevano il loro odore pepato a quello protocollare delle rose ed a quello oleoso delle magnolie che si appesantivano negli angoli; e sotto sotto si avvertiva anche il profumo della menta misto a quello infantile della gaggia ed a quello confetturiero della mortella; e da oltre il muro l'agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare.
   Era un giardino per ciechi: la vista costantemente era offesa: ma l'odorato poteva trarre da esso un piacere forte, benché non delicato. Le rose Paul Neyron, le cui piantine aveva egli stesso acquistato a Parigi, erano degenerate; eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana, arse dai lugli apocalittici, si erano mutate in una sorta di cavoli color carne, osceni, ma che distillavano un aroma denso quasi turpe, che nessun allevatore francese avrebbe osato sperare. Il principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell'Opera. Bendicò, cui venne offerta pure, si ritrasse nauseato e si affrettò a cercare sensazioni più salubri fra il concime e certe lucertoluzze morte.

L'altro elemento per me centrale del romanzo è l'amaro spassionato giudizio che Giuseppe Tomasi, attraverso la bocca del Principe, esprime sulla Sicilia e sui siciliani, quando rifiuta l'offerta di un posto in Senato nel nuovo Stato sabaudo:



« Ma allora, Principe, perché non accettate? »
« Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò: noi siciliani siamo stati avvezzi da una lunga, lunghissima egemonia di governi che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si scampava dagli esattori bizantini, dagli emiri berberi, dai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto "adesione", non avevo detto "partecipazione". In questi  sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento. Adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che molto sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare".  Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemicinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra, Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso ». 

La diffidenza riguardo al nuovo corso della storia che dovrebbe cambiare il destino della Sicilia, che Giuseppe Tomasi fa esprimere al Principe, lo avevano rilevato anche altri due grandissimi scrittori siciliani, Luigi Pirandello e Giovanni Verga, i quali, inizialmente entusiasti per quella che doveva essere una nuova epoca dorata per la Sicilia cui fu promessa l’autonomia, divennero critici e rinnegarono nei fatti l’Unità d’Italia. Vedi il link:

http://giorgio-illettoreimpenitente.blogspot.it/2011/02/luigi-pirandello-i-vecchi-e-i-giovani.html

Il lucido pessimismo del Principe di Salina:
Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioé ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonerao di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando sono defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae soltanto perché è morto.

Quel senso di morte che aleggia in tutto il romanzo, nella serena impassibilità del Principe, trova il suo suggello nel conclusivo capitolo settimo (ché l'ottavo capitolo è un appesantimento ininfluente alla storia).

   Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere, andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente, come i granellini si affollano e sfilano ad uno ad uno senza fretta e senza soste dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia. In alcuni momenti di intensa attività, di grande attenzione, questo sentimento di continuo abbandono scompariva per ripresentarsi impassibile alla più breve occasione di silenzio o di introspezione: come un ronzio continuo all'orecchio, come il battito di una pendola s'impongono quando tutto il resto tace; ed allora ci rendono sicuri che essi sono sempre stati vigili, anche quando non li udivamo.

E, dopo il malore che costringe il Principe ad una sosta in albergo, disteso su un letto con  i parenti piangenti intorno:

   Fra il gruppetto ad un tratto si fece largo una giovane signora; snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappello di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliziosa avvenenza del volto. Insinuava una manina guantata di camoscio fra un gomito e l'altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com'era si fosse arresa a lui: l'orario di partenza del treno doveva essere vicino. Giunto faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica, ma pronta ad esser posseduta, gli parve più bella di come mai l'avesse intravista negli spazi stellari.
   Il flagore del mare si placò del tutto.
Il francobollo commemorativo nel cinquantesimo della sua morte