giovedì 24 novembre 2011

IL SAPER VIVERE DI DONNA LETIZIA - Mondadori - I^ Edizione Settembre 1960

Frugando in uno scatolone di libri, ho ritrovato questo delizioso galateo moderno, frutto dell'ironica dispensatrice di consigli Donna Letizia al secolo Colette Rosselli, che dalle pagine di Grazia teneva la fortunata rubrica con lo stesso titolo.

Conoscevo già Donna Letizia, prima ancora dell'uscita del volume in questione, perché negli anni '60, quando lavoravo al magazzino Mondadori di Roma, ricevevo ogni sabato, insieme agli altri colleghi, una copia di tutti i periodici Mondadori, tra cui Grazia.

In casa leggevamo con vero divertimento le argute risposte che Donna Letizia dava alle sue lettrici che settimanalmente le sottoponevano i loro problemi domestici ma anche esistenziali.

Anche questo galateo è scritto con divertita ironia, ma in questo caso manca l'elemento imprevedibile, costituito dalla voce delle sprovvedute lettrici di Grazia in cerca di soluzioni ai loro problemi.

Dopo tanti anni ricordo ancora la sconcertante lettera di una signora che raccontava di essere stata con il marito a cena da conoscenti e di aver visto, nel bagno di cui si era servita, l'insata a bagno nell'acqua del bidet (!). Quando a tavola servirono l'insalata, la signora in questione fece di tutto per impedire al marito di mangiarne e, alle rimostranze del marito stesso e degli ospiti, rivelò di averla vista a bagno nel bidet. La padrona di casa ne rise e disse che quel bidet non era utilizzato e trovava normale avervi messo a bagno l'insalata. La cena comunque finì nella freddezza generale. La lettrice chiedeva conferma a Donna Letizia sulla correttezza del proprio operato.

Il libro è un vero manuale per apprendiste signore, su come vestire in ogni occasione mondana, come comportarsi in società, ma anche in tutte le occasioni pubbliche, come vestire, come ricevere, come disporre gli invitati, in casa, in vacanza in ogni occasione; come scrivere un biglietto di invito, come ringraziare per un invito ricevuto, come salutare, come presentare una persona ad un'altra e poi a tavola, le posate.... Proprio l'Abc del vivere tra persone civili.

Mentre negli anni '60 è stato di qualche utilità, oggi a parte la leggera ironia che lo attraversa e che rende la lettura divertente, è decisamente superato dalla disinvolta cafonaggine che distingue i rapporti sociali.

Le ironiche illustrazioni sono della stessa Colette Rosselli, raffinata illustratrice editoriale con all'attivo molti deliziosi libri per bambini.

Ancora disponibile nel mercato dell'usato :


lunedì 21 novembre 2011

Giuseppe Dessì - PAESE D'OMBRE - Mondadori 1972


Chi frequenta questo blog avrà certamente notato che gli autori dei libri di cui parlo non fanno bella mostra di se, con decine di copie, nelle vetrine delle librerie né sui banconi centrali, dove sono concentrati i libri che vanno di moda al momento.

Di solito pésco nella libreria personale o negli scatoloni pieni di vecchi libri che mi sono stati affidati, per ragioni di spazio, da un fratello inguaribile bibliofilo.

Questo Paese d'ombre di Giuseppe Dessì, dunque, non fa eccezione.

Qualche considerazione generale.

A questo grande narratore sono intestate piazze, scuole, biblioteche e un importante premio letterario, ma dubito seriamente che sia letto dalle giovani generazioni, che è l'unico vero modo di onorare uno scrittore.

Come accade anche per i grandi classici, quelli a cavallo tra '800 e '900, li si onora ufficialmente e li si ignora nella pratica: nessuna ristampa, nessuno studio critico recente, né tesi di laurea, né recensioni.

Fortunatamente in favore della diffusione delle opere di Dessì, opera la casa editrice Illiso con le edizioni Bibliotheca Sarda che recentemente ne ha ristampato, in piccoli maneggevoli ed eleganti volumetti, tutta l'opera. Va anche ricordata l'opera della professoressa Anna Dolfi, docente di italianistica moderna e contemporanea all'Università di Firenze, che ha scritto essenziali prefazioni e introduzioni ad alcune opere di Dessì, ma anche saggi critici sulla sua poetica.

