giovedì 9 agosto 2012

Anna Banti - ARTEMISIA - Mondadori 1974 - £ 1.000


Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti (1895-1985) non era una donna facile e non faceva nulla per sembrarlo, scostante, inavvicinabile, autoritaria; di carattere imperioso, si adattava con sforzo a praticare la diplomazia a cui certi impegni la costringevano; e soffriva in segreto, nei momenti di solitudine, di grande vulnerabilità, secondo un giudizio di Cesare Garboli. Scrittrice prolifica di decine di romanzi, assai poco letti, e alcune biografie tra le quali, un vero gioiello,  Matilde Serrao (1965).

Allieva dello storico dell'arte Roberto Longhi (1890-1970) alla terza liceo Visconti di Roma, lo sposò nel 1924. Aveva esordito come storica dell'arte collaborando alla rivista "Arte" di Adolfo Venturi, con ricerche e articoli che firmava ancora Lucia Lopresti e che, forse, sarebbe utile ristampare.  Fu lo stesso Longhi a suggerirle la strada del romanzo: a lei  piaceva scrivere storie, quella era la sua strada. Si chiamò Anna Banti e scrisse qualche racconto che piacque a Emilio Cecchi.

Questa l'avvertenza  di Anna Banti ai lettori, nella sua prosa elegante, in apertura del romanzo Artemisia:

Al Lettore
Un nuovo accostarsi e coincidere fra vita perenta e vita attuale; una nuova misura di connivenza storico-letteraria; il tentativo d'immettere nella palude bastarda dell'italiano letterario in corso, vecchie e potabilissime fonti dell'uso popolare nostrano: tali erano le ambizioni del racconto che, intitolato Artemisia, era alle ultime pagine nella primavera del 1944. In quell'estate, per eventi bellici che non avevano, purtroppo, nulla di eccezionale, il manoscritto venne distrutto.
A giustificare l'ostinazione accorata con cui la memoria non si stancò, negli anni successivi, di tener fede a un personaggio forse troppo diletto, queste nuove pagine dovrebbere, almeno, riuscire. Ma perché questa volta, l'impegno del narrare non sosteneva che la forma commemorativa del frammento, e il dettato si legava, d'istinto, a una commozione personale troppo imperiosa per essere obliterata - tradita -: credo che al lettore si debba qualche dato dei casi di Artemisia Gentileschi, pittrice valentissima fra le poche che la storia ricordi. Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio Gentileschi, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovinetta, nell'onore e nell'amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s'azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi.
Le biografie non indicano l'anno della morte.             A.B.

La forma scelta, è come una tessitura in cui ordito e trama, il presente in cui viene scritto il romanzo e i fatti di tre secoli prima,si intrecciano per costruire la storia.

Dalla bella prefazione del poeta Attilio Bertolucci:

Quel che per me è più affascinante, di Artemisia, è il peregrinare della pittrice per l'Italia, per l'Europa poi, nella ferma, assoluta, invincibile fedeltà alla vocazione per l'arte.
Una delle grandi strade del romanzo, dall'Odissea a Huck Finn, è quella dell'eroe itinerante. La Banti non se li è certo inventati, gli spostamenti e i viaggi della sua eroina, essi fanno parte della cronaca veridica d'una vita realmente vissuta. Ma che partito la scrittrice ha saputo trarre, da dati probabilmente minimi di documenti d'archivio, nel dare ritmo ai viaggi, verità alle ambientazioni, coerenza alla psicologia del personaggio a lei caro. Che prima si sposta a Firenze per desiderio del babbo Orazio, il quale però l'abbandona subito per recarsi altrove: rimasta sola a Firenze, Artemisia se la cava facendosi apprezzare dall'establishment, divenendo in un certo senso donna di moda e riuscendo all'impresa di dipingere quella Giuditta che rimane il suo quadro più celebre. E forse emblematico: con quella celebrazione della donna forte e capace, di tanta evidenza plastica e coloristica e, perché no, ideologica.



Dipinto a Napoli 1612-13 cm 158,8x125,5 Museo Capodimonte

Dipinto a Firenze 1618-20 cm 199x162,5 Galleria degli Uffizi

















































2 commenti:

  1. Un altro libro da aggiungere alla (lunga) lista dei "da leggere". Non si finira' mai! :)

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    1. Si, la lettura come metafora della vita. :-)

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