martedì 13 novembre 2012

Milena Milani - EMILIA SULLA DIGA - Mondadori 1954 - Lire ottocento


Milena Milani, nata a Savona nel 1917. Scrittrice, pittrice, giornalista, poetessa. Una ragazza di novantacinque anni il prossimo 24 dicembre, una vagabonda che ha attraversato la seconda parte del '900 da protagonista nell'arte e nella letteratura.

Esordisce nel 1944 con un volume di poesie Ignoti furono i cieli, segue nel 1946 una raccolta di racconti  L'estate, è del 1947 il romanzo Storia di Anna Drei con il quale vince il Premio Mondadori 1948, segue il racconto lungo Gli orsi di Mera nel 1951, Uomo e donna del 1952, ancora un volume di poesie nel 1953 La ragazza di fronte, poi ancora dei racconti nel 1954 questi di Emilia sulla diga

Nel 1964 è la volta di La ragazza di nome Giulio, il suo libro più famoso, che suscitò scandalo nell'Italia perbenista e ipocrita di quegli anni, con conseguente blocco delle vendite, sequestro dei volumi distribuiti e una condanna nel 1966 a 6 mesi di reclusione e 100.000 di multa. L'assoluzione in appello non fu sufficiente a togliere alla Milani la reputazione di scrittrice pornografica.

Per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di  questa sorprendente donna, c'è una bella intervista su questo sito:
            http://www.segniesensi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=162&Itemid=31

Il racconto che da il titolo al libro, sono due paginette che mi piace trascrivere per fare, spero, cosa gradita ai lettori del blog, e per dare un'idea di questo  suo particolare linguaggio.
Emilia sulla diga
Nel periodo del gran caldo io ragionavo pochissimo. Emilia telefonava al mattino; erano appena le sette e incominciava a dire: "Sei pronta? Fai in dieci minuti, ti aspetto alla fermata in piazza."
Io ancora non ero pronta, ma bastava la sicurezza della voce di Emilia a scuotermi, così mi alzavo in fretta e ancora più rapidamente mi preparavo.  Prendevo la borsa di paglia dove entravano un mucchio di oggetti, tra cui il costume da bagno, lo specchio e un bellissimo pettine di tartaruga chiara, con i denti radi.
La frutta la comperavo nel negozio sotto casa, era frutta meravigliosa, appena arrivata dal mercato, e il padrone per sbalordirmi cercava per me la migliore, pesche enormi e tenere con la polpa gialla, susine anch'esse gialle e grosse che si disfacevano in bocca, certe albicocche che avevano un sapore di ananasso.
Arrivavo all'autobus che questo stava per partire, ma Emilia aveva convinto il conducente ad attendere ancora qualche minuto. Subito essa protestava che se l'avessimo perduto, avremmo dovuto attendere il successivo per oltre mezz'ora, ma io non replicavo; ascoltavo, senza dire una parola, tutte le parole di Emilia.
Essa pensava, ragionava, decideva anche per me.
Io avevo abbandonato me stessa nelle sue mani; Emilia diceva che per reagire al caldo si doveva andare al mare dalle prime ore del mattino, e se fosse dipeso esclusivamente da lei, e non ci fossero state difficoltà d'altro genere, come a esempio l'impossibilità di trovare alloggio proprio vicino alla spiaggia, il costo elevato di quelle abitazioni, essa mi avrebbe costretta a cercare casa da quelle parti.
Avevamo ottenuto quindici giorni di vacanza dal direttore dell'ufficio dove insieme lavoravamo, e quei quindici giorni li stavamo spendendo l'uno dietro l'altro, quasi fossero stati gli ultimi della nostra vita. Ognuno di essi, aveva, per questa nascosta ragione, una sua particolare bellezza, anche se in realtà assomigliava al precedente.
Io me ne accorgevo, ma il mio cervello, la mia mente erano spesso privi di consistenza, mi sembrava che il calore del sole si fosse avvicinato alla terra e si divertisse a bruciare i pensieri degli uomini.
Effettivamente questi uomini mi assomigliavano. e intendo dire che essi erano, come io ero, svagati, e anche svuotati; giacevano sulla sabbia in pose di abbandono, o nuotavano stancamente nel mare; le donne, i bambini avevano anch'essi perduto una parte della consueta vitalità, e tutto il giorno stavano all'ombra, con la testa coperta da un fazzoletto.
Emilia, no, al mare essa era diversa dagli altri; il suo sistema nervoso la rendeva simile a una scintilla, venuta fuori da un gran fuoco, e come una scintilla risplendeva, si agitava, piccola e scura di sole, con il suo costume rosso, e i capelli chiarissimi lunghi sul collo.
La ricordo qualche giorno fa, mentre correva sulla diga.
La gente riversa in riva al mare, non si muoveva per estrema stanchezza, il sole rendeva la sabbia come l'oro, il mare anch'esso oro fuso; spiccavano senz'ombra le capanne nel fondo, con le tende a righe.
Emilia si alzò di scatto, e mentre io dicevo: "Che cosa fai? Dove vai?" essa era già lontana.
Si era tolta i sandali per correre più svelta, li teneva con una mano, la diga bianca battuta dal sole doveva essere infuocata, ma Emilia non sentiva quel calore.
Pigramente io socchiudevo gli occhi e il mio cervello affascinato seguiva quei movimenti leggeri, quel piccolo punto rosso che era Emilia, le gambe di Emilia che correvano.
Poi dietro le mie ciglia, incominciarono a danzare punti colorati, erano gialli, rossi, arancione, blu; il sole mi invadeva gli occhi, penetrava sotto le palpebre.
Allora, veramente, non ho più ragionato, è caduto il sonno su di me; non ero che un corpo in riva al mare.