martedì 28 ottobre 2014

Stefano D'Arrigo - HORCYNUS ORCA - Mondadori 1975 - £ 7.500



Il mondo moderno, questo in cui viviamo oggi, forse non conosce la travagliata genesi della raffinata operazione editoriale, che ha portato alla stampa quest'opera letteraria di ben 1.257 pagine di pura sperimentazione linguistica, spinta verso i limiti estremi della rappresentazione. 

Il caso di questo romanzo,  iniziato da quel 1960 quando sulla rivista Il Menabò escirono due capitoli di La testa del delfino, primo embrione dell'opera, poi divenuto I giorni della fera, che molto piacque a Vittorini e Calvino, e convinse Arnoldo Mondadori ad accaparrarsene i diritti per portare alle stampe quello che fortemente credeva un capolavoro assoluto della letteratura contemporanea. L'attesa del capolavoro tenne col fiato sospeso il mondo letterario, fino al giorno della sua pubblicazione, avvenuta nel 1975, quattro anni dopo la morte di Arnoldo Mondadori, che dopo aver tanto investito nel progetto,non ne vide la realizzazione.

La storia della travagliata vicenda editoriale che accompagna l'uscita di Horcynus Orca,  potrebbe essere la trama di un romanzo avvincente, come anche, a pubblicazione avvenuta dopo quindici anni di maniacale correzione di bozze, e con uno dei più prepotenti lanci pubblicitari mai tentati nel nostro paese in campo editoriale, potebbe destare qualche interesse la schizofrenica storia dell’accoglienza o del rifiuto del romanzo: secondo alcuni capolavoro assoluto, secondo altri pura abberazione dell'esercizio stilistico, con tutta una serie di possibili valutazioni intermedie.

D'Arrigo in un disegno di Bruno Caruso


Stefano D'arrigo (1919-1992) a parte le poesie del Codice siciliano del 1957, è noto per il contrastato successo di questo suo monumentale romanzo: un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell'Occidente, per riscriverla e coglierne l'immutata vitalità simbolica e affabulatoria, sull'orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo: Joyce naturalmente, ma anche i nostri Landolfi e Gadda .

Sarebbe interessante,  attraverso i carteggi tra l'autore e  Mimma Mondadori, ricostruire l'ossessiva e puntigliosa cura con la quale D'Arrigo modifica e corregge il testo;  ma anche la corrispondenza con Niccolò Gallo e Vittorio Sereni che seguivano gli sviluppi del romanzo in progress. Avrebbe dovuto consegnarlo nel 1961 alla Mondadori. « Ce la farò in quindici giorni», disse D'Arrigo all'editore, che sollecitava la riconsegna delle bozze corrette. Ci vollero quindici anni.

Alcuni brani per dare un'idea dell'invenzione linguistica di D'Arrigo:

Da lì in poi, scendendo per il Golfo dell'Aria, quella vista si fece frequente, la fera diventò quasi il solo tipo di spiaggiante si vedesse venire incontro; e questo tipo era, come nessuno di quelli, a due facce: a due e più di due, tante facce e nessuna vera, nessuna invaiolata, ma contempo tante facce, fac'cera e facciola, sfacciata e sfaccettata a mille facce, false, diverse e tutte insieme una e vera veruna, compresa la faccia definitiva che le fa la morte, perché anche da morta la fera mantiene la sua smorfia beccuta, maligna e sfottente, come la mantiene per le miria di facce che fa da viva, allianandosi sempre, alienandosi mai. 

Lettura impegnativa che richiede paziente concentrazione, e che solo l'esercizio rende pienamente godibile.


Lo scirocco non è vento di carattere, vento sempre a una faccia e sempre netto di faccia, non è, tanto per dire, greco o maestro, che persino un muccoso alla fine ci sa leggere. Lo scirocco è vento africanazzo su cui non si può fare il minimo assegnamento, perché il nome è uno e le razze sono tante. Per lo scirocco ci vuole l'indovino per sapere come e dove ti piglia, se ne viene uno o una mandria, se viene per allisciarti bavabava o per graffiarti la faccia e accecarti coi suoi granelli di sabbia, e se si getta in calmerìa o se ti gonfia tutto. Eppoi, quando te ne scandalii, lui ormai s'è piazzato, perché non è vento di vista, è vento cascettone, spalmato di vasellina, che arriva nell'eccetera e solo allora senti la sua presenza... Per questo, ci vuole l'indovino, ci vogliono vecchi che hanno rughe di ottantanni, pieghe strette e profonde come nascondigli nella memoria, per cui riescono a calamitarlo e a spremerne il succo, biondo e nero: perché i vecchi pellisquadre, i mummioni seduti tutto il giorno in faccia al mare, lo scirocco se lo desiderano come il trinciato forte, non possono più fare a meno di quel veleno, che prima li risuscita, li ringiovanisce magari di dieci, ventanni, e poi li lascia più morti che vivi.
In questi link notizie utili e vera critica letteraria di quest'opera di incredibile bellezza.

 http://www.criticaletteraria.org/2012/12/invito-alla-lettura-stefano-darrigo.html

http://www.italialibri.net/autori/darrigos-2.html

http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=209&Itemid=1

La particolarità di questa edizione è la mancanza di note sui risvolti di copertina, che è prassi riportino, sulla prima, una presentazione dell'opera e, sulla seconda, note biografiche dell'autore: al suo posto un elegante pieghevole grigio, tre facciate, con uno scritto di presentazione, non firmato, ma che nell'intenzione dell'editore avrebbe dovuto scrivere Giuseppe Pontiggia, che funge anche da segnalibro.