venerdì 20 luglio 2012

Francesca de Carolis - I GIOCHI DELLA COMETA - il Ventaglio -


Ripescato in uno scatolone che indicava genericamente narrativa varia, insieme ad un altro dello stesso editore - e di cui parlerò in un prossimo post, questo libricino ha attirato la mia attenzione per l'intrigante coincidenza della cometa di Halley, presente anche nel libro di Augusto Roa Bastos Figlio di uomo, presentato la settimana scorsa. 

La cometa di Halley raccontata da Francesca De Carolis, viene a gettare lo scompiglio nella Roma del 1456, provocando alterazioni e turbamento nei quattro protagonisti, che ne vivono le fasi osservandola da un torrione abbandonato fuori le mure aureliane: sono Cosimo medico e astronomo dilettante, Jacopo commerciante di spezie e foriero di sventure, Genodora puttana sensibile e caritatevole e infine Lisalda, fascinosa strega e un gatto, Arthur, naturalmente nero.

Lo scenario nel quale si svolge l'azione è Roma, mirabilmente descritta che sembra di esserci:

Fino oltre la metà del mese la vita della città era andata avanti nel brusio confuso di sempre. Roma che ancora conservava un aspetto medievale, con ancora evidenti i segni del recente abbandono dei papi, con le sue chiese spogliate, le mura in rovina, le cupe fortificazioni dei palazzi oscurati dietro muraglie e acute feritoie. Ma era una Roma che già stava passando. Qua e là i ritocchi che papa Nicolò V aveva iniziato a dare negli anni del suo breve pontificato. Le ferite delle mura dilaniate dai continui assalti dei barbari erano ancora fresche di cure; nel tevere si specchiava la nuova fortificazione di Castel Sant'Angelo; e nuovi palazzi e palazzi vecchi restaurati. Persino intorno alla Basilica di S,pietro erano state avviate grandiose opere di rinnovamento, impreziosite da marmi del Colosseo, blocchi delle mura serviane, travertini del del Circo Massimo. Papa Parentucelli non si era fatto alcuno scrupolo di spogliare gli antichi monumenti di tutto quello che ritenesse degno della citta leonina, nonostante le lamentele degli umanisti che a Roma erano pur affluiti sotto le generose ali del suo mecenatismo.
I personaggi, perfettamente integrati nel quadro generale, sono ricchi di personalità, vivono di vita propria; particolarmente felice il personaggio di Genodora che sotto l'influsso della cometa, rievoca l'unica passione della sua vita, un uomo, un poeta, che l'ha amata e spezzato il cuore:

Come poteva dimenticare le feste improvviste alla fine dei banchetti più generosi, quando Villon, guardandola negli ochi, iniziava a cantare per lei. Poemi inventati lì per lì, frizzanti come il vino appena bevuto. Fra le tavole e le panche schiodate di osterie e pagliai. 
Quando incontrò Genodora per la prima volta, l'aveva intenerita con la storia di un suo vecchio amore che pare l'avesse portato alla rovina. Una villotère del sobborgo parigino, una donna pubblica che pur aveva tanto amato, ma che una sera d'inverno l'aveva buttato fuori di casa. Senza un soldo.
Subito un dubbio su quel  nome: Villon, ma François Villon? Non è precisato, ma i versi che Genodora recita per noi, non lasciano dubbi:


Qu’est devenu ce front poly
ces cheveux blonds sourcilz
ce beau nez, ne grand ne petitz 
ces petites joinctes oreillesses
menton fourchu, cler vistractis
et ces belles lèvres vermeilles ?

Geniale, nevvero?

Non voglio raccontare nient'altro, per non togliere a chi deciderà di leggerlo il gusto della scoperta.

Per chi volesse approfondire la conoscenza con questa scrittrice - giornalista questo è il suo sito:
                                                   http://www.laltrariva.net/

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