Giuseppe Dessì (1909-1977) per molto tempo riesce a conciliare la sua attività di insegnante prima e poi di Provveditore agli studi in varie città italiane, alla vera è propria sua natura che era il mestiere di scrivere, pubblicando dal 1939 al 1978 romanzi, racconti e opere teatrali.

Questo Paese d'ombre è un romanzo nel senso classico del termine, da alcuni definito tolstoiano per l'impianto storico e per lo sviluppo dei personaggi, che sono vivi e vitali, e le cui vicende narrate coinvolgono fin dalle prime pagine. Seguiamo l'avventurosa vita di Angelo Uras, nella Sardegna di inizi secolo, da povero fanciullo orfano, a ricco proprietario terriero, patriarca, geloso custode del patrimonio boschivo della sua terra, attraverso il periglioso percorso classico di tutti gli eroi della letteratura.

Mi ha colpito nella lettura di questo romanzo lo stretto rapporto che lega l'elemento umano al paesaggio naturale, e che Dessì descrive così bene:

Il ragazzo camminava nell'oliveto silenzioso, e camminando contava gli olivi. A vederli dalla strada, sembravano tutti uguali; ora invece, per la prima volta, si accorgeva che erano diversi: avevano ognuno una fisionomia particolare, come persone. Se guardi da lontano la gente che affolla una piazza, o una processione che ti viene incontro, ti sembra che tutte le persone siano uguali: se invece ci vai in mezzo ti accorgi che si assomigliano, ma nella somiglianza sono diverse. Così era anche per quegli alberi di cui percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano.


Premio Strega 1972, con un'ampia e insolita larghezza di consensi, Paese d'ombre si colloca di diritto tra i grandi romanzi classici italiani del '900.

sabato 12 novembre 2011

Ennio Flaiano - UN BEL GIORNO DI LIBERTA' - Rizzoli 1979 - £ 16.000




L'allusivo titolo di questo bel libro di Flaiano è una raccolta di articoli scritti per Risorgimento liberale (1944-1945), che raccontano, con l'occhio del grande giornalista, le macerie materiali e morali lasciate dalla fine della guerra. Ma il volume raccoglie anche altri articoli pubblicati su quotidiani e riviste dal 1941 al 1948.

Nella prefazione di Emma Giammattei, indispensabile lettura per inquadrare filologicamente questi scritti nell'opera complessiva di Flaiano, viene espressa una verità tautologica che sembra attualissima:

...l'eccessiva speranza è già disperazione: quanto più verticale e metastorica è l'immagine della libertà, così come Flaiano la elabora, tanto più ridotta sarà per forza la sua proiezione sull'accidentato terreno della storia.....


Una lettura istruttiva per tutti noi, proprio oggi che, liberati da un regime volgare, desideriamo essere traghettati nel radioso futuro cui crediamo di aver diritto, senza pagare l'obolo.

mercoledì 2 novembre 2011

Alfredo Panzini SANTIPPE - BMM 1954 - £ 250


Alfredo Panzini: ecco un altro autore dimenticato, anzi vittima di una vera e propria epurazione culturale, su cui ancora pesano i giudizi negativi di Croce, Gramsci, Piero Gobetti e altri; per contro ci sono giudizi positivi e alcuni decisamente entusiastici per la figura e l'opera di Panzini.

Qualche dato biografico per inquadrarlo storicamente: nato l'ultimo giorno del 1863 a Senigallia, ma riminese per origine familiare e scelta, fu allievo del Carducci all'Università di Bologna, ebbe la sfortuna di essere contemporaneo dei tre grandi poeti dell'epoca: Carducci, Pascoli, e D'Annunzio, e per questo, nella storia della letteratura italiana tra '800 e '900, viene definito minore.

Croce sostiene che Panzini, per compiacere il grosso pubblico ignorante, ha rinunziato alla sua vena di poeta e artista genuino degli affetti domestici, per adottare uno stile ripetitivo e artificioso.

Gramsci sprezzante, relega Panzini tra i nipotini di padre Bresciani, con riferimento alla corrente letteraria antidemocratica e reazionaria che prende il nome dal gesuita Giovanni Bresciani, che si distingue per il paternalismo ipocrita verso le masse e la devozione verso l'ordine costituito.

Piero Gobetti accusa addirittura Panzini di aver contribuito con le sue opere scritte dopo il 1918 - complice il suo editore Treves e i compiacenti critici - al decadimento morale e civile della letteratura italiana, attraverso un lento e inesorabile assorbimento della letteratura alle leggi di mercato.

Bella e articolata l'analisi che Carlo Bo traccia di Panzini, sviluppandola in comparazione con il coetaneo D'Annunzio, che rappresenta le aspirazioni più alte, mentre Panzini finisce per apparire come un dio più umile ma anche più adatto alla nostra misura. Inoltre Panzini ha aiutato molti giovani a non perdere il senso delle proporzioni e sopratutto a non disprezzare il metro della realtà e delle cose.

Per Emilio Cecchi Panzini rappresenta la risposta, seppure rassegnata e disincantata dell'antico ideale umanistico, oramai preso d'assalto dalla prepotenza e dalla volgarità della corrente dannunziana.

Per Giuseppe Prezzolini la più grande virtù di Panzini è l'identità tra opera e vita, per cui alla incessante tensione stilistica ne corrisponde una morale che lo fa tendere verso un'esistenza seria, serena, alta.

Interessante il pensiero di Panzini, Accademico d'Italia, sul problema dei neologismi, imposti dal regime fascista, in sostituzione di parole straniere entrate nell'uso comune. Scrive Panzini in una relazione all'Accademia d'Italia:

Si tratta di vedere fino dove e come si può dare cittadinanza italiana a quelle parole che non possono essere spulse. Per esempio: taxi. Ojetti in un suo scritto propose di scrivere tassì, due ss e l'accento. E va bene! Sport, tram, stop auto, film ecc. possono essere accolte ed è inutile usare il corsivo e l's per farne il plorale. Queste parolette brevi faranno per lo meno da contrappeso a certi neologismi orrendamente lunghi e aspri di nostra speciale produzione.
Ma torniamo alla nostra Santippe. Questa la premessa di Panzini al romanzo, con la sua prosa classica:

A CHI LEGGERA'
Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benché parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto per i filosofi.

Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna vituperata nei secoli; e si potrebbe pensare che l'autore avesse avuto in mente di servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di dir male della donna che è l'anfora della vita?

No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo.

La sua prima pubblicazione è stata nella Nuova Antologia (1914). Ed è, come si vede, un piccolo, modesto libro.

Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà di lui la brutta lode, si legge tutto d'un fiato: se molte cose che comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio.


Il Socrate che disegna Panzini non è quello della tradizione classica, ma un uomo anziano che alle prese con le difficoltà della vita - e un rapporto familiare faticoso - risponde con bonaria ironia, quasi un alter-ego dell'ironico e bonario Panzini.

martedì 1 novembre 2011

Oreste del Buono - DELITTI PER UN ANNO - Rizzoli 1975 - £ 3.500


La forte immagine di copertina, carica di ironia, è di John Alcorn, un graphic designer newyorkese stabilitosi negli anni '70 a Firenze, molto noto per aver lavorato per l'editoria, la pubblicità e il cinema, ricordiamo il manifesto per l'Amarcord di Fellini.

In questi venti brevi racconti noire, che Oreste del Buono dedica a Vittorio De Sica, il linguaggio è quello brusco della narrativa poliziesca americana, mentre l'ambientazione ruota nel mondo del cinema italiano. Storie atroci e struggenti, dove tutti i personaggi sono vittime e assassini.

Libro insolito, disperato per il panorama umano che rappresenta, dove non c'è spazio per la pietas.

Ma la maggior desolazione era quella della nudità. Mai la nudità è la nudità della prima volta, le prime esitazioni, i primi stupori, le prime incertezze non possono tornare con la stessa intensità, perché mai quanto si desidera risulta come lo si desiderava, l'amore, la conquista, la resa, la perdizione, e si passa da una delusione a un'altra, dalla speranza allo sceticismo, dall'attesa allo sconforto, e si comincia a sospettare che la speranza sia stata lo sbaglio, l'attesa sia stata l'errore, che a non andare sia stato proprio il desiderio in sé e per sé, così intenso da far soffrire. Soffrire chi? Soffrire perché? Soffrire che? Sul fatto che non la desiderava per niente, al punto in cui erano arrivati, lui non aveva dubbi, non il minimo, infimo dubbio, non la desiderava per niente. E niente ancora.

Non un libro leggero, di storie gialle, ma un libro duro, costruito con un linguaggio intenso, che si legge tutto d'un fiato.