mercoledì 6 novembre 2013

Gaio Valerio Catullo - LE POESIE - La Stampa Torino 2003 - € 4,90 + prezzo quotidiano



Delle 116 poesie di Gaio Valerio Catullo (87 a.C.- 54 a.C.) presenti in questo volume,  voglio evidenziare, trascrivendole, solo quelle che si riferiscono a quel misterioso amore che il poeta di Verona ha reso immortare con il nome fittizio di Lesbia, in onore della poetessa Saffo.

Che Lesbia sia probabilmente da identificarsi con Clodia, sorella di quel Publio Clodio che fece esiliare Cicerone, verosimilmente per vendetta personale, non è rilevante nella poesia di Catullo, almeno per come possiamo leggerla oggi, quando troppi riferimenti con la realtà del suo tempo si sono persi, bensì per comprendere la società in cui operava il poeta. 

Clodia, colta e bellissima, fu moglie di Quinto Metello Celere e della sua sfrenatezza parla Cicerone nel suo discorso Pro Caelio, accusandola di incesto col fratello e di aver avvelenato il marito.

Ma, come è stato scritto, "se Lesbia-Clodia non fosse esistita, Catullo l'avrebbe inventata".

                                     5
Godiamo la vita, mia Lesbia, l'amore,
e il mormorio dei vecchi inaciditi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore
noi dormiremo un'unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessumo possa stringere in malie
un numero di baci così grande.

                                                           V
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa facerimus,
conturbabimus illa, ne siamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cun tantum sciat esse basiorum.

                                      7
Mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
tu possa giungere a saziarmi:
quanti sono i granelli si sabbia
che a Cirene assediano i filari di silfio
tra l'oracolo arroventato di Giove
e l'urna dell'antico batto,
o quante, nel silenzio della notte, le stelle
che vegliano i nostri amori furtivi.
Se tu mi baci con così tanti baci
che i curiosi non possano contarli
o le malelingue gettarvi una malia,
allora si placherà il delirio di Catullo.

                                                    VII
Quaeris quot mihi basiationes
tuae, Lesbia, sint satis superque.
Quam magnus sumerus Libyssae harenae
lasarpiciferis iacet Cyrenis,
oraclum Iovis inter aestuosi
et Batti veteris sacrum sepulcrum,
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores,
tam te basia multa basiare
vesano satis et super Catullo est,
quae nec pernumerare curiosi
possint nec mala fascinare lingua.

                                          8
Povero Catullo, basta con le illusioni:
se muore, credimi, ogni cosa è perduta.
Una fiammata di gioia i tuoi giorni
quando correvi dove lei, l'anima tua voleva,
amata come amata non sarà nessuna:
nascevano allora tutti i giochi d'amore
che tu volevi e lei non si negava.
Una fiammata di gioia quei giorni.
Ora non vuole più: e tu, coraggio, non volere,
non inseguirla, come un miserabile, se fugge,
ma con tutta la tua volontà resisti, non cedere.
Addio anima mia. Catullo non cede più, 
non verrà a cercarti, non ti vorrà per forza:
ma tu soffrirai di non essere desiderata.
Guardati, dunque: cosa può darti la vita?
Chi ti vorrà? a chi sembrerai bella?
 chi amerai? da chi sarai amata?
E chi bacerai?, a chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, resisti, non cedere.
                     

                     VIII

Miser Catulle, desinas ineptite, 
et quod vides perisse perditum ducas
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo quella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa tum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nobelat.
Fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non vult: tu quoque, impotens, (noli), 
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale, puella. Iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam:
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, vae te: quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

Che dire di questa traduzione-omaggio alla poesia di Saffo ?                       
                          51

Simile a un dio mi sembra che sia
e forse più di un dio, vorrei dire,
chi, sedendoti accanto, gli occhi fissi
ti ascolta ridere
dolcemente; ed io mi sento morire
d'invidia: quando ti guardo io, Lesbia,
a me non rimane in cuore nemmeno
un po' di voce,
la lingua si secca e un fuoco sottile
mi scorre nelle ossa, le orecchie
mi ronzano dentro e su questi chi
scende la notte.                               

                                                     LI
Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
(tum quoque vocis,)
lingua sed torpet, tenui sub artus
fiamma demanat, sonito suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte. 

                       58

Celio, la mia Lesbia, quella Lesbia,
quella sola Lesbia che amavo
più di ogni cosa e di me stesso,
ora all'angolo dei vicoli spreme
questa gioventù dorata di Remo. 

                        LVIII

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimos Remi nepotes. 


                                72

Dicevi di far l'amore solo con me, una volta,
e di non aver voglia, Lesbia, neppure di Giove.
E io ti ho amato non come tutti un'amante,
ma come un padre ama ognuno dei suoi figli.
Ora so chi sei: e anche se più intenso è il desiderio
ti sei ridotta per me sempre più insignificante e vile.
Come mai, mi chiedi? Queste offese costringono,
vedi ad amare di più, ma con minore amore.


                                LXXII
Dicebas quondam solum te nosse, Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tanem es vilior et levior.
Qui potis est? inquis. Quos amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.  
                   

                     75

Così per colpa tua, mia Lesbia,
mi è caduto il cuore
e così si è logorato nella sua fedeltà,
che ormai più non potrebbe volerti bene
anche se fossi migliore
o cessare d'amarti
per quanto tu faccia.  



                         LXXV

Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa,
atque ita se officio perditit ipsa suo,
ut iam nec bene velle queat tibi, si optuma fias,
nec desistere amare, omnia si facias.  

                    79

Lesbio deve essere proprio bello.
Certo: Lesbia lo preferisce
a Catullo e a tutti i suoi amici.
Ma questo bello
venda schiavo Catullo e i suoi amici,
se rimadia anche solo un bacio
fra tre che lo conoscono.  

                          LXXIX
Lesbius est pulcer: quid ni? quem Lesbia malit 
quam te cum tota gente, Catulle, tua.
Sed tamen hic pulcer vendat cum gente Catullum,
si tria notorium savia reppererit.


                           83

Col marito Lesbia mi travolge d'ingiurie
e quello sciocco ne trae una gioia profonda.
Stronzo, non capisci? tacesse, m'avrebbe dimenticato,
sarebbe guarita, invece sbraita e m'insulta:
non solo ricorda, ma cosa ben più grave
è furente. Brucia d'amore, per questo parla.  


                             LXXXIII

Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit:
haec illi fatuo maxima laetitia est.
Mule, nihil sentis. Si nostri oblita taceret,
sana esset: nunc quod gannit et obloquitur,
non solo meminit, sed quae multo acrior est res,
irata est. Hoc est, uritur et loquitur.  


                             86

Per molti Quinzia è bella, per me bianca, dritta,
slanciata. Questi pregi li riconosco,
ma non dirò certo che è bella: non ha grazia,
né un pizzico di sale in quel corpo superbo.
Bella è Lesbia, bellissima tutta fra tutte
a ognuna ha rapito ogni possibile grazia.  


                       LXXXVI

Quintia formosa est multis, mihi candida, longa,
resta est. Haec ego sic singula confiteor,
totum illud formosa nego: nam nulla venustas,
nulla in tam magno est corpore mica salis.
Lesbia formosa est, quae cum pulcerrima tota est,
tum omnibus una omnis subripuit veneres.  


                             87

Nessuna donna potrà dire "sono stata amata"
più di quanto io ti ho amato, Lesbia mia.
Nessun legame avrà mai quella fedeltà
che nel mio amore ti ho portato.  


                           LXXXVII

Nulla potest mulier tantumse dicere amatam
vere, quantuma me Lesbia amata mea es.
Nulla fides ullo fuit omquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.  


                         92

Lesbia sparla sempre di me, senza respiro
di me: morissi se Lesbia non mi ama.
Lo so, son come lei: la copro ogni giorno
d'insulti, ma morissi se io non l'amo.  


                             XCII

Lesbia mi dicit semper male nec tacet imquam
da me: Lesbia me dispeream nisi amat.
Quo signo? quia totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.  


                    107

Se contro ogni speranza ottieni
ciò che desideravi in cuore,
una gioia insolita ti prende.
E questa è la mia gioia,
più preziosa dell'oro:
a me tu ritorni, a me, Lesbia,
a un desiderio ormai senza speranza, 
al mio desiderio ritorni, 
a me, a me tu ti ridarai.
O giorno luminoso!
Chi vivrà più felice?
chi potrà mai pensare vita
più, più desiderabile di questa?
  

                           CVII

Si qui quid cupido optantique  obtigit umquam
insperanti, hoc est gratum animo proprie.
Quare hoc est gratum, nobisque est carius auro,
quos te restituis, Lesbia, mi cupido,
restituis cupido atque insperanti, ipsa refers te
nobis. O lucem candidiora nota!
Quis me uno vivit felicior, aut magis hac rem
optandam vita dicere quis poterit?


                       109

Eterno, anima mia, senza ombre
mi prometti questo nostro amore.
Mio dio, fa' che prometta il vero
e lo dica sinceramente, col cuore.
Potesse durare tutta la vita
questo eterno giuramento d'amore.  


                       CIX

Iocondum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos poerpetuumque fore.
Di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis totta perducere vita
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae. 


Adesso che rileggo tutte assieme queste poesie ad unico tema, mi rendo conto di quanto questa scelta sia arbitraria e inutile per la comprensione dell'opera di Catullo e, in un certo senso, ne snaturi la sua caratteristica più peculiare di caleidoscopio narrativo e stilistico

Infatti, anche se non marginali, le poesie dedicate a Lesbia, rappresentano solo il dodici per cento del Catulli carmina, tutto il resto è dedicato ad occasionali amori, polemiche letterarie e politiche, invettive contro rivali in amore, stroncature, ricordi di viaggio, elegie, epigrammi - di grande intensità il n.101 dedicato alla morte del fratello - dove la combinazione fra linguaggio letterario e lingua parlata, popolare - spesso scurrile nelle invettive - rappresentano il fascino di questo poeta ancora  moderno dopo 21 secoli.