domenica 6 gennaio 2013

Henry Miller - TROPICO DEL CANCRO - Feltrinelli 1973 - £ 1.000



Ho acquistato e letto questo libro nel 1973, ma, lo confesso, a quel tempo, forse perché troppo giovane, o troppo occupato, o troppo superficiale, o troppo distratto, dalla famiglia, dal lavoro, dalla vita, la lettura non mi coinvolse, lasciandomi anzi infastidito dall'apparente sconclusionato procedere della narrazione.

Giorni fa su Fb la cara amica Elisabeth ha condiviso un frammento del libro, pubblicato dalla sua Università, l'UNAM di Città del Messico:
No tengo dinero, ni recursos, ni esperanzas. Soy el hombre más feliz del mundo. Hace un año, hace seis meses, pensaba que era un artista. Ya no lo pienso, lo soy. Todo lo que era literatura se ha desprendido de mí. Ya no hay más libros que escribir, gracias a Dios.
 
Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d'essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono Tutto quel che era letteratura, mi è cascato di dosso. Non ci sono più libri da scrivere, grazie a Dio.


Questo piccolo frammento  mi ha spinto a ricercare  il volume, finito in uno scatolone di vecchi libri, e finalmente leggerlo, ma veramente questa volta.  La lettura è stata una scoperta continua, una vera rivelazione. Ogni tanto dovevo ripetermi che il libro era stato scritto nel 1934,  l'anno in cui venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a Pirandello!

A Parigi, dove Henry Miller vive, alla ricerca continua di cibo e un posto dove dormire, bivaccano nel solotto di Gertude Stein gli scrittori americani della lost generation, Fitzgerald, Hemingway e compagnia bella.

 Ma che ci fa Henry Miller, cinque anni più vecchio di Fitzgerald e otto anni di Hemingway, ma paradossalmente appartenente alla generazione successiva, quella della beat generation? Prepara il futuro, spiana la strada a Kerouac & co.

Questo è un romanzo che spiazza fin dal suo titolo. Perché Tropico del cancro?  Il simbolismo del titolo - zona temperata posta al disopra dell'equatore -  non ha nulla a che vedere con le condizioni climatiche,  a meno che non si riferisca ad un clima mentale dei suoi abitanti. 

A pag.75, si può leggere questa riflessione:


Un carrozzone delle Galeries Lafayette rimbombava sul ponte. La pioggia era cessata e il sole irrompendo tra le nuvole saponose toccava con un fuoco freddo il lucido caos dei tetti. Ricordo come il vetturino si sporse e guardò il fiume dalla parte di Passy. Uno sguardo così sano, semplice, d'approvazione, come se dicesse a se stesso: "Ah, viene la primavera!" E lo sa Dio, quando viene la primavera a Parigi il più umile dei mortali viventi deve aver la sensazione di abitare in paradiso. Ma non era soltanto questo: era la confidenza con cui il suo occhio si posava sulla scena. La  sua Parigi. A uno non occorre essere ricco, anzi nemmeno cittadino, per sentirsi in questo modo a Parigi. Parigi è piena di gente povera: il più nobile e il più sporco branco di mendicanti che abbia mai calpestato la terra, pare a me. Eppure danno l'impressione d'essere a casa loro. E' questo che distingue la parigina da tutte le altre anime metropolitane.


L'edizione Feltrinelli, nella storica traduzione di Luciano Bianciardi, è arricchita da una preziosa prefazione di Mario Praz, che inquadra opera e autore non nella tradizione america, ma negli umori gotici del surrealismo europeo: Bosch, Rimbaud, Grosz, Ernst, Apollinaire.

Scrive Mario Praz:

Tra la libertà di Whitman e la libertà come l'intende Miller, c'è una differenza che non è una sfumatura, ma addirittura un'ombra spessa: nell'innocenza whitmaniana tutto si colora di rosa, le sue enumerazioni son fremiti di ali di farfalle intorno a un lume che non brucia, ma i ditirambi di Miller son radicati in un senso del peccato, o, se si preferisce, dell'impurità e della morte, che è nettamente segnato dal marchio di fabbrica tedesco: non l'aquila bicipite, ma l'avvoltoio cimiteriale che sentì nell'aria delle fantasie macabre  di Manuel Deutsch, di Urs Graf e di Baldung Grien. Fa dire a uno dei suoi personaggi circa il contenuto del libro che intende scrivere: "Mi stenderò sul tavolo operatorio, e metterò in mostra le budella". E dice egli stesso parlando di se: "L'uomo che appartiene alla sua razza deve collocarsi in alto luogo con una filastrocca in bocca e squarciandosi le interiora. E' giusto e equo, perché egli deve! E tutto quello che non sia questo tremendo spettacolo, tutto quello che sia meno tremendo, meno terribile, meno pazzo, meno avvelenato, meno contaminato, non è arte. Il resto è artifizio. Il resto è umano. Il resto appartiene alla vita e alla non vita."

A conferna di quanto affermato da Mario Praz, in un affascinante saggio su  La questione della decadenza il prof. Roberto Limonta dell'Università di Milano, analizza lo stretto rapporto che lega Henry Miller al tedesco Splenger e il suo Tramonto dell'occidente, affermando che:

Tropico del cancro è una vera trasposizione poetica spengleriana sulla modernità

 Per chi volesse approfondire l'argomento consiglio di leggere l'intero documento, questo il sito:

                  http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/estetica/abstract_limonta.htm


E, Alfred Kazin, nella sua Storia della Letteratura Americana (Longanesi, 1956 - £ 2.800) scrive:


Henry Miller ha veduto nella crisi contemporanea l'annunzio d'una condanna assoluta, un mondo che muore nel caos, "la terra che esce dalla sua orbita", e che ha scritto con significativa esaltazione in Tropic of Cancer che "l'arte consiste nell'andare fino in fondo... Il compito che l'artista implicitamente si propone è quello di rovesciare i valori esistenti, di fare del caos che lo circonda un ordine che sia il suo proprio, di seminare discordia e fermento, affinché, grazie alla liberazione emotiva, quelli che sono morti possano essere restituiti alla vita".   ......
E ancora, parlando di Faulkner, Miller e Wolfe:
E' come se il lungo e profondo straniarsi dello scrittore americano moderno dalla propria società, l'inveterata aria di crisi che egli si porta dietro, avesse raggiunto il culmine, avesse trovato in loro qualche simbolo estremo, Vedendo in termini giganteschi la propria infelicità o l'infelicità dei propri rapporti col mondo, di quel conflitto essi hanno fatto  delle epopee e delle cronache storiche e dei sistemi semifilosofici; ma il tema è sempre stato l'individuo, il loro proprio individualismo; e la loro forza è sempre stata quell'intensità maestosa e generica nella sua rettorica che è possibile soltanto a un tipo di sensibilità che senta le ripercussioni del collasso del mondo nelle febbrili estasi e disperazioni del proprio isolamento.




Quando finalmente il personaggio Henry Miller del romanzo, viene assunto come correttore di bozze in un giornale, così valuta il proprio lavoro:

Hanno su di un meraviglioso effetto terapeutico le disgrazie di cui correggo le bozze. Immaginate uno stato di immunità perfetta, un'esistenza incantata, una vita di sicurezza assoluta, nel bel mezzo di una colonia di bacilli. Nulla mi tocca, né i terremoti, né le esplosioni, né i tumulti, né le carestie, né le collisioni, né le guerre, né le rivoluzioni. Sono vaccinato contro ogni malattia, sciagura, dolore, tristezza. E' la sublimazione di una vita di fortezza. Seduto nella mia piccola nicchia, tutti i veleni che il mondo secerne ogni giorno mi passano per le mani. Nemmeno una macchia su un'unghia. Me la passo meglio di un assistente di laboratorio, perché qui non ci son nemmeno cattivi odori, solo l'odore del piombo fuso. Il mondo può anche scoppiare - io sono sempre qui a mettere una virgola,  un punto e virgola.  Volendo posso anche passare l'orario, perché in un caso del genere cio sarebbe sempre un piccolo extra. Quando scoppierà il mondo, e sarà andata in macchina l'ultima edizione, i correttori di bozze tranquillamente raccoglieranno tutte le virgole, i punti e virgola, le lineette, gli asterischi, le virgolette, le parentesi, i punti esclamativi, eccetera, e li metteranno in una cassettina, sopra la sedia del direttore. Comme ça tout est réglé....



Miller, lo si capisce leggendolo,  aveva una profonda esigenza  di verità, sia in ciò che scriveva che nella vita, così lo ricorda Fernanda Pivano:
Henry Miller lo conobbi a New York, era insieme a Anaïs Nin che era molto carina e che invidiai per la sua relazione con Miller. Lui era un uomo fantastico per il quale persi un po’ la testa. Ricordo che mi disse: “Quando parli con qualcuno che ti interessa non guardargli mai la bocca ma gli occhi e impara a leggerli, capirai se ti sta dicendo cose vere”.

Tropico del cancro, per il suo essere contemporaneamente tante cose: racconto, critica d'arte, biografia, considerazioni filosofiche, è il romanzo che più mi ha ricordato - e non per la sua ambientazione - l'opera di Marcel Proust. 

Un raro esempio di generosità intellettuale, è rappresentato dalla prefazione che Henry Miller ha scritto per I sotterranei di Jack Kerouac, che così conclude:

E forse il suo maggiore contributo alla letteratura americana è proprio il coraggio che ispira ad altri scrittori. Dopo aver letto Kerouac è difficile ritornare a scrittori come Dos Passos, Hemingway, Steinbeck… o anche… anche al sottoscritto.

Fino al 1961, quando una sentenza di un tribunale americano ne riconobbe il valore letterario, Tropico del Cancro fu considerato opera pornografica e negli USA  non se ne consentiva la pubblicazione.

Henry Miller fu anche pittore, qui di seguito alcune immagini delle sue opere.









Notes book di Henry Mille del periodo parigino





















Coerente con le sue idee, vive gli ultimi anni della sua vita in una casa difficile da raggiungere, trascinando un carretto con la spesa e rifiutando l'uso dell'automobile