martedì 20 aprile 2010

CARYL CHESSMAN: un caso letterario & umano

 Rovistando tra vecchie carte mi è capitato tra le mani questo vecchio giornale, Paese Sera ultimissima della notte, infatti la data è lunedì 2 - martedì 3 maggio 1960. L'avrò comprato in centro, uscendo da un cinema, da uno strillone, come si usava allora. Le dimensioni del titolo ci dicono quanto il caso fosse conosciuto e seguito anche qui da noi, in Italia.

 Il libro che portò alla ribalta Caryl Chessman Cella 2455 Braccio della morte (1954) fu scritto clandestinamente nella prigione di San Quentin, con la complicità di secondini e del suo avvocato, dove era in attesa dell'esecuzione per la condanna alla pena capitale del giugno 1948.

Esponente di quella "gioventù bruciata", cresciuta negli anni della grande crisi economica, Chessman non aveva fatto  sospettare, al momento dell'arresto, la sua formidabile astuzia di acrobata giuridico: sembrava a quei tempi un indolente giovanottone, scivolato nel crimine per noia o per spirito di imitazione: Solo lo spettro della fine, di un'orribile fine in una camera a gas, doveva far misteriosamente scattare, in quella mente che era sembrata assopita, la luce di una disperata e lucidissima intelligenza.

Con una trovata geniale, il detenuto della Cella 2455, cercò di assicurarsi, oltre alle armi legali (studiando brillantemente diritto penale), quelle che la stessa opinione pubblica americana, decisamente avversa alla pena di morte, inconsciamente gli offriva. Nacquero così, nell'allucinante altalena dei rinvii, ben quattro libri: Cella 2455braccio della morte, Violenza è la mia legge, La legge mi vuole morto e Il volto della giustizia, attraverso i quali i lettori degli Stati Uniti e del mondo, vennero a conoscenza dell'orribile ingranaggio che si chiama pena di morte.

A un Chessman autore di best seller le autorità californiane non avevano certo pensato, quando avevano ingenuamente concesso il permesso d'uscita del manoscritto, ma all'esaurirsi della prima edizione, le autorità carcerarie cercarono di bloccare l'attività letteraria, fino ad arrivare al sequestro del romanzo Violenza è la mia legge, mentre i due successivi manoscritti,  furono fatti uscire dal carcere clandestinamente. Per recuperare il romanzo sequestrato, Chessman abbandonò per qualche mese lo studio del diritto penale, per concentrarsi sul diritto civile e costituzionale, e preparò un'azione civile davanti la Suprema Corte Federale, sostenendo che il manoscritto era un bene insequestrabile e che le autorità californiane avevano violato il principio costituzionale sulla libertà di pensiero e di stampa; mentre privarlo dei diritti d'autore violava il sesto Emendamento, perchè gli impediva una valida e completa difesa.

Un semplice cittadino, un reietto già condannato a morte, che sfida lo Stato con gli strumenti della legge: ce n'è abbastanza per appassionare il pubblico americano e del mondo intero, un David armato solo della propria intelligenza e praparazione giuridica, contro un Golia che lo vuole morto e mortificato. Il massimo tribunale america diede ragione a Chessman e in tutto il mondo si cominciò a pensare che forse, dopo i tanti rinvii ottenuti dell'esecuzione, potesse alla fine riuscire a far trasformare la pena capitale in ergastolo.

Fino a quel 2 maggio 1960, quando respinto l'ultimo rinvio,  quattro no e tre si, Caryl Chessman entrò nella camera a gas.


Paese Sera pubblica il suo testamento, ne riportiamo alcuni brani:




Per tre volte, la mia esecuzione è stata sospesa alla vigilia del giorno fatale. Un'altra volta il tribunale rispose alla domanda  di rinvio solo tre ore prima dell'istante in cui era stata fissata l'esecuzione. Se l'obiettivo era esclusivamente quello di punirmi, esso è stato più che raggiunto con questa successione di veglie macabre, la tortura più tragica che mente umana possa concepire, con queste attese, ansie, improvvise fermate sull'orlo dell'abisso.

Al popolo della Califormnia lascio il mio cadavere. E' del resto quello che la folla reclama, esige da tanti anni: il corpo di Caryl Chessman.