domenica 18 novembre 2012

PULP - Letterature di fine millennio - n.01 Aprile-Maggio 1996 - £ 7.000








Di questa splendida rivista di Letterature di fine millennio,   possiedo i primi 10 numeri, la rivista ha cessato le pubblicazioni con il n.73 del 2008. E' stata una rivista che ha descritto il panorama narrativo contemporaneo, privileggiando tutte le forme più  originali, compreso cinema, fumetti, musica rock.

In questo primo numero della rivista, che non apre con la solita dichiarazione d'intenti, ma entra subito nel merito, c'è una lunga, interessante intervista di Claudio Galuzzi (1957-1998) a Paco Ignacio Taibo II che alla domanda cosa sia per lui il romanzo, risponde:

Chi lo sa? Non lo so. Posso solo dire che cosa non deve essere un romanzo. Un romanzo non deve essere una prigione in cui entrano scrittori e lettori. Un romanzo deve essere invece un autentito dialogo, deve sorprendere.
Non c'è cosa peggiore di un libro che una volta aperto, quando si comincia a leggerlo, ci da quello che ci aspettavamo. Cioé non ci meraviglia in nessuna maniera. In questo senso credo che violare e superare i limiti e le strutture interne del romanzo, introdurre la non-fiction nella fiction, mescolare, sconcertare, provocare sorprese, sia un dovere per lo scrittore contemporaneo.


E' di Giano A. Nazzaro (Zurigo 1956), giornalista pubblicista, critico cinematografico e autore di testi dedicato al cinema e alla musica, il breve saggio True romance - La scrittura cinematografica di Quentin Tarantino, dove  viene analizzata l'origine letteraria del suo cinema:
Quella di Tarantino  è una scrittura assorbente che si nutre (letteralmente...) delle infinite suggestioni della junk-culture che è stata l'elemento privilegiato di conoscenza (ossia scoperta del mondo) del giovane Quentin. Nei confronti di questa la sua scrittura non si pone come filtro destrutturante, bensì come strumento mimetico atto a ricreare quel paradiso perduto del trash e dell'autoreferenzialità dei generi cinematografici e dei codici narrativi....

Spiega Tarantino (da una intervista a Graham Fuller):

Per quanto riguarda la scena della tortura di Le Jene, cerco di spiegare in continuazione alla gente che non mi sono seduto dicendo "Ok, adesso scriverò questa scena di tortura violentissima". Quando Mr. Blonde tira fuori dallo stivale il rasoio, io sono stato il primo ad esserne sorpreso. Non sapevo che avesse un rasoio. Questo mi succede in continuazione quando scrivo.

Mentre Fabio Zucchella - direttore di PULP - scrive  Mondo splatter, un articolo che tratta la cosidetta narrativa abietta:

Se i nostri criteri di giudizio fossero soltanto il buon gusto e il nitore stilistico, temo proprio che lo splatter sia spesso qualcosa di inammissibile. Ma questo è un fenomeno inevitabile, trattandosi di narrativa di genere (o de-genere...). Il fatto è che noi andiamo ragionando di un ambito così pulp che di più non si potrebbe, e la letteratura dell'orrore estremo (come pure altre forme espressive parallele: cinema, fumetto, musica) è fatta anche di ciarpame sensazionalistico: volgare effettismo da macelleria, auto-compiacimenti morbosi e adolescenziali ed abberazioni sessuali. Se è vero, come sostiene Ramsey Campbell, che "l'orrore è ciò che non siamo riusciti ad accettare", è altrettanto vero che i mostri dello splatter tutto sono tranne che i frutti malvagi del sonno della ragione. Qui si parla di bombaroli nel Paradiso dell'ipocrisia e del perbenismo morale e letterario, di sabotatori dell'inconscio.

Marco Denti presenta così Jerome Charin:

E' un bel caos quello di Jerome Charyn, non esita un secondo a mettere insieme James Joyce e Madonna, Pinocchio e Moby Dick, O.J. Simpson e Mussolini, Roma e il Bronx. Eppure nel picaresco disordine a cui vanno incontro i suoi personaggi, c'è un metodo e un senso nella sua follia narrativa. Perché per quanto surreale e vagamente onirico riesce a rendere (come altrimenti non si potrebbe) l'atmosfera allucinata e confusa che è propria dei nostri giorni.

Segue una lunga intervista che chiarisce il punto di vista di Charyn sulla letteratura:

La scrittura deve essere assolutamente personale. Più uno scrittore lo è, e più può sperare di conquistare i suoi lettori: L'arte impersonale è un'idea a posteriori, non esiste proprio. Se devo parlare di romanzo, romanzo americano, devo dire che Lolita di Nabokov e L'urlo e il furore di Faulkner, che io ritengo capolavori assoluti, sono stati scritti senza alcuna prospettiva di essere pubblicati. Potevano essere benissimo lavori di dilettanti senza alcun legame con l'editoria. Del resto basta ricordare quello che è poi successo a Lolita per farsene un'idea. Il libro di Nabokov è stato censurato, bandito, messo da parte, più di una volta ha corso il rischio di non essere nemmeno pubblicato. Insomma erano libri scritti per un motivo che andava oltre uno scopo commerciale, che partivano da molto più lontano. Lo stesso potremmo dire probabilmente per tutta l'opera di Kafka: Per intenderci: più il libro sprofonda nel privato, più diventa universale.

 Claudio Galluzzi ci parla invece di James Ellroy in La forma e lo stile della corruzione:

L'uscita di American Tabloid ha indicato in Ellroy uno degli scrittori più omportanti d'America. Questo perché il romanzoè uno scarto abbastanza forte ed evidente della produzione precedente, aanche se bisogna riconoscere non in misura sconvolgente, visto che già segni di costruzione analoga (per forma e stile, ma più per la prima che per la seconda) si poteva intravedere negli ultimi lavori.
Certo è che questo romanzo segna una tappa importante per la letteratura contemporanea americana: e non solo, segna anche l'avvio (se sono vere le voci che circolano secondo cui Ellroy starebbe già lavorando al seguito) di una storia futura complicata e parecchio ambiziosa, visto che dopo tutto si tratta della Storia, con la maiuscola, degli Stati Uniti. Forse il progetto giusto per uno abituato a ragionare in termini di trilogia e quadrilogia. Per uno che ha nella cultura della saga la propria cornice di riferimento, una cornice dentro cui spennellare le proprie tele.

Segue una lunga intervista in cui Ellroy si mette completamente a nudo, raccontando tra l'altro come è nato il progetto di My Dark Places (1996) che ricostruisce le indagini  intorno all'omicio di sua madre avvenuto nel 1958 ed ancora irrisolto.

Ermanno Pea racconta Luo Reed in L'uomo con la maschera blu:

"Ho sempre pensato a me stesso come a uno scrittore. Se faccio il musicista è perché amo il rock, mi piace suonare la chitarra, adoro scrivere e non è niente male combinare le tre cose che più mi piacciono".

E tante e tante altre cose interesanti, che sarebbe qui troppo lungo elencare, su questa bellissima rivista, che per caso ho ritrovato,  di cui oggi possiamo solo lamentarne la scomparsa.