giovedì 16 agosto 2012

Thornton Wilder - IDI DI MARZO - Mondadori 1966 - £ 350


Thornton Wilder (1897-1975) scrittore e drammaturgo statunitense, dedicò questo romanzo storico, scritto nel 1948, allo scrittore, poeta e antifascista Lauro De Bosis - che aveva tradotto il suo romanzo più famoso, Il Ponte di San Luis Rey, il primo dei tre Premi Pulizer vinti dallo scrittore.

La forma scelta da Thornton è quella del romanzo epistolare, dove tutti gli attori della vicenda  che ruota intorno a Cesare, nell'ultimo periodo della repubblica romana, si scambiano messaggi, lettere, rapporti, appunti; mettendo in luce, viste dall'interno, i conflitti, le speranze, i drammi, gli amori e le tragedie che caratterizzano quel periodo storico.

La figura centrale è ovviamente Cesare che, nel coacervo di opinioni che i vari attori della vicenda esprimono, ne esce ingigantita; ma l'aspetto che maggiormente mi ha sorpreso, fin dalla prima volta che lo lessi molti anni or sono, della personalità di Cesare qui ricostruita, è il suo dichiarato intento di abolire e/o modificare il fardello di superstizioni che condizionavano la vita di Roma.

Scrive Cesare all'amico Lucio Mamilio Turrino, nel volontario reclusorio di Capri:

Accludo nel plico di questa settimana una mezza dozzina degli innumerevoli rapporti che, quale Pontefice Massimo, ricevo dagli Aùguri, Indovini, Astrologhi e Bambinaie di polli.
Accludo pure le direttive che ho impartire per la Commemorazione mensile della Fondazione della Citta.
Che Fare?
Ho ereditato questo fardello di superstizioni e di sciocchezze. Domino innumerevoli uomini ma sono dominato da uccelli e colpi di tuono.
Tutto questo intralcia spesso le operazioni di Stato; chiude i battenti del Senato e dei Tribunali per giorni e a volte per settimane intere. Coinvolge parecchie migliaia di persone. Chiunque vi abbia a che fare, Pontefice Massino compreso, lo manipola per i propri interessi.
Sopratutto, però, queste pratiche intaccano e corrodono lo spirito vitale stesso nella mente degli uomini. Suscitano nei nostri Romani, dagli spazzini ai consoli, un vago senso di fiducia dove fiducia non c'è da avere e insieme una paura dilagante, una paura che non spinge all'azione e neanche desta sentimenti nobili, ma si limita a paralizzare.
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Non sono dedito alla meditazione, ma spesso mi sorprendo a maditare su questa faccenda.
Che fare?
A volte, nel cuore della notte, cerco d'immaginare che cosa succederebbe se abolissi ogni cosa; se, Dittatore e Pontefice Massimo, abolissi tutte le pratiche dei giorni propizi e sfavorevoli, di viscere e di voli d'uccelli, di tuoni e di lampi, se chiudessi tutti i templi tranne quelli di Giove Capitolino.
Certo, non è una ricostruzione storica, ma il Cesare qui partorito dalla fantasia di un grande autore, oltre che essere dal punto di vista umano più simpatico che in molte biografie lette, ce lo rendono più vicino e credibile, in una parola moderno nel suo insanabile pessimismo. Scrive ancora a Lucio Milio Turrino:

Probabilmente il mio ultimo istante di coscienza sarà riempito dall'ultima conferma che le cose del mondo procedono con la stessa irragionevolezza con la quale un fiume trasporta le foglie nel suo corso.

Una ri-lettura piacevolissima, che consiglio a quanti non lo avessero ancora fatto, approfittando della ristampa fatta da Sellerio.