sabato 11 agosto 2012

Aldo Salvo - MAL DI ROMA - il Ventaglio 1986 - £ 12.000



Più che diffidenza ho una vera fobia per tutti quei tentativi che, periodicamente, vengono attuati per equiparare le ragioni di chi combatté nella resistenza e chi a fianco dei nazisti. Quando poi queste vere e proprie falsificazioni storiche vengono compiute da figure istituzionali l'indignazione si tramuta in collera.

Che poi, singolarmente, ognuno parli della propria esperienza, delle motivazioni che portarono a schierarsi da una parte o dall'altra, nulla da eccepire, in democrazia  è normale dialettica.

E' il caso di questo libricino di Aldo Salvo, giornalista radiofonico della Rai, che costruisce con sapiente dosaggio una avvincente e sofferta storia, raccontata da una visuale inconsueta, con due uscite di assoluta insicurezza, come ci ricorda l'autore nella breve prefazione. 

Nella lanterna magica della mia prima infanzia l'avevo già visto da lontano. Un idrovolante d'argento galleggiava al sole e lui accoglieva De Pinedo, ammarato sul Tevere dopo un favoloso raid. Gennariello era il nome dell'idrovolante. La seconda volta era affacciato al balcone di Palazzo Chigi, davanti a quella pasticceria dove andavo a prendere la cioccolata con mia madre. Mussolini sul balcone aveva un cerotto al naso perché una donna irlandese gli aveva sparato in Campidoglio, sbagliandolo d'un soffio. La piazza era picchiettata di alà-la alalà, uno urlava più di tutti che Dio era con noi. Lui aveva molta fretta perché doveva partire. Queste cose le ho viste perché c'ero, ma le parole delle immagini si rinfrescavano spesso in famiglia. La pasticceria si chiamava Egidi e mia madre dondolava un po' la testa quando l'orchestrina suonava nel pomeriggio.
Bibo, come affettuosamente la madre, mezza nobile, chiama il giovane narratore, osserva Roma degli anni '30, vive la sconvolgente notizia della morte del padre, ufficiale-ingegnere, trucidato coi suoi uomini dagli abissini nel '35, medaglia d'oro alla memoria; gli amici del liceo, uno dei più austeri, le prime esperienze sessuali prima dei fatidici diciott'anni.

Fu nella generale euforia per la seconda vittoria dell'Italia ai mondiali di calcio che finalmente colsi la meta più tirata.
Fuori legge sulla porta non mi chiesero i documenti, la sigaretta appesa al labbro, il fumo che m'accecava un occhio. Si e no diciassettenni io e Mario e Berto, forza Bibo va avanti tu. Svolazzi di veli sulla carne nuda, pupazze molli che costavano i soldi rubati nel cassetto. Quelle giocavano in casa con gli uomini un po' vergognosi, sul divano tutt'intorno nel salone. Io sono di Cremona: turùn, turàs e tetàs, vedere e non palpare. Sveglia, smidollati, ragazzi in camera. Io sono Rosa la libidinosa. Bocche tonde, tacchetti che scendono le scale: era piccolo così, era grosso così, lo chiamavan Bombolo... Dai buttati se no te la fregano. Ma come si fa così presto. No, aspetto la prossima. Che sono un novellino si capisce a naso  e lei si siede di botto sulle ginocchia - mi chiamo Luana - bacia con l'alito di dentifricio, fa scena, sono acceso come un tizzo e se non mi trascinasse su prenderei il fugone col cuore penzoloni tra le gambe.
Salvo usa una prosa  essenziale e descrittiva, che diventa lirica quando racconta Roma:

Sopra i tetti di Sant'Eustachio la cupola di Sant'Ivo alla Sapienza sfiammava sempre in cielo il più bel Barocco di zucchero e d'incenso. Chissà se mio padre aveva ragione prima quando si scatenava contro il Barocco, sottolineando in rosso il Capitale, chissà se aveva ragione dopo quando voleva fecondare l'impero. Doveva pur esserci un qualche nesso.
Tutte le ombre dei vicoli le conoscevo, lente e solitarie, nel passo del giorno e delle stagioni si muovevano poggiando un po' qua e un po' là, intime come le ombre di casa mia, anzi già casa mia. E sotto i tetti di Sant'Eustacchio facevo apposta ad arrivare giocandoci a nascondarella, allora alzavo la testa di scatto e la cupola di Sant'Ivo eccola là, t'ho presa. Che Roma, che Roma. E la cupola sorrideva senza rancori per mio padre in paradiso.

Gli eventi incalzano, la guerra di Spagna,  il Duce a Monaco nel ruolo di grande mediatore, nel frattempo le leggi raziali costringono una cara amica ebrea a scappare a Marsiglia e intanto arriva il 10 giugno del 1940, l'ora delle decisioni irrevocabili...

A Largo Argentina incontrai Berto e Mario che stavano a sentire alcuni universitari in sahariana nera. Erano molto su di giri e parlavano difficile: la nemesi, la palingenesi, la vittoria che darà un ordine nuovo all'Europa, una giusta ridistribuzione delle ricchezze. Ma io volevo proprio metterci il becco: passi con l'Inghilterra, ma ci facciamo una figura cacina con la Francia che è già in ginocchio. Dopo una pausa di sconcerto, uno dei neri coi capelli rossi mi prese di petto: vuoi scherzare o dici sul serio? Dico sul serio. Sei uno sporco disfattista e via, andata e ritorno, finché mi tirò una sberla e ci avvinghiammo. Urlavano tutti e il crocchio si gonfiò, Mario un salvagente: è figlio di una medaglia d'oro. Fermi tutti, fece Berto con timbro poliziesco. Ti va liscia per tuo padre, grugnì il nero col fiatone. Mi trascinarono verso l'imbocco della mia via. Basta, piantatela e finì lì. In Piazza della Minerva l'elefantino era lucidissimo sotto il primo cielo di guerra. Una squadra di operai stava già dipingendo i lampioni di blu.

Non voglio raccontare il libro, che mi ha preso moltissimo, togliendo il gusto di leggerlo a quei pochi fortunati che forse riescono a trovarlo ancora in qualche bancarella, perché pur essendo solo (solo?) del 1986 è introvabile; mi limiterò a dire che le scelte di Bibo potrebbero essere due e  assolatamente contrapposte e causali e tragiche.