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martedì 29 gennaio 2013

Hemingway - TUTTI I RACCONTI - Mondadori 2006 - € 35,00



Avevo una bella edizione rilegata dei Quarantanove racconti di Hemingway che risaliva ai primi anni '60,  commercializzata dal Club degli Editori a cui ero molto affezionato: devo averla prestata (non ricordo a chi) e non è più tornata indietro. Accade quando non si è abbastanza gelosi delle proprie cose, ed io non lo sono !

C'era un racconto in particolare - di cui non ricordavo il titolo - che mi era rimasto impresso: ci sono un uomo e una donna in una stazione ferroviaria che aspettano un treno, di loro non conosciamo i nomi, non viene detto il rapporto che li lega, si intuisce il motivo che li spinge a partire.... 

Quando Mondadori pubblicò Tutti i racconti nella collana i Meridiani, approfittai di un'offerta promozionale e acquistai il volume; così finalmente rilessi quel racconto che mi aveva tanto colpito: si trattava di Colline come elefanti bianchi.

Rileggendolo ho capito perché quella storia mi era rimasta impressa nonostante non vi accadesse niente di particolare, semplicemente perchè Hemingway aveva applicato la sua teoria dell'iceberg, com'è noto dell'iceberg è visibile solo un ottavo della sua massa, il resto rimane sott'acqua. Così di quella storia di un uomo e una donna ci viene accennato solo quel tanto che basta per accendere l'interesse e non ci viene detto tutto, il resto lo deve immaginare il lettore.


 
In questo Meridiano oltre i Quarantanove racconti ci sono tutti i testi successivi compresi i sette racconti postumi e in our time, quei diciotto capitoli numerati, senza nesso, senza una trama unica, ma collegati misteriosamente tra loro, che sono stati chiamati "vignette" o "schizzi" o "minaiature" e hanno creato un esempio di grande sperimentazione linguistica.

Il volume e completato da una Introduzione, Cronologia e Note ai testi a cura di Fernanda Pivano;  una Bibliografia a cura di Rosella Mamoli Zorzi, e una Filmografia a cura sempre della Pivano.



Scrive la Pivano nell'introduzione:

La fama di Ernest Hemingway, legata alla sua quindicina di libri, esplose quando era poco più che un ragazzo e andò crescendo con gli anni in un miscuglio indissolubile tra le sue superbe prestazioni letterarie e il suo stile di vita spericolato. (....)
Col passare del tempo quasta fama divenne sempre più meritata a causa dei racconti che lo rivelarono e continuano a rivelarlo un grande maestro. Fu con i racconti che Hemingway affrontò la fascinosa e difficile via della narrazione sconfinando in pagine terse e drammatiche dei servizi giornalistici che spediva in Canada dall'Europa.

E ancora:

La concisione così travagliata che i critici più superficiali hanno definito con spregio "giornalese" e che effettivamente Hemingway elaborò dalla lezione del giornale dove lavorò da ragazzo filtrandola però attraverso le scoperte linguistiche di Gertrude Stein con la sua paratassi e le sue ripetizioni, di Ezra Pound con i suoi incitamenti verso il "nuovo" e della propria scoperta del linguaggio vernacolare medio-occidentale, è frutto di una concentrazione assoluta, di una precisione da chirurgo, di una concisione grazie alla quale Hemingway cancellava nove aggettivi su dieci, nove avverbi su dieci in revisioni instancabili che per esempio gli fecero riscrivere trentanove volte l'ultima pagina di A Farewall to Arms.

Ci sono aspetti della vita di Hemingway che possono risultare sgadevoli come la caccia, la corrida, un certo machismo, ma non possono certo inficiare il valore della suo opera. Conclude così la Pivano:

A questo punto il suo stile di vita non interessa più, interessano poco anche le tematiche che ne sono derivate. Hemingway resta un grande scrittore per il modo di scrivere che ha inventato, per un dialogo che nessuno è mai riuscito a imitare, per una prosa che regge il confronto con i maggiori scrittori esistiti senza dipendere, in realtà, da nessuno.

 


martedì 22 gennaio 2013

Jack Kerouac - I SOTTERRANEI - Universale Economica Feltrinelli 1973 - £ 800

                                          


C'è una dichiarazione di Kerouac, che, secondo me, è un indizio eloquente per valutare complessivamente la sua opera, dice infatti nel 1962:

« La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust, soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. [...] non sono che capitoli dell'intera opera ch'io chiamo La Leggenda di Duluoz[...] veduta attraverso gli occhi del povero Ti Jean (io), altrimenti noto come Jack Duluoz »

Keruoac come Proust, dunque, un'unica lunga narrazione della sua fatica di vivere.  Gli editori non lo apprezzarono abbastanza e lo pubblicarono non tanto perché credevano nel valore letterario delle sue opere, quanto perché di moda il movimento beatnik che lui raccontava. Per questo la sua aspirazione di riunire tutti i suoi romanzi in un'opera unica, con gli stessi personaggi, a somiglianza della recherche proustiana, non venne realizzata. 

Henry Miller ha trovato in Kerouac l'autentica incarnazione di quanto profetizzato da  un suo personaggio (in Tropico del Cancro) il quale dice, a proposito del libro che intende scrivere: "Mi stenderò sul tavolo operatorio, e metterò in mostra le budella". E' esattamente quello che Kerouac compie scrivendo e vivendo, scrivendo come vive e vivendo come scrive, fino alla prevedibile fine.

Dalla prefazione che Henry Miller scrisse per l'edizione Feltrinelli di I Sotterranei del 1960, nella collana Le Comete:

Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingue, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell'espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore.

Questa  edizione dell'Universale Economica, tradotta da un Anonimo di cui non sono riuscito a risalire all'identità, è arricchita  dalla presentazione di Miller e un'Introduzione di Fernanda Pivano, che è un saggio sull'opera di Kerouac e un minuzioso esame del suo linguaggio, della struttura jazzistica del suo stile.

Scrive Fernanda Pivano:


Non è uno scrittore di idee: le sue idee si sono concentrate e manifestate nello sforzo di individuare e ricreare il costume descritto; la sua qualità non va ricercata nel pensiero, ma nell'intensità emotiva. Che dipende dalla sua lingua, dal suo linguaggio, dal suo stile jazzistico, o che dipenda semplicemente da un suo vigore espressivo, sta il fatto che la vita e le immagini evocate da Kerouac sono dense e vibranti come in pochi scrittori della storia letteraria americana.

Questo l'Incipit :

Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è più padrone di se e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia - questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. - Cominciò una calda notte d'estate, si, con lei seduta su un parafango quando Julien Alexander che sarebbe..... Ma cominciamo dalla storia dei sotterranei di San Francisco.

E' la storia del tormentato rapporto tra l'autore, Leo Percepied,  e Mardou, bellissima mezzosangue - madre nera e padre cheroke, perennemente in giro per i locali di San Francisco, dove si fa jazz,  tra giovani scrittori beat, poeti e perditempo, tra sogni di redenzione e distruttive sbornie. 

venerdì 30 novembre 2012

Fernanda Pivano - COS'E' PIU' LA VIRTU' - Rusconi 1986 - £ 18.000



La biografia di Fernanda Pivano (1917-2009) è un corposo episodio della storia culturale italiana e la sua vita sembra una sceneggiatura scritta per Hollywood.

 In attesa di leggere i suoi Diari (due volumi dei Classici Bompiani del 2008 e 2010) per approfondire questa familiarità che sento nei suoi confronti, apprendo dal web che nasce a Genova da una famiglia che lei definisce vittoriana; il padre, Riccardo, è un miliardario colto e illuminato proprietario di una banca, il nonno è il fondatore della Berlitz School, la madre è la bellissima Mary Smallwood. E' compagna di classe al ginnasio di Primo Levi, nella stessa scuola frequentata da Gianni Agnelli, come supplente di italiano ha Cesare Pavese; nel 1940 si diploma al Coonservatorio di Torino in pianoforte, nel 1941 si laurea in lettere con una tesi su Moby Dick, nel 1943 si laurea in filosofia sotto la guida di Nicola Abbagnano.

 Una ragazza favorita dalla lotteria della vita, per condizioni familiari e ambientali, ma sicuramente con una forte determinazione a realizzarsi, studiando e lavorando sodo, come una volta era usuale.

Figura di rilievo nella scena culturale italiana per il suo contributo alla divulgazione della letteratura americana attraverso le sue traduzioni, saggi, articoli, antologie e opere biografiche, per la prima volta si cimenta con il romanzo, questo  Cos'è più la virtù, scintillante e lieve come un'aria d'opera e a un tempo profondamente vissuto, quasi una lunga confessione, come recita puntualmente la seconda di copertina.

Si tratta di una divertente e divertita serie di episodi - storie quasi d'amore -  nelle quali la protagonista, che somiglia come una goccia d'acqua alla narratrice, si trova coinvolta da corteggiatori, dai più raffinati ai più grossolani, che cercano in tutti i modi  di portarsela a letto.

Vincerà la virtù che è un valore appreso fin da bambina e che le lotte di emancipazione sessuale dal '68 in poi non hanno scalfito.

Dall'assidua frequentazione con i grandi e grandissimi della letteratura americana, ha ricevuto la capacità  di tessere la narrazione con dialoghi scoppientanti che rendono la lettura estremamente godibile.

Confessa la protagonista nelle ultime pagine:
Non invidio le donne belle, perché sono stata bella anch'io. Non invidio le donne ricche, perché sono stata ricca anch'io. Non invidio le donne amate, perché sono stata amata anch'io, tanto, tantissimo. Ma sapessi quanto invidio le puttane